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Italia “unica in regola” in Europa Anche no. E lo dice perfino l’articolo citato da Fratelli d’Italia per sostenerlo

L’8 giugno Fratelli d’Italia ha pubblicato su Instagram una grafica che riprende il titolo de Il Sole 24 Ore: l’Italia sarebbe «l’unica nazione dell’Eurozona» a rispettare i limiti di spesa del nuovo Patto di stabilità, mentre Francia e Germania sforano. Nella descrizione il partito di Giorgia Meloni attacca la sinistra che «pronosticava il baratro» e celebra una nazione «finalmente capace di farsi guardare con rispetto in Europa». Bella storia. Peccato sia gonfiata.

A sgonfiarla ci ha pensato Pagella Politica, che l’11 giugno è andata a leggere i documenti della Commissione europea, proprio quelli che il post sventola come prova. L’Eurozona conta 21 Paesi e l’Italia, in regola, è in compagnia: conformi o previsti conformi nel 2026 risultano anche Germania, Estonia, Irlanda, Grecia e Lettonia, più Cipro e Portogallo con qualche criticità. Lo scrive perfino lo stesso articolo del Sole ripreso da FdI: superano il tetto di spesa 15 dei 21 Paesi. Gli altri sei stanno sotto, e l’Italia è una dei sette.

Il dato vero, intanto, esiste: la crescita della spesa netta italiana per il 2026 è stimata all’1,4 per cento, sotto il limite dell’1,6, con un margine di 2 miliardi di euro. Anche il dato cumulato sta sotto il tetto, 0,8 per cento contro 0,9. Solo che da lì all’«unica in regola» ce ne corre, e il fact-checking firmato da Leonardo Becchi lo dice piano: un dato favorevole c’è, il primato è invenzione.

Quello che la grafica dimentica

La Germania, dipinta come fuori dai parametri, è valutata conforme dalla Commissione grazie alla flessibilità concessa per la spesa in difesa, pur con una spesa netta al 5,6 per cento contro un limite del 4,5. La Francia è a rischio sul dato annuale ma conforme su quello cumulato. E gli stessi documenti che FdI brandisce aggiungono che i conti italiani restano fragili: debito altissimo, produttività ferma, un deficit eccessivo da correggere entro il 2026, dopo che nel 2025 i tetti erano stati superati. Il rispetto dei limiti, del resto, è il compito di un Paese sotto procedura, mica una medaglia. Festeggiare l’obbligo come trionfo magari è un po’ eccessivo.

Un metodo, mica un incidente

Sarebbe un episodio, se fosse isolato. È la terza volta in quattro giorni che la macchina della comunicazione meloniana prende un numero vero, lo stacca dal contesto e lo gonfia. Il 9 giugno Pagella Politica aveva smontato l’annuncio dei 14 miliardi per l’energia: la flessibilità concessa da Bruxelles il 3 giugno esclude proprio il taglio delle accise e i sussidi agli idrocarburi già varati, cioè gli interventi che Meloni rivendicava di poter finanziare, mentre il commissario Valdis Dombrovskis definiva la riduzione «non mirata» delle accise «socialmente ed economicamente inefficiente». L’11 giugno, davanti a Camera e Senato in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno, la presidente del Consiglio ha offerto altro materiale: undici dichiarazioni verificate, parecchie ritoccate. Il calo degli sbarchi «dell’80 per cento» regge solo scegliendo la finestra che conviene, i primi cinque mesi del 2026 contro il 2023: su base annua il calo è del 58 per cento, rispetto al 2022 del 37. I costi dell’accoglienza 2014-2016 diventano «tra gli 8 e i 10 miliardi», quando l’Osservatorio CPI della Cattolica ne conta circa 4,6 per la sola accoglienza: il doppio, con un arrotondamento disinvolto.

