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Giulio Cavalli

Andrea, Baobab e il fatto che non sussiste

Andrea Costa, il responsabile di “Baobab experience”, l’associazione che si occupa di assistere i migranti che transitano per la Capitale, rischiava la condanna per il reato di emigrazione clandestina. La sentenza, emessa dal gup in abbreviato, ha fatto cadere le accuse anche nei confronti di altre due attiviste della Onlus. La stessa Procura di Roma aveva sollecitato l’assoluzione per tutti gli imputati.

Andrea rischiava da 6 a 18 anni di reclusione perché con i volontari di Baobab prestarono e aiuto a otto sudanesi e un cittadino del Ciad per acquistare biglietti di pullman e treni così da arrivare in Francia. Il reato è sempre lo stesso, quello previsto dall’articolo 12 del Testo unico sull’immigrazione che tutti sdegnati commentano e che nessuno pensa di modificare (nonostante il “governo dei migliori”).

Andrea Costa è stato assolto “perché il fatto non sussiste” e perché insistiamo a credere che aiutare i bisognosi possa davvero configurare un reato, alla faccia dei cattolici compiti a messa tutte le domeniche e alla faccia della Patria del diritto che vorrebbe essere l’Occidente.

Quel reato che non esiste serve a ingrossare le fila dei partiti di destra e la cosiddetta sinistra non ha il coraggio di metterlo in discussione in Parlamento, limitandosi a contestarlo su Twitter.

Andrea Costa giustamente dice «sono soddisfatto perché un giudice ha sancito quello che già sapevo: che il fatto non sussiste, ora c’è qualcuno che lo ha messo nero su bianco» eppure ne abbiamo viste di indagini (da quelle di Zuccaro in giù) che servono solo a stimolare gli intestini peggiori.

Notate un particolare: quelli che si lamentano dei “soldi buttati via per le indagini inutili” in questo caso sono tutti zitti. Si potrebbe sperare che sia un mutismo per vergogna e invece stanno aspettando semplicemente la prossima indagine.

Buon mercoledì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Lavrov trasforma la Tv italiana in un ventilatore. Ormai la propaganda del Cremlino sfida il ridicolo e in tanti ci cascano

Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov è stato ospite a Zona Biancasu Rete 4 (leggi l’articolo – qui il video), nella sua prima intervista in Europa dall’inizio della guerra. Chiamarla intervista è più che un eufemismo: Lavrov ha potuto comodamente tenere un comizio in prima serata interrotto al massimo da qualche tiepida osservazione del giornalismo in studio. Del resto che certo giornalismo italiano sia specializzato in interviste sdraiate quando si tratta di ascoltare ricchi o potenti è una lezione che abbiamo imparato ben prima della venuta dei russi.

Lavrov ha potuto comodamente tenere un comizio in prima serata interrotto al massimo da qualche tiepida osservazione

Poiché dalle nostre parti la politica adora accapigliarsi sugli aspetti irrilevanti il segretario del Pd Enrico Letta parla di “onta per l’Italia” mentre Matteo Salvini invoca un “no alla censura” con un capovolgimento dei fronti in cui la forza che dovrebbe essere progressista si impunta nel ritenere gli elettori troppo cretini per non saper pesare la propaganda russa mentre la forza che dovrebbe essere conservatrice prova a rivendersi come tutrice delle libertà, dimenticando che la libertà di dire falsità per giustificare un massacro è qualcosa che si avvicina all’apologia di strage.

Del resto se Lavrov volesse davvero mettere in crisi il sistema dell’informazione italiana potrebbe rendere pubbliche le richieste di interviste che gli sono arrivate in questi ultimi due mesi. Chissà che sorprese. Ne frattempo il ministro di Putin ha tutto l’agio di poter comodamente dichiarare che l’esercito russo ha colpito “solo obiettivi militari”, come se non fossero sotto gli occhi del mondo le immagini di Mariupol rasa al suolo.

Poi, ovviamente, via con la solfa della “denazificazione” dell’Ucraina (usando il trucco di utilizzare le simpatie naziste di alcuni reparti militari ucraini come giustificazione valida per un massacro) e la bugia (anche questa già vecchia) che la strage di Bucha sia “un fake”.

La frase che ha fatto sobbalzare la comunità internazionale è quando Lavrov avrebbe affermato (secondo la traduzione simultanea) che “anche Hitler aveva origine ebraiche” per lasciare intendere che le origine ebraiche di Zelensky non cozzino con la propaganda della denazificazione di Putin.

