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Il tradimento di Ippocrate

La narrazione è pronta, passata la pandemia siamo pronti a superare la memoria e a scrollarci di dosso i fastidiosi fronzoli di una compassione indossata per maniera. Il ritorno alla normalità si scorge nella leggerezza con cui le priorità che fino a ieri urlavano oggi sono sbolognate come fastidiosa burocrazia della Storia. In Senato, durante la conversione in legge del decreto 221 del 24 dicembre 2021 sulla proroga dello stato di emergenza è stato bocciato l’emendamento (2.1500/32) con cui veniva proposta la creazione di un fondo da destinare alle famiglie dei medici deceduti a causa del Covid, già bocciato in Commissione Bilancio ai sensi dell’articolo 81 della Costituzione.

Un cartellone durante la prima fase della pandemia in Italia (foto Getty Images)

La bocciatura del fondo per le famiglie dei medici deceduti passata in sordina

La notizia è passata sottovoce nelle pagine di cronache parlamentari senza bucare la coltre che si deve attraversare per toccare l’opinione pubblica. Niente fondi, dicono, e non bisogna essere esperti di governo e di parlamento per sentire lo stridio di un Paese che si dice pronto a ripartire con i ricchissimi fondi dall’Europa e che non trova i soldi per 369 famiglie in tutto, da quella del primo deceduto tra i camici bianchi, Roberto Stella, presidente dell’Ordine dei medici di Varese che da morto l’11 marzo del 2020 era stato sventolato come monumento del sacrificio dei medici e degli infermieri “eroi” che avrebbero salvato il Paese dalla funesta pandemia, a quella dell’ultima vittima dello scorso 10 febbraio, quel Lino Baduano che ha dovuto scontare la pestifera abitudine ai morti che in due anni ci è entrata nelle vene.

Personale medico in un reparto Covid (foto Getty Images)

Si ragiona solo sulla ripartenza delle imprese

Oltre metà dei medici, tra l’altro, non erano dipendenti del sistema sanitario nazionale e le loro famiglie non sono quindi indennizzabili da parte dell’Inail in virtù di un regime assicurativo diverso. Mentre ci si inerpica in pomposi ragionamenti sulla ripartenza delle imprese (lo chiamano “lavoro” ma è la solita tecnica a cascata che in fondo lascia al massimo le briciole) non c’è spazio per famiglie che in molti casi sono, insieme alla perdita umana, rimaste prive dell’unica fonte di sostentamento economico. Sono medici, liberi professionisti, specialisti ambulatoriali, infermieri che hanno combattuto a mani nude contro il virus quando di mascherine e di guanti non si parlava nemmeno: se c’è un modo per disegnare il sacrificio vengono in mente pochi altri episodi calzanti come la pandemia che si è abbattuta su un sistema sanitario già claudicante per i tagli subiti nel corso degli anni.

Il murales di Franco Rivolli in un cartellone affisso sulle mura dell’ospedale Papa Giovanni XXIII a Bergamo (foto Getty Images)

Il Paese dei bonus per i rubinetti non ha soldi per i medici

Ma il nervo scoperto che tocca la notizia è la conduzione della gratitudine, della memoria e del dolore. Un vizio tutto umano di abituarsi a tutto che normalizza tentando di rimuovere. Eravamo pieni di striscioni che inneggiavano i medici “angeli”, abbiamo riempito i social di inni al loro eroismo, ci siamo sorbiti politici che solidarizzavano con un comparto che avrebbero dovuto governare e curare, abbiamo letto storie umane che ci siamo promessi di non dimenticare e di non far dimenticare e nel Paese del bonus per i rubinetti e dei miliardi inghiottiti da costruttori troppo furbi non si sono trovati pochi spicci per dare un senso alla memoria. La pandemia è finita, ora si può scrivere a caratteri cubitali, se ci si può permettere di trascurare ciò che era imprescindibile fino a poco fa. Siamo tornati alla normalità, senza più sentire quel fastidioso obbligo di uscirne migliori. Evviva.

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