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Giulio Cavalli

Unione popolare sfida la grande ammucchiata

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Unione Popolare – la lista che tiene insieme ManifestA, Potere al Popolo, Rifondazione Comunista e DeMa di Luigi De Magistris – è pronta a partire. Oggi è stato presentato il simbolo, in arrivo liste e candidati mentre già si stanno organizzando i comitati territoriali per raccogliere le firme.

Unione Popolare è pronta a partire. Luigi de Magistris ha presentato il simbolo. Al via la raccolta delle firme

A lungo si è cercato il modo per riuscire a scavalcare il complicato (e antidemocratico) scoglio determinato da questa pessima legge elettorale: sono state scartate le ipotesi di cercare sponda con Ignazio Messina (che detiene il simbolo di Italia dei Valori) e con Enrico Maria Bozza del partito “10 volte meglio”.

Tra i disastrosi effetti del rosatellum c’è l’enorme potere che viene dato a chi possiede un simbolo buono per competere alla corsa elettorale (quello per intendersi che Tabacci ha prestato a Luigi Di Maio) ma tra i dirigenti di Unione Popolare alla fine si è deciso di percorrere la strada più ostica “ma più dignitosa”, come dice un responsabile dell’organizzazione.

Per le liste si parla di molti nomi del mondo dell’università italiana, molti rappresentanti di movimenti e associazioni, pezzi importanti dell’antimafia sociale. Ci saranno di sicuro l’ex deputata Piera Aiello (testimone di giustizia eletta nella scorsa tornata elettorale nelle file del M5S), De Magistris che sarà il portavoce e probabilmente anche nomi noti della letteratura italiana (ieri si faceva il nome del poeta Franco Arminio).

“Questa non è un’operazione elettorale ma un’operazione politica”, ha spiegato a tutti De Magistris che ieri ha chiarito la direzione dell’alleanza: “Mentre Di Maio briga per sistemare il suo futuro politico personale, si rischia l’allargamento del conflitto mondiale in estremo oriente tra Cina e Stati Uniti su Taiwan. Il circuito politico-mediatico del potere ora tace perché non conviene parlare di guerra in campagna elettorale, perché è la cifra del disastro della politica estera ed energetica del nostro Paese. Ci vuole un governo pacifista, non allineato, non suddito di multinazionali e paesi esteri”, ha scritto sui suoi social.

“Unione popolare è l’unica vera novità politica di fronte ai saltimbanco del circo della politica”

“Unione popolare – ha scritto oggi de Magistris presentando il simbolo su Facebook – è l’unica vera novità politica di fronte ai saltimbanco del circo della politica. In un momento così difficile per il nostro Paese, stiamo assistendo a un riposizionamento politico di politicanti che pensano solo alle poltrone”.

“Nei prossimi giorni – ha affermato ancora l’ex sindaco di Napoli – proveremo a mettere in campo storie credibili che rappresentano quella parte del Paese reale che non si sente adeguatamente rappresentato nelle istituzioni politiche e da portavoce di questa coalizione voglio ringraziare non solo chi è qui oggi con me, ma anche chi ci ha creduto fin dall’inizio”.

“Siamo tanti – ha detto ancora de Magistris – e dobbiamo fare un lavoro enorme per raccogliere le firme in pieno agosto con dipendenti comunali e avvocati in ferie, ma noi queste firme le raccoglieremo e di questo voglio rassicurare Fratoianni”.

Le liste di Unione popolare per le prossime elezioni politiche saranno chiuse nei prossimi giorni ma verosimilmente Luigi de Magistris, portavoce nazionale della coalizione, sarà candidato anche a Napoli, sua città natale di cui è stato sindaco dal 2011 al 2021. La coalizione nella giornata di lunedì prossimo organizzerà una prima iniziativa pubblica anche per la raccolta delle firme necessarie per potersi presentare alla competizione elettorale.

Il primo comizio sarà programmato nel paese del boss mafioso latitante, Matteo Messina Denaro, “perché – ha spiegato de Magistris – vogliamo dare un segnale: noi non ci sediamo e non ci siederemo mai con la borghesia mafiosa e proviamo a costruire un’alternativa dal basso”.

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La legge elettorale non è un alibi per tutto

La legge elettorale fa schifo. Lo dice Rosato, di Italia Viva, dimenticando di esserne il padre, lo dicono tutti i partiti che tranquillamente l’hanno votata e lo dicono tutti i partiti che fino a qualche giorno fa erano tranquillamente al governo ma si sono dimenticati di metterci mano. Su questo siamo tutti d’accordo. Se fossimo un po’ più onesti potremmo dirci anche che la raccolta firme in agosto riservata solo a chi non conosce qualche notabile con in tasca un simbolo è una vergogna. Ma questo, se osservate bene, non lo dice quasi nessuno perché che Unione Popolare a sinistra non riesca a raccogliere le firme tornerebbe comodo a molti: se manca un pezzo di sinistra anche la sinistra più sbiadita può rivendersi come sinistra convinta.

