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Quattro anni di governo Meloni, tra promesse e fatti: ecco il bilancio del record di longevità dell’esecutivo

Rimettiamo in fila tutto. Cinque milioni e ottocentomila persone hanno rinunciato a visite ed esami in un anno, e la Fondazione Gimbe ha rimesso quel numero in fila con gli altri due giorni fa, alla vigilia della legge di bilancio: spesa sanitaria pubblica al 6,2 per cento del Pil nel 2025, ultima fra i paesi del G7, con un divario dalla media europea che Gimbe quantifica in 36,1 miliardi. Oggi al porto di Bari Fratelli d’Italia festeggia il record del governo più longevo della storia repubblicana, e la festa l’ha annunciata Marcello Gemmato, sottosegretario alla Salute e coordinatore regionale del partito. Il governo ha giurato il 22 ottobre 2022 e il 31 agosto ha scavalcato il secondo governo Berlusconi. Il record c’è. Il resto va contato.

Il lavoro che cresce e la busta paga che scende

Il dossier di ventotto pagine con cui il partito ha preparato la serata parte dal lavoro, e sul lavoro ha numeri veri: 24,37 milioni di occupati a luglio 2026, un milione in più rispetto al novembre 2022, con i contratti a tempo indeterminato saliti da 15,25 a 16,58 milioni. Poi c’è quello che di quel lavoro arriva a casa. L’Employment Outlook 2026 dell’Ocse misura i salari reali italiani 6,1 punti sotto il livello del primo trimestre 2021, il risultato peggiore fra le grandi economie dell’organizzazione, e per l’anno in corso prevede un ulteriore arretramento dello 0,9 per cento. Si lavora di più e si compra di meno. L’Istat conta 5,7 milioni di persone in povertà assoluta e 1,28 milioni di minori, il valore più alto dal 2014, mentre l’Inail ha chiuso il 2025 con 1.093 denunce di infortunio mortale, tre più dell’anno prima e cinquantadue più del 2023, e con 98.463 malattie professionali, l’11,3 per cento in più. Un mercato del lavoro che assume e impoverisce nello stesso trimestre.

Quello che era stato promesso, quello che è stato speso

Sui conti pubblici il governo rivendica il deficit sceso dall’8,1 per cento del 2022 al 3,1 del 2025, e quel dato gli appartiene. Sulla crescita la Commissione europea ferma l’Italia allo 0,5 per cento nel 2026, con il debito che risale al 139,2 per cento del Pil nel 2027. Il Pnrr, Piano nazionale di ripresa e resilienza che di quella crescita doveva essere il motore, è arrivato alla scadenza del 30 giugno con i progetti conclusi al 36,7 per cento, quota che crolla al 6,2 se misurata in valore finanziario, e con 24,2 miliardi di spesa destinati a slittare oltre il 2026 secondo la Corte dei conti. Le accise che andavano abolite sono state riallineate al rialzo sul gasolio. La flat tax fino a centomila euro è sparita dai testi, la legge Fornero è ancora dov’era, e dal 2027 l’età pensionabile sale ancora, perché l’adeguamento alla speranza di vita è rimasto in vigore.

Anche la contabilità dell’Albania ha smesso di tornare. Al 14 luglio 2026 nel centro di Gjadër risultavano trasferiti 685 cittadini stranieri e rimpatriati 101, meno di uno su sei, in un progetto che il Tavolo Asilo e Immigrazione, sulla stima del governo, quantifica in oltre 670 milioni fino al 2028. La spesa militare del 2026 tocca intanto il record di 33,9 miliardi, e Mil€x calcola in 498 miliardi l’aumento necessario per arrivare al 5 per cento del Pil nel 2035. Alla sanità ne mancano trentasei. Alle armi ne sono stati messi in conto cinquecento. Il blocco navale è rimasto dov’era, nei comizi.

