Fininvest finanziò Cosa Nostra, ma sui giornali non lo ha scritto praticamente nessuno

Forse, mi son detto, è il religioso rispetto del silenzio elettorale prima delle amministrative che ha reso certa stampa così sbadata da non accorgersi della sentenza della Corte di Cassazione secondo cui non è un reato scrivere che la società Fininvest di Silvio Berlusconi ha finanziato Cosa Nostra ed è stata in rapporti con la mafia.

Anche perché è durato ben sette anni il processo contro il magistrato Luca Tescaroli e il giornalista Ferruccio Pinotti per il loro libro “Colletti sporchi” in cui avevano “evocato il coinvolgimento di Fininvest nel riciclaggio di denaro di provenienza mafiosa”.

E forse sarebbe una notizia da dare quella che per l’ennesima volta viene certificata da un tribunale, ovvero la vicinanza tra Silvio Berlusconi e la mafia: quello stesso Berlusconi che qualcuno prova addirittura a spingere verso il Quirinale e che, non solo a destra, si ha molta fretta di riabilitare per poter quanto prima creare un grande centro, come melassa che torni ai fasti del “dentro tutti” per spartirsi il potere.

Un Paese che rimuove con tanta facilità che appartenenti a Cosa Nostra ricevessero da Berlusconi attraverso il gruppo Fininvest 200 milioni di lire al mese a titolo di contributo e che Riina nel 1991 disse di avere Berlusconi e Dell’Utri “nelle mani” è un Paese che difficilmente potrà risultare credibile nelle sue alchimie politiche e anti-mafiose.

C’è stato negli anni un lento processo di normalizzazione delle colpe di Berlusconi, utilissimo al centrodestra per ripulirsi senza pulirsi e al centrosinistra per evitare di fare i conti con la storia. È una pacificazione collusa, immorale e vergognosa: lo dice anche questa ennesima sentenza.
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