La frase viene minimamente corretta sul sito del ministero degli Esteri russo che pubblica “potrei sbagliarmi, ma anche Hitler aveva sangue ebreo” ma ovviamente l’onda di indignazione ha già fatto il giro del mondo. Le presunte origani ebraiche di Hitler erano del resto già una leggenda nella Germania degli anni ’30, quando lo stesso Hitler incaricò il suo avvocato (futuro reggente della Polonia) Hans Frank di studiare con attenzione il suo albero genealogico per dissipare qualsiasi dubbio.

Nel corso degli anni autorevoli storici (come Richard Evans e Nikolaus von Preradovich) hanno negato qualsiasi possibilità. Nel 2010 una ricerca sul Dna di alcuni discendenti di Hitler ha riscontrato una percentuale di Dna berbero ed ebreo ashkenazita, senza però poter dimostrare la discendenza. Una cosa è certa: rilanciare la teoria cospiratoria insinua il dubbio, l’esagitazione generale del dibattito si alza e questo Lavrov, maestro di propaganda, lo sa benissimo. Israele intanto ha convocato l’ambasciatore russo per avere chiarimenti.

La miccia della propaganda comunque si è accesa, lo spazio pubblico si è ulteriormente inquinato e un nuovo elemento per confermare tesi errate adesso è a disposizione. Intanto il governo trascina il Paese in guerra e i politici discutono nei talk show, dimenticandosi Camera e Senato.

(da La Notizia)

Aziende italiane in Russia per la fiere delle calzature: il portafoglio vince sul furore bellico

A parole non c’è un italiano che non sia d’accordo sulle sanzioni contro la Russia. Qualcuno esagera e addirittura concima un po’ di russofobia, cadendo nel solito errore di confondere un popolo con il suo pessimo leader (in questo caso Putin) e senza rendersi conto di aumentare la conflittualità che già esplode per la guerra.

Nel privato però evidentemente il portafoglio vince sul furore bellico e così accade che le aziende italiane di pelli e calzature abbiano silenziosamente preparato i bagagli (senza armi) per andare alla corte di Putin, più precisamente all’Obuv Mir Kohzi di Mosca, una delle fiere più importanti del settore.

Gli imprenditori sono arrivati a Mosca con un volo dalla Serbia e dopo 3 ore di attesa nello scalo russo per sottoporsi a un certosino controllo dei documenti e dei telefoni hanno pensato che la guerra è brutta e sporca ma i soldi dei russi vanno benissimo

Aziende italiane in Russia per la fiere delle calzature

Da Assocalzaturifici fanno sapere che le loro scarpe “sono il frutto del lavoro quotidiano di centinaia di dipendenti dietro a cui ci sono famiglie”, come se in tutti gli altri mestieri che stanno pagando pegno per questa guerra non ci siano le medesime condizioni.

Poi ci hanno spiegato che se non fossero andati i nostri italiani ne avrebbero approfittato i produttori turchi e cinesi. Siamo insomma alla solidarietà all’Ucraina decantata ma non praticata, un’abitudine in cui noi italiani (e alcune delle nostre imprese) siamo sempre fortissimi.

Il trucco è sempre lo stesso: mettere sul piatto dell’opinione pubblica “le difficoltà dei lavoratori” per innescare un populista sovranismo delle difficoltà in cui noi dovremmo parteggiare per i nostri connazionali.

Se a qualcuno viene il dubbio che andare a Mosca a stringere le mani degli oligarchi russi innamorati del nostro pellame sia fuori legge può mettersi il cuore in pace: i produttori di scarpe ci fanno sapere che le sanzioni non valgono per gli “articoli che costano meno di 300 euro”(quindi potremmo comprare il gas in barattoli, per sentirci tutti a posto con la coscienza) e anzi lamentano che “l’esclusione del sistema bancario russo da Swift sta rendendo complicato, al limite dell’impossibile, il pagamento della merce regolarmente venduta”, dimenticando che la decisione è stata presa proprio per avere questa conseguenza.

Aziende italiane in Russia con il supporto delle istituzioni

Il vice presidente di Assocalzaturifici intervistato da un giornale del settore ci fa sapere anche che la Regione Marche e la Camera di Commercio delle Marche “hanno confermato quanto deciso molti mesi fa, ben prima dello scoppio della guerra: un sostegno economico, di massimo quattromila euro, per partecipare all’Obuv”.

Insomma, la campagna di Russia dei nostri calzaturieri ha anche degli sponsor istituzionali, tanto per non farsi mancare nulla in questa fiera (tutta italiana) dell’ipocrisia applicata alla guerra.

E quando a Valentino Fenni, vicepresidente di Assocalzaturifici, gli hanno chiesto se tutto ciò fosse opportuno la risposta è qualcosa da incorniciare: “Forse no. Ma era tutto già programmato”.