Lo Stato di diritto, capitolo a parte

Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani hanno respinto la riforma costituzionale della giustizia con il 53,7 per cento di No e un’affluenza del 58,9 per cento, e nelle quarantotto ore successive hanno lasciato il governo il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove e la ministra del Turismo Daniela Santanchè, quarto e quinto membro dell’esecutivo a dimettersi in quattro anni dopo Vittorio Sgarbi, Augusta Montaruli e Gennaro Sangiuliano. Sul caso Almasri il Tribunale dei ministri di Roma aveva scritto nelle carte riprese da Adnkronos che Carlo Nordio, Matteo Piantedosi e Alfredo Mantovano avevano “scientemente e volontariamente aiutato” il generale libico a sottrarsi alla Corte penale internazionale. Il 9 ottobre 2025 la Camera ha negato l’autorizzazione a procedere. Processo finito prima che cominciasse.

Da fuori, dove il record conta meno, il conto è stato fatto lo stesso. Sulla legge sicurezza del 2025 e sul decreto del febbraio 2026 sono intervenuti l’Odihr dell’Osce, la commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa e sei relatori speciali delle Nazioni Unite, e Amnesty International li ha rimessi in fila il 30 giugno. Come ricorda la Fondazione Gimbe, il 10 luglio il Consiglio dell’Unione europea ha raccomandato all’Italia di garantire un accesso più tempestivo a cure economicamente sostenibili e di colmare la carenza di personale sanitario. Reporter senza frontiere ha fatto scivolare l’Italia dal 49° al 56° posto su centottanta nell’indice del 30 aprile. Il 2 maggio Meloni aveva scritto che il primato di longevità “non lo vivo come un traguardo da festeggiare, ma come una responsabilità ancora più forte verso gli italiani”. Quattro mesi dopo la festa si fa al porto, e a organizzarla è proprio il sottosegretario alla Salute che si sta sgretolando.

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Emigrazione forzata da Gaza, Katz congela il Piano

«Lo ha congelato»: Israel Katz, ministro della Difesa israeliano, ha scelto questo verbo il 2 settembre, a una conferenza di Ynet e Yedioth Ahronoth, per dire che fine ha fatto il piano di emigrazione di massa dei palestinesi da Gaza. Congelare è un modo di conservare.

La Direzione per le migrazioni del ministero della Difesa esiste dal febbraio 2025, istituita dopo la proposta di Donald Trump di trasferire altrove gli abitanti della Striscia, e secondo il suo ministro è pronta a far uscire i palestinesi «via mare, via aria» e con ogni mezzo utile, salvo che l’Egitto rifiuta il transito dal proprio territorio e i Paesi disposti ad accoglierli aspettano l’appoggio di Washington. Katz sostiene che «l’80 per cento vuole emigrare», sulla base di sondaggi mai pubblicati. E mette in conto il momento in cui quell’ufficio tornerà operativo. Quando sarà chiaro che Hamas viene meno agli impegni, dice, arriverà il via libera per procedere militarmente e territorialmente.

Nelle stesse ore Benjamin Netanyahu, in visita a un avamposto dell’Idf a ridosso della Linea Gialla, ripeteva che l’esercito israeliano controlla il 60 per cento della Striscia e che da lì nessuno si ritira finché Hamas resta armato. Il cessate il fuoco di ottobre 2025 ne assegnava il 53. Lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale elenca fra i crimini la deportazione o il trasferimento forzato di una popolazione civile. Il ministro parla in campagna elettorale, e si vota il 27 ottobre.

L’accordo che Katz dice congelato porta la firma del suo governo, e al punto 12 è scritto: “Nessuno sarà costretto a lasciare Gaza… Incoraggeremo le persone a restare e offriremo loro l’opportunità di costruire una Gaza migliore”. Undici mesi dopo l’ufficio incaricato di svuotarla ha ancora le luci accese.

