Vai al contenuto

Giulio Cavalli

La bambina nata in nessun luogo

Un tribunale spagnolo ha concesso la cittadinanza a una bambina nata su una barca di migranti in viaggio verso la Spagna nel maggio 2018.

Dalla sua nascita da madre camerunese, la bambina ha vissuto solo in Spagna. Tuttavia, essere nati in (o vicino) alla Spagna, non è sufficiente per conferire la nazionalità a un bambino. Come molti altri paesi la Spagna richiede che un bambino nasca da almeno un genitore con la nazionalità spagnola, o che sia figlio di qualcuno che vive in Spagna da più di dieci anni, o che sia figlio di qualcuno che è sposato con un cittadino spagnolo,

Ma, secondo l’agenzia di stampa francese Agence France Presse (AFP), le autorità giudiziarie della provincia di Guipuzcoa nei Paesi Baschi, hanno affermato di aver preso la decisione di concedere al bambino la cittadinanza spagnola in base all’interesse superiore del bambino, che hanno descritto come un “obiettivo costituzionalmente legittimo”.

La corte ha sostenuto che lasciare la bambina apolide l’avrebbe “messa in una situazione di disuguaglianza rispetto ad altri bambini” e sarebbe stata una “negazione significativa dei suoi diritti fondamentali, incluso il diritto all’istruzione”.

Negli anni successivi, la madre della ragazza è stata registrata dalle autorità spagnole, ma la figlia è rimasta apolide, il che le ha impedito di accedere all’assistenza sanitaria o all’istruzione.

La sentenza, ha riferito Euronews, è una conferma di una precedente decisione del tribunale risalente al novembre 2021 che il governo spagnolo aveva contestato. Tuttavia, la Corte Suprema spagnola potrebbe ancora ribaltare quest’ultima decisione.

L’agenzia di stampa AP, ha affermato che l’ufficio stampa della corte e la Commissione spagnola per i rifugiati hanno dichiarato che questa decisione è stata la prima del suo genere per un Paese dell’Unione europea.

Buon venerdì.

</a

L’articolo proviene da Left.it qui

Ambientalisti à la carte

Hanno deciso che dal 2035 saranno proibite le auto a benzina e diesel nell’Unione europea. Fin qui una buona notizia. Ma a Strasburgo si è consumata l’ennesima puntata della finzione ecologista dei governi bravi a sventolare buoni propositi e poco altro.

Sul piano Fit for 55, il testo base del Green Deal europeo, su 3 capitoli degli 8 al voto in questa plenaria sui 14 totali del «pacchetto clima» (che impegna la Ue a diminuire del 55% le emissioni di Co2 entro il 2030 per arrivare alla neutralità Co2 nel 2050) l’Europarlamento ha bocciato – e rimandato in commissione Ambiente (Envi) per un nuovo negoziato – la riforma del mercato delle emissioni di Co2, con la conseguenza della sospensione del voto che doveva approvare la carbon tax alle frontiere esterne – la contropartita per far passare la riforma del permesso a inquinare – e il punto sull’istituzione del Fondo sociale per il clima, che dovrebbe compensare le difficoltà della transizione climatica per i meno abbienti.

Ora non se ne parla almeno fino a settembre. Ci sono consistenti segnalazioni delle pressioni delle lobby sui parlamentari europei avvenute nelle ultime settimane. Vista la bocciatura in Aula della riforma dell’Ets (Emissions trading system), la maggioranza ha deciso di rimandare altri due voti previsti per oggi sul pacchetto Fit for 55, quello sul fondo sociale per il clima e anche il voto finale sul Carbon Border Adjustment Mechanism, il “dazio climatico”. Entrambi sono stati rinviati in attesa che si raggiunga un accordo sulla riforma dell’Ets.