Ma la vergognosa legge elettorale non può diventare un “liberi tutti” che consenta di mentire, questo no. I fatti e le parole contano. L’accordo tra Letta e Calenda non è solo “un’alleanza elettorale per fermare le destre” perché in quell’accordo c’è la sottoscrizione di punti politici, perché quell’accordo è figlio di una dinamica politica che ha inevitabilmente mostrato il Pd soggiogato al narcisismo di Calenda. In quell’accordo ritorna quell’Agenda Draghi che era spuntata nei primi giorni di campagna elettorale dei democratici e che poi si era ammorbidita per abbracciare le sensibilità di tutti, Verdi e Sinistra italiana compresi. La favola del “stiamo insieme solo perché questa legge elettorale ce la impone” non è credibile: se l’obiettivo fosse stato quello di fermare le destre avremmo dentro anche il M5S (nei sondaggi di oggi sarebbe stata un’alleanza che se la giocava sul serio) e ci sarebbe dentro anche Italia Viva e Matteo Renzi. Non prendiamoci in giro, dai.

Se ci fosse almeno un po’ di onestà intellettuale la smetterebbero di fingere di dimenticare che Mariastella Gelmini ha distrutto la scuola italiana, partorendo la peggiore riforma della nostra storia repubblicana, un macigno sullo sviluppo del nostro Paese, con professori sempre meno motivati, programmi ministeriali scarsamente seguiti, un tasso d’ignoranza altissimo fra gli studenti, ricercatori senza fondi e personale universitario formato in larga parte di precari. Con la sua riforma 25mila supplenti hanno perso il loro incarico, 87.400 cattedre sono state eliminate e 44mila tecnici sono stati colpiti dai tagli al personale. Per la riforma universitaria, col decreto legge 180/2008, è stato innalzato il turnover dal 20% al 50% per tutti gli atenei che non risultino onerosi, con la conseguenza che molti insegnamenti sono rimasti scoperti. Per di più, la quota destinata alla ricerca scientifica è diminuita del 7%, portando l’Italia al di sotto della media europea. Difatti, con la legge del 30 dicembre 2010, la figura del ricercatore a tempo indeterminato è stata sostituita da quella del ricercatore a tempo determinato che può usufruire di contratti della durata di 3 anni rinnovabili al massimo per due volte.

Costruire un’alleanza elettorale in cui Calenda è la spalla di Letta nella comunicazione è una scelta politica, non c’entra la legge elettorale. Costruire un’alleanza in cui Di Maio è stato coccolato e salvato è una scelta politica. Costruire un’alleanza in cui ex colonnelli del partito di Berlusconi vengono salutati come salvatori della patria è una scelta politica. Costruire un’alleanza elettorale in cui un rigassificatore diventa un punto di programma condiviso (con la macelleria sociale che c’è in giro) è una precisa scelta politica che non c’entra nulla con la legge elettorale.

Prendetevi la responsabilità di fare politica. Non raccontateci di essere stati costretti a compiere scelte. Non funziona.

Buon giovedì.

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Carlo seduce e abbandona Matteo. Continua il bestiario elettorale

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È giovedì, sembra essere passata un’era ma siamo solo all’inizio della campagna elettorale. Se fosse una serie televisiva sarebbe quasi divertente, solo che qui c’è in gioco il Paese. Ecco il bestiario elettorale di giornata.

IL RITORNO DEL “PARTITO DI BIBBIANO”
Mentre Luigi Di Maio si prepara a candidarsi nelle liste del Pd per assicurarsi un posto in Parlamento, da Bibbiano il segretario dem Stefano Marazzi non le manda a dire: “Inutile negarlo, non nascondo che la nostra comunità locale abbia sofferto tanto e che da Di Maio si aspetterebbe ancora delle scuse”, dice il segretario cittadino. Del resto fu proprio Di Maio del PD che “toglieva i bambini alle famiglie con l’elettroshock per venderseli”. Le scuse forse non arriveranno, Di Maio sicuramente sì.

ASILO CALENDA
Qualcuno accusa Carlo Calenda di avere lasciato solo Matteo Renzi e con lui “un polo riformista del 10%” (tranquilli, niente di che, è il solito centro che ogni giro si affibbia un’etichetta diversa). Calenda risponde: “Può essere. Ma ho anche evitato la vittoria a tavolino della Meloni, con un accordo che esclude 5s e voti di Azione a Di Maio e co. Tutto sommato scelta meno dolorosa di quella che ha fatto Matteo Renzi quando ha fatto un governo con Conte, Bonafede etc., per la stessa ragione. Aggiungo che il polo si può costruire dal 26 settembre, l’Italia no. Riflettici Matteo”. In sostanza offre la pace agitando il bastone. Se le ripicche fossero voti Calenda sarebbe presidente dell’universo.

RENZI TRADOTTO
Matteo Renzi: “Il PD mi ha proposto il diritto di tribuna. Io non mi faccio candidare da quel partito per salvare una poltrona, mi chiamo Renzi non Di Maio”. Tradotto: una poltrona è troppo poco.

