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Altro che Autonomia, i Lep del Jobs Act sono un flop

Mentre l’Italia si prepara all’entrata in vigore della legge sull’autonomia differenziata un fantasma si aggira per i corridoi del potere: il fallimento dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (Lep) nel settore del lavoro. Un presagio inquietante per il futuro di questa riforma sbandierata ma controversa che proprio sui Lep rischia di incagliarsi.

La professoressa Lucia Valente, ordinaria di Diritto del lavoro alla Sapienza, in uno studio pubblicato su La Voce.info, ci offre uno spaccato impietoso di come i Lep, pensati come garanzia di equità e uniformità dei servizi su tutto il territorio nazionale, si siano trasformati in un monumento all’inefficienza e all’opacità.

Dal Jobs Act al Pnrr: la genesi incompiuta dei Lep

Il Jobs Act del 2014, con tutta la sua retorica sulla modernizzazione del mercato del lavoro, aveva già previsto l’introduzione dei Lep per i servizi all’impiego. L’idea era semplice: garantire standard minimi di servizio in tutti i centri per l’impiego d’Italia, da Bolzano a Lampedusa. Non un’utopia, ma una necessità in un paese dove le disparità territoriali nel mercato del lavoro sono abissali.

Ma come in ogni buona commedia all’italiana, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. I Lep per il lavoro sono stati definiti nel 2018, finanziati nel 2019 e ulteriormente rimpinguati con i fondi del Pnrr nel 2021. Eppure, a distanza di anni, nessuno sa dire con certezza se, come e quanto questi standard vengano effettivamente rispettati.

L’Anpal, l’agenzia che doveva vigilare sull’attuazione dei Lep, è stata soppressa. Il monitoraggio trimestrale del programma Gol (Garanzia Occupabilità Lavoratori) è sparito nel nulla da gennaio 2024. L’Inapp, l’istituto che dovrebbe valutare le politiche pubbliche, brancola nel buio. Il ministero del Lavoro offre dati aggregati talmente nebulosi da far sembrare un’equazione di fisica quantistica più comprensibile.

Questo scenario kafkiano solleva seri dubbi sulla capacità di implementare efficacemente l’autonomia differenziata. L’incapacità di garantire standard minimi nei servizi per l’impiego non fa ben sperare per settori ancora più complessi come l’istruzione, la sanità e l’ambiente.

Monitoraggio assente e regioni impreparate: il rischio concreto

Valente ci ricorda che il problema non è tanto l’autonomia in sé, quanto la gestione e il monitoraggio dei Lep. Le regioni, già oggi, dimostrano di non essere all’altezza del compito loro assegnato dalla legge. E senza dati chiari e trasparenti, il governo non può nemmeno esercitare il suo potere sostitutivo previsto dalla Costituzione.

Il programma Gol, finanziato dal Pnrr, prevedeva che entro il 2025 almeno l’80% dei centri per l’impiego in ogni regione rispettasse gli standard definiti come Lep. A 16 mesi dalla scadenza, si brancola ancora nel buio più totale. Il fallimento silenzioso dei Lep nel settore del lavoro è un campanello d’allarme non ignorabile. È la prova tangibile che senza un sistema di monitoraggio efficace, senza trasparenza e senza una reale volontà politica di implementare questi standard, l’autonomia differenziata rischia di trasformarsi in un’autonomia disfunzionale.

Il Jobs Act, con tutti i suoi limiti, aveva almeno intuito la necessità di uniformare i servizi per l’impiego su tutto il territorio nazionale. Ma come spesso accade in Italia, tra l’intuizione e la realizzazione si è aperto un baratro di inefficienza e opacità. L’autonomia differenziata, senza un sistema di Lep funzionante e monitorato, rischia di trasformarsi in un’arma a doppio taglio, che invece di ridurre le disuguaglianze territoriali finirà per acuirle. Lo denunciano da mesi presidenti di Regione, anche dei partiti della maggioranza. I Lep del Jobs Act sono lì come indizio a suggerirci come potrebbe andare a finire.

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