Dentro c’è anche un dato politico importante tutto italiano: della maggioranza (finta) che sostiene il governo Draghi la Lega ha votato contro, Fi a favore, M5s si è astenuto e 4 del Pd (che si è in maggioranza astenuto) hanno votato contro. Continuiamo a immaginare coalizioni future e maggioranze di governo senza tenere conto delle posizioni sul clima, come se fosse un aspetto secondario. Siamo immaturi su tutto: il fatto stesso che non ci interroghiamo sulle posizioni ambientali di un’eventuale alleanza politica dimostra che risparmio energetico, clima e cambiamento climatico siano considerati temi semplicemente emergenziali mentre pretendono visione e armonizzazione di tutte le politiche connesse (che sono quasi tutte).

Siamo ancora all’ambientalismo come vezzo, un punto da aggiungere al programma elettorale con distrazione. Stiamo messi così.

Buon giovedì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Chi paga i costi della guerra

«Se il mondo non allarga il suo sguardo dalla guerra in Ucraina e non agisce immediatamente, nel Corno d’Africa si verificherà un vertiginoso aumento di morti di bambini». Sono le parole di Rania Dagash, Vice direttore regionale Unicef per l’Africa orientale e meridionale.

Poi ci sono i numeri: «Circa 386mila bambini in Somalia – spiega Rania Dagash – adesso hanno bisogno disperato di cure salvavita per la malnutrizione acuta grave, che mette a rischio la loro vita – superando i 340mila bambini che avevano bisogno di cure al tempo della carestia del 2011. Il numero di bambini che stanno affrontando la forma più letale di malnutrizione è incrementato di oltre il 15% in 5 mesi. In Etiopia, Kenya e Somalia, oltre 1,7 milioni di bambini adesso hanno urgente bisogno di cure per la malnutrizione acuta grave».

Nel corso di due anni sono mancate quattro stagioni delle piogge, distruggendo i raccolti e il bestiame e prosciugando le fonti d’acqua. Le previsioni indicano che anche le prossime piogge di ottobre-dicembre potrebbero non verificarsi. Tutti e tre i Paesi – Etiopia, Kenya e Somalia – hanno registrato un numero significativamente più alto di bambini gravemente malnutriti ammessi a cure nei primi tre mesi del 2022, rispetto allo stesso periodo nel 2021: in Etiopia il tasso è stato più alto del 27%; in Somalia del 48%; in Kenya del 71%.

Anche i tassi di mortalità sono preoccupanti. «Quest’anno – torna a dire Dagash – in diverse delle aree più duramente colpite del Corno d’Africa, il numero di bambini morti per malnutrizione acuta grave con complicazioni mediche nei centri di trattamento ospedaliero è triplicato rispetto all’anno precedente. Tra febbraio e maggio, il numero di famiglie senza un accesso affidabile all’acqua pulita e sicura è quasi raddoppiato, passando da 5,6 milioni a 10,5 milioni».

«Le vite dei bambini nel Corno d’Africa – spiega ancora la vice direttrice – sono esposte a maggiori rischi a causa della guerra in Ucraina. Solo la Somalia importava il 92% del grano da Russia e Ucraina, ma le linee di approvvigionamento sono bloccate. La guerra sta acuendo l’aumento vertiginoso dei prezzi globali di cibo e carburante, il che significa che molte persone in Etiopia, Kenya e Somalia non possono più permettersi i generi alimentari di base di cui hanno bisogno per sopravvivere».

Funziona così il mondo: i potenti si dichiarano guerra, i figli dei poveri vengono mandati sul campo a morire e i poverissimi del mondo ne pagano i costi.

Buon mercoledì.

 

In foto, alcuni bambini camminano nel campo profughi di Kakuma, in Kenya

L’articolo proviene da Left.it qui

L’Africa come posacenere del mondo

Cento milioni di morti nel 20° secolo. 1.500 miliardi di dollari di costi sanitari. Secondo un rapporto dell’organizzazione di politica sanitaria globale Vital Strategies e dell’Università dell’Illinois Chicago nell’ultima edizione del Tobacco Atlas , l’era del grande tabacco sta volgendo al termine: c’è un calo inequivocabile dei tassi di fumo globali, a 19,6 % nel 2019 dal 22,6% nel 2007.