Quindi è colpa della guerra arrivata senza preavviso. Tra gli ospiti anche BolognaFiere, la stessa che un mese fa ha messo al bando i libri russi in una sua esposizione. Loro sono sporchi e cattivi ma con i loro soldi siamo già pronti per fare la pace.

(da La Notizia)

L’inflazione si mangia i salari. Ma la solita Confindustria chiude al rinnovo dei contratti. L’Istat prevede per quest’anno un calo dei redditi del 5%

Se non fosse tragica la commedia di ieri che ha come protagonisti il presidente di Confindustria e il mondo reale dei lavoratori italiani sarebbe un pezzo sublime di farsa teatrale. Si parte con la pomposa uscita di Carlo Bonomi che chiede di considerare gli imprenditori italiani come nuovi “eroi civili” perché stanno contenendo l’inflazione, dopo che l’altro ieri aveva bastonato il ministro del Lavoro Andrea Orlando per la sua proposta di subordinare l’erogazione di sussidi alle aziende (ovvero la mancetta data con i soldi pubblici) a rinnovi contrattuali che contemplino aumenti salariali per i dipendenti.

Per Bonomi l’aumento dei prezzi delle materie prime ha bloccato gli aumenti salariali

Bonomi dopo avere parlato addirittura di “ricatto” da parte del Governo (per Bonomi è un ricatto qualsiasi dovere da adempiere poiché sogna uno Stato che faccia il bonifico ai suoi associati e nient’altro) ribadisce che “con l’aumento dei costi delle materie prime nelle aziende non c’è più spazio per gli aumenti salariali” e quindi propone un cuneo contributivo per alleggerire i lavoratori (per 2/3) e, tanto che ci siamo, per le imprese (per 1/3).

Se nella Commedia dell’Arte fosse esistita la maschera dell’Ingordo questa sarebbe la scena d’apertura. Accade poi che poche ore dopo solita paternalistica uscita del presidente di Confindustria l’Istat diffonda i dati sulle retribuzioni del primo trimestre dell’anno da cui emerge ciò che tutti sanno: i salari sono invariati ma i prezzi al consumo sono aumentati e quindi i lavoratori guadagnano sempre di meno. Sarà perché le “materie prime” di cui parla Confindustria si alzano per tutti, anche fuori dal dorato mondo delle fabbriche.

Ma l’Istat dice anche che “nel primo trimestre del 2022 la crescita delle retribuzioni contrattuali rimane contenuta. La durata dei contratti e i meccanismi di determinazione degli incrementi contrattuali seguiti finora hanno determinato un andamento retributivo che, considerata la persistenza della spinta inflazionistica, porterebbe, nel 2022, a una perdita di potere d’acquisto valutabile in quasi cinque punti percentuali”.

Stipendi più bassi del 5% nel 2022: “incrementi retributivi basati sull’inflazione effettiva si segnalano solo per il settore del legno (prassi avviata nel 2016); incrementi sostenuti – decisamente più favorevoli rispetto alle previsioni dell’indicatore di inflazione (Ipca al netto beni energetici importati) – si registrano per gli edili, grazie all’accordo di rinnovo che sembra riflettere la performance particolarmente positiva mostrata da questo comparto nell’ultimo periodo”, scrive l’istituto.

Del resto gli adeguamenti salariali sono parametri all’inflazione “programmata” (ovvero quella indicata dal Governo) che da sempre è inferiore rispetto a quella effettiva: per il 2022 si parla di una previsione dello 0,8% mentre siamo al 5,2%, con lo spettro della guerra che agita tempi ancora più bui. Se a questo aggiungiamo che, è sempre l’Istat a dirlo, alla fine di marzo 2022 i contratti che devono ancora essere rinnovati sono 34 e coinvolgono circa 6,8 milioni di dipendenti (il 55,4% del totale) mentre si allunga il tempo medio per i lavoratori con contratto scaduto (tra marzo 2021 e marzo 2022, è aumentato da 22,6 a 30,8 mesi) possiamo tranquillamente affermare che quest’anno l’autunno sarà caldissimo per le ricadute sociali di un Paese che si sta impoverendo.

Chissà se dalle parti di Draghi qualcuno avrà il nerbo per spiegare a Bonomi e a certi liberisti con soldi pubblici che il Pil della dignità dei lavoratori italiani è sensibilmente più importante di qualsiasi altra cosa per tenere in piedi un Paese e per evitare un conflitto sociale che rischia di esasperarsi. Come dice il segretario Uil Pierpaolo Bombardieri c’è da “sperare che Bonomi non pensi di far arrestare i sindacalisti che in modo reazionario chiedono aumenti salariali. Siccome alcune sue aziende stanno in Russia non vorremmo che il clima della guerra avesse coinvolto anche il presidente di Confindustria. Chiedere aumenti salariali e chiedere condizioni migliori per gli italiani fa parte di un percorso di civiltà del Paese”.