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Caro scuola, stangata da 1.478 euro per un figlio in prima superiore. E intanto il bonus libri è ancora fermo

Tenetevi forte, 1.478,75 euro: tanto costa quest’anno mandare un figlio in prima superiore, secondo l’Osservatorio nazionale Federconsumatori, ed è la somma di 805,15 euro per libri di testo e quattro dizionari e di 673,60 euro di corredo e ricambi. Il corredo cresce del 2,3 per cento sul 2025, i testi delle superiori calano dello 0,5, il totale sale lo stesso, e se serve il computer che la scuola dà per scontato si aggiungono 421 euro di dispositivi.

Poi c’è la serie storica dello stesso osservatorio, che è molto più chiara di una fotografia. Nel 2023 la stessa prima superiore costava 1.302,60 euro, nel 2024 era salita a 1.362,30, nel 2025 a 1.467,10: fanno 176 euro in tre anni su una spesa che nessuna famiglia può rinviare, perché i testi li adotta il collegio dei docenti e la lista arriva già chiusa. Il solo corredo è passato dai 606,80 euro del 2023 ai 673,60 di oggi, undici per cento, mentre il ministero aggiorna i tetti all’1,5 di inflazione programmata. Chi compra lo zaino quel numero non lo vede.

Scuola, il fondo che c’è e non arriva

La legge di bilancio 2026, la 199 del 2025, al comma 518 ha istituito un fondo da 20 milioni l’anno presso il Ministero dell’interno, da ripartire fra i comuni per i libri delle superiori alle famiglie con Isee fino a 30.000 euro. Serve un decreto di Interno, Istruzione ed Economia che ne fissi criteri e riparto, e a otto mesi dall’entrata in vigore quel decreto non è firmato, mentre le lezioni ricominciano e le famiglie i libri li hanno già comprati.

Il comma successivo, il 519, stanzia altri 20 milioni con la stessa soglia Isee per chi iscrive i figli alla scuola paritaria, fino a 1.500 euro a studente. Quel comma il decreto ce l’ha, il 140 del 14 luglio, l’avviso è uscito il 31 luglio e le domande si chiudono il 21 settembre. Stessa manovra, stessa cifra, due commi consecutivi: uno operativo prima di agosto, l’altro fermo. La priorità sta tutta nell’ordine con cui si firmano le carte.

C’è pure la detrazione, valutata e mai arrivata. Nel settembre 2025 il Forum delle associazioni familiari registrava la disponibilità del governo a esaminare le detrazioni scolastiche, poi il Consiglio dei ministri ha varato la manovra senza, dall’Associazione italiana editori è arrivato un «siamo fortemente delusi». Si detraggono mensa, trasporti e gite, mentre la spesa che lo Stato rende obbligatoria resta intera a chi la sostiene.

I tetti pensati per essere superati

Il decreto ministeriale 51 del 26 marzo 2026 fissa i tetti della dotazione libraria, 303 euro per la prima media, ridotti del 10 per cento sul misto e del 30 sul digitale, e ammette incrementi fino al 20 per cento purché il collegio dei docenti deliberi e motivi. Un tetto che prevede una deroga di un quinto è un tetto che il ministero ha già messo in conto di veder superare.

L’Antitrust ha chiuso il 12 gennaio 2026 l’indagine conoscitiva IC57: il nuovo vale circa 800 milioni l’anno, l’usato 150, lo sconto in libreria è fermo per legge al 15 per cento, e oltre il 95 per cento delle classi adotta il misto mentre risulta attivo appena il 16 per cento delle licenze digitali. Le famiglie pagano un digitale che resta lì. L’Autorità ha spedito al ministero una segnalazione formale, ed era gennaio.