Ma tra le righe c’è anche la strategia per garantire profitti alle industrie del tabacco: il nuovo mondo da conquistare sarà l’Africa. Come delineato in una ricerca dell’Università di Bath, un partner del watchdog dell’industria del tabacco, Stopping tobacco organizations and products (Stop): «Per proteggere i propri profitti, le società transnazionali del tabacco (Ttc) hanno iniziato a spostare la propria attività verso mercati relativamente non sfruttati in alcune parti del il mondo in cui le opportunità di crescita sono in gran parte illimitate … In nessun luogo questa prospettiva sottosfruttata è matura per la raccolta come l’Africa. I Ttc si stanno espandendo nei Paesi africani, dove, escluso il Sudafrica, il mercato del tabacco è cresciuto di quasi il 70% negli anni 90 e nel primo decennio del 21° secolo». Mentre i profitti vengono soffocati in occidente, il grande tabacco ha preso di mira le comunità africane, e in particolare i loro giovani, come incubatori di nuove iniziative mortali. L’ Africa Center for Tobacco ha riferito nel 2016 di come negozi e carretti a mano che vendevano sigarette insieme a dolci operavano vicino alle scuole in Camerun e Burkina Faso. L’Atlante del tabacco fornisce dati concreti sull’attenzione globale ai giovani del settore, rilevando che i tassi di fumo tra i 13 ei 15 anni sono in aumento in 63 Paesi.

Le economie africane continuano a essere vulnerabili: il colonialismo ora passa attraverso i prodotti come il tabacco, già certificati pericolosi e limitati in Europa eppure pronti per ritrovare una seconda vita in Africa. Così abbiamo un mondo in cui i Paesi ad alto reddito costruiscono un futuro senza tabacco mentre i poveri, come sempre, diventano il sacchetto dell’umido. In questo caso sono pronti a farsi anche posacenere pur di non spegnere il sorriso alle multinazionali. Noi, come sempre, qui fermi a guardare.

Buon martedì.

L’articolo proviene da Left.it qui

«Non siamo animali»

I Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr) sono uno dei tanti buchi neri in un sistema che gode di impunita disattenzione dalla stragrande maggioranza dei media. Nel Cpr di Gradisca d’Isonzo accade che in virtù degli accordi tra Italia e Tunisia (una corsia preferenziale per i rimpatri con più di qualche lacuna dal punto di vista dei diritti) il rimpatrio venga utilizzato addirittura come minaccia contro famiglie con figli che sono in Italia e lavorano in Italia da anni.

La situazione la spiega bene Francesca Mazzuzi, della campagna LasciateCIEntrare:

