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I Talebani non mantengono le promesse: le donne non vanno a scuola

L’avevano ripetuto in molti che fidarsi dei Talebani mentre promettevano un Afghanistan “moderno” nei diritti sarebbe stato un errore enorme. Noi abbiamo fatto perfino di peggio, ce ne siamo proprio dimenticati.

E infatti ieri i talebani hanno bruscamente revocato la loro decisione di consentire la riapertura delle scuole superiori femminili questa settimana, dicendo che rimarranno chiuse fino a quando i funzionari non elaboreranno un piano per la loro riapertura in conformità con la legge islamica. Del resto governare un Paese riferendosi alla presunta parola di un presunto dio comporta sempre questo rischio: ogni interpretazione è legittima.

Così un milione e mezzo di ragazze sopra agli 11 anni vedono soffocato il proprio desiderio di istruirsi, con buona pace anche dell’Occidente che aveva promesso di “non lasciarle mai sole”. In tutta la capitale, Kabul, mercoledì mattina molte ragazze erano arrivate alle scuole superiori entusiaste di tornare nei campus e alcune scuole hanno aperto, almeno per qualche ora. Ma quando si è diffusa la notizia che i talebani avevano invertito la loro decisione, molte se ne sono andati in lacrime.

In questi mesi la comunità internazionale ha fatto dell’educazione delle ragazze una condizione centrale degli aiuti esteri e di ogni futuro riconoscimento dei talebani. Sotto il primo governo talebano, dal 1996 al 2001, il gruppo ha vietato alle donne e alle ragazze la scuola e la maggior parte dei lavori. Vietare di frequentare le scuole secondarie alle ragazze è una scelta che contraddice la linea politica governativa afghana sostenuta in questi mesi, che sembrava mirare agli aiuti e al riconoscimento politico da parte della comunità internazionale: il diritto paritetico all’educazione, per tutti, è infatti uno dei punti dirimenti della trattativa con il regime afgano.

Chissà se torna di moda, l’Afghanistan.

Buon giovedì.

 

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