Rimpatri senza diritti, ecco i numeri italiani

Sono uno dei punti di forza di certe campagna elettorali di certa politica eppure nei numeri e nei modi dei rimpatri forzati sembra che vogliano metterci il naso in pochi. La situazione ha provato a definirla ieri il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, Mauro Palma, in occasione del convegno “Rimpatri forzati e tutela dei diritti fondamentali”, organizzato a Palazzo Merulana ha snocciolato i dati da gennaio a settembre 2021.

Dall’inizio del 2021 al 15 settembre sono state rimpatriate 2.226 persone, più della metà verso la Tunisia (1.159) con Albania (462) e Egitto (252) tra i principali Paesi di destinazione. Il 61,2% dei rimpatri sono stati operati tramite voli charter con scorta a bordo, il 12,3% con voli commerciali con scorta e il 26,5% con voli commerciali senza scorta (al 58% verso l’Albania). Per quanto riguarda i 71 voli charter, su 1.362 persone, 1.105 sono state quelle rimpatriate in Tunisia, 227 in Egitto, e 30 in Georgia. Il dato complessivo, anche a causa della pandemia, registra un’evidente flessione rispetto agli anni scorsi: 6.398 le persone rimpatriate nel 2018, 6.531 nel 2019, 3.351 nel 2020 e 2.226 nel periodo dal primo gennaio al 15 settembre di quest’anno.

Al di là dei numeri poi ci sarebbero anche i diritti e il Garante ha sottolineato come serva imitare “alcune informalità delle prassi” e “assicurare l’esercizio del diritto di difesa” per innalzare “il livello di tutela dei diritti fondamentali delle persone coinvolte”. In particolare il Garante ha formulato alcune raccomandazioni: in particolare, “garantire il controllo parlamentare sugli accordi di riammissione”, introdurre una “banca dati per gli eventi critici o altri accadimenti particolari”, quali atti di contenimento, interventi sanitari, proteste, fughe, episodi di autolesionismo o reclami, come “strumento di trasparenza e tutela”. E ancora: investire nella formazione di tutte le Forze di polizia impiegate nelle operazioni di rimpatrio forzato, prevedere nuove professionalità nei voli di rimpatrio per la mediazione culturale e il supporto socio-psicologico, garantire al cittadino straniero interessato un “congruo preavviso” a tutela del “diritto di difesa e nel rispetto della dignità della persona”.

Secondo il Garante, inoltre, serve un “deciso allineamento dell’uso delle misure coercitive agli standard internazionali” e va migliorata l’assistenza sanitaria “garantendo valutazioni preventive di idoneità effettive e la continuità di trattamenti e programmi terapeutici”. Infine serve un “deciso e urgente” adeguamento dei locali utilizzati negli scali aeroportuali. Tutto questo è descritto nel “Rapporto tematico sull’attività di monitoraggio di rimpatrio forzato di cittadini stranieri tra gennaio 2019 e giugno 2021” (presentato durante il convegno) dove si raccomanda anche “di avere aggiornamenti rispetto alla realizzazione di programmi formativi che coinvolgano tutte le unità di personale delle Forze di Polizia impiegate in un’operazione di rimpatrio forzato fin dalle prime fasi della procedura, a partire dal momento in cui il rimpatriando viene informato dell’avvio dell’operazione e successivamente prelevato dalla propria stanza detentiva”.

Poi, volendo, ci sarebbe da capire anche perché l’Egitto sia un partner ineludibile anche sui rimpatri su un’intesa tecnica che risale addirittura al 2017 come se in mezzo non ci fosse stato il caso di Giulio Regeni e 1.520 casi di sparizione forzata fra il luglio 2013 e l’agosto 2018, con dodici vittime di minore età e dove 15.000 civili sono stati giudicati da tribunali militari dal 2014. Ma questo è un altro lungo discorso.

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