«Tutto grazie agli accordi tra i due Paesi che consentono di eseguire rapidamente rimpatri collettivi, contrari alle norme internazionali. Anche il parlamentare tunisino Majdi Karbai ha recentemente mostrato le condizioni del Centro di Gradisca d’Isonzo in un video pubblicato sul suo profilo Facebook. I tunisini appena sbarcati nelle coste siciliane continuano a trovarsi in un vortice di privazione della libertà e di impossibilità di ricevere un’adeguata informativa legale per fare valere i propri diritti. Tanti sono trovati senza documenti in seguito a controlli di polizia, altri sono costretti a una nuova reclusione dopo avere già concluso la pena in un carcere. Tutti hanno una cosa in comune: nessuno è nel Cpr per avere commesso un reato, ma per un illecito amministrativo, violazione che solo per gli stranieri significa privazione della libertà personale. “Qui non funziona niente” raccontano dall’interno, “ci trattano come animali”, “non abbiamo diritti, non ci ascoltano”. “Ma è normale che qui non ci sia un assistente sociale o un operatore legale a cui rivolgersi?”. No, non dovrebbe essere così. Queste figure sono previste anche dai capitolati di appalto che regolano i servizi che l’ente gestore deve garantire, anche se il monte ore previsto è ridicolo rispetto al tempo che dovrebbe essere dedicato a ciascuna delle persone detenute nei Cpr. Alcuni non ricevono una terapia adeguata perché la visita con lo psichiatra avviene dopo oltre un mese dall’ingresso nel Cpr e solo dopo accese proteste si ha la possibilità di essere ascoltati. Succede di tutto: tentativi di suicidio, atti di autolesionismo, materassi incendiati, solo per ricevere cure ed essere trattati come “persone”. Solo per avere accesso ai diritti basilari. Se ingoi lamette e bevi candeggina non vieni portato immediatamente in ospedale, ma nell’infermeria del centro ti danno “uno sciroppo”.  In questo indegno gioco psicologico in cui si è continuamente minacciati di venire rimpatriati tutti e in qualsiasi momento, c’è chi non dorme da giorni… perché vengono a prenderti la mattina molto presto. Qualche giorno fa ci sono state “grandi pulizie”, pare fosse imminente l’ingresso di una qualche associazione per i diritti umani, ma finora non si è visto nessuno. Nessuno che possa raccogliere le testimonianze e le storie di chi chiede solo di essere ascoltato e di essere trattato con dignità.
A un certo punto pare aprirsi una breccia dalla quale scorgere un briciolo di umanità. La scorsa settimana sono stati messi a disposizione un pallone e delle carte da gioco. Una grande conquista, giocare aiuta a passare il tempo e a distrarsi dal chiodo fisso del rimpatrio, ma ecco che, alcuni giorni fa, insieme a un pallone arriva anche uno scontrino di euro 8.90 a carico delle persone recluse nel Cpr. Un altro misero modo di lucrare sulla pelle di chi è privato della libertà. …  Al momento è in corso la gara di appalto per la nuova gestione del Centro di Gradisca, per 150 posti, per un importo di circa due milioni e mezzo di euro per un periodo di dodici mesi, rinnovabile di altri dodici. Le offerte sarebbero dovute essere presentate entro il 31 marzo 2022 per l’avvio di gestione previsto al 16 giugno, ma per ora non è stata pubblicata alcuna notizia sui partecipanti alla gara e tantomeno del suo esito».

Continuando a tollerare sacche di illegalità prima o poi, la storia ce lo insegna, capita di finirci dentro.

Buon lunedì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Cambi casacca: il caso scuola di Michela Rostan, dal Pd a Forza Italia

Che siamo ormai già in campagna elettorale lo capisci da diversi indizi, uno su tutti il riposizionamento di chi deve trovare un approdo per le prossime elezioni. Accade a chi è caduto in disgrazia nel proprio partito, a chi è in un partito caduto in disgrazia: la transumanza è l’unica salvezza. Poiché diventerà un genere letterario (è vero, i cambi di casacca in questa legislatura sono già record ma come nel calciomercato sono decisive solo le fasi finali) possiamo dire che a spiccare per ora è Michela Rostan, 40enne deputata già alla seconda legislatura, che è stata accolta a braccia aperte da Antonio Tajani in Forza Italia che l’ha definita una «parlamentare molto radicata sul territorio». Sul territorio non ci è dato saperlo, ma che il radicamento sia una delle caratteristiche inconfutabili della deputata lo mostra la sua storia politica che è interessante conoscere perché si tratta di una caso scuola.

Rostan, piddina pro Renzi che lascia il partito per entrare in Articolo 1

Michela Rostan viene eletta in Parlamento nel 2013, nelle liste del Partito Democratico nella circoscrizione Campania 1. La sua storia con il Pd però inizia già nel 2007, quando prese parte alle primarie. L’attuale ministro Andrea Orlando (allora commissario del Pd di Napoli) la nomina responsabile del Forum provinciale dell’immigrazione. Alle primarie per le elezioni del 2013 risulta la terza donna più votata «nella provincia di Napoli» (lo scrive lei nella sua bio). Nel Partito Democratico appoggia convintamente Matteo Renzi. Proprio l’appoggio a Renzi stona con il suo abbandono il 14 marzo del 2017 del Pd per aderire ad Articolo 1, il partito di Bersani, D’Alema e Speranza. A prima vista però si potrebbe pensare che, come molti altri, sentisse l’esigenza di più “sinistra” rispetto alla svolta centrista dell’ex premier. Fatto sta che con Articolo 1 Mdp viene rieletta alle Politiche del 2018 nella lista di Liberi e Uguali (che comprendeva anche Articolo 1).