Resta il fai da te delle regioni. Il buono del Veneto, previsto dall’articolo 27 della legge 448 del 1998, si ferma da anni a 200 euro per la fascia Isee più bassa. Duecento euro su millequattrocentosettantotto. L’Istat per il 2024 ha misurato una spesa in istruzione pari al 4 per cento del Pil contro il 4,8 della media europea. Il fondo statale sui libri esiste da otto mesi dentro una riga di bilancio e in nessun comune d’Italia. Alle paritarie, invece, il modulo è già online.

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4.217 fuori casa, 157 rientrati: Pozzuoli un mese dopo

Le emergenze italiane durano giusto il sospiro dell’attenzione che le circonda. Poi quando la diretta smonta il collegamento il terremoto risulta finito. Ai Campi Flegrei no. Ieri al tavolo della prefettura di Napoli il Comune di Pozzuoli ha aggiornato la conta che non fa notizia: 4.217 persone fuori casa per ordinanza di sgombero, 157 rientrate in un mese dopo la scossa del 31 luglio, magnitudo 4.

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Fondo alimentare dimezzato, 200mila senza aiuti in Cisgiordania

Duecentomila persone in Cisgiordania hanno smesso questo mese di ricevere gli aiuti alimentari del Programma alimentare mondiale, che il 1 settembre ha comunicato di dimezzare la platea da 400.000 a 200.000 beneficiari per mancanza di fondi, e la ragione stavolta sta scritta in un bilancio invece che in un ordine militare. Esattamente la metà.

Nel territorio che le Nazioni Unite chiamano occupato i residenti in insicurezza alimentare sono 900.000 e il fabbisogno è più che raddoppiato dal 2023. Shaun Hughes, direttore del WFP per la Palestina, ha detto ai giornalisti a Ginevra che da quel giorno duecentomila perdono l’accesso agli aiuti salvavita, e che il reddito è calato nel 76 per cento delle famiglie della Cisgiordania. A Gaza il contante distribuito era già stato ridotto del 40 per cento a luglio per 375.000 beneficiari. Due terzi della Striscia resta a livelli di fame critici o d’emergenza. Servono 386 milioni di dollari in sei mesi per sfamare 2 milioni di persone, e senza quei soldi, avverte il WFP, entro fine anno fino al 90 per cento affronterà livelli elevati di insicurezza alimentare acuta.

Lo stesso 1 settembre, da Wicklow, la nota della Farnesina annuncia che alla ministeriale europea Antonio Tajani confermerà “l’impegno italiano per la soluzione a due Stati e l’assistenza alla popolazione di Gaza”. Food for Gaza nasce alla Farnesina l’11 marzo 2024. Nelle stesse ore, riferisce Nove Colonne, la Freedom Flotilla riparte di porto in porto verso Gaza, con arrivo previsto a ottobre. Hughes ci ha messo pure la diagnosi: mentre le crisi si moltiplicano e gli interessi di bilancio interni prendono il sopravvento, il rischio concreto è che l’attenzione del mondo si sposti dalla Palestina, e intanto alla metà rimasta fuori dagli elenchi viene detto di arrangiarsi.

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La guerra gode di ottima salute

L’Italia è ultima nel G7 per i soldi che mette nella salute dei suoi cittadini ma è velocissima e in prima fila quando c’è da firmare per le armi. Il conto lo ha rifatto ieri la Fondazione Gimbe: nel 2025 la spesa sanitaria pubblica è scesa al 6,2% del Pil contro il 7,1% della media europea, che in dollari a parità di potere d’acquisto fa 3.952 a testa, 1.013 in meno di un cittadino europeo qualunque. Moltiplicati per i quasi 59 milioni di residenti, i conti di Gimbe arrivano a una voragine da 36,1 miliardi. Nel 2024 hanno rinunciato a visite ed esami in 5,8 milioni di persone. Quasi uno su dieci.