L’INCAZZATURA DI CITTADINANZA
Gianluigi Paragone
presenta Italexit e in conferenza stampa dichiara (piuttosto minaccioso): “O le istituzioni capiscono che il dissenso deve rimanere nel perimetro istituzionale o questo dissenso andrà fuori. O entriamo in parlamento o accompagnerò la voce del dissenso fuori dal parlamento, o faremo i conti. Io sarò in piazza, avviso già il presidente della Repubblica. E vediamo cosa sanno fare le forze dell’ordine”. Curiosa questa teoria che gli incazzati abbiano il diritto di essere eletti: servirebbe un Parlamento con 60 milioni di posti, visti i tempi. E poi chi decide chi tra gli incazzati merita di entrare in Parlamento? Le elezioni, appunto.

BASE SENZA BASE
Caso nelle liste PD in Toscana: Luca Lotti è stato escluso dalla proposta delle candidature della segreteria regionale. Probabilmente verrà però candidato dalla segreteria nazionale. Il leader della corrente Base Riformista all’interno del PD non ha più la base. È l’uomo perfetto per essere salvato da Letta.

SENZA MOIJTO
Non è il moijto a fare male a Salvini. È proprio così di suo. Ieri in comizio a Bari ha detto: “Vi chiedo una scelta politica quando fate la spesa: mangiate pugliese, beviamo pugliese. Lasciate sugli scaffali le cose dall’altra parte del mondo”. Siamo al federalismo culinario. Poi si è buttato con la solita competenza sulla transizione ecologica: “Vogliono le auto elettriche. Spiegate al PD che non hanno ancora inventato il peschereccio elettrico e il trattore elettrico”. La sua solita battuta da padre: “Lo dico non da capo della Lega, ma da padre: tutti i bambini devono andare a scuola. La dad ha già fatto abbastanza problemi”. E infine un classico: “Finché campo combatto il presunto diritto dei giovani di ammazzarsi: chi sceglie Lega dice no alla droga”. Comprereste un’auto usata da quest’uomo (anche da sobrio)?

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Letta si è arreso a Calenda ma Sinistra e Verdi resistono

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Alla conferenza stampa con Carlo Calenda in cui Enrico Letta annunciava l’ingresso ufficiale di Azione nel “campo largo” sostenuto dal Partito Democratico il segretario del Pd ostentava sicurezza sugli altri alleati: “Come Pd abbiamo e continueremo la discussione sia programmatica, sia per la campagna elettorale, con altre liste, sono liste con cui abbiamo un rapporto fondamentale. C’è su questa una asimmetria nel rapporto fra Pd, Azione e Più Europa. Staremo insieme ma il rapporto che abbiamo con le altre liste lo consideriamo solido”.

L’ammucchiata di Letta e Calenda è già a pezzi. Fratoianni e Bonelli chiedono di rinegoziare gli accordi

Letta sbagliava. Da lì a qualche ora il comunicato di Sinistra Italiana e Verdi parla chiaro: “Prendiamo atto dell’accordo bilaterale tra Partito democratico e Azione/+Europa, non ci riguarda e non ne condividiamo nel merito delle questioni programmatiche. Chiediamo un incontro al Partito democratico per verificare se ancora ci sono le condizioni di un’intesa elettorale che coinvolga l’alleanza tra Verdi e Sinistra”.

L’incontro tra Letta, Fratoianni e Bonelli, che ieri avrebbe dovuto sciogliere le riserve, non c’è stat I

Le tensioni tra Letta e la coppia Fratoianni-Bonelli sono serie. L’incontro che ieri avrebbe dovuto sciogliere le riserve non c’è stato. Ieri l’alleanza Verdi-Sinistra ha “deciso di rinviare l’incontro con il segretario del Pd Letta alla luce delle novità politiche emerse. Registriamo – scrivono in un comunicato – comunemente un profondo disagio nel Paese e in particolare nel complesso dell’elettorato di centro-sinistra. Essendo cambiate le condizioni su cui abbiamo lavorato in questi giorni, sono in corso riflessioni e valutazioni che necessitano di un tempo ulteriore”.

I motivi sono molti. C’è il fastidio per come la trattativa tra Letta e Calenda si è sviluppata: “Questa trattativa un po’ curiosa che si concentrata molto sui collegi, era partita con un veto. Ho sfidato personalmente Carlo Calenda a mettersi in gioco. Noi non abbiamo paura a metterci in gioco e correre sul proporzionale. La nostra proposta politica – ha spiegato Fratoianni – non è negoziabile. Per questo consideriamo questo accordo legittimo, perché è bilaterale, ma in nessun modo vincolante sul tema programmatico della proposta politica”.