Cambi casacca: il caso scuola di Michela Rostan dal Pd a Forza Italia
Michela Rostan (da Facebook).

L’addio ad Articolo 1 per aderire a Italia Viva che lascia per entrare nel Misto

Ora arriva il capolavoro: a febbraio del 2020 Michela Rostan decide di abbandonare Articolo 1 – Mdp. Nella sua lettera d’addio parla di «difficoltà ormai manifesta di affrontare battaglie politiche che considero importanti, in totale solitudine». Rostan lamenta di non avere avuto aiuto nemmeno dal ministro della Salute Roberto Speranza (suo compagno di partito) per mantenere i farmaci che combattono l’epatite C nel Fondo per gli innovativi che era in scadenza. Chiarisce però di voler continuare a votare la fiducia al governo Conte (siamo nel Conte 2). Dove si accasa Rostan? In Italia Viva di Matteo Renzi. Sì, lo so, sembra fantascienza. Solo che nemmeno un anno dopo Rostan vota la fiducia al governo Conte in disaccordo con Renzi: «Ho deciso di votare la fiducia al governo Conte. Lo faccio perché tra la critica al governo e la crisi di governo c’è una grande differenza, e la differenza si chiama politica, cioè ricerca delle soluzioni, tentativo di intesa». Inevitabile l’uscita da Italia Viva e l’adesione al Gruppo Misto.

Cambi casacca: il caso scuola di Michela Rostan dal Pd a Forza Italia
La Camera dei deputati (Getty Images).

I contatti falliti con il M5s e con la Lega e l’approdo a Forza Italia

Siamo alle battute finali della storia. Su Stylo24, giornale fondato da Simone De Meo, si legge che la deputata «avrebbe tenuto diversi contatti con ambienti grillini per potersi presentare alle elezioni sotto il simbolo del Movimento 5 stelle». Nell’articolo, a firma di Mauro Della Corte, si riporta anche di alcune trattative avute con esponenti dalla Lega. L’operazione non è andata a buon fine, evidentemente, ma Rostan si può ora accomodare tra le fila di Forza Italia. Preparatevi perché da qui alle prossime elezioni sarà una fiera di giravolte per provare a tenersi uno scranno. Un teatro dell’assurdo con in contorni della commedia che fotografa perfettamente il momento. Non servono nemmeno studi o convegni per comprendere le ragioni della “disaffezione alla politica” da parte dei cittadini. O no?

L’articolo Cambi casacca: il caso scuola di Michela Rostan, dal Pd a Forza Italia proviene da Tag43.it.

Cambi casacca: il caso scuola di Michela Rostan, dal Pd a Forza Italia

Che siamo ormai già in campagna elettorale lo capisci da diversi indizi, uno su tutti il riposizionamento di chi deve trovare un approdo per le prossime elezioni. Accade a chi è caduto in disgrazia nel proprio partito, a chi è in un partito caduto in disgrazia: la transumanza è l’unica salvezza. Poiché diventerà un genere letterario (è vero, i cambi di casacca in questa legislatura sono già record ma come nel calciomercato sono decisive solo le fasi finali) possiamo dire che a spiccare per ora è Michela Rostan, 40enne deputata già alla seconda legislatura, che è stata accolta a braccia aperte da Antonio Tajani in Forza Italia che l’ha definita una «parlamentare molto radicata sul territorio». Sul territorio non ci è dato saperlo, ma che il radicamento sia una delle caratteristiche inconfutabili della deputata lo mostra la sua storia politica che è interessante conoscere perché si tratta di una caso scuola.