Però se il capitolo è un altro, i soldi si trovano. A luglio, al vertice Nato di Ankara, il governo ha messo in conto 19 miliardi aggiuntivi per la difesa fra il 2027 e il 2028, prima tappa della corsa verso il 5% del Pil promesso entro il 2035. Un generale dei Marines, Smedley Butler, nel 1935 aveva già scritto che “la guerra è un racket”, e la definizione ha retto. Incapacità, visione corta, servilismo verso poteri e interessi, pure per tornaconto personale: è il ritratto della classe dirigente europea che ci sta accompagnando in queste ore dentro l’escalation con la Russia. Un passo alla volta, come se fosse ordinaria amministrazione.

Sullo sfondo c’è anche un nuovo personaggio in commedia. Il 28 agosto Crosetto ha nominato advisor per l’innovazione Mykhailo Fedorov, l’ex ministro della Difesa ucraino che a luglio Zelensky aveva silurato: Mosca ha liquidato la nomina come ridicola e da Kiev è arrivato lo stesso fastidio. Quattro giorni dopo il neo consulente della nostra Difesa era a Washington ad annunciare la sua nuova azienda di tecnologie militari con Alex Karp, capo di Palantir e primo investitore quando si tratta di capitalizzare la guerra.

Ci continuano a ripetere che accostare la spesa sanitaria e quella militare è moralmente scorretto. A me pare invece che combacino nella stessa idea di mondo: la salute è un costo che si comprime, la guerra un mercato che si serve. «Si ragiona pensando solo a Roma», ha risposto Crosetto a Mosca. E infatti a Roma, intanto, come nelle altre città d’Italia, si ragiona su quale esame rimandare a gennaio.

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Abbandono scolastico in calo, all’8,2% nel 2025. Ma le città restano indietro e tra gli stranieri la dispersione cresce

Nel primo municipio di Catania, quello che dal porto risale verso San Cristoforo, quasi quattro giovani su dieci fra i 18 e i 24 anni hanno lasciato la scuola prima del diploma: il 39,5 per cento contro il 14,1 della terza circoscrizione, che sta nella stessa città e si raggiunge in venti minuti di autobus. Il conto è dell’osservatorio di Openpolis e Con i Bambini sui dati Istat raccolti per la commissione periferie, e va letto accanto ai comunicati di questi mesi.

Perché quella fotografia dice una cosa esatta. Nel 2025 l’abbandono scolastico precoce in Italia è sceso all’8,2 per cento, sotto il traguardo europeo del 9 fissato per il 2030 e sotto la media dell’Unione ferma al 9,1, e il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha parlato di mezzo milione di ragazzi tolti alla strada, al lavoro nero e alla criminalità organizzata. La cifra regge. Ma c’è un ma.

Le città che restano sopra la soglia

Nel resto d’Europa l’abbandono è un fatto rurale: nelle campagne arriva al 9,6 per cento e nei centri a urbanizzazione intermedia supera il 10, mentre nelle città scende all’8. Qui da noi funziona esattamente all’opposto ed è nelle città, lì dove le scuole sono più vicine e più numerose, che il paese resta sopra il traguardo di Bruxelles: 9,5 per cento contro il 7,3 delle aree intermedie. I dati comune per comune sono fermi al censimento del 2021 e dicono che a Catania l’abbandono tocca il 26,5 per cento, mentre Palermo si ferma al 19,8 e Napoli al 17,6.

Fra i giovani con cittadinanza non italiana la faccenda cambia di grado, perché a Catania ha lasciato la scuola il 68,6 per cento e a Bari il 60, e perfino a Roma e a Milano, che chiudono la classifica in coda, si supera comunque un terzo. Sul piano nazionale il divario è quello fra il 26,2 per cento degli studenti stranieri e il 6,7 degli italiani. A Catania il 36,5 per cento di chi lascia ha genitori senza diploma: l’ascensore sociale, da queste parti, è fermo al piano di partenza.

