Requiem per Draghi

Andrà a finire così, indipendentemente dal fatto che Mario Draghi salga o meno al Quirinale, dove i partiti potrebbero concedergli di andare con il loro solito snobismo per cui credono che più in alto si parcheggi qualcuno di scomodo e più lo si renda inoffensivo. Un errore che si ripete ogni volta, in ogni occasione, sempre con interpreti diversi ma con le stesse dinamiche. Andrà così. La Lega di Matteo Salvini e compagnia cantante (che non può permettersi di diventare improvvisamente responsabile e moderata poiché la funzione di Giancarlo Giorgetti e la sua cerchia esiste solo in modalità di contrappeso, ma una Lega moderata è un partito che andrebbe contro la sua stessa natura) dirà di essersi messa «al servizio della responsabilità nazionale» ma comincerà a martellare i provvedimenti di Draghi uno a uno, prendendone le distanze se non addirittura rinnegandoli con la stessa scioltezza con cui ha cambiato opinione più volte sullo stesso tema nel giro di pochi mesi (LEGGI ANCHE: Decreto anti Covid, tutte le novità).

Matteo Salvini (foto Getty Images).

La Lega pronta a mollare Draghi

Ci sono già le leve: Draghi non si è preoccupato della povera gente che non ha i soldi per pagare le bollette, Draghi ha permesso he continuasse l’invasione facendo finta di niente, Draghi ha lasciato quel comunista di Roberto Speranza come ministro, Draghi ha sputato troppi decreti troppo confusi per limitare la libertà degli italiani e così via. Non è difficile: per sapere già in anticipo cosa dirà Salvini appena scenderà dal carro di Draghi basta scorrere le dichiarazioni di Giorgia Meloni. E se qualcuno gli farà notare di esserne stato alleato la risposta è già pronta: «Noi dobbiamo avere i voti per poter governare senza avere bisogno di alleati che ostacolino i propositi della Lega». Lo diranno esattamente così, forse solo sbagliando il congiuntivo.

Matteo Renzi (foto Getty Images).

Da Forza Italia Viva al Pd, il riposizionamento sarà veloce

Forza Italia Viva, con l’ammucchiata spicciola che sta al centro dirà, che con Draghi si è persa una grande occasione ma che non è stata colpa del premier ma dei partiti. Ovviamente di tutti i partiti tranne loro. Draghi non lo sporcheranno nemmeno con uno schizzo (perché rischierebbero di sporcare se stessi) ma ci diranno che il liberismo con Draghi ha vissuto una stagione d’oro, peccato che non si sia ancora trovato un modo per negare l’accesso al parlamento ai non liberali. Il Partito democratico parlerà del «bene del Paese» e ci farà l’elenco di tutte le proposte dem che non sono state accettate. Però ci terrà a dire che le intenzioni erano ben diverse. Qualcuno farà notare che avere fiducia nelle intenzioni e farsela bastare non porta risultati decenti. E ci si riavvia di nuovo, e via.

Giorgia Meloni (foto Getty Images).

L’Aventino della Meloni e le capriole dei commentatori politici

Giorgia Meloni rivendicherà di essere stata fuori dal «gioco grande» e di essere rimasta sola sull’Aventino a combattere come ci si aspetta dalla buona destra, sempre arrabbiata, sempre digrignata, sempre Meloni, insomma. Lo spettacolo più indecente saranno i commentatori. I commentatori che già in questi giorni provano di soppiatto a infilare qualche tenue critica nei loro articoli grondanti di applausi. Diranno anche loro di avere chiuso gli occhi «per il bene del Paese», qualcuno gli farà notare che non è il ruolo della stampa quello di diventare cantrice ma loro (in questo sono dei fenomeni) ci ammoniranno a non pensare troppo al passato ma di rivolgersi al futuro. E per loro il futuro non sarà nient’altro che la spaventata ricerca di un immediato padrone di cui diventare schiera. Niente di nuovo. Una commedia triste già vista e già sperimentata.

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