A Bonelli e Fratoianni non interessa “il diritto di tribuna” che il Pd vorrebbe garantire ai leader dei partiti nell’alleanza elettorale: “Qualsiasi ipotesi che contempli un diritto di tribuna non ci riguarda, non ne abbiamo bisogno. Come abbiamo sempre fatto intendiamo guadagnare uno spazio politico a partire dalla capacità di costruire consenso sulla nostra proposta politica”. Dello stesso parere è anche Bonelli che dice: “Non siamo interessati ad alcun diritto di tribuna, il diritto ce lo conquisteremo con il voto degli elettori e delle elettrici”.

Nella giornata di ieri si sono intensificate le riunioni di Verdi e Sinistra Italiana e nel pomeriggio sembra essersi fatta più forte l’ipotesi di rompere l’accordo con il Pd. Ci sono, tra l’altro, anche le molte voci critiche che si levano nei due partiti. In Sinistra Italiana l’alleanza con il Pd di Letta – che era già ostica – è contestata da quelli che trovano improponibile presentarsi con Gelmini e Carfagna.

Nei Verdi molti iscritti e simpatizzanti chiedono a Bonelli come si possa coniugare la politica del partito come Azione che nel programma punta forte sul nucleare. A questo si aggiungono i movimenti a sinistra del Pd, con De Magistris che oggi presenterà programma e simbolo dell’Unione Popolare, e con il Movimento 5 Stelle che molti vedono come alleato naturale ben più dei liberali.

Fratoianni e Bonelli si ritrovano in una strada strettissima: se confermeranno il loro accordo con Letta dovranno tornare dall’incontro con il Pd con risultati importanti da offrire ai propri elettori (come ha fatto Calenda con i suoi) altrimenti finiranno per essere considerati solo una “stampella”, un’operazione di leftwashing e greenwashing regalata al “campo largo”.

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Ungheria in rivolta. La lezione di Orbán alla sua amica Meloni

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Nel Centrodestra convinto di vincere le elezioni non c’è solo il problema degli amici di Putin (Matteo Salvini e Silvio Berlusconi soprattutto) ma c’è anche il serio problema dell’amica di Viktor Orbán, Giorgia Meloni.

Sovranismi e diritti negati agitano le piazze del paese governato da Orbán. Un bel promemoria per la leader di FdI Giorgia Meloni

Basterebbe sfogliare i giornali ungheresi di questa ultima settimana per avere un’idea di quale sia il mondo che Orbán (e presumibilmente Meloni, sua accanitissima ammiratrice) ha in mente. Lo scorso 27 luglio Zsuzsa Hegedüs, collaboratrice del primo ministro ungherese, ha dato le dimissioni dopo che sabato in un discorso pubblico Viktor Orbán si era detto contro i “popoli di razza mista”.

Nella sua lettera di dimissioni, Hegedüs ha definito le frasi di Orbán “una polemica puramente nazista” e ha paragonato il primo ministro a Joseph Goebbels, il ministro della Propaganda della Germania nazista sotto Adolf Hitler. Anche la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen aveva commentato sdegnata: “Tutti gli Stati membri dell’Ue, compresa l’Ungheria, hanno sottoscritto valori comuni globali. Discriminare sulla base della razza significa calpestare questi valori. L’Unione europea è costruita sull’uguaglianza, la tolleranza, l’equità e la giustizia”.

Non è solo il razzismo il problema di Orbán

Ma non è solo il razzismo il problema di Orbán (e forse anche nostro): anche se non si trova notizia sui media ungheresi i cittadini stanno bloccando il Paese (ad esempio sui ponti che collegano Buda a Pest – per protestare contro l’inflazione galoppante (siamo all’11,7%). Mentre nel Paese sale la protesta per gli stipendi degli insegnanti Orbán ha raddoppiato l’importo che può essere utilizzato per l’educazione religiosa e morale.

Aumentano i prezzi degli alimenti e della benzina ma il primo ministro preferisce glorificare il nazionalismo e la retorica della gloria. Poi ci sono i diritti. Nel 2012 con i due terzi del Parlamento ungherese in mano al partito Fidesz Orbán ha fatto inserire un articolo che stabilisce che il matrimonio è un’unione tra un uomo e una donna. Nella riforma costituzionale del 2020 c’è scritto “la madre è femmina, il padre è maschio”.

L’omofobia da quelle parti sostanzialmente è legge. Poi c’è Putin. L’85 per cento del gas e il 70 per cento del petrolio in Ungheria proviene dalla Russia. L’ampliamento della centrale nucleare di Paks Orbán lo ha affidato alla moscovita Rosatom. Orbán pochi giorni prima dell’invasione dell’Ucraina era in viaggio a Mosca e Orbán – vale la pena ricordarlo – si è opposto al sesto pacchetto di sanzioni contro Putin.