Tutto questo accade in Italia, l’unico Paese europeo in cui, a partire dal 1990, lo stipendio medio dei lavoratori è diminuito: lo dice un’analisi effettuata dalla fondazione indipendente Openpolis e basata sui dati Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). Da noi il salario medio annuale è calato del 2,90% negli ultimi 30 anni. In tutti i restanti Paesi europei lo stipendio è aumentato. Ora bisogna non trasformare la farsa in tragedia.

(da La Notizia)

Il consumo del suolo fa Terra… bruciata. Si rischia la catastrofe. Tra deforestazione e agricoltura intensiva. Il 40% delle aree coltivabili è degradato

“I danni dell’uomo verso il pianeta terra stanno accelerando: il 40% del nostro pianeta è ormai classificato come degradato a causa di agricoltura intensiva, urbanizzazione, cambiamento climatico, erosione e deforestazione”. Lo sostiene il rapporto annuale della Convenzione Onu contro la desertificazione (Unccd), il Global Land Outlook 2 che sottolinea come la capacità mondiale di sfamare la popolazione mondiale (in crescita) sia messa a rischio dall’aumento dei danni provocati soprattutto dalla produzione alimentari.

La terra degradata – che è stata esaurita di risorse naturali, fertilità del suolo, acqua, biodiversità, alberi o vegetazione autoctona – si trova in tutto il nostro pianeta. Non si tratta solo di aridi deserti, foreste pluviali o aree coperte dall’espansione urbana: la definizione include anche aree apparentemente “verdi” che sono intensamente coltivate o spogliate dalla vegetazione naturale.

Coltivare cibo su terreni degradati diventa progressivamente più difficile man mano che i suoli raggiungono rapidamente l’esaurimento e le risorse idriche si esauriscono. Il degrado contribuisce anche alla perdita di specie vegetali e animali e può esacerbare la crisi climatica riducendo la capacità della Terra di assorbire e immagazzinare carbonio. Per questo la qualità della terra assume un’importanza centrale per il benessere umano e il suo ripristino sia vitale per un futuro sano e prospero.

Cinque anni fa Monique Barbut, segretaria generale delle Nazioni Unite, aveva sottolineato come il degrado del suolo e la siccità fossero sfide globali “intimamente legate” alla sicurezza alimentare, alla migrazione e all’occupazione: “Man mano che la fornitura pronta di terra sana e produttiva si esaurisce e la popolazione cresce, la concorrenza si sta intensificando per la terra all’interno dei paesi e a livello globale”, spiegò.

In questo secondo rapporto (che precede la Cop15 – la quindicesima sessione della Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione che si terrà in Costa d’Avorio) si sottolinea come i maggiori danni arrivino dalla produzione alimentare che precede gli ingenti danni provocati dal consumo di altri beni come i capi d’abbigliamento.

Gran parte del degrado è più visibile nei paesi in via di sviluppo, ma la causa principale del consumo eccessivo si verifica nel mondo ricco, ad esempio nel crescente consumo di carne, che richiede molte più risorse rispetto alla coltivazione di verdure, e il fast fashion, che viene indossato brevemente e poi gettato via. Per questo, secondo il rapporto, “serve un’azione urgente” per cambiare il paradigma che ci porterà – secondo lo scenario business as usual – a un ulteriore degrado entro il 2050 di un’area grande quasi quanto il Sud America.

Ibrahim Thiaw, segretario esecutivo della convenzione delle Nazioni Unite per combattere la desertificazione, ha spiegato che “il degrado del suolo sta influenzando cibo, acqua, carbonio e biodiversità. Sta riducendo il Pil, influenzando la salute delle persone, riducendo l’accesso all’acqua pulita e peggiorando la siccità”.

Per Thiaw è necessario “ripensare urgentemente i nostri sistemi alimentari globali, che sono responsabili dell’80% della deforestazione, del 70% dell’uso di acqua dolce e la principale causa di perdita di biodiversità terrestre. Investire nel ripristino del territorio su larga scala è uno strumento potente ed economico per combattere la desertificazione, l’erosione del suolo e la perdita di produzione agricola. Essendo una risorsa limitata e il nostro bene naturale più prezioso, non possiamo permetterci di continuare a dare per scontata la terra”.

