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Perché l’invio di armi italiane in Ucraina non può essere un affare segreto

Ci deve essere stata una trattativa da qualche parte in cui i partiti in Parlamento hanno deciso di affidare a Mario Draghi, insieme alle chiavi della presidenza del Consiglio, anche i comandi del pilota automatico per non essere troppo infastidito da Camera e Senato. Non c’è altra spiegazione per leggere i fatti di queste ultime settimane con decisioni fondamentali per il posizionamento geopolitico del nostro Paese che sono passate direttamente dalle indiscrezioni giornalistiche ai decreti, senza nemmeno prendersi la briga di fingere di rispettare la natura stessa della democrazia.

Perché è un errore il segreto sull'invio di armi italiane in Ucraina
Armi italiane in mano russa (da Twitter).

Così Draghi ha bloccato il dibattito parlamentare sull’invio di armi all’Ucraina

La Camera ha approvato l’invio delle armi all’Ucraina il 18 marzo, basandosi su un decreto ovviamente urgente del 28 febbraio. Le armi quindi, lo sappiamo e abbiamo visto tutti con i nostri occhi i pacchi con il loro contrassegno, sono state spedite una settimana prima del dibattito. Qualcuno farà notare, con qualche ragione, che la guerra richiede una velocità di risposta che ogni tanto non collima con i tempi dei meccanismi della nostra democrazia. Solo che il dibattito che ci si aspetterebbe viene immediatamente bloccato dal Presidente del Consiglio che secreta il tutto e annuncia serafico che per i prossimi invii non ci sarà più bisogno del sì del Parlamento. Se qualcuno prova a far notare che una democrazia sana, quella stessa che giustamente si contrappone a Putin e a tutti i suoi sgherri amici sparsi in giro per il mondo e in Europa, dovrebbe prendersi la briga di discutere di un invio delle armi per consentire una valutazione a tutto tondo viene subito tacciato come collaborazionista filorusso. Eppure qui non si tratta solo della lista della spesa, che comunque sarebbe interessante sapere perché se è così segreta compare poi spifferata su alcuni quotidiani più vicini al governo, ma si tratta di coinvolgere il Paese (attraverso i partiti, quello è il loro compito) in una decisione che inevitabilmente ha a che fare con le risorse pubbliche e che coinvolge tutti i cittadini. La trasparenza che si chiede su una decisione del genere è sugli effetti previsti o desiderati, sui limiti che ci si impone, sulla strategia che l’Italia ha intenzione di adottare. Sento già le critiche di chi dice che la guerra è imprevedibile e non si può immaginare come andrà: benissimo, qualche esponente del governo che lo dica di fronte ai parlamentari sarebbe già un passo in avanti.

Il segreto sull'invio di armi in Ucraina è un errore
Mario Draghi parla alla stampa estera (Getty Images).

Il governo non è un consiglio di amministrazione e il premier non è un ad

Perché l’opinione pubblica italiana non può sapere quante e quali armi spediamo? Ragioni di sicurezza, risponde qualcuno, e a dimostrare quanto la giustificazione sia strumentale ci sono decine di articoli retroscenisti e addirittura la Russia che ci fa sapere di conoscere già tutto. Tra l’altro non si capisce perché in Usa sarebbero così sprovveduti da passare dal Congresso per illustrare tutte le informazioni. «Sa tutto il Copasir», ci dicono. La trasparenza per via indiretta non esiste, è una lapalissiana questione giuridica. Anche questa spiegazione non vale. Anche perché vedere i soldati russi che usano i mortai pesanti italiani dopo averli scippati agli ucraini riapre la delicata questione (di cui si discute apertamente in Usa e molti altri Paesi europei) delle misure adottate per evitare che le armi cadano nelle mani sbagliate. Da settimane sentiamo esperti (molto poco ascoltati) che esprimono le loro preoccupazioni su questa enorme disponibilità di armi che potrebbero tornare utili alla criminalità organizzata e a guerriglieri con cui potremmo avere a che fare tra qualche anno. Non è come potrebbe sembrare una questione di lana caprina. È rispetto per il ruolo che si ricopre. Perché nonostante la cosa non piaccia a qualcuno il governo non è un consiglio di amministrazione e il presidente del Consiglio non è l’amministratore delegato. Questa è altra roba.

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