Rostan, piddina pro Renzi che lascia il partito per entrare in Articolo 1

Michela Rostan viene eletta in Parlamento nel 2013, nelle liste del Partito Democratico nella circoscrizione Campania 1. La sua storia con il Pd però inizia già nel 2007, quando prese parte alle primarie. L’attuale ministro Andrea Orlando (allora commissario del Pd di Napoli) la nomina responsabile del Forum provinciale dell’immigrazione. Alle primarie per le elezioni del 2013 risulta la terza donna più votata «nella provincia di Napoli» (lo scrive lei nella sua bio). Nel Partito Democratico appoggia convintamente Matteo Renzi. Proprio l’appoggio a Renzi stona con il suo abbandono il 14 marzo del 2017 del Pd per aderire ad Articolo 1, il partito di Bersani, D’Alema e Speranza. A prima vista però si potrebbe pensare che, come molti altri, sentisse l’esigenza di più “sinistra” rispetto alla svolta centrista dell’ex premier. Fatto sta che con Articolo 1 Mdp viene rieletta alle Politiche del 2018 nella lista di Liberi e Uguali (che comprendeva anche Articolo 1).

Cambi casacca: il caso scuola di Michela Rostan dal Pd a Forza Italia
Michela Rostan (da Facebook).

L’addio ad Articolo 1 per aderire a Italia Viva che lascia per entrare nel Misto

Ora arriva il capolavoro: a febbraio del 2020 Michela Rostan decide di abbandonare Articolo 1 – Mdp. Nella sua lettera d’addio parla di «difficoltà ormai manifesta di affrontare battaglie politiche che considero importanti, in totale solitudine». Rostan lamenta di non avere avuto aiuto nemmeno dal ministro della Salute Roberto Speranza (suo compagno di partito) per mantenere i farmaci che combattono l’epatite C nel Fondo per gli innovativi che era in scadenza. Chiarisce però di voler continuare a votare la fiducia al governo Conte (siamo nel Conte 2). Dove si accasa Rostan? In Italia Viva di Matteo Renzi. Sì, lo so, sembra fantascienza. Solo che nemmeno un anno dopo Rostan vota la fiducia al governo Conte in disaccordo con Renzi: «Ho deciso di votare la fiducia al governo Conte. Lo faccio perché tra la critica al governo e la crisi di governo c’è una grande differenza, e la differenza si chiama politica, cioè ricerca delle soluzioni, tentativo di intesa». Inevitabile l’uscita da Italia Viva e l’adesione al Gruppo Misto.

Cambi casacca: il caso scuola di Michela Rostan dal Pd a Forza Italia
La Camera dei deputati (Getty Images).

I contatti falliti con il M5s e con la Lega e l’approdo a Forza Italia

Siamo alle battute finali della storia. Su Stylo24, giornale fondato da Simone De Meo, si legge che la deputata «avrebbe tenuto diversi contatti con ambienti grillini per potersi presentare alle elezioni sotto il simbolo del Movimento 5 stelle». Nell’articolo, a firma di Mauro Della Corte, si riporta anche di alcune trattative avute con esponenti dalla Lega. L’operazione non è andata a buon fine, evidentemente, ma Rostan si può ora accomodare tra le fila di Forza Italia. Preparatevi perché da qui alle prossime elezioni sarà una fiera di giravolte per provare a tenersi uno scranno. Un teatro dell’assurdo con in contorni della commedia che fotografa perfettamente il momento. Non servono nemmeno studi o convegni per comprendere le ragioni della “disaffezione alla politica” da parte dei cittadini. O no?

L’articolo Cambi casacca: il caso scuola di Michela Rostan, dal Pd a Forza Italia proviene da Tag43.it.

La guerra liquida nel Mediterraneo

Sono almeno 600 i morti della guerra che non interessa a nessuno e che fatica a fare notizia. Del resto i morti di questa guerra non entrano negli zoom dei cronisti di guerra, stanno sott’acqua impigliati in qualche pezzo di barca oppure si frollano prima di essere mangiati dai pesci. Nella guerra liquida del Mediterraneo (una delle trentatré guerre in corso nel mondo in questo momento) nel mese di maggio appena concluso 8.655 nuovi arrivi contro i 5.679 del 2021. Da inizio anno 19.416 contro i 14.692 del 2021. Oltre 600 persone scomparse e decedute nel tentativo di attraversare il Mediterraneo centrale (138 corpi ritrovati e 462 dispersi), a fronte di 7.067 persone violentemente respinte in Libia e riportate in detenzione illegale.