Il metodo è sempre quello, ed è chiaro: si parte da un dato vero, lo si stira fino al primato, si dà del gufo a chi verifica, mestiere che Pagella Politica fa dal 2012, contando sul fatto che il numero vero in mezzo regga tutto il resto. La grafica dell’8 giugno andrebbe incorniciata, anzi archiviata agli atti: è il manuale della propaganda di governo in un solo post. I fatti, dice FdI, raccontano un’altra storia. Già, e a quanto pare la raccontano pure a loro. Solo che stavolta era scritta nero su bianco.

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Salvini pensa al Ponte sullo Stretto, ma intanto sulla Sicilia un’estate a ostacoli per il trasporto ferroviario

Per andare in treno da Trapani a Messina, in Sicilia, servono dalle 7 ore e mezza alle 9 ore e mezza, con due o tre cambi e appena 4 corse al giorno. Sulla carta è un viaggio dentro la stessa regione, in pratica è una traversata. E’ la Sicilia del 2026: la Palermo-Agrigento è sospesa dal 15 maggio al 30 settembre per i cantieri, un intervento da 85 milioni di euro con 250 tra operai e tecnici al lavoro, treni cancellati e bus sostitutivi proprio nei mesi in cui l’isola si riempie di turisti.

Il resto è storia vecchia, anzi vecchissima. La Trapani-Palermo via Milo è chiusa dal febbraio 2013 per una frana, e la fine dei lavori oggi viene ipotizzata per il 2028, dopo tredici anni di annunci e rinvii. La Caltagirone-Gela è ferma dall’8 maggio 2011, quando crollò un viadotto. Quindici anni di autobus. «Il problema è l’immobilismo», ha detto a Collettiva Domenico Maimone, coordinatore delle attività ferroviarie della Filt Cgil Sicilia, descrivendo una rete di oltre 1.300 chilometri ancora in larga parte a binario unico, dove per realizzare i lavori si è dovuto scegliere chi penalizzare tra pendolari e turisti. La scelta è caduta sull’estate, perché gli abbonati garantiscono i ricavi da settembre a giugno, e così il disagio è finito addosso a chi arriva in vacanza e a chi in vacanza proprio non può andarci. E i lavoratori delle tratte chiuse, racconta il sindacalista, si sono arrangiati: chi ha bruciato le ferie arretrate, chi è passato al part-time, chi ha accettato la trasferta.

Un’estate di bus sostitutivi

Solo che il problema ha smesso da tempo di essere siciliano. Per l’estate sono state annunciate 8 interruzioni programmate sulle linee principali, con circa 1.300 cantieri attivi ogni giorno: l’alta velocità Firenze-Roma si ferma dal 10 al 28 agosto, la Milano-Venezia dal 2 al 16 agosto con allungamenti fino a 90 minuti, la Milano-Bologna dal 10 al 17 agosto, e la Milano-Genova resta chiusa dal 20 luglio al 28 agosto per i lavori sul ponte sul Po. Dal 2023 le interruzioni programmate sulla rete sono cresciute del 115 per cento, e il Codacons ricorda che questa è la terza estate consecutiva passata tra deviazioni, bus e treni soppressi, chiedendo almeno una riduzione delle tariffe sulle tratte colpite. Del resto i pendolari sanno già come va a finire: sulla Palermo-Agrigento, dopo i lavori estivi del 2024, il comitato dei pendolari aveva contato in meno di cinque mesi 83 treni soppressi e oltre 14 mila minuti di ritardo.

I cantieri, certo, servono: il Pnrr ha scadenze rigide e l’infrastruttura paga decenni di manutenzione mancata. Eppure chi governa i trasporti italiani da quasi quattro anni ha scelto di raccontare un’altra storia, e di metterci pure la faccia.

Il ministro del ponte

Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture, ha un dossier solo: il ponte sullo Stretto. Un’opera lievitata dai 3,9 miliardi della prima progettazione del 2006 agli attuali 13,5 miliardi, con la Corte dei conti che nell’autunno 2025 ha negato il visto alla delibera di approvazione e un nuovo voto del Cipess atteso entro fine giugno, mentre l’entrata in esercizio è già slittata al 2034. Il governo ha addirittura spostato 2,8 miliardi dal ponte a Rfi per puntellare i conti dei cantieri ferroviari, un travaso che il ministro ha salutato con “grande soddisfazione”. Lui, da parte sua, ha smesso di dare date: «prima voglio vedere la carta e poi partono i lavori», dice. E intanto, sul Ponte, è arrivata la Procura.