L’Ungheria non ha inviato un solo fucile all’Ucraina. Il ministro della Difesa Kristóf SzalayBobrovniczky è stato nominato a maggio – a guerra già iniziata – nonostante sia un uomo d’affari nel campo ferroviario con il sostegno importante di banche russe. Non è un caso che anche i rapporti con la Polonia si siano ultimamente deteriorati. Orbán non ha mai preso le distanze da Putin e Jaroslaw Kaczynski, vice primo ministro polacco e leader del partito nazionale conservatore, il PiS, ha detto che “se Orban non riesce a vedere i crimini di guerra russi in Ucraina forse dovrebbe fare un controllo della vista”.

A metà luglio i lavoratori ungheresi hanno subito un pesante aumento delle tasse

A metà luglio i lavoratori hanno subito un pesante aumento delle tasse con la “riforma Kata” che ha ristretto la platea dell’aliquota unica (a proposito della flat tax di cui si favoleggia qui in Italia). Le proteste nel Paese sono sedate dagli interventi della Polizia. Non è solo l’amicizia con Putin il manifesto politico della destra italiana. Ci sono, anche in Europa, lampanti esempi della politica che inseguono e di come impatti sulle persone. Forse sarebbe la pena parlare un po’ meno delle beghe tra partiti e osservare le gesta degli idoli ispiratori di Meloni che si prepara a Palazzo Chigi.

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Pd calenda est

Dopo giorni di sportellate quindi Carlo Calenda ha trovato l’accordo con Enrico Letta. Il partito Azione (insieme a +Europa) farà parte del “campo largo” pensato dal Pd che ora (e molto probabilmente sarà l’assetto definitivo con cui si presenterà alle elezioni) va da Sinistra italiana e Verdi di Fratoianni e Bonelli fino alla parte più destrorsa di Calenda, facilmente riconoscibile dal marchio di Forza Italia slavato da poco sulle divise di Gelmini e Carfagna (in attesa che arrivi anche Brunetta).

L’accordo, come si legge oggi su tutti i giornali, pretende una quota del 30% dei seggi (rispetto al totale di quelli di Pd e Azione/+Europa), l’imposizione di non candidare “leader divisivi” nei collegi uninominali (ovvero Fratoianni, Bonelli, Di Maio e i fuoriusciti berlusconiani). Calenda è riuscito, al solito, a capitalizzare i suoi penultimatum, per farsi ipervalutare negli accordi elettorali. Piaccia o no (a me non piace per niente) il machismo politico rende. Anche se poi accade, come sta succedendo a Matteo Renzi, che ci si ritrovi irrimediabilmente soli.

L’accordo tra Letta e Calenda però non è solo sugli equilibri elettorali. L’accordo con Calenda contiene punti strettamente politici (sì all’agenda Draghi e ai rigassificatori, impegno a modificare reddito di cittadinanza e bonus 110%) che indicano una precisa scelta di campo. Enrico Letta, consapevole o no, ha dato l’occasione al segretario di +Europa Benedetto Della Vedova di affermare «questo non è un centrosinistra, è un centro (liberale, riformatore) e sinistra». Non ha tutti i torti, anche se definire “sinistra” il Partito democratico è un atto coraggioso o miope (e di miopia nelle valutazioni politiche ce n’è parecchie nel campo dei cosiddetti liberali.

Ora il compito più difficile sarà convincere gli elettori che con i loro voti non contribuiranno a fare eleggere Gelmini e Carfagna da una parte e Di Maio e Fratoianni dall’altra. Questa legge elettorale, è vero, fa schifo: costringe i partiti a creare alleanze elettorali che non sono coalizioni politiche – non esiste infatti un programma di coalizione – e contemporaneamente gli consente di simulare un “liberi tutti”. Calenda e Fratoianni insistono su questo punto: “Stiamo insieme ma non non c’entriamo niente”, ripetono e ripeteranno fino alle elezioni. Enrico Letta, per ora, azzarda di più ipotizzando un fronte che potrebbe addirittura governare. Comunque sia da fuori è un pasticcio piuttosto confuso.

Intanto si sono persi giorni buoni per parlare di programmi a limare alleanze elettorali intorno ai caminetti di partito (e oggi si continuerà ancora) e questa campagna elettorale in questa prima fase sembra un calciomercato estivo. Tra l’altro nelle prossime ore si capirà che la promessa di Letta sul Pd che “offrirà diritto di tribuna in Parlamento ai leader dei diversi partiti e movimenti politici del centrosinistra che entreranno a far parte dell’alleanza” significa che Di Maio (che non avrebbe mai preso il 3% con la sua lista per farsi eleggere nel proporzionale) sarà candidato nelle liste del Pd. Un bel premio, non c’è che dire. Sarebbe curioso capire per cosa sia premiato, tra l’altro.

Mentre i soliti noti giocano con le figurine chi cerca di proporsi come reale alternativa (Unione popolare sta apparecchiando una campagna elettorale improvvisa e difficile) deve provare a raccogliere le firme grazie a una tagliola ben studiata dal potere che mira a mantenere sé stesso. Forse che partiti senza simboli in omaggio (come quelli di Bonino o Tabacci) rischino di non potersi misurare alle elezioni è un problema di democrazia che meriterebbe attenzione trasversale di tutti i partiti. Ma qui siamo ai coltelli, mica alla politica.