Il record che si regge sull’inglese

Il conteggio degli abbandoni misura chi esce dall’aula e ignora chi ci resta senza imparare. Il Rapporto annuale 2026 dell’Istat mette in fila però anche i due numeri più critici: il 36 per cento degli studenti all’ultimo anno di superiore ha competenze inadeguate in italiano e matematica, contro il 33 dell’anno prima, e frequentare un istituto professionale moltiplica per sedici il rischio di dispersione rispetto al liceo. Il governo, da parte sua, ha autorizzato 532 nuovi percorsi quadriennali della filiera tecnologico-professionale, che arriva così a oltre 700 istituti. Rafforza proprio il canale dove il rischio corre più alto, e lo chiama merito.

Il Rapporto Invalsi 2026 ha poi fatto scendere la dispersione implicita, cioè i diplomati senza competenze di base, dall’8,7 al 6,3 per cento, un salto notevole che però è trainato quasi per intero dall’inglese, mentre italiano e matematica stanno dove stavano due anni fa. E alla primaria si arretra: in quinta elementare raggiunge la sufficienza in matematica il 63 per cento dei bambini contro il 72 del 2019.

Restano i soldi, che è la parte in cui le percentuali smettono di essere retorica. Il piano contro la dispersione vale 1,5 miliardi e sono soldi del Pnrr, con la rendicontazione finale fissata al 15 ottobre 2026 e nulla di strutturale annunciato al loro posto, mentre il comma 828 della legge di bilancio ha già tagliato 5.660 posti dell’organico dell’autonomia dal 2025/2026 e altri 2.174 collaboratori scolastici dalle superiori da quest’anno. In quel municipio di Catania la campanella suonerà lo stesso, come ogni settembre. Suonerà per chi è rimasto.

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Dalla solitudine al suicidio, la media cala ma l’allarme resta. Mentre lo Stato conta con tre anni di ritardo

Biglietti scritti dai genitori, una pistola legalmente detenuta, tre corpi in una camera da letto: è quello che i carabinieri hanno trovato il 31 agosto 2026 in un appartamento di Pietralata, a Roma, dove vivevano un uomo di 42 anni, sua moglie di 41 e la bambina di 5 con una disabilità grave. La procura lavora sull’ipotesi dell’omicidio-suicidio. Il giorno prima un ragazzo di 16 anni aveva aggredito la madre di 50 e poi aveva chiamato il 112 per dirlo.

Massimiliano Umberti (Pd), presidente del IV Municipio, ha spiegato che la famiglia era seguita dai servizi sociali, che la bambina frequentava un nido comunale e che la madre aveva lasciato il lavoro per starle dietro, e poi ha aggiunto la frase che conta: “nonostante fossero seguiti anche economicamente, non è bastato”.

Su Avvenire, Roberta d’Angelo l’ha scritto meglio di tutti: “la solitudine dell’estate è una bomba che deflagra in sordina”, perché in quelle chat le famiglie si scambiano i pensieri di morte come gli orari dei centri estivi. Secondo la ricostruzione del Messaggero, il sedicenne era stato portato al Bambino Gesù la sera del 29 agosto, dopo una chiamata al 112 rivelatasi falsa ed era tornato a casa il giorno dopo con le dimissioni firmate dalla madre, e la procura per i minorenni valuta di acquisire quella cartella clinica.

Dalla solitudine al suicidio, una bomba che deflagra in sordina

Chi ascolta di mestiere lo dice con i numeri. Dal 1° settembre 2026 il numero di Telefono Amico Italia, 02 2327 2327, risponde ventiquattro ore su ventiquattro, mentre prima si fermava a mezzanotte e chi cercava una voce alle tre del mattino trovava il vuoto, e a tenerlo aperto sono ottocento volontari e la raccolta fondi “Una luce nella notte”. Nei primi sei mesi del 2026 hanno chiesto sostegno per pensieri suicidari, propri o di un caro, oltre 4.200 persone, il 24 per cento in più dello stesso periodo del 2025, che si era chiuso a oltre 7.500 contatti, quando prima della pandemia erano circa mille l’anno. Il 53 per cento arriva da under 35. La presidente Cristina Rigon ripete da anni la stessa cosa: «servono azioni strutturate e coordinate».