Il quadro è chiaro, senza troppe analisi: la propaganda corre verso un’opera che esiste solo nei rendering, mentre chi parte da Agrigento sale su un autobus, chi abita a Niscemi aspetta un treno dal 2011 e chi va da Trapani a Messina mette in conto nove ore. Il ministro promette il 2034. I siciliani, intanto, devono attraversare l’estate del 2026.

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Tre anni killer in Cisgiordania

In Cisgiordania tre anni hanno ucciso più dei diciassette anni precedenti. Tra il 2006 e il 2022 i civili palestinesi uccisi da esercito e coloni israeliani erano stati 1.036, tra cui 225 bambini. Dal 2023 sono 1.244, con 268 bambini. Lo certifica Oxfam l’11 giugno, sui dati delle Nazioni Unite, e il conto si rovescia.

Negli stessi tre anni gli sfollati forzati sono oltre 46 mila, contro i 13 mila dei quattordici anni precedenti. Le barriere che bloccano la circolazione di tre milioni di palestinesi sono salite a 925, il 43% in più. Solo nei primi mesi del 2026 si contano oltre 540 attacchi dei coloni, 33 uccisi, più di 2.200 sfollati, 60 infrastrutture idriche distrutte, l’acqua compromessa per 32 comunità.

“Mentre gli occhi del mondo erano puntati sul genocidio commesso da Israele a Gaza”, dichiara Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia, “in Cisgiordania si verificava un’ondata di violenza senza precedenti, ora sfociata in un piano sistematico di pulizia etnica”.

E la sequenza è scritta. A luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia stabilisce che gli Stati devono astenersi dai rapporti economici che sostengono l’occupazione illegale. Il 14 maggio 2026 i leader di opposizione Bonelli, Conte, Schlein e Fratoianni depositano alla Camera una legge per vietare l’import di beni e servizi dagli insediamenti. Da un mese è ferma. Intanto l’Italia continua a comprare da Israele circa un miliardo l’anno.

A Bengasi Domenico Centrone e Dina Alberizia, fermati il 24 maggio, restano detenuti e in sciopero della fame; Amnesty il 10 giugno ne ha chiesto il rilascio. La contabilità della Cisgiordania ha già scritto quale numero cresce. La legge che dovrebbe fermarlo aspetta in un cassetto.

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Fattore R

Il sondaggio Lab21 che pubblichiamo oggi in esclusiva dice che per il 51,6% degli intervistati Matteo Renzi dentro il campo largo è una forza respingente, capace di allontanare l’elettorato di sinistra e dei 5 Stelle, contro un 24,3% che lo considera un valore aggiunto. E il 35,1% della base pentastellata, davanti ad un’alleanza, riconsidererebbe il voto tra astensione e Avs. Numeri, certo. Solo che qui il tema è politico.

Dopo il No del 23 marzo al referendum sulla giustizia la coalizione è ripartita subito dalle primarie: la spinta in questa direzione di Giuseppe Conte è stata letta da più parti come un tentativo di mettere in difficoltà il Pd, mentre i soliti noti, quelli che con il campo largo c’entrano poco e con la sinistra niente, spingevano Silvia Salis come ennesimo cavallo di Troia per logorare Elly Schlein. Adesso dentro il Pd qualcuno rassicura i malpancisti spiegando che Renzi sarebbe “ininfluente”. Ma imbarcare qualcuno perché tanto è ininfluente è un argomento che offende il buon senso prima ancora della politica. E il sondaggio lo smentisce pure: solo il 13,8% lo giudica davvero irrilevante, e il 54,1% prevede che un’alleanza strutturale produrrebbe frammentazione e veti incrociati.

