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Altro che “migliori”, dalla scuola ai tamponi fino al caos quarantene: la gestione della pandemia è un disastro

Eccoci qui. Parla il generale Figliuolo e tutti sull’attenti scrivendo a caratteri cubitali che il militare è pronto a dare l’ennesima “spallata”. La pandemia è imprevedibile, almeno questo l’abbiamo imparato, ma l’acquiescenza con cui ormai siamo pronti a ricevere una soluzione definitiva al giorno (in attesa di quella di domani) senza porre domande sullo stato attuale della situazione è il termometro della svenevolezza della stampa.

La maggior parte dei media sono pancia a terra per elogiare il lockdown per i non vaccinati come soluzione già pronta che funziona in Germania. La guerra tra vaccinati e non vaccinati, ormai dovrebbe essere chiaro, è la chiave di volta per non essere costretti ad analizzare la condizione attuale e per soffiare su un bello scontro sociale che vende, fa vendere e distrae.

Si potrebbe porre il ragionevole dubbio che in Germania lo smart working sia esteso a quasi tutti da novembre (ma questo si scordano di scriverlo, mica che si metta in crisi il fatturato del tramezzino sotto l’ufficio) e che i tamponi siano facilmente reperibili e si facciano praticamente ovunque (mentre qui ancora si tentenna per dare il via libera alle parafarmacie).

Volendo vedere si potrebbe anche chiedere perché se questa è davvero una soluzione urgente e funzionale si sia deciso di aspettare l’introduzione del Super green pass dal 10 gennaio, ovvero tra due settimane. Potrebbe accendersi il sospetto che le feste (meglio: gli incassi delle feste) siano prioritarie. È una legittima scelta politica, solo varrebbe la pena riconoscerlo. 

Ma di come siamo messi è possibile parlarne? Il problema non è solo l’aumento di contagiati (con gli evidenti benefici dei vaccini su ospedalizzazioni e decessi) ma sono quei circa due milioni in quarantena che non trovano tamponi, che se li trovano li devono strapagare e che sono costretti a ingegnarsi per uscire dal limbo.

Il sistema dei tamponi è saltato. Le code davanti alle farmacie (per chi ha la fortuna di trovare disponibilità) sono la fotografia lampante dell’impreparazione. Anche le mascherine cominciano a scarseggiare. Del tracciamento nemmeno a parlarne: le aziende sanitarie sono ingolfate, non rispondono e se rispondono non hanno risposte. Per uscire dalla quarantena ci si deve rivolgere al privato rincorrendo un tampone negativo. I medici di base, manco a dirlo, sono impallati. La situazione sarebbe tragicamente identica a un anno fa se non fosse intervenuto il vaccino a lenire la malattia: il disastro organizzativo è identico. 

Figliuolo in un’intervista al Corriere della Sera ci fa sapere di essere pronto «ad avviare lo screening nelle scuole». Ottimo. Peccato per due importanti omissioni: sarebbe il caso di sapere perché le scuole siano sempre state dichiarate sicure anche se non è così (ah, maledetta comunicazione paternalistica) e sarebbe il caso di sapere perché la ventilazione meccanizzata rimanga un miraggio dopo tutti questi mesi di pandemia.

A proposito di screening nelle scuole: il generale ne aveva parlato giù un mese fa ma il 18 dicembre il presidente dell’associazione dei presidi Antonello Giannelli aveva fatto presente che non si era visto (quasi) nessuno. Il generale ci fa sapere che «grazie all’aiuto dell’esercito» sono stati fatti tamponi in 470 istituti scolastici. Le scuole, statali e paritarie, in Italia sono 53.313, escludendo quelle private, tanto per dare un’idea delle proporzioni. Poco male, Natale e Capodanno sono un bromuro formidabile per la tromba curiosità. Avevano promesso di non lavorare con il favore delle tenebre e hanno scoperto il favore delle feste.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

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