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I suicidi in carcere mostrano l’inadeguatezza dello Stato

È l’anno del record, solo che in questo caso il record è un’onta. Non ci sono mai stati così tanti suicidi in carcere nei primi due terzi dell’anno. Lo denuncia nel suo rapporto Antigone (nel dossier Ristretti Orizzonti), nel bel mezzo di una campagna elettorale in cui il carcere – era facilmente prevedibile – si riduce al luogo di espiazione promesso per i criminali veri e presunti.

Nei primi otto mesi di quest’anno 59 persone si sono tolte la vita in carcere

Nei primi otto mesi del 2022, 59 persone si sono tolte la vita in carcere. Più di una ogni quattro giorni. Sin dall’inizio dell’anno il fenomeno ha mostrato segni di preoccupante accelerazione, fino a raggiungere l’impressionante cifra di 15 suicidi nel solo mese di agosto, uno ogni due giorni. A due terzi dell’anno in corso, è già stato superato il totale dei casi del 2021: 57 decessi. Non ci sono mai stati nei primi due terzi dell’anno così tanti suicidi: il numero più alto finora era quello del 2010, con 45 casi, 14 in meno rispetto a oggi.

Dietro le sbarre il tasso dei suicidi è 16 volte più alto 

Il tasso dei suicidi (ovvero la relazione tra il numero di decessi e le persone detenute mediamente presenti nel corso dell’anno) passa dal 11 ogni 10 mila persone registrato nel 2020 e dal 10,6 ogni 10 mila persone detenute nel 2021 a un numero destinato a crescere per il 2022. Vale la pena ricordare che fuori dal carcere con 0,67 casi di suicidi ogni 10 mila abitanti, l’Italia è in generale considerato un Paese con un tasso di suicidi basso, uno tra i più bassi a livello europeo. «Mettendo quindi in relazione l’ultimo dato disponibile della popolazione detenuta con quello della popolazione libera vediamo l’enorme differenza tra i due fenomeni: in carcere ci si leva la vita ben 16 volte in più rispetto alla società esterna», scrive Antigone.

I suicidi in carcere mostrano l'inadeguatezza dello Stato
Nei primi otto mesi del 2022 ben 59 persone si sono tolte la vita nelle carceri italiane (Getty Images).

Donne e stranieri le categorie più vulnerabili

Delle 59 persone che si sono tolte la vita in carcere quattro erano donne, un numero particolarmente alto se consideriamo che la percentuale della popolazione femminile detenuta rappresenta solo il 4,2 per cento del totale. Nel 2021 e nel 2020 soltanto una donna si era levata la vita in carcere. Nel 2019 non si era verificato invece nessun caso di suIcidio femminile. L’età media delle persone che si sono tolte la vita è di 37 anni. La fascia più rappresentata è infatti quella tra i 30 e i 39 anni, con 21 casi di suicidi. Segue quella dei più giovani, con 16 casi di suicidi commessi da ragazzi con età comprese tra i 20 e i 29 anni. Vi sono poi 14 decessi di persone tra i 40 e i 49 anni e otto decessi di persone dai 50 anni in su. I più giovani in assoluto erano due ragazzi di 21 anni, detenuti nelle Case Circondariali di Milano San Vittore e Ascoli Piceno. Il più anziano era un uomo di 70 anni detenuto nella Casa Circondariale Genova Marassi. Le persone di origine straniera erano 28, ossia il 47,5 per cento dei casi. Tenendo conto che la percentuale di stranieri in carcere è a oggi leggermente inferiore a un terzo della popolazione detenuta totale (17.675 su 55.637), ciò implica che il tasso di suicidi è significativamente maggiore tra i detenuti di origine straniera rispetto agli italiani: il primo è quasi il doppio del secondo.

Malati psichiatrici lasciati a loro stessi

Sembrerebbe, dai pochi dati a disposizione, che almeno 18 delle 59 persone decedute soffrissero di patologie psichiatriche. Alcune diagnosticate, altre presunte e in fase di accertamento. Gente che non dovrebbe stare in un carcere, secondo la Costituzione, ma dovrebbe essere in luogo in cui siano assicurate le cure. Scrive Antigone: «Nella maggior parte delle visite svolte da Antigone nelle carceri italiane, il personale denuncia con forza la significativa presenza di persone detenute affette da patologie psichiatriche e l’inadeguatezza delle risorse a disposizione per prenderle in carico. I dati raccolti dal nostro Osservatorio in questi primi otto mesi dell’anno, riportano 10,5 diagnosi psichiatriche gravi ogni 100 detenuti; 20,5 detenuti su 100 assuntori di stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi; mentre quasi 40 detenuti su 100 assuntori di sedativi o ipnotici». Come scriveva Antigone nel presentare il suo rapporto del 2016 «là dove l’autorità statale nell’esercitare il proprio monopolio nell’uso della forza non è in grado di impedire che tale utilizzo della violenza legittima si concili con l’esigenza di salvaguardare il corpo, la salute del reo, ecco che tale utilizzo della forza subisce una profonda delegittimazione. Uno Stato che nel punire non impedisce la morte del condannato perde infatti parte delle funzioni che ne giustificano la potestà punitiva». Ora chiudete gli occhi, pensate a questa terribile campagna elettorale e immaginate come si possa inserire nel dibattito un tema del genere.

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