Ripristinare i terreni degradati può essere apparentemente semplice: occorre cambiare i metodi di coltivazione a terrazza, lasciare la terra incolta o piantare colture di copertura nutrienti, praticare la raccolta e lo stoccaggio dell’acqua piovana o piantare gli alberi per prevenire l’erosione del suolo. Solo che molti agricoltori non possono adottare queste musare a causa della pressione per produrre, della mancanza di conoscenza, della scarsa governance locale o della mancanza di accesso alle risorse.

Eppure, per ogni dollaro speso per il ripristino, l’Onu calcola un rendimento compreso tra 7 e 30 dollari in aumento della produzione e altri benefici. Per questo Thiaw ha chiesto ai governi e al settore privato di investire 1,6 trilioni di dollari nel prossimo decennio per riportare in salute circa un miliardo di ettari di terra degradata, un’area delle dimensioni degli Stati Uniti o della Cina. Ciò equivarrebbe solo a una piccola parte dei 700 miliardi di dollari all’anno spesi per sussidi all’agricoltura e ai combustibili fossili, ma salvaguarderebbe i suoli, le risorse idriche e la fertilità del pianeta.

Thiaw spiega: “L’agricoltura moderna ha alterato la faccia del pianeta, più di ogni altra attività umana. Dobbiamo ripensare urgentemente i nostri sistemi alimentari globali, che sono responsabili dell’80% della deforestazione, del 70% dell’uso di acqua dolce e della singola maggiore causa di perdita di biodiversità terrestre”. Circa la metà del Pil mondiale (44 trilioni di dollari all’anno) è messa a rischio dal degrado del suolo, secondo il rapporto.

Ma il beneficio economico del ripristino della terra degradata potrebbe ammontare tra 125 trilioni di dollari e 140 trilioni di dollari all’anno, che sarebbero circa il 50% in più rispetto ai 93 trilioni di dollari del Pil globale registrato per il 2021. E ci sarebbe la prevenzione di un terzo della perdita di biodiversità e ulteriori 83 gigatonnellate di carbonio immagazzinate.

(da La Notizia)

La condanna all’ergastolo del filantropo turco Osman Kavala è uno schiaffo di Erdoğan all’Occidente

Ergastolo senza appello. L’imprenditore e filantropo turco Osman Kavala diventa il simbolo dell’accanimento giudiziario del suo presidente Recep Tayyip Erdoğancontro chiunque provi in Turchia a incarnare il pensiero di una società civile e indipendente. Ma la condanna di Kavala e degli altri sette imputati (condannati a diciotto anni di prigione ciascuno) è soprattutto l’ennesima sfida di Erdoğan contro i suoi stessi partner occidentali che da anni chiedono il proscioglimento di Kavala. Tra i condannati, oltre a Kavala, ci sono un regista, uno studente universitario, un fondatore di una Ong e un architetto. Basta questo per capire che il pensiero in Turchia diventa una colpa quando decide di non allinearsi al potere.

LA RIVOLTA DI GEZI PARK – Tutto comincia con la rivolta dei giovani di Istanbul al parco Gezi nel 2013, quando una cinquantina di manifestanti cominciarono ad accampare per impedire l’apertura di un cantiere che avrebbe determinato la distruzione del parco e furono la miccia per una protesta che si è diffusa in tutto il Paese mettendo insieme anarchici, socialisti, sindacati, curdi e turchi, movimenti lgbt, ultrà di opposte tifoserie e persone fino ad allora rimaste lontane dalla politica. A Istanbul e nel resto della Turchia le proteste di piazza si evolvono in decine di forum di discussione dove i cittadini si ritrovano quotidianamente a parlare di politica, a livello locale e nazionale. E molti parchi sono divenuti Gezi. La repressione di Erdoğan fu durissima, utilizzando una smodata violenza e coinvolgendo anche mezzi armati dell’esercito. Il bilancio fu di 11 morti e oltre 8.163 feriti, rendendolo uno degli avvenimenti più drammatici della storia della Turchia moderna.

UN PROCESSO KAFKIANO – Il 18 ottobre del 2017 Osman Kavala è stato arrestato all’aeroporto Atatürk di Istanbul con l’accusa di aver voluto, in occasione delle proteste del 2013, “rovesciare il governo turco con la violenza ”. Gli vengono contestati l’articolo 309 e l’articolo 312 del codice penale turco e Kavala inizia così una lunghissima detenzione che dura più di mille giorni senza nemmeno una condanna. “Fare gravi accuse senza cercare prove concrete, cercare prove dopo gli arresti e prolungare la durata della detenzione sono diventate pratiche standard per la magistratura turca”, scrisse Kavala in un suo editoriale per il New York Times l’11 ottobre del 2019, “la mia cella di prigione solitaria, lontana dal trambusto di telefoni cellulari ed e-mail, è un buon posto per leggere, scrivere e pensare. Sogno nuovi progetti su cui lavorare con i miei colleghi di Anadolu Kultur, la nostra organizzazione, che cerca di promuovere la comprensione reciproca e la convivenza pacifica. La mia esperienza kafkiana degli ultimi due anni mi ha insegnato ad apprezzare meglio l’importanza di una magistratura indipendente, che operi nel pieno rispetto delle norme universali di giustizia”.