Buon mercoledì.

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Berlusconi e una pillola al giorno. Continua il bestiario elettorale

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Ieri si è conclusa la prima stagione delle Calendiadi ma il bestiario elettorale continua a correre di gran lena.

PD CALENDA EST
La sintesi dell’accordo tra Calenda e Letta si può rubare a Lorenzo Zamponi che su twitter scrive: “Comunque, dopo aver visto che ha strappato a Enrico Letta un accordo che prevede la garanzia per Azione del 30% dei collegi uninominali (15 eletti presunti + il proporzionale), con il 5% dei voti, non so voglio Calenda ds della Fiorentina o segretario della Cgil.”

In sostanza Calenda ha creato un partito fatto in laboratorio, dalla scissione con il PD. Si è fatto prestare un simbolo per non raccogliere le firme. È tornato dal PD a trattare un rapporto di forza mai verificato dai voti e si è mangiato un 30% che nel PD non avrebbe mai avuto. Aggiotaggio politico.

ROSSI E VERDI, DI RABBIA
Ieri pomeriggio Enrico Letta, piuttosto soddisfatto, dice in sala stampa: “Come Pd abbiamo e continueremo la discussione sia programmatica, sia per la campagna elettorale, con altre liste, sono liste con cui abbiamo un rapporto fondamentale. C’è su questa una asimmetria nel rapporto fra Pd, Azione e Più Europa. Staremo insieme ma il rapporto che abbiamo con le altre liste lo consideriamo solido”.

Non fa in tempo a finire la frase che Verdi e Sinistra Italiana chiedono un incontro (che si terrà oggi): “Prendiamo atto dell’accordo bilaterale siglato dal Pd e da Azione/Più Europa – scrivono Bonelli e Fratoianni – . E’ un accordo che non ci riguarda e non ne condividiamo molte cose programmatiche, nel merito. Noi siamo impegnati a difendere la democrazia ma anche a dare una risposta all’emergenza climatica e poi va data una risposta molto forte sul piano sociale. Alla luce di tutto ciò chiediamo un incontro al Pd per verificare se ci sono le condizioni per andare avanti”. Tutto solidissimo, davvero.

UNA SOLITUDINE CHIAMATA CORAGGIO
Dice Renzi, ormai rimasto solo: “Abbiamo voluto Draghi al governo, soli contro tutti. Oggi non ci alleiamo con chi ha votato contro Draghi. Prima della convenienza viene la Politica. Quello che gli altri definiscono solitudine, noi lo chiamiamo coraggio”. Ha ragione: ci vuole coraggio per compiere il “capolavoro politico” (come lo chiamano i suoi) di fondare un partito nel settembre del 2019 e contarne le macerie a luglio di 3 anni dopo senza nemmeno la fatica di passare dalle elezioni.

KOMUNISTI!
Tra le reazioni più sbilenche sull’accordo Letta-Calenda c’è Gasparri che parla di “più tasse, legalizzazione delle droghe, cittadinanza facile per gli immigrati”, ripetendo il solito ritornello ma soprattutto c’è il meloniano (ex leghista) Gianluca Vinci che stentoreo ci dice: “Il PD non parla della libertà dei cittadini, rimangono comunisti”. Ma magari fossero comunisti, Vinci. Magari.

UN PILLOLA PER SILVIO
Silvio Berlusconi scatenato: “Ho registrato venti messaggi televisivi da mandare tutto agosto. Una pillola al giorno leva il medico di torno; una pillola del nostro programma al giorno dovrebbe levare di torno i signori della sinistra”. Passano gli anni ma siamo sempre lì: all’avanspettacolo politico.

IL PD IN SOCCORSO DI LUIGI
Letta salva Di Maio: “Nelle prossime liste elettorali il Partito Democratico offrirà diritto di tribuna in Parlamento ai leader dei diversi partiti e movimenti politici del centrosinistra che entreranno a far parte dell’alleanza elettorale”. Di Maio quindi si candiderà nelle liste del PD. Praticamente Letta è il suo navigator.

FAMIGLIA A MODO SUO
Guido Crosetto spiega la “famiglia tradizionale” secondo Fratelli d’Italia: “Non parliamo della famiglia sposata in chiesa e battezzata. Ma della famiglia come nucleo. Io sono separato, siamo una famiglia”. Quindi in sostanza ce l’hanno solo con i gay.

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Il campo largo mette in crisi Articolo Uno. Brucia l’esclusione dei 5S

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C’è movimento in Articolo Uno, il partito di Pierluigi Bersani e Roberto Speranza che qualche giorno fa ha deciso di entrare nel campo largo voluto dal Pd di Enrico Letta. Ben 261 membri del partito (dirigenti locali e nazionali) hanno scritto un documento in cui comunicano di non seguire il gruppo dirigente nazionale di Articolo Uno nelle liste del Pd.

