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Sbattuto in cella con problemi psichiatrici si toglie la vita, la CEDU bacchetta l’Italia

La Corte europea ancora una volta ha sottolineato l’inadempienza della giustizia italiana nei confronti di un detenuto nelle carceri italiane. Era il 15 aprile del 2015 quando Anas Zamzami, 29 enne marocchino, viene arrestato dai carabinieri di Urbania, Pesaro, per una condanna a un anno e sei mesi per resistenza a pubblico ufficiale e per aver fornito generalità false. Anas avrebbe potuto chiedere misure alternative alla detenzione entro 30 giorni evitando il carcere.

Ma, come spiega l’avvocato Fabio Anselmo, che insieme all’avvocata Antonella Mascia e all’associazione Antigone hanno presentato il ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, «il provvedimento viene tuttavia notificato, il 13/11/2013, a un avvocato del foro di Roma il cui nome non risulta indicato. La sospensione viene quindi revocata e Anas, ignaro, viene portato nel carcere di Pesaro. Interviene allora un avvocato pesarese che chiede al Tribunale di sorveglianza di Ancona di poter ottenere, per Anas Zanzami, il beneficio della detenzione domiciliare. Viene fissata l’udienza per il 21 ottobre 2015. La pena è esigua e i reati di modesta gravità. Anas ne ha diritto. L’esito è scontato ma il ragazzo marocchino deve attendere che la burocrazia faccia il suo corso. Il 15 aprile, dunque, fa ingresso in carcere». Il detenuto nel carcere pesarese di Villa Fastiggi però non sta bene, le sue condizioni di salute mentale sono incompatibili con il carcere, vengono prescritte infatti «in maniera perentoria e continuativa un regime di grande sorveglianza» e «la necessità di un ricovero in un ambiente idoneo alla valutazione e alle cure», nonché il «trasferimento in tempi brevi in un centro di osservazione Psichiatrica» e viene di nuovo «raccomandata un’attenta sorveglianza».

Anas Zamzami è uno di quelli che ce l’ha scritto addosso che dal carcere potrebbe non uscire mai vivo e nonostante bastino poco più di 4 mesi per uscire e riottenere la libertà il suo stato mentale non gli permette di rendersene conto. Iniziano da qui numerosi episodi di autolesionismo. Zamzami rifiuti le cure, rifiuta il cibo, rifiuta l’acqua. Come racconta l’avvocato Anselmo «vengono osservati in lui stati di delirio e agitazione psicomotoria. Nell’agosto dello stesso anno viene ricoverato per tre volte all’ospedale di Pesaro «a causa di un forte stato di anoressia, disidratazione e steatosi epatica». Il 5 settembre tenta il suicidio in carcere provando ad impiccarsi. Gli viene diagnosticata una grave psicosi paranoide. Viene allora trasferito all’istituto di osservazione psichiatrica di Ascoli Piceno dove vi rimane ricoverato una ventina di giorni per poi essere dimesso come “guarito”». Il 24 novembre viene rispedito nel carcere di Pesaro. Per guarire però non basta una certificazione e nonostante venga disposta una massima sorveglianza a intervalli di 15 minuti Anas Zamzami viene trovato nella sua cella impiccato.

Il caso, come troppo spesso accade, viene considerato dalla Procura come «un evento letale non previsto, non prevedibile ed inevitabile». Il Tribunale però non è d’accordo e così inizia un interminabile balletto di richieste di archiviazioni (ben tre) tutte respinte prima dell’archiviazione finale. L’avvocato Anselmo insieme all’avvocata Mascia e Antigone presentano ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: «Ci crediamo. – scrive Fabio Anselmo – Lo facciamo perché gli è stato negato il sacrosanto diritto alla vita e gli sono pure stati inflitti trattamenti disumani e degradanti. Quelli che per la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo vengono qualificati come tortura. Lo facciamo per la sorella di quel povero ragazzo, per Vania Borsetti di Antigone che tanto si è impegnata coi suoi ragazzi».

Ora la Corte Europea chiede all’Italia se il detenuto «è stato sottoposto ad un trattamento inumano e degradante in violazione all’articolo 3 della Convenzione» e se «le autorità responsabili hanno disatteso il loro obbligo di assicurare che la salute del fratello fosse adeguatamente garantita, fra le ae cose, fornendogli un’assistenza medica appropriata ed efficace». La palla passa ora alla ministra alla Giustizia Cartabia: un suicidio a pochi giorni dalla liberazione merita risposte.

L’articolo Sbattuto in cella con problemi psichiatrici si toglie la vita, la CEDU bacchetta l’Italia proviene da Il Riformista.

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