ASSOLUZIONE E NUOVO ARRESTO – Il 18 febbraio, inaspettatamente, per Kavala arriva l’assoluzione dal tribunale turco. In molti pensano che il verdetto sia un segnale distensivo del governo di Erdoğan nei confronti delle molte associazioni e organizzazioni che ne chiedevano il rilascio e nei confronti dei Paesi che contestavano la disumanità della misura. Si sbagliavano: poche ore dopo il pubblico ministero di Instanbul ne chiede un nuovo arresto, con accuse ancora più gravi e Kavala viene trasferito dalla prigione al quartiere generale della polizia.

ATTIVISTA ONG E DIRITTI UMANI – Quell’uomo mite che ha dedicato tutta la vita all’editoria, all’associazionismo e ai diritti umani, non perse la sua compostezza. «Io sarei furioso ma lui non ha mai alzato la voce nemmeno un volta», disse Murat Celikkan, giornalista e amico di Kavala. Nato da una famiglia di commercianti di tabacco, Kavala ha diversificato l’attività di famiglia fondando case editrici che sono diventate importanti veicoli di idee democratiche che in Turchia erano state messe in discussione dopo il colpo di Stato del 1980. Per il suo interesse alle questioni ambientali e diritti civili ha abbandonato un suo complesso alberghiero nel sud della Turchia dopo aver appreso che la spiaggia era un’importante sito di nidificazione per la Turchia. Ha co-fondato una delle più importanti organizzazioni ambientali, TEMA, e ha aperto diversi centri d’arte che ospitano mostre, conferenze, proiezioni e workshop.

CHI DISSENTE NON È GRADITO – Per Kavala si è mossa la Corte europa dei diritti dell’uomo (il 10 marzo del 2020) che in una sentenza affermava che non vi erano prove sufficienti delle accuse contro Kavala e che “l’atteggiamento dell’accusa poteva essere considerato tale da confermare l’affermazione del ricorrente secondo cui le misure prese contro di lui perseguivano un ulteriore scopo, vale a dire ridurlo al silenzio come un attivista delle ONG e difensore dei diritti umani, per dissuadere altre persone dall’intraprendere tali attività e per paralizzare la società civile nel Paese”. Per Kavala si sono mossi il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, la Commissione Internazionale dei giuristi, Human Rights Watch: nel settembre 2021, il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha dato alla Turchia tempo fino al dicembre 2021 per rilasciare Kavala prima di iniziare una procedura di infrazione contro la Turchia. Nell’ottobre dell’anno scorso dieci ambasciate (Stati Uniti, Germania, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Norvegia e Svezia) ne hanno richiesto la liberazione ottenendo come risposta una dichiarazione di Erdogan in cui definì gli ambasciatori “persone non gradite” nel territorio turco.

LO SCHIAFFO DI ERDOGAN – Ora la parodia della giustizia raggiunge il suo apice: dopo 4 anni e mezzo di detenzione il tribunale penale ha condannato Osman Kavala all’ergastolo. L’unica flebile speranza rimangono le decisioni delle corti d’appello. Ma la condanna di Kavala è anche l’ennesimo schiaffo di Erdoğan all’Occidente di cui formalmente fa parte nell’Unione Europea e nella NATO. La dittatura non perdona l’umanità, ora sarebbe da capire perché noi ci ostiniamo a perdonare alcune dittature quando ci tornano utili.

(da OGGI)

L’Italia ripudia la guerra. Ora se lo ricorda pure Mattarella. Passato il 25 Aprile il Capo dello Stato invoca la pace. Una doccia fredda per il Partito unico bellicista

Ventiquattr’ore dopo che Lavrov, Johnson e Zelensky hanno urlato il rischio della terza guerra mondiale alle porte il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è intervenuto al Consiglio d’Europa (organismo da cui la Russia è stata espulsa) con un discorso inevitabilmente incentrato sul conflitto in Ucraina.