Secondo molti dirigenti di Articolo Uno, la posizione del Pd è “profondamente sbagliata e politicamente incomprensibile”

“Crediamo – scrivono – che il modo migliore per sconfiggere la Destra sia costruire una Alleanza di Progresso con Pd, M5S e SI/EV e lavoriamo per la costituzione di un “Partito del Lavoro”, socialista, ecologista e femminista. Riteniamo profondamente sbagliata e politicamente incomprensibile, la posizione del Pd di escludere dall’alleanza politico-elettorale e dal fronte progressista il Movimento 5 Stelle”.

“Riteniamo altresì sbagliata – aggiungono i dirigenti dissidenti – la scelta della Direzione Nazionale di Articolo Uno di partecipare alla lista elettorale del Pd, che muove nella direzione opposta alla missione stessa di Articolo Uno con il rischio di una omologazione culturale e politica che cancella e mortifica un’esperienza e un patrimonio importante di idee e di valori, di impegno e di generosa militanza”.

Secondo i sottoscrittori la “scelta di partecipare alla lista del Pd rappresenta infatti il prodromo di una confluenza dentro quella organizzazione, ingresso più volte auspicato dal gruppo dirigente nazionale, anche nella recente fase congressuale”.

Per questo annunciano di lavorare “da subito e in prospettiva, così come ha detto da sempre di volere fare Articolo Uno, per la Costituente di un nuovo unitario Partito della Sinistra e del Lavoro. Consapevoli dell’importanza e dei pericoli dell’esito delle prossime elezioni politiche proveremo, con le nostre idee, con l’impegno di tante donne e di tanti uomini, a contribuire il 25 settembre, nei modi che la legge elettorale consente, a sconfiggere la Destra”.

Secondo i dissidenti è “profondamente sbagliata e politicamente incomprensibile, la posizione del PD di escludere dall’alleanza politico-elettorale e dal fronte progressista il Movimento 5 Stelle”.

Dalle parti del quartier generale del partito assicurano che si tratta solo di una prevedibile frizione interna ma ora per il segretario del partito Speranza c’è una grana in più. Intanto è di ieri la candidatura nelle liste del partito dell’epidemiologo Lo Palco in Puglia. I militanti intanto aspettano un risposta che probabilmente non arriverà.

Leggi anche: Nasce il campo largo e subito ci seppelliscono la Sinistra. Calenda detta legge nel Pd. E la coalizione di Letta sbanda

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Carlo Calenda esiste solo quando riesce a dividere

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Carlo Calenda ha partecipato alla sua prima campagna elettorale nel 2012, tra le fila di Scelta Civica di Mario Monti. Non venne eletto ma Enrico Letta lo premiò con un posto da viceministro dello sviluppo economico.

Da Scelta Civica in poi Carlo Calenda ha collezionato una carriera di polemiche e rotture

Poi Matteo Renzi subentrò a Letta e l’allora segretario del Partito Democratico decise di lasciarlo lì. Nel 2015 annuncia di lasciare Scelta Civica e di aderire al Pd. Ci ha messo un po’: nel 2018. Passano pochi mesi e lancia il suo contenitore all’interno del Partito democratico, “Siamo Europei”. Poi siamo al presente: Calenda lascia il Pd e fonda il suo partito personale, Azione. 

Basta questo per capire facilmente che Carlo Calenda esiste quando riesce a dividere. «Il cattivo gusto e la maleducazione di Calenda si commentano da soli. Oltre ad essere confuso, è un ragazzino viziato e cafone», disse di lui Mara Carfagna, ora sua compagna di partito.

Nell’alleanza elettorale che ha in mente Enrico Letta, suggellata oggi con un patto sottoscritto insieme a +Europa, Calenda nel giro di pochi giorni di campagna elettorale è riuscito ad attaccare il Pd per avere «abbandonato troppo presto l’agenda Draghi». Poi se l’è presa con i Verdi e con Bonelli per il loro «ambientalismo ideologico». Poi ha chiamato la comunità di Sinistra Italiana «frattaglie di sinistra» non disdegnando almeno un attacco al giorno a Nicola Fratoianni.

Calenda non ha mai smesso nemmeno di menar colpi anche al suo ex amico Matteo Renzi, colpevole, secondo lui, di lavorare per un polo di centro in cui Calenda non abbia il ruolo di unica guida. 

Calenda si è auto-candidato a Presidente del Consiglio, dimenticandosi di essere un piccolo partito all’interno di un’alleanza elettorale di cui il Partito Democratico è baricentro (lo dicono i voti). Quando qualcuno gli ha fatto notare che voler prendere il posto di Mario Draghi fosse un eccesso tragicomico di narcisismo Calenda ci ha spiegato che «la politica si fa candidandosi».

A modo suo ha ragione: per lui la politica è tutt’uno con il potere. Nel frattempo se l’è presa con Tabacci che ha regalato a Di Maio la possibilità di candidarsi senza raccogliere le firme. Di Maio e Tabacci, cale la pena sottolinearlo, dovrebbero essere nell’alleanza di Calenda, insieme a Bonelli e Fratoianni.