Un Paese che si conta con tre anni di ritardo

Poi c’è il rovescio istituzionale, e si vede meno. Il dato ufficiale più recente sulle cause di morte l’ha pubblicato l’Istat l’11 maggio 2026 e riguarda il 2023, cioè tre anni fa, e registra un calo dei tassi di suicidio rispetto al 2022 con una precisazione che pesa più della media, perché fra gli under 50 i livelli restano quelli del picco del 2021. Il Servizio Studi della Camera nel dossier del 4 giugno 2025 lavorava ancora sui 3.934 suicidi del 2022. Chi programma la prevenzione guida quindi guardando lo specchietto retrovisore.

Una legge per rimediare esiste, sulla carta, perché la proposta C. 1791, prima firmataria Augusta Montaruli (FdI), istituisce presso il Ministero della salute un Osservatorio nazionale sugli atti di suicidio che dovrebbe elaborare ogni anno, con l’Istat, i numeri dei suicidi e dei tentativi. Presentata il 20 marzo 2024 e assegnata alla XII Commissione Affari sociali il 10 settembre 2024, è arrivata all’adozione del testo base il 3 dicembre 2025 dove è ancora ferma. Il Piano di azioni nazionale per la salute mentale 2025-2030, primo dopo dodici anni, ha portato in manovra 80 milioniper il 2026 e 30 milioni l’anno dal 2029, mentre il Piano nazionale della prevenzione 2026-2031 infila la prevenzione del suicidio nel capitolo sulle malattie croniche.

Il cardinale Baldassare Reina, vicario del Papa per Roma, ha chiesto quanta sofferenza attraversi in silenzio le case della città, e la domanda vale per chi le amministra. Il 10 settembre, per la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, le istituzioni illumineranno di blu la Mole Antonelliana e il Palazzo della Loggia, e va bene, perché serve anche quello. Il turno di notte però lo copre il volontariato, e lo paga chi dona.

Se stai attraversando un momento difficile o convivi con pensieri di suicidio, parlarne aiuta. Telefono Amico Italia risponde 24 ore su 24 al numero 02 2327 2327 e su WhatsApp al 324 011 7252. Per bambini e adolescenti, la linea 19696 di Telefono Azzurro è attiva 24 ore su 24, e il 114 Emergenza Infanzia risponde alle situazioni di pericolo. In emergenza, il numero unico europeo è il 112. Chiedere aiuto è una misura di tutela.

Questo articolo segue le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità e dell’International Association for Suicide Prevention contenute in “Preventing suicide: a resource for media professionals”, aggiornamento del 12 settembre 2023: niente descrizione di metodi, niente ricostruzione delle dinamiche, niente dati identificativi delle vittime, indicazione delle risorse di aiuto disponibili.

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Anche quest’anno la scuola appoggia i piedoni sul terreno dei precari

Mi scuserete se stamattina non spendiamo inchiostro, o bit, dietro a una maggioranza occupata a cercare la scorciatoia per vincere le elezioni anche quando le perde e a tenere insieme tutte le sue isterie. Preferisco pensare al domani di chi conta ogni mattina gli euro di benzina, visto che le medie del Mimit di sabato danno 2,016 euro al litro per la verde e 2,130 per il gasolio e ieri l’Istat ha…

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Stragi mafiose del 1992, il 14 settembre a Caltanissetta un’udienza cruciale: Graviano vuole parlare, ma i giornali (con rare eccezioni) hanno già archiviato

Tredici giorni, e in Italia se ne parla come di una pratica di condominio. Il 14 settembre il gip di Caltanissetta, Santi Bologna, torna sulla richiesta di archiviazione firmata dal procuratore Salvatore De Luca nell’indagine sui mandanti esterni delle stragi del 1992, quella che vede indagato per concorso l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, e nella stessa udienza si discute la richiesta del boss di Brancaccio Giuseppe Graviano di essere sentito. Nello stesso fascicolo era indagato anche Silvio Berlusconi, archiviato dopo la morte nel giugno 2023.