Passato il 25 Aprile Mattarella invoca la pace. Una doccia fredda per il Partito unico bellicista

È un Mattarella diverso da quello ascoltato il 25 aprile, quando per la gioia dei giornalisti con l’elmetto disse che la pace fu conquistata con le armi aprendo le porte a chi ritiene il conflitto armato l’unica soluzione possibile dell’invasione russa.

In quell’occasione il Partito Unico Bellicista (composto da quelli che di questa guerra se ne fregano, ma la usano per aumentare i loro fatturati) arruolarono Mattarella mettendolo su tutte le prime pagine con l’elmetto, soddisfatti di avere trovato un così alto cantore istituzionale. Molto probabilmente si sono sbagliati, e di grosso.

Ieri Mattarella ha chiarito come la Russia abbia “scelto di collocarsi al di fuori delle regole” ma ha ribadito l’importanza dei segnali di “distensione” per “interrompere le ostilità” e per il “ripudio della guerra” (altra frase per cui sono stati crocifissi in molti): “distensione: per interrompere le ostilità – ha detto Mattarella -. Ripudio della guerra: per tornare allo statu quo ante. Coesistenza pacifica, tra i popoli e tra gli Stati.

Democrazia come condizione per il rispetto della dignità di ciascuno. Infine, Helsinki e non Jalta: dialogo, non prove di forza tra grandi potenze che devono comprendere di essere sempre meno tali” Il Presidente della Repubblica ha auspicato “una sede internazionale che rinnovi radici alla pace, che restituisca dignità a un quadro di sicurezza e di cooperazione, sull’esempio di quella Conferenza di Helsinki che portò, nel 1975, a un atto finale foriero di positivi sviluppi”.

Non ha dubbi Mattarella sul fatto che l’Europa sia “sconvolta dalla guerra”, ricorda che “nessun equivoco, nessuna incertezza è possibile” e rimarca che Russia “ha scelto di collocarsi fuori dalle regole a cui aveva liberamente aderito, contribuendo ad applicarle” per questo applaude l’esclusione di Putin dal Consiglio d’Europa (“La responsabilità della sanzione adottata ricade interamente sul governo russo”) precisando per che non ha colpe il popolo russo “la cui cultura fa parter del patrimonio europeo e che si cerca di tenere all’oscuro di quanto realmente avviene in Ucraina”.

Il Presidente è convinto che “occorre sostenere e incoraggiare tutte le possibilità di negoziato sperando che si aprano anche se ciò finora non è avvenuto”, con una trattativa portata vanti “nel rispetto della sovranità e dell’indipendenza dell’Ucraina” perché “non si può arretrare dalla trincea della difesa dei diritti umani e dei popoli”.

“La ferma e attiva solidarietà nei confronti del popolo ucraino e l’appello al Governo della Federazione Russa perché sappia fermarsi, ritirare le proprie truppe, contribuire alla ricostruzione di una terra che ha devastato, è conseguenza di queste semplici considerazioni”, ha aggiunto Mattarella, che ha poi lanciato un appello alla comunità interazione per “ottenere il cessate il fuoco e ripartire con la costruzione di un quadro internazionale e ripesttoo e condiviso che conduca alla pace”.

Si potrebbe dire che i tifosi di una guerra “fino alla fine” (che poi non si capisce bene di che cosa) possono tranquillamente mettersi l’anima in pace e rimettere il Capo dello Stato nel posto in cui dovrebbe stare, quello della responsabilità istituzionale del ruolo che ricopre e di chi non può (e sembra non averne nemmeno l’intenzione) soffiare sul fuoco di un conflitto che se rimane confinato al campo militare rischia di compromettere la sicurezza mondiale. Dice Mattarella che la guerra “è un mostro vorace” e “mai sazio2 e che la “tentazione di moltiplicare i conflitti è sullo sfondo dell’avventura bellicista intrapresa”.

Di fronte alla devastazione, spiega il Presidente “dobbiamo saper opporre a tutto questo la decisa volontà della pace. Diversamente ne saremo travolti”. Chissà se i guerriglieri da divano di casa nostra che si eccitano per l’odore di un conflitto mondiale ora potranno darsi una calmata. E chissà che Mattarella non sbandi più offrendo sponde agli irresponsabili. Sarà meglio per tutti.

(da La Notizia)

I furbetti (quelli veri) sono gli stessi imprenditori che ci fanno la morale

Brutte notizie per i cantori dei “giovani sfaticati”, per la solita sfilata prima dell’estate dei ristoratori televisivi che lamentano di non trovare dipendenti e anche per i detrattori del Reddito di cittadinanza sempre pronti a dimostrare che il mercato del lavoro sarebbe fermo per colpa di qualche spicciolo pensato per offrire dignità ai disperati: arriva proprio nel pieno del periodo lamentizio la notizia dell’arresto dell’imprenditore e chef Giovanni Maspero, noto per il suo ristorante stellato in centro a Como (“I Tigli in Teoria”) accusato di avere sottratto qualcosa come 107 milioni di euro e ora ai domiciliari con l’accusa di bancarotta fraudolente per distrazione e frode fiscale.

