Le pensioni che gli interessano davvero

Quasi il 70% dei parlamentari perderebbe la pensione se si dovesse andare a votare prima del 24 settembre del 2022. La notizia non è di poco conto perché si incastra con l’elezione del prossimo presidente della Repubblica, che molti vorrebbero fosse Mario Draghi. Come Giorgetti che addirittura invoca il “semipresidenzialismo”

L’Osservatorio sui Conti pubblici italiani, diretto da Carlo Cottarelli, in una sua analisi racconta che 661 parlamentari su 945 – quasi il 70% degli eletti – perderebbero la pensione se si dovesse andare a votare prima del 24 settembre del 2022.

Come spiega Cpr nel 2012 il vitalizio spettante ai parlamentari al termine del loro mandato è stato sostituito con un trattamento pensionistico simile a quello applicato per gli altri lavoratori, anche se con qualche importante differenza.

Per i parlamentari eletti per la prima volta a partire dal 1 gennaio 2012, il sistema di calcolo della pensione parlamentare è di tipo puramente contributivo. La pensione viene erogata al compimento dell’età di pensionamento pari a 65 anni, anche se per ogni anno di ulteriore mandato oltre la prima legislatura, il parlamentare può anticipare il pensionamento di un anno, sino a un’età minima di 60 anni. La riforma ha però previsto che i parlamentari possano richiedere il trattamento pensionistico solo nel caso in cui abbiano completato almeno un mandato parlamentare della durata di 5 anni. In realtà, a causa del sistema di calcolo semestrale utilizzato, per maturare il diritto alla pensione è sufficiente essere stati in carica per 4 anni, 6 mesi e un giorno nel corso della stessa legislatura. Nel caso questo periodo minimo non sia stato raggiunto, i contributi sociali pagati dai parlamentari sono persi completamente, non potendo essere riagganciati a quelli relativi ad altre attività lavorative. Questo sistema è punitivo rispetto a quello spettante agli altri cittadini, i cui contributi di norma non vengono persi in presenza di un cambiamento di attività.

La perdita per chi non raggiunge il sopra indicato periodo minimo è elevata. Per un deputato che arrivasse a quattro anni e sei mesi di mandato, i contributi versati sarebbero di circa 50 mila euro.

La notizia non è di poco conto perché si incastra con l’elezione del prossimo presidente della Repubblica, là dove in molti vorrebbero mettere Mario Draghi (al di là della spaventosa ipotesi di Silvio Berlusconi). Solo che per mettere Draghi presidente della Repubblica significa sostanzialmente inventarsi un altro governo che sia la fotocopia di questo, senza passare dalle urne che tutti fingono sempre di invocare poi non vogliono mai alla prova dei fatti. Forse è per questo che qualcuno come Giorgetti si spinge addirittura a un invocare un “semi-presidenzialismo” con Draghi che dirige dal Quirinale (e magari Daniele Franco a fargli da controfigura come presidente del Consiglio). Ora, al di là del fatto che a Giorgetti sfugge che il suo sogno abbia bisogno di una modifica della Costituzione, si capisce che, come al solito, c’è una maggioranza intergruppo che attraversa il Parlamento e che farà di tutto per evitare le elezioni.

Non è dietrologia: vale la pena ricordarselo quando seguiremo il turbinio per la presidenza della Repubblica. I discorsi spesso sono alti, gli interessi infinitamente meno.

Buon mercoledì

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

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