Del resto Alleanza Verdi-Sinistra dovrebbe ingoiare l’ennesimo rospo, e la politica, nelle coalizioni, è molto più della somma aritmetica dei voti: è la capacità di proiettare l’idea di una comunità. Il punto vero quindi è altro. Renzi sì o Renzi no è una bazzecola rispetto al dovere di battere la peggiore destra che abbia governato questa Repubblica dal dopo guerra ad oggi.

Il punto vero è discuterne apertamente, serenamente, onestamente: la cosa migliore da offrire agli elettori è una coalizione che trova la sintesi alla luce del sole, fuori dagli uffici delle segreterie e dai dialoghi privati tra leader, una coalizione che con tutti i suoi problemi riesce a dire quali sono le cose che la tengono insieme. Perché vincere con il solo antimelonismo è un’illusione già vista: si chiamava antiberlusconismo, ha perso per decenni. Auguri a chi pensa che stavolta andrebbe diversamente.

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Kallas, Francia e Germania vogliono depotenziarla: l’obiettivo è sottrarle il controllo sulla macchina diplomatica (Seae) Ue

L’11 giugno 2026 il Financial Times ha raccontato, citando cinque alti funzionari, che Francia e Germania discutono proposte per togliere poteri a Kaja Kallas, capa della diplomazia europea, e per smontare il Servizio europeo per l’azione esterna, il Seae, la macchina diplomatica che lei dirige. Uno dei funzionari lo dice con la franchezza che a Bruxelles ci si concede solo in anonimato: “è disfunzionale”, “il problema è strutturale e quindi la struttura va ricostruita”.

Il problema, giurano, è la struttura. Comodo, perché la struttura ha il pregio di sbagliare senza avere un nome e un cognome.

Un servizio da un miliardo l’anno

Il Seae è nato nel 2010 come ministero degli Esteri dell’Unione: costa circa 1 miliardo di euro l’anno e governa una rete di oltre 140 delegazioni nel mondo. La proposta francese raccontata dal quotidiano britannico limiterebbe l’autonomia dell’Alta rappresentante e sposterebbe le decisioni verso le capitali e la Commissione europea. “Le capitali sono irritate”, confida un altro funzionario, e “c’è il rischio reale che il Seae venga fatto a pezzi”.

Solo che lo stesso giorno Reuters ha letto lo stesso documento francese e ci ha trovato tre opzioni: tutta la politica estera alla Commissione, le funzioni del servizio al Consiglio, oppure addirittura un rafforzamento di Kallas come “prima vicepresidente esecutiva”. Un foglio, due titoli opposti, e in mezzo la guerra di spin fra gli uffici di Bruxelles. Perché ogni potere sottratto al Seae finirebbe proprio lì dove preme da anni Ursula von der Leyen, la presidente che si è autoassegnata una “commissione geopolitica”, qualsiasi cosa significhi, e che ha voluto il primo commissario europeo alla Difesa. C’è perfino chi, fra i diplomatici sentiti da Reuters, allarga le braccia: il vero ostacolo è l’unanimità richiesta ai Ventisette su ogni dossier di politica estera, e quella resta identica con qualsiasi organigramma.

Il metodo dell’organigramma

Kallas è in carica dal 1° dicembre 2024, con un mandato di cinque anni. Prima ha guidato l’Estonia dal 2021 al 2024, e da lì arriva la sua fama di falco sul fronte russo. In diciotto mesi a Bruxelles ha attraversato le guerre in Ucraina e in Iran e l’America di Donald Trump, e ha collezionato l’irritazione delle capitali per le uscite in solitaria, sulla Cina e altrove, su posizioni mai concordate con i Ventisette, scrive sempre il Financial Times. Eppure in tutta la discussione manca la frase più semplice, quella che qualsiasi consiglio di amministrazione pronuncerebbe dopo una stagione così: la persona scelta è inadeguata al ruolo. A Bruxelles l’inadeguatezza diventa “problema strutturale”, così l’errore di selezione evapora e i responsabili della nomina, sempre loro, i governi che il 27 giugno 2024 si spartirono i vertici dell’Unione, escono di scena puliti. Si ridisegnano le scatole e si lasciano intatte le persone.