L’imprenditore e chef stellato Giovanni Maspero accusato di avere sottratto 107 milioni di euro al fisco

Maspero, secondo l’accusa, avrebbe distratto 17,6 milioni di euro da una sua srl in favore di altre 10 società che sarebbero comunque riconducibili a lui. È accusato di autoriciclaggio per 3,3 milioni di euro secondo la Guardia di Finanza avrebbe messo in atto un “reiterato e sistematico inadempimento” delle obbligazioni tributarie e previdenziali a partire dal 2012. Lo sviluppo delle indagini, spiega la Guardia di Finanza nel suo comunicato, «ha accertato una contestata distrazione, in favore proprio o di altre società riconducibili all’indagato, della liquidità originata dal mancato versamento delle imposte con la susseguente sistematica falsificazione dei bilanci d’esercizio attribuendo alle somme distratte la natura di (inesistenti) crediti finanziari». 

Sarebbe curioso se Maspero (che ovviamente è innocente fino all’eventuale condanna definitiva) sia ancora pronto a piangere miseria e ad additare i giovani che non vogliono lavorare, sarebbe curioso sapere se quando due anni fa tuonava contro il Governo Conte dicendo che «riaprire non significherà ripartire perché ormai la stagione estiva è compromessa» fosse già consapevole della reale situazione di difficoltà della gran parte degli italiani che non ha avuto modo di accumulare milioni di euro ma ha dovuto preoccuparsi di arrivare alla fine del mese. 

Gli imprenditori che tuonano perché non trovano schiavi disposti a fare gli schiavi spesso non pagano tasse e contributi

Ma soprattutto questa vicenda, al di là di come andrà a finire, disegna perfettamente lo scollegamento tra la vita reale e certa narrazione di questo Paese: mentre gli imprenditori tuonano sui giornali e nelle televisioni lamentando l’impossibilità di trovare schiavi che siano disposti a fare gli schiavi, i lavoratori si ritrovano stritolati da condizioni di lavoro che non permettono nemmeno una dignitosa sopravvivenza. 2 anni fa l’indagine di RestWorld in collaborazione con OCCA (community che raccoglie oltre 160.000 addetti ai lavori del settore Ho.Re.Ca) pubblicata su Gambero Rosso ci diceva che su un campione di 3471 persone di età compresa tra i 20 e i 40 anni, ci diceva che il 91% del campione aveva avuto esperienze di lavoro in nero nel campo della ristorazione e che il 54% denunciava forme di irregolarità, anche parziali, nel proprio contratto. Addirittura il 68% degli imprenditori aveva ammesso di avere fatto ricorso nella propria carriera  a manodopera irregolare e il 37% dichiarava di perseverare sulla strada dell’irregolarità.

In un Paese serio con un responsabile senso delle proporzioni non dovremmo sorbirci ogni primavera i paternalismi dei Briatore di turno ma avremmo stampa e politici impegnati pancia a terra per discutere e risolvere degli 80,6 miliardi di euro che nel 2019 (ultima annualità disponibile secondo il tax gap elaborato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze) di evasione fiscale che stritolano questo Paese ben più della presunta (e mai dimostrata dai numeri) indolenza dei giovani lavoratori. Piuttosto potremmo dedicarci alla stortura per cui sono i dipendenti (pubblici e privati) l’unica categoria tassata senza permettere furbizie mentre i cosiddetti “imprenditori” (senza generalizzare, ovviamente) sono ottimi moralisti ma pessimi pagatori di tasse. Se c’è una questione morale in questo Paese non la trovate nella mollezza dei lavoratori ma nelle tasche di chi persegue un’imprenditoria senza etica (e in più moralista) che nessun partito (e tantomeno questo Governo) sembra aver voglia di toccare. I cosiddetti furbetti del Reddito di cittadinanza (da condannare, sia chiaro) sono costati allo Stato 174 milioni in due anni. Ora provate a pensare alle cifre di un solo presunto “furbetto” dell’imprenditoria, pensate agli 80 miliardi e traete le conclusioni su quale sia la vera malattia dello Stato. Ci sono furbetti e furbetti: prendersela con i piccoli per coprire le spalle ai grandi è un gioco facile, vigliacco e immorale.

(da La Notizia)