Il procedimento nasce da un’intervista. Nel maggio 1992 Paolo Borsellino parla a una televisione francese dei rapporti fra Vittorio Mangano e Dell’Utri, e l’ipotesi, riaperta nel 2022 su un fascicolo già archiviato, è che quell’intervista abbia accelerato la strage di via D’Amelio, cinquantasette giorni dopo Capaci. A gennaio la procura ha chiesto di archiviare per infondatezza della notizia di reato, perché manca la prova che l’intervista fosse nota a Cosa nostra prima della strage o allo stesso Dell’Utri, e perché i termini delle indagini sono scaduti. All’udienza del 15 giugno l’avvocato Fabio Repici, che assiste Salvatore Borsellino, si è opposto da solo, indicando fra le piste mai battute proprio i rapporti fra Dell’Utri e Graviano. Il gip si è riservato. Da lì è partito tutto.

La lettera che ha spostato la data

Il 12 agosto l’avvocato Antonio Sanvito ha scritto al giudice che il suo assistito aveva saputo dai telegiornali dell’udienza di giugno e delle piste rimaste aperte, e che è pronto a ripetere quanto già messo a verbale davanti alla Corte d’assise di Reggio Calabria nel 2020, aggiungendo “aspetti che in quella sede non sono stati approfonditi”. L’avvocato mette le mani avanti: nessun “messaggio occulto, criptato o subliminale”. Graviano sconta l’ergastolo e non ha mai collaborato con la giustizia: la sua parola pesa quello che pesa.

Repici ha chiesto una nuova udienza ex articolo 409 del codice di procedura penale e un incidente probatorio per esaminare Graviano sulla strage di via D’Amelio, sui rapporti con Berlusconi e Dell’Utri e sulle intercettazioni delle sue conversazioni con Umberto Adinolfi. E sul Fatto Quotidiano, Marco Lillo racconta l’ultima mossa: Sanvito ha scritto al direttore del Foglio, Claudio Cerasa, replicando a un articolo di Ermes Antonucci del 28 agosto sulla “strategia di Graviano”, e chiede se qualcuno abbia paura della verità, sostenendo che il suo assistito pretende soltanto il rispetto di impegni presi con il nonno materno.

Il calendario che agita Forza Italia

Il 29 agosto, sempre sul Fatto, Giacomo Salvini ha scritto che quella lettera ha mandato in fibrillazione Forza Italia, e che il timore dei vertici riguarda il calendario prima ancora del merito: il nome di Berlusconi che torna accanto alle stragi proprio mentre si apre la campagna per le politiche, attese nella primavera 2027. Il partito ci arriva da una stagione di trionfi giudiziari. Nell’ottobre 2025 la Cassazione aveva respinto il ricorso della procura generale di Palermo sulla sorveglianza speciale e sulla confisca dei beni di Dell’Utri, e da lì era partita la celebrazione della fine di trent’anni di “persecuzione”, con il rilancio della separazione delle carriere, bocciata dagli italiani il 22 e 23 marzo con il 53,74 per cento di no.

Se Graviano sia attendibile lo stabiliranno i giudici, e i suoi messaggi sibillini certo consigliano cautela. Solo che la cautela è un’altra cosa dal disinteresse, e fuori dal duello fra il Fatto e il Foglio questa storia è circolata come una notizia d’agenzia fra le altre. Il 14 settembre un giudice deciderà se ascoltare un boss delle stragi sui suoi rapporti con l’uomo che ha fondato un partito di governo. Il resto dei giornali ha già archiviato.

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