Kallas, dal canto suo, fa sapere tramite la portavoce di essere “pienamente concentrata sul suo mandato” e in una mail allo staff, vista da Reuters, ha ricordato che i ruoli delle istituzioni sono “chiaramente definiti” nei trattati. Tradotto: per toccarla bisogna riscrivere le regole, ed è esattamente il piano. La sostituzione, l’unica mossa che un consiglio di amministrazione qualsiasi valuterebbe, resta fuori da ogni proposta circolata finora: il mandato corre fino al 2029 e i trattati, appunto, blindano il ruolo. Smontare l’ufficio attorno alla funzionaria costa meno che ammettere di averla scelta male, e così l’Unione si prepara a rifare i muri lasciando l’inquilina al suo posto. Il Seae uscirà ricostruito, ridotto o spolpato, e il metodo che lo ha riempito resterà identico. È il metodo, del resto, a essere disfunzionale.

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Il Giano bifronte di Palazzo Chigi

Giorgia Meloni è salita alla Camera per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno e ha ritrovato il bersaglio degli esordi: i «burocrati che non devono rendere conto a nessuno», colpevoli di «interpretazioni surreali, ammantate come tecniche». Pareva di essere tornati alla campagna del 2022, quella della sovranista col turbo. Poi, da Palazzo Chigi…

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I dati Invalsi certificano la crisi delle competenze a scuola: solo il 51,7% degli studenti arriva alla maturità con conoscenze alfabetiche adeguate

«Se qualcuno pensa ancora di poter fare della scuola un luogo di indottrinamento e di propaganda sbaglia. Questo Ministero non lo consentirà». Giuseppe Valditara lo ha detto il 7 giugno, mentre l’Ufficio scolastico regionale dell’Emilia-Romagna apriva un’ispezione su un incontro per la pace a Modena con 200 bambini delle elementari.

Tre giorni prima, il 4 giugno, il Senato aveva trasformato in legge con 78 sì e 38 no il suo disegno sul consenso informato: l’educazione sessuo-affettiva entra in classe solo con l’autorizzazione preventiva dei genitori, per proteggere i bambini, parole sue, dalla «propaganda gender». Il ministro dell’Istruzione e del Merito ha dichiarato guerra all’indottrinamento e la combatte a colpi di ispettori e moduli. Intanto la scuola, quella che forma sui banchi, frana da un’altra parte.

Invalsi, l’emergenza che gli ispettori non vedono

Il 9 giugno la fondazione Openpolis, con l’impresa sociale Con i Bambini, ha pubblicato un’analisi dei dati Invalsi che andrebbe appesa alla porta del ministero. Nel 2025 il punteggio medio nelle prove di italiano in quinta superiore è sceso a 184,7, il livello più basso dal 2019, quando valeva 200. Il crollo pandemico (186,3 nel 2021) doveva essere una parentesi e invece è diventato un pavimento, e ora si scava pure sotto.

Solo il 51,7% degli studenti arriva alla maturità con competenze alfabetiche adeguate: poco più di uno su due capisce davvero quello che legge. Negli istituti professionali la quota precipita al 18%, era il 28% nel 2019; nei tecnici si passa dal 56% al 40%, nei licei classici, scientifici e linguistici dall’87% al 74%. Il tonfo più rovinoso tocca agli altri licei, artistico, musicale, scienze umane e sportivo: 22 punti persi, dal 72% al 50%.

La dispersione implicita, cioè i diplomati senza le competenze minime, è risalita all’8,7%. E in 103 capoluoghi su 112 il livello in terza media è arretrato tra il 2019 e il 2024. C’è pure il paradosso: gli abbandoni precoci sono scesi all’8,2%, sotto l’obiettivo europeo del 9% con quattro anni di anticipo sul 2030. I ragazzi restano a scuola, quindi, e la scuola li tiene dentro senza riuscire a insegnare. Trattiene i corpi e perde le teste. È un’ecatombe silenziosa, certificata, in peggioramento. Su questo, dal ministero, zero ispettori.

