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Mascherine ffp2 obbligatorie in luoghi sovraffollati ma non in cella, il carcere dimenticato

Forse ha ragione Rita Bernardini quando si augura che i politici cambierebbero idea se visitassero un carcere «girandolo veramente, e andando in tutti i luoghi»: «direbbero che non è possibile, che non si può accettare questo in Italia nel 2021». A proposito, Rita Bernardini è in sciopero della fame, ancora una volta, «per chiedere ai parlamentari di tutti i gruppi politici cosa intendano fare per superare lo stato di illegalità delle nostre carceri, a partire dal sovraffollamento; illegalità tanto più grave con la ripresa dei contagi Covid, illegalità che genera trattamenti inumani e degradanti nei confronti dei detenuti».

Lo so, dello sciopero della fame di Bernardini ne leggete solo sui giornali che quotidianamente scrivono di carcere, come se l’umanità e il rispetto dei diritti umani fosse una materia da specialisti rivolta a un ristretto pubblico di appassionati. Del resto tra i danni del marcimento del garantismo in Italia c’è anche la vendicativa indifferenza con cui si trattano i colpevoli (sia veri che presunti) che non meritano di essere considerati appartenenti alla nostra cerchia sociale di innocenti (o non ancora indagati, a seconda della professione che vi capita di fare). C’è un cassetto nella sensibilità pubblica in cui vengono chiusi gli “altri” che riteniamo di poter trattare con antipatia (nel senso letterale dell’avversione istintiva più o meno immotivata) senza sentirci ingiusti: lì dentro i carcerati ci sono da sempre. Poi un giorno (e forse sarà tardi) ci accorgeremo che lo sdoganamento dell’antipatia porta alla vendetta, la vendetta va sempre per mano con la violenza e che lo stadio finale è una guerra permanente in cui tutti sono vinti, senza vincitori.

Tra l’altro si dovrebbe ripetere dappertutto che la battaglia di chi ha a cuore i diritti di tutti (e quindi anche dei carcerati) ha proposte sul tavolo precise, elementi di cui discutere animatamente. Bernardini chiede l’approvazione delle proposte di Roberto Giachetti sulla liberazione anticipata: «la prima, “speciale”, chiede di elevare da 45 a 75 i giorni di liberazione anticipata ogni semestre a partire dal 31 dicembre 2015; la seconda, “strutturale”, chiede di modificare l’ordinamento penitenziario per portare stabilmente i giorni di liberazione anticipata da 45 a 60 giorni». Lo spiega benissimo lei. La Commissione per l’innovazione del sistema penitenziario istituita il 13 settembre di quest’anno, presieduta da Marco Ruotolo, ha messo nero su bianco una serie di proposte, la revisione di molte disposizioni e la rimozione di alcuni “ostacoli” presenti nella normativa primaria che incidono su uno svolgimento della quotidianità penitenziaria che possa dirsi conforme ai principi costituzionali e agli standard internazionali.

Scrive la Commissione (che c’è da sperare non finisca come tutte quelle Commissioni che redigono solo un elenco di buone intenzioni) che la pena, quale che sia la forma dell’espiazione, deve tendere a restaurare e a ricostruire quel legame sociale che si è interrotto con la commissione del reato. Deve avere l’obiettivo di re-includere, di avviare un processo potenzialmente in grado di ridurre il rischio di ricaduta nel reato. Il suo perseguimento determina il soddisfacimento non soltanto dell’interesse del reo, ma dell’intera società, rispondendo a quel bisogno di sicurezza spesso avvertito come priorità dai consociati. Perché ciò accada occorre garantire una qualità della vita non solo “decente”, ma idonea all’attivazione di un processo di autodeterminazione che possa permettere al singolo di “riappropriarsi della vita”. Occorre, in altre parole, creare condizioni di sistema che consentano finalmente di considerare la risposta di giustizia come tesa a responsabilizzare in vista del futuro, più che a porre rimedio al passato.

Sono cose anche minime che permettono un ritorno di civiltà, come la previsione della presenza, per almeno un giorno al mese, di un funzionario comunale per consentire il compimento di atti giuridici da parte di detenuti e internati, rivedere la disciplina sulla fornitura di vestiario e corredo e sull’alimentazione, approfondire il tema dell’autorizzazione per visite e ricoveri ospedalieri, la modifica del regime di sorveglianza particolare, evitare che i bambini vivano in carcere, la previsione per cui i permessi possano essere concessi non solo nei casi di “particolare gravità”, ma anche in quelli di “particolare rilevanza”, l’intervento rivolto ad assicurare una più adeguata e tempestiva organizzazione del processo di preparazione alla dimissione della persona detenuta. Rivedere insomma il carcere secondo i principi di autonomia, responsabilità, socializzazione e integrazione che dovrebbero essere la stella polare della gestione carceraria secondo la Costituzione.

Fare esistere il carcere, smettere di nasconderlo sarebbe un buon proposito per l’inizio dell’anno. Magari inserendo il carcere anche nei Decreti come l’ultimo chiamato “Festività”, quello che prevede la mascherine FFP2 obbligatorie nei luoghi chiusi e sovraffollati ma che si è dimenticato del carcere, luogo chiuso e contemporaneamente sovraffollato per definizione. «Vogliamo ricordare – dice il Segretario della Uilpa PP Gennarino De Fazio– che l’utenza carceraria e i visitatori non hanno obbligo alcuno, neanche del green pass “semplice”, che il sovraffollamento continua a crescere e raggiunge punte del 194% a Brescia Canton Mombello, del 187% a Brindisi e del 165% a Busto Arsizio, solo per fornire alcuni dati». La variante Omicron, a differenza di certa classe dirigente e di molta opinione pubblica, sa benissimo che le carceri sono un luogo ghiotto per espandersi. Tenere conto dei detenuti e dei lavoratori penitenziari sarebbe già un buon passo per non alimentare questa tragica sensazione che siano isole esenti dalle leggi vigenti e dai diritti sociali. Fare esistere il carcere, smettere di nasconderlo sarebbe un buon proposito per l’inizio dell’anno.

L’articolo Mascherine ffp2 obbligatorie in luoghi sovraffollati ma non in cella, il carcere dimenticato proviene da Il Riformista.

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