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No, ora non arriverà il diluvio

La peggiore legislatura di sempre ci regala un’altra giornata di schianti e di schiantati, preparando il terreno – per fortuna – per rinnovare un Parlamento che in cinque anni raramente si è dimostrato all’altezza del proprio compito, fuori e dentro dall’Aula.

Ma non arriverà il diluvio, no. Questo Paese, nonostante molti ce l’abbiano messa tutta per convincerci, non si salva per una persona sola e non dipende in tutto e per tutto dal “salvatore della patria” eletto davanti al caminetto di questa o quella corporazione. Rendere Draghi il testimonial dell’autorevolezza italiana è stato il primo errore dei presunti “amici” di Draghi che hanno contribuito non poco al suo declino. Il trucco di fare passare per “tecnico” un uomo in un apicale ruolo politico ha contribuito ancora di più allo scollamento tra il presidente del Consiglio e il Parlamento. Questa distanza è un difetto, non una virtù. I vari Calenda e Renzi, solo per citarne alcuni, che nei giorni scorsi invitavano Draghi a presentarsi in Senato per prendere a sberle il Parlamento devono capirne poco di come funziona la politica: «o così o ciccia!», sbraitava Calenda. Quelli hanno scelto Ciccia. Del resto un presidente del Consiglio rimane in carica perché ha la fiducia del Parlamento, perché siamo una repubblica parlamentare e perché i partiti reggono il gioco.

Ma il disastro di ieri ha molti padri e molte madri. Da oggi partirà il gioco di scaricare il barile sul partito avversario, additandosi come l’un l’altro per provare a uscire più puliti. C’è la responsabilità di chi ha creduto che questo centrodestra fosse un centrodestra potabile solo perché gli serve per fare pressione sul centrosinistra. Non c’era bisogno del voto di ieri per conoscere la natura della Lega e di Forza Italia. Se stanno insieme ci sarà un perché, recitava quella famosa canzone, e abboccare agli Zaia o ai Giorgetti per ammantare di serietà la Lega è una stolta strategia che è arrivata al capolinea. A proposito, complimenti anche a quelli che hanno riabilitato Silvio Berlusconi.

Come fa notare Nicola Carella su twitter «stando ai sondaggi elettorali, comunque, a ottobre, esattamente 100 anni dopo la marcia su Roma gli eredi politici del partito fascista potrebbero essere il primo partito italiano (peraltro con una percentuale più alta di quella che prese l’anno prima lo stesso Mussolini)…». Si badi bene: qualche mese in più di governo Draghi non avrebbe cambiato le cose. Mentre la politica appariva “sospesa” con questo governo e mentre il centrosinistra si preoccupava di “dover proteggere Draghi” (cit. Enrico Letta) le istanze del Paese sono diventate terribilmente più urgenti. Sentire che “con la caduta di Draghi sfuma l’agenda sociale” significa non avere nessuna contezza della realtà qui fuori. Non è un caso che le prime reazioni siano scomposte e sfortunate: Letta dice che il Parlamento “ha votato contro gli italiani” (frase molto pericolosa), Calenda se la prende con i populisti e poi da consumato populista dice che vanno “cancellati”, e via così, in una catena di insulti che solleticano solo gli amichetti su Twitter.

No, non arriverà il diluvio. Com’è sempre accaduto in questa martoriata Repubblica si voterà ancora – le elezioni non sono mai una cattiva notizia – e ancora una volta, l’ennesima, i numeri delle elezioni mostreranno chiaramente che l’apnea di questa legislatura ci ha fatto scambiare per statisti degli inetti, ha nascosto bisogni reali del Paese e ha escluso una fetta di gente che, ahiloro, vota come tutti gli altri.

Adesso aspettiamoci il solito peggio: il voto utile, l’arrivo delle destre (con cui questi hanno governato e che hanno leccato), l’autorevolezza (con cui non si pagano le bollette) e tutta la solita retorica. Preparandosi ancora a dover scegliere tra una destra che ha intrattenuto relazioni con formazioni neofasciste e una destra liberista che vorrebbe fingere di essere centrosinistra.

Buon giovedì.

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