La situazione la riporta Meeting Pot Europa che ripercorre gli avvenimenti del mese appena passato, dei naufragi che hanno ottenuto ancora meno spazio del solito e che ancora una volta sono il risultato della criminale omissione di soccorso degli stessi Paesi così celeri quando c’è da chiudere lo scatolone delle armi. Ci sono i 76 morti del 25 maggio che non hanno nemmeno avuto un tweet dai politici, perfino quelli che si definiscono più democratici e progressisti. Ci sono i salvataggi in mare grazie alle navi di quelle Ong che nonostante il fango da cui sono state ricoperte continuano a svolgere il proprio lavoro, quello che dovrebbe fare l’Europa. Delle Ong non se ne parla più perché altrimenti bisognerebbe dare conto dei processi che erano solo accanimento politico senza nessuna base giudiziaria (e infatti sono finiti in niente) e perché effettivamente fa paura a una certa politica che questi nonostante tutto siano lì, tutti i giorni, a salvare vite: sono professionisti nel senso più alto del termine, professano i propri valori nel proprio mestiere.

A proposito di guerre: in un appello del Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane (C.I.S.D.A.) si scopre la situazione degli afghani. «Dopo tante risorse spese per spostarsi al di fuori del proprio Paese – si legge nell’appello -, i loro visti sono in scadenza, o scaduti,  e le spese di mantenimento diventano insostenibili. Per molte e molti, la permanenza in questi Paesi confinanti è un ulteriore fattore di rischio per la presenza di organizzazioni fondamentaliste legate, o meno, al governo talebano, o per la prassi sempre più diffusa dei rimpatri. Si tratta in gran parte di persone che si sono esposte pubblicamente durante il periodo dell’occupazione militare Nato a guida Usa, e che anche la clandestinità non può proteggere. La vergogna per le incresciose modalità con cui si è svolto il ritiro delle truppe occidentali, non è cancellata dal nuovo dossier ucraino perché le ragioni che sono all’origine del disastro a cui abbiamo assistito a metà agosto sono ben presenti alla nostra memoria e sono parte delle lezioni afghane che dovrebbero essere patrimonio anche della politica. Sale anche lo scandalo per l’incomprensibile blocco dei corridoi umanitari che avrebbero dovuto portare in salvo in Italia almeno un primo gruppo di 1.200 persone a rischio di vita e di persecuzione in Afghanistan, dopo il ponte aereo dell’agosto scorso».

Anche la guerra in Afghanistan alla fine è finita sott’acqua.

Buon venerdì.

 

L’articolo proviene da Left.it qui

La fine della vergogna delle navi quarantena, finalmente

L’avevamo scritto qui che le navi quarantena erano un’illegalità di Stato in mezzo al mare. E infatti il governo italiano ha deciso di abbandonare l’uso delle navi da quarantena adottate durante la pandemia per isolare i migranti in mare dopo il loro arrivo in Italia.

Al culmine della pandemia di Covid-19, cinque navi erano in servizio per isolare irregolarmente i migranti appena arrivati in Italia. Ne rimangono solo due, ma tra pochi giorni il sistema di quarantena offshore finirà e le navi saranno riportate alla loro “missione” originale: il trasporto di turisti.

Le navi di quarantena sono state attivate nel bel mezzo dell’emergenza Covid nell’estate del 2020. I migranti sono stati isolati offshore al loro arrivo per alleviare la pressione sul sistema sanitario.

Martedì 31 maggio, è stata ordinata una proroga ordinata dal ministero della salute che ne ha permesso la scadenza dell’uso e non sono previsti ulteriori rinvii. Ciò significa che, una volta terminato il periodo di quarantena per le persone attualmente a bordo delle navi Azzurra e Aurelia (rispettivamente a Lampedusa e Pozzallo), il servizio terminerà.

