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Stage degli innocenti

Circola insistentemente una certa arguzia immorale, ringalluzzita dalle posizioni dominante acquisite da gente che l’arguzia l’ha sempre usata come condimento della propria autorevolezza. Essere arguti è, per troppi, il modo migliore per uscire dalle crisi, per snellire le criticità, per smontare la montante lotta di classe (che gli arguti chiamano brigatismo) e perfino per uscire dalla pandemia. L’arguzia immorale ieri (21 gennaio, ndr) si è scatenata contro quelli che si sono permessi di notare come sia penoso un Paese che schiaccia un ragazzo di 18 anni sotto una trave in un’azienda che avrebbe dovuto corroborare la sua istruzione e la sua educazione alla protezione e che invece l’ha restituito ai genitori in un bara. Che l’alternanza scuola-lavoro non possa e non debba essere l’occasione per un tirocinio sul campo di morti sul lavoro dovrebbe apparire chiaro perfino al più cinico e padronale dei commentatori, ma anche lo sdegno e il dolore sono stati visti come un pericolo incalzante.

Un giovane in tirocinio (foto Getty Images).

Quelle vittime sul lavoro che sporcano la venerazione del profitto

«Qualcuno sarà morto agli scout o alla gita dell’Arci, no? Che vogliamo dire di quelli?», ha twittato uno dei cantori della Dea economia di cui non vale nemmeno la pena fare il nome (ché gli farebbe branding, alla fine). Anche la morte di un ragazzo, se rischia di sporcare la venerazione del profitto, è un accidente collaterale che dobbiamo accettare. A questi cantori del libero mercato (dove “libero” sta per scevro da ogni responsabilità morale e etica) non sfiora l’idea che gli scout o gli Arci non accumulino profitto sulla morte delle persone perché loro sono fatti così: inseguono il profitto ma se ne vergognano e lo nascondono nei loro ragionamenti. È la stessa arguzia immorale che per mesi ha trasformato i percettori del reddito di cittadinanza come sconfitti che non meritano un premio di consolazione, gli stessi che disprezzano i dipendenti pubblici dalla loro scrivania ricevuta in eredità dal paparino, sono gli stessi che venerano Mario Draghi come rassicurante tappo di eventuali rivendicazioni sindacali, sono gli stessi che hanno avuto la brillante idea di nascondere il numero dei morti per non dover parlare dei morti.

Foto Getty images.

La superficialità immorale sulla morte di Lorenzo Parelli

La nuova arguzia immorale riesce a essere peggio dell’arguzia egoista che fu nei tempi del berlusconismo. Quello che Silvio bisbigliava sotto forma di battuta questi lo sventolano come geniale intuizione. Siamo passati dal nascondimento dell’egoismo alla sua esibizione come qualità. Non c’è differenza tra gli arguti immorali e i sovranisti, dietro c’è la stessa egomania che sogna un mondo che risponda solo alle proprie esigenze disfandosi dei bisogni degli altri, perfino disfandosi degli altri se sono un disturbo. Così ci si stupisce per l’immorale superficialità con cui oggi si tratta Lorenzo Parelli, morto nel pomeriggio del 21 gennaio a causa di un incidente sul lavoro nello stabilimento della Burimec mentre era solo uno studente, ma non ci si era stupiti di quando il 19 novembre scorso il ministro Patrizio Bianchi (con la stessa indecente leggerezza) disse che «la triade impresa scuola azienda va potenziata […] Le imprese hanno bisogno oggi di persone che siano specializzate ma anche molto flessibili […] Bisogna accompagnare fin dalla scuola media gli studenti nelle imprese». In fondo per gli arguti immorali l’alternanza scuola-lavoro deve servire proprio a questo: essere resilienti a un mondo del lavoro di cui bisogna rassegnarsi di essere vittime. E ringraziare, pure. Non hanno il coraggio di dirlo apertamente per quel briciolo di senso pudore che gli è rimasto eppure si evince da ogni loro singola parola. Vivi, ammalati, guarisci in fretta, produci, consuma, crepa.

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