Il censo decide ancora i destini

C’è poi il dato che dovrebbe togliere il sonno a chi ha intitolato il dicastero al «Merito». Secondo Almadiploma (febbraio 2026), solo il 15,7% dei diplomati nei licei è figlio di lavoratori esecutivi, mentre il 33,7% viene da famiglie agiate; i figli di operai sono il 35,9% dei diplomati nei professionali, proprio lì dove le competenze adeguate si fermano al 18.

La scelta dell’indirizzo matura del resto già alle medie, dove i divari si consolidano, e risente del portafoglio di casa: per chi parte da una famiglia svantaggiata il liceo resta in molti casi un’opzione di fatto preclusa, a prescindere dalle attitudini. I ragazzi con status socio-economico alto superano quindi i 200 punti in italiano, gli svantaggiati restano 30 punti sotto. Il merito ovviamente lo decide il censo, e la scuola che per Costituzione doveva rimuovere gli ostacoli si limita a fotografarli, un anno dopo l’altro, con la precisione di un catasto.

Il 18 giugno 527.607 studenti si siederanno alla prima prova di maturità, 86.617 dai professionali, dove quattro su cinque arrivano senza gli strumenti per leggere un testo complesso. La prova d’italiano, ironia del calendario, cade proprio nell’anno in cui l’italiano tocca il punto più basso dal 2019. Servirebbero investimenti su docenti, recupero e territori, esattamente ciò che le ispezioni costano meno a evocare. Il ministro intanto insegue la propaganda nelle aule, dice. Solo che la propaganda davvero pericolosa è un’altra: una generazione che si diploma senza le parole per riconoscerla.

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Sanzioni ai coloni israeliani, l’Italia si sfila ancora. Intanto le merci dagli insediamenti illegali aggirano l’Europa

Il 9 giugno 2026 sei capitali occidentali hanno firmato lo stesso annuncio: divieto d’ingresso per 25 coloni israeliani, quattro capi di organizzazioni e ventuno responsabili di violenze in Cisgiordania. Francia, Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Norvegia, con Parigi che ha allungato la lista fino al ministro delle Finanze Bezalel Smotrich.

La ministra britannica Yvette Cooper è andata oltre, in Parlamento: «Se siete cittadini britannici o aziende britanniche, non dovete svolgere alcuna attività economica o finanziaria negli insediamenti israeliani illegali». Dietro l’annuncio ci sono i numeri dell’Ufficio Onu per gli affari umanitari: 925 posti di blocco in Cisgiordania, il dato più alto degli ultimi 20 anni, e 45 comunità palestinesi sfollate dagli attacchi dei coloni da gennaio 2023. Israele ha bollato tutto come misure “vergognose”. E l’Italia L’Italia mancava, di nuovo.

L’indignazione a parole

Il giorno prima, l’8 giugno, la Procura di Roma aveva iscritto nel registro degli indagati il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, ipotesi di tortura e sequestro di persona per l’abbordaggio della Flotilla di maggio. Lui ha risposto su X che “il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte”. Antonio Tajani, da parte sua, si è indignato davanti alle commissioni Esteri e Difesa: «Parole inaccettabili che rispediamo al mittente, non sono degne di un ministro».

E ha rivendicato di aver chiesto all’Alta rappresentante Kaja Kallas sanzioni europee contro Ben-Gvir, dice. Solo che la cronologia racconta un governo diverso: nelle scorse settimane Italia e Germania si erano opposte in sede europea proprio alle sanzioni contro Ben-Gvir e Smotrich, e l’11 maggio Bruxelles ha potuto colpire i coloni solo dopo aver tolto dalla lista i nomi dei due ministri. Roma si ferma sempre un passo prima dell’atto, e poi si offende se la chiamano ciabatta.

Il trucco delle etichette

Intanto, mentre l’Occidente sanziona col contagocce, c’è chi le sanzioni le aggira all’ingrosso. Il 10 giugno il Global Echo Litigation Center, centro legale statunitense, ha pubblicato il rapporto “Importing Occupation”: su oltre 5.900 spedizioni di datteri, agrumi e tahina arrivate in Europa tra il 2017 e il 2026, il 17,2% veniva dagli insediamenti in Cisgiordania o dal Golan occupato. Tra quelle dirette alla sola Ue la quota sale al 19,2%: un barattolo su cinque.

