Zaki libero dopo 669 giorni di inferno: ma è ancora sotto processo

Italia e Egitto sono vicini. Questa volta però la comunanza non è questione di soldi, di armi e di interessi torbidi (perché quelli no, quelli non sono mai stati messi veramente in discussione) ma il pianto liberatorio di gioia della madre Hala e di sua sorella Marise nell’aula di tribunale di Mansura, dopo la terza udienza che è durata quattro minuti ma è bastata per sancire la scarcerazione. Essere scarcerati dopo 669 giorni passati in carcere, in un ergastolo cautelare che basterebbe per rendere l’idea di cosa sia l’Egitto di Al-Sisi dove dei presunti post su Facebook possono bastare per essere trattato come il più pericoloso dei criminali.

Patrick Zaki è stato arrestato il 7 febbraio del 2020 appena atterrato all’aeroporto del Cairo dove stava tornando per rivedere la sua famiglia. In quegli anni frequentava un master universitario in studi di genere all’Università di Bologna dopo essere stato già impegnato nel suo Paese in occasione della campagna elettorale di Khaled Ali, avvocato e attivista per i diritti umani che ritira la candidatura denunciando il clima di intimidazione e i numerosi arresti dei suoi collaboratori da parte di Al-Sisi e dei suoi sgherri. Quel giorno, all’aeroporto del Cairo, Zaki viene arrestato da agenti dei servizi segreti. Scompare per 24 ore. Nessuno ha notizie, non sanno niente i suoi familiari e nessuno nei media. Solo il 9 febbraio l’associazione Egyptian Initiative for Personal Rights (associazione umanitaria dove lavorava in qualità di ricercatore) divulga la notizia del suo arresto.

Appaiono già evidenti le prime discrepanze: la Polizia nei suoi verbali scrive di avere arrestato Zaki l’8 febbraio (il giorno successivo all’arresto effettivo) a un posto di blocco nel quartiere Jadyala, Mansura. I capi d’accusa sono i soliti che da queste parti servono per zittire i cosiddetti “dissidenti”: minaccia alla sicurezza nazionale, incitamento alle proteste illegali, sovversione, diffusione di false notizie, propaganda per il terrorismo. I mezzi d’informazione sdraiati sulla dittatura di Al-Sisi raccontano anche che Zaki a Bologna starebbe preparando una tesi sull’omosessualità e per incitare la popolazione contro lo Stato. Tutto ovviamente falso. Quello che si sa, tramite l’avvocato di Zaki, è che il giovane sarebbe stato torturato per almeno 17 ore consecutive con pugni allo stomaco, alla schiena e con scariche elettriche dalle forze di sicurezza egiziane, esattamente come accadde per Giulio Regeni. Non è un caso che tra le domande dei suoi torturatori ci siano anche i presunti rapporti con Giulio Regeni, con la sua famiglia e con il suo impegno politico. Le torture, ça va sans dire, viene negata dal Procuratore Generale dell’Egitto, Hamada el-Sawy.

L’inferno carcerario di Zaki comincia a Talkha per continuare poi nel carcere di Mansura e infine nel carcere di Tora. I 669 giorni sono passati con continui slittamenti della detenzione preventiva (di 15 o 45 giorni) mentre il caso Zaki intanto veniva sollevato all’attenzione internazionale. Il giorno successivo al suo arresto in Italia, a Bologna, viene organizzata già la prima manifestazione “Libertà Patrick” mentre l’Università di Bologna costituisce un gruppo di crisi e la Farnesina comincia a monitorare il caso. L’11 gennaio di quest’anno Zaki diventa cittadino onorario dei Bologna e poco dopo una petizione lancia l’idea di dare la cittadinanza italiana allo studente per esercitare ulteriore pressione sul governo egiziano. Passano tre mesi e il 14 aprile il Senato approva la richiesta al governo per la cittadinanza italiana, richiesta a cui il governo non ha mai dato corso.

Ieri Zaki dalla gabbia per gli imputati ha ringraziato l’Italia alzando il pollice a un diplomatico italiano presente in aula. «Salto dalla gioia», è stato il commento della mamma. «Grazie Italia per questo risultato» ha dichiarato invece il padre rivolto ai due diplomatici italiani presenti a Mansura. «Vi siamo molto grati per tutto quello che avete fatto», ha detto George Zaki abbracciandoli. Così la giornata che rischiava di essere funesta per la condanna (non appellabile) che molti temevano ha riportato un risultato insperato. Certo. Zaki è stato scarcerato ma continua a essere sotto processo: «Uno spiraglio, la luce finalmente, ha scritto sui social il segretario del Pd Enrico Letta mentre il ministro degli Esteri Luigi Di Maio parla di «un primo obiettivo raggiunto».

«Mi metto nei suoi panni, non so se già stasera ma molto presto Patrick Zaki riuscirà a dormire su un letto diverso dal cemento del pavimento della prigione di Tora dove è rimasto negli ultimi 22 mesi. Quindi questo già nell’immediato un enorme sollievo», ha dichiarato il portavoce di Amnesty International in Italia Riccardo Noury, che da subito ha seguito la vicenda. «Soddisfatto per la scarcerazione» si dice il presidente del Consiglio Mario Draghi che promette di continuare a seguire la vicenda.

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