Si è dimenticato Calenda che lui ha usato lo stesso trucco: il simbolo di +Europa gli permette di saltare a piè pari la raccolta delle firme. Ma Calenda è fatto così: ciò che fa lui è incontestabile, sempre. Del resto perfino l’ex ministra Gelmini, protagonista della distruzione della scuola in Italia, ora è diventata una statista. 

Ieri ha passato tutta la giornata a sputare veleno sul PD e sui suoi ipotetici alleati per la campagna elettorale. Il “grande pericolo della destra sovranista” si è rimpicciolito di colpo perché Calenda vuole sapere che si fa sul rigassificatore di Piombino. Intanto ha sempre in tasca la sua proposta sul nucleare che ha fatto sbellicare dalle risate (per tempi e costi) anche i nuclearisti. Il PD, dopo una giornata frenetica, ha chiesto di non porre veti. Come ha risposto Calenda «Enrico Letta sei troppo intelligente per considerare questo appello una risposta». La risposta passivo-aggressiva del resto è una delle sue specialità. 

Non è nemmeno importante sapere come andrà a finire, alla fine si rimetterà a cuccia. Ciò che conta, soprattutto in campagna elettorale, è l’idea di unità di intenti – se non di programmi – di ogni alleanza che si presenta alla corsa. Ieri il “campo largo” di Letta non aveva “occhi di tigre” ma sbrodolava picche e ripicche. Gli unici punti di programma sono l’inossidabile narcisismo di Carlo Calenda e il PD che si umilia inseguendolo.

L’articolo Carlo Calenda esiste solo quando riesce a dividere sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

Fate qualcosa di sinistra

Sì, lo so bene, questo è il tempo degli appelli e probabilmente degli appelli tardivi. Forse andrebbe anche detto che gli appelli di questo tipo risultano sempre “tardivi” anche perché in questo Paese solo il profumo di elezioni sembra capace di trasformare la realtà e di alimentare l’iniziativa.

Lo scrive il gruppo di Qualcosa di sinistra:

«Lettera aperta a

Aboubakar Soumahoro, DeMa, Europa Verde, Gruppo ManifestA, Possibile, Potere al Popolo, Rifondazione Comunista, Sinistra Italiana

Siamo persone che il 25 settembre andranno a votare con la consapevolezza dell’ennesima sconfitta. Ci conoscete bene: siamo il popolo di sinistra stanco, arrabbiato, disilluso, stremato dalla situazione politica, economica, sociale e culturale di questo paese.

Sono decenni che, a un rafforzamento costante del blocco politico neoliberista, corrisponde la lenta frammentazione di quello socialdemocratico, ecologista e comunista.

Il 25 settembre questo paese sarà costretto a scegliere tra la coalizione più a destra della storia repubblicana e quella che farà esclusivamente gli interessi della classe dominante economica e finanziaria.

Abbiamo scritto questo appello in preda alla rabbia e alla disperazione, per chiedervi di mettere da parte opportunismi e ostilità e fare l’unico gesto di responsabilità nei confronti del Paese, del vostro popolo.

Per chiedere ad alcuni un passo indietro e ad altri un passo avanti.

Fate la cosa più ovvia, che per troppi anni è sempre stata la più difficile da realizzare: trasformate i valori in cui credete e crediamo in azione politica e costituite un’alleanza elettorale di sinistra alle prossime elezioni. Altrimenti sarà l’ennesima occasione sprecata per avviare un processo di rinnovamento strategico verso un progetto unitario.

E senza unità, il destino della sinistra italiana è uno solo e si chiama estinzione.

Non abbiamo più tempo da perdere.

Iniziate subito questo percorso di dialogo, mediazione e sintesi politica per contrastare l’ignobile agenda Draghi e quella ancora più violenta dell’estrema destra.

Un altro orizzonte comune è fattibile e urgente, per ridare speranza a milioni di persone schiacciate da politiche antipopolari, da echi di un nero passato mai superato e da un futuro chiamato collasso climatico.

Ormai è chiaro a chiunque che il ricatto del voto al meno peggio non porta alcun miglioramento politico, sociale ed economico alle fasce di popolazione più deboli e sempre più numerose.

E le recenti elezioni cilene, colombiane e francesi hanno tracciato la strada da percorrere per costruire la rinascita di una sinistra popolare, ecologista, transfemminista, antirazzista e anticolonialista.

Basta con i festeggiamenti per le vittorie della sinistra di altre nazioni.

Basta con egocentrismi e integralismi che portano solo all’eterna irrilevanza.

Basta con i campi larghi senza futuro e compromessi con i nemici di classe.

Pretendiamo l’unità socialista per ridare al popolo di sinistra e al Paese qualcosa in cui credere. Qualcosa per cui lottare.

Ascoltate la nostra voce per costruirne una sola.

Che la sinistra si unisca e faccia finalmente la sinistra!».

Buon martedì.

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