Su più di 2.000 fatture doganali esaminate, il 16,7% dichiarava origine israeliana per merci dei territori occupati, incassando tariffe preferenziali per 13,1 milioni di euro. I metodi sono da manuale del falsario: indirizzi fittizi dentro Israele, partite mescolate, “Made in Israel” stampato su tutto. E quando la dogana becca il trucco, ci pensa lo Stato: dal 2005 al 2024 il governo israeliano ha rimborsato agli esportatori degli insediamenti almeno 63 milioni di euro di dazi.

Il rapporto cita la tahina del marchio Achva, fabbricata negli insediamenti e venduta in barattoli “Prodotto di Israele”, in barba alla sentenza della Corte di giustizia Ue che dal 2019 impone l’etichetta d’origine. La Corte internazionale di giustizia, nel parere del luglio 2024, ha scritto che gli Stati devono evitare i rapporti economici che sostengono l’occupazione. La Commissione europea ha proposto il 17 settembre 2025 di sospendere le disposizioni commerciali dell’accordo con Israele: i governi, Italia in testa, l’hanno lasciata in un cassetto. La Spagna ha fatto da sola, con un divieto nazionale di importazioni dagli insediamenti.

Sei Paesi chiudono la porta ai coloni, uno la chiude alle loro merci, l’Italia tiene aperte entrambe. Il disappunto verbale resta la nostra unica politica estera, mentre i datteri delle colonie stanno sugli scaffali travestiti da israeliani. Il Paese delle ciabatte, almeno, cammina.

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Vannacci scopre il salario minimo, ecco perché: il generale in il pressing sul centrodestra che senza di lui perde

Il 10 giugno, nell’aula della Camera, pochi minuti prima del voto di fiducia sul decreto Lavoro, il deputato Gianangelo Bof ha pronunciato parole che a destra suonano come un’eresia: «Manca, ahimè, un importo minimo orario in questo provvedimento». Dai banchi di Futuro Nazionale, il partito fondato da Roberto Vannacci il 3 febbraio 2026 dopo l’addio alla Lega, sono partiti gli applausi.

E Bof, arrivato nel gruppo vannacciano da pochi giorni, ha rincarato con Pagella Politica, che alla vicenda ha dedicato un’analisi puntuale: «noi vorremmo fissare una soglia di retribuzione minima oraria». E ha pure offerto l’argomento: la soglia per legge sarebbe la presa d’atto di ciò che già oggi i tribunali riconoscono ai lavoratori quando l’azienda ignora i minimi dei contratti.

La soglia fissata per legge, insomma, quella dei 9 euro lordi l’ora che Pd, M5s, Avs, Azione e Italia Viva chiedono da anni e che la maggioranza ha già affossato in Parlamento.

Il governo intanto ha incassato la fiducia con 165 sì e ha messo nel decreto un’altra cosa, il cosiddetto “salario giusto”: il trattamento economico complessivo dei contratti collettivi firmati dalle organizzazioni più rappresentative, a cui vengono agganciati 934 milioni di incentivi alle assunzioni nel settore privato, blindato dall’esecutivo con la fiducia. Il principio di una paga sotto cui è vietato scendere, quello vero, è rimasto fuori dal testo. Bof lo auspica, dice.

Una passione nata l’altro ieri

La conversione merita una data, perché la passione è recentissima. A dicembre 2023, ricorda sempre Pagella Politica, gli stessi deputati oggi vannacciani, allora quasi tutti nella Lega, votarono il testo con cui il centrodestra riscrisse la proposta delle opposizioni cancellando proprio il principio del salario minimo.