Le misure sanitarie per i nuovi arrivati – poiché si prevede che i flussi migratori aumenteranno in modo significativo in estate – si svolgeranno a terra.

Venerdì 27 maggio, il Garante per i diritti delle persone detenute, Mauro Palma, ha chiesto la loro abolizione il prima possibile. Le navi da quarantena, ha detto, erano «una soluzione transitoria ed eccezionale connessa allo stato di emergenza sanitaria». «Lo stato di emergenza tuttavia è terminato il 31 marzo (quasi due mesi fa!) e non sono ancora state dismesse», ha osservato.

Due decreti emessi dal ministero della Salute avevano esteso l’uso del sistema di quarantena offshore per i nuovi arrivi sul territorio nazionale. Ora le prefetture in prima linea negli arrivi, in particolare quelle sull’isola di Sicilia e nella regione meridionale della Calabria, gestiranno gli arrivi quest’estate – con il coordinamento del ministero dell’Interno – utilizzando centri di accoglienza e hotspot sulla terraferma.

Nel frattempo le partenze dal Nord Africa sono in aumento: 18.841 sbarchi sono già stati registrati nei primi cinque mesi dell’anno, in aumento di 4.500 rispetto allo stesso periodo del 2021. Le navi di soccorso per migranti gestite da Ong sono in piena attività: lunedì mattina (30 maggio) l’Ocean Viking gestito da Sos Mediterranee ha portato 294 migranti al porto di Pozzallo. Altri 80 sono stati salvati nel pomeriggio lo stesso giorno dalla Aurora, la nuova nave dell’organizzazione di soccorso tedesca Sea-Watch. Secondo quanto riferito, una barca con 280 persone a bordo è arrivata a Reggio Calabria; e si dice che l’hotspot di Lampedusa sia ancora una volta sovraffollato.

Buon giovedì.

Nella foto: migranti si imbarcano nella nave quarantena Azzurra a Lampedusa, 13 maggio 2021

L’articolo proviene da Left.it qui

Il capitano faccendiere

Il quotidiano Domani svela che Matteo Salvini (e il suo nuovo consulente, l’ex deputato di Forza Italia Antonio Capuano) l’1 marzo hanno incontrato in gran segreto l’ambasciatore russo Sergej Razov a Roma, in una bella cenetta intima come ai bei tempi quando il leader della Lega sognava di essere il nuovo Putin all’amatriciana. È stato il primo di una serie di incontri (in tutto sarebbero 4) in cui un esponente di uno dei principali partiti di governo ha intavolato una trattativa parallela con la Russia (sulla base di rapporti che non abbiamo mai conosciuto nella loro interezza) senza informare il governo di cui fa parte, senza informare la classe dirigente del suo partito e senza informare il ministero italiano.

Il viaggio in Russia di Salvini (che faceva schifo anche prima di conoscere tutti i retroscena) era solo la nuova puntata di una saga che si consumava sotto traccia (sembra anche con l’aiuto di alcuni esponenti del Vaticano) e. che avrebbe dovuto (nell’idea di Salvini e Capuano) rendere il leader della Lega “salvatore del mondo” con una pace firmata in tasca dopo una gita a Mosca.

Ci sono diversi profili in tutta questa storia che sono piuttosto imbarazzanti. C’è innanzitutto l’abituale scollegamento di Salvini con la realtà, convinto davvero di poter essere il Sancho Panza che con il suo poco peso politico, le sue poche competenze e la sua scarsa credibilità avrebbe potuto risolvere un conflitto. Poi c’è lo stato dell’arte del centrodestra italiano che sostanzialmente non esiste ma è semplicemente un recinto elettorale in cui tutti pascolano a modo loro, senza rinunciare al boicottaggio dei loro stessi alleati. Infine c’è un governo, questo che ci ritroviamo in Italia, che incomprensibilmente si tiene insieme su convergenze difficili da individuare.

L’ennesima figura barbina, ancora.

Buon mercoledì.

Nella foto: Matteo Salvini a Porta a porta, 24 maggio 2022

L’articolo proviene da Left.it qui