Incendio al Ponte di Ferro di Roma, fu doloso contro gli homeless

La notte del 3 ottobre i ragazzi che uscivano dai locali della movida all’Ostiense riprendevano la scena con i telefonini: il ponte dell’Industria, più conosciuto come Ponte di Ferro, che collega Ostiense a Trastevere era completamente avvolto dalle fiamme. Il giorno successivo tra la politica romana, sui giornali e in mezzo alla gente è partita subito la caccia al povero. Le baracche che stanno lì vicino al Tevere, dicono tutti, oltre a essere una vergogna sono anche pericolose. La costruzione del solito superficiale teorema “anti degrado” era già bell’e pronta: non solo questi straccioni si permettono di essere poveri alla luce del sole ma addirittura mandano in fumo in nostri ponti!. Si parla di qualche fornelletto che avrebbe dato il via all’incendio. Alcuni giornali si sono spinti oltre raccontando di una “faida” tra le popolazioni del mondo di sotto.

Ora le indagini suggeriscono un quadro ben diverso. I magistrati coordinati dall’aggiunto Giovanni Conzo sono convinti che sì, che l’incendio sia doloso (alcuni testimoni giurano di avere visto una persona fuggire prima dell’incendio a una delle baracche) ma che sia stato qualcuno a appiccare volontariamente il fuoco a quella baracca. Le fiamme avrebbero poi preso i cavi e le canalone che seguono il percorso del ponte che ha retto solo grazie alla sua struttura metallica. Ma il movente potrebbe essere proprio l’odio contro i senzatetto, un gesto deliberato contro gli stranieri accampati nella zona. Secondo gli inquirenti sarebbe credibile la pista razziale. E infatti si indaga tra le vecchie denunce e le lamentele più “focose” per risalire ai responsabili. È l’ipotesi di una scena di guerra che siamo abituati a leggere con un certo distacco quando proviene dalle zone pugliesi, ai bordi di quelle baraccopoli che non trovo residenza nemmeno nell’indignazione generale solo che in questo caso accade nella Capitale e viene vissuta (e descritta) come se fosse solo un caso di cronaca nera abituale.

Perfino a leggere i giornali si rimane esterrefatti: il principale quotidiano nazionale riesce a scrivere di “un atto di violenta «resistenza» al degrado stratificato (e mai risolto dalle amministrazioni comunali)”, come se la rabbia andasse sempre compresa con uno sforzo che invece non si merita la povertà di qualche decina i derelitti costretti a vivere come topi. Anche altri commentatori utilizzano lo stesso ragionamento giustificatore: se la gente si arrabbia è perché i poveracci sono esasperanti. Così alla fine la condanna torna sempre addosso ai più deboli, ai derelitti. E forse sarebbe il caso di chiedersi quanti danni abbia provocato e continui a provocare questa crociata “contro il degrado nelle città” che trasforma delle questioni umane in una mero fastidio visivo, annullando i bisogni, le cause, le sofferenze e le mancanze della politica e buttando tutto nel calderone della guerra tra ricchi e poveri. Con i ricchi che negli ultimi anni reclamano un nuovo diritto, quello di non incontrare poveri sulla propria strada. Male che vada provano a bruciarli.

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