Due anni e mezzo dopo lo riscoprono, e lo riscoprono da una posizione comoda: gli otto deputati di Futuro Nazionale stanno nel gruppo Misto, votano la fiducia e trattano su tutto il resto. I numeri spiegano perché possono permetterselo. Il sondaggio Swg per La7 dell’8 giugno dà il partito da solo al 5,2%: con Vannacci dentro, il centrodestra salirebbe al 47,1% contro il 45,1% del campo largo; senza, si fermerebbe al 42,6% e perderebbe.

Il sorpasso passa da lì, anzi passa solo da lì. Il salario minimo diventa così merce pregiata, un tema che imbarazza la maggioranza, scalda gli elettori delusi della Lega e costa zero a chi lo agita stando con un piede dentro il perimetro della destra e l’altro fuori da ogni responsabilità di governo.

Le crepe già aperte

Il copione, del resto, è già stato provato in aula. L’11 febbraio, sul decreto Ucraina, i vannacciani hanno votato sì alla fiducia e no al provvedimento, con tanto di ordini del giorno per fermare l’invio di armi a Kiev: un doppio binario che il regolamento della Camera consente e che il Senato vieta, perfetto per restare nel campo senza firmarne le scelte.

Poi c’è la legge elettorale, dove Vannacci, sempre lui, reclama il ritorno delle preferenze contro il «nominato dalle segreterie di partito», proprio mentre la maggioranza lavora a una riforma con premio alla soglia del 42%.

E c’è il filone fiscale: il leader di Futuro Nazionale punge chi al governo giura che mai ci sarà una patrimoniale e poi a Bruxelles vota le nuove risorse europee, «e sapete cosa sono? Sono tasse». Armi, preferenze, tasse, salari: quattro leve già pronte per alzare il prezzo, in vista dell’assemblea costituente convocata a Roma per il 13 e 14 giugno.

Il 10 giugno quegli applausi all’importo minimo orario erano rivolti meno ai lavoratori sottopagati che a Palazzo Chigi. E il messaggio è arrivato a destinazione: il listino delle trattative di Vannacci è aperto, il salario minimo è soltanto la voce più vistosa.

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Quei proiettili killer che la tregua non ferma

Sam Fahd Abu Haikal aveva sette mesi e ancora doveva muovere i primi passi. Il 5 giugno era seduto in braccio a sua madre, sul sedile posteriore dell’auto di famiglia, a Tel Rumeida, Hebron. Un proiettile dei soldati israeliani lo ha ucciso lì, in braccio. L’esercito ha spiegato di aver esploso colpi singoli contro un veicolo che sembrava accelerare e di aver aperto un’inchiesta. Il padre, docente all’Università di Betlemme, ha risposto a Vatican News: «Ci hanno detto che è stato un errore ma niente di tutto ciò si può definire errore. Ora vogliamo giustizia».

Il 10 giugno l’Unicef ha messo in fila il resto: otto bambini uccisi e 17 feriti nello scorso fine settimana in cinque diverse località della Striscia di Gaza. In una delle zone colpite, un gruppo di bambini che giocava a calcio è stato ferito da un attacco vicino. Tutto sotto un cessate il fuoco in vigore dall’ottobre 2025: già il 6 febbraio l’agenzia ONU per l’infanzia contava 37 bambini uccisi a Gaza dall’inizio del 2026. La tregua, per i bambini, ha la stessa traiettoria dei proiettili che dovrebbe fermare.

E intanto a Bengasi le autorità libiche hanno prorogato per la seconda volta la detenzione dei dieci volontari del Global Sumud Land Convoy, tra cui gli italiani Domenico Centrone e Dina Alberizia, fermati il 24 maggio mentre portavano aiuti verso Gaza. Amnesty International il 10 giugno ne ha chiesto la liberazione: per giorni la sorte di otto di loro è rimasta nascosta, un diabetico resta senza medicine regolari.

Edouard Beigbeder, direttore regionale Unicef per il Medio Oriente e il Nord Africa, ha scritto: “Non possiamo permettere che questa diventi la nuova normalità: la morte di bambini a causa della violenza dovrebbe suscitare indignazione a livello mondiale”. A Tel Rumeida l’inchiesta dell’esercito risulta aperta. Sam aveva sette mesi.

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