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Giulio Cavalli

Gridano all’assoluzione, ma è un’archiviazione. E la sentenza vera resta lì

Pochi minuti dall’archiviazione di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri dall’inchiesta sui mandanti delle stragi del 1993, e il centrodestra che ieri si prendeva a sberle torna compatto: parlano di assoluzione. Solo che assoluzione non è. La gip di Firenze Patrizia Martucci ha archiviato perché, scrivono gli stessi pm, manca «la ragionevole previsione di condanna», eppure su Dell’Utri resta «un…

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Atteso in Italia, ma lo studente di Gaza è in un carcere israeliano

Aveva la borsa di studio, il visto italiano, il lasciapassare e l’autorizzazione di sicurezza rilasciata giorni prima. Il 2 giugno, al valico di Kerem Shalom, Mahmoud Al Najjar, ingegnere di Jabalia e docente all’Università islamica di Gaza, è stato portato via mentre il gruppo di studenti proseguiva verso Roma, a Tor Vergata.

L’esercito israeliano lo definisce a Repubblica “un terrorista operativo di Hamas” che “ha partecipato all’invasione di Israele il 7 ottobre 2023”. Nessun capo d’imputazione, nessuna prova resa pubblica. La famiglia, raggiunta dalla testata Kritica, dice l’opposto: oppositore di Hamas, critico del gruppo anche sui social, unico superstite dei suoi, moglie e quattro figli uccisi in un raid israeliano dell’ottobre 2024. Ora, secondo i familiari, è nel carcere israeliano di Asqalan.

Il programma è di Antonio Tajani: 229 studenti palestinesi portati in Italia dallo scorso autunno, sempre per il valico israeliano di Kerem Shalom, sempre, scrive la Farnesina, “in raccordo con le Autorità israeliane”. L’occupante, che la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato illegale col parere del 19 luglio 2024, autorizza l’uscita e poi, al proprio cancello, decide chi è studente e chi terrorista, e fa sparire un civile. A maggio l’esercito israeliano ha ucciso a Gaza almeno 119 persone, 19 bambini, il mese più letale dell’anno secondo il ministero della Salute.

Intanto restano a Bengasi da undici giorni i due italiani del convoglio di terra, Domenico Centrone e Leonarda Alberizia: il 2 giugno il procuratore libico ha prorogato la custodia senza fissare udienza, il 3 presidio alla Farnesina. Tajani: «Speriamo tornino presto».

I compagni di Mahmoud sono arrivati. Lui no. Tajani aveva promesso di portarli «in sicurezza verso un’opportunità di studio e di futuro».

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Il sostegno a Israele presenta il conto, la Germania bocciata all’Onu: il prezzo del “lavoro sporco” di Netanyahu. E l’Italia pesa ancora meno

Il 3 giugno 2026, sotto la presidenza di turno di una tedesca, Annalena Baerbock, l’Assemblea Generale dell’Onu ha negato alla Germania il seggio europeo non permanente nel Consiglio di Sicurezza. Portogallo 134 voti, Austria 131, Berlino ferma a 104. Per la prima volta nella sua storia la locomotiva d’Europa, prima economia del continente e tra i maggiori finanziatori del Palazzo di Vetro, esce sconfitta da una corsa che aveva vinto tutte le sei volte precedenti. Una figuraccia, e per giunta in casa.

Il ministro degli Esteri Johann Wadephul lo ha chiamato «una vera delusione», poi ha provato a dare la colpa a Mosca, che avrebbe fatto campagna contro. Solo che, nello stesso giro di parole, ha ammesso anche l’altra cosa: la «responsabilità speciale» tedesca verso Israele «può essere costata dei voti». Tradotto dal diplomatese, è la confessione che a pesare nel voto dei Paesi extraeuropei è stato l’allineamento di Berlino a Benjamin Netanyahu. E quel «può» di troppo è già un’ammissione.

Il prezzo del vassallaggio

Conviene tornare al 18 giugno 2025. Davanti alle telecamere della Zdf il cancelliere Friedrich Merz definì gli attacchi israeliani all’Iran «il lavoro sporco per tutti noi». Si riferiva all’Operazione Rising Lion partita il 13 giugno: bombardamenti su Teheran, oltre 900 morti secondo il Lemkin Institute, centinaia di civili colpiti nelle case. Merz, informato in anticipo da Netanyahu, ringraziò la giornalista per l’espressione, anzi rivendicò di provare «il massimo rispetto» per chi quel lavoro lo eseguiva.

Un anno dopo i conti sono arrivati al banco. Certo, Berlino aveva due avversari veri e non più un solo concorrente come in passato: l’Austria correva dal 2011, il Portogallo dal 2013, candidature pazienti contro un arrivo tardivo. Solo che il voto è segreto, e nel segreto dell’urna 134 Stati hanno preferito Lisbona, 131 Vienna, e una sedia che a Berlino davano per scontata è finita altrove. Zimbabwe eletto al seggio africano con 182 voti, Trinidad e Tobago ai Caraibi, il Kirghizistan che stacca le Filippine 143 a 49: il Sud globale ha votato compatto, e ha votato contro chi ha trasformato la complicità in dottrina. Inchinarsi davanti a Washington e Tel Aviv come mai prima, del resto, un costo lo aveva. E la matematica non perdona: trenta voti in meno dell’Austria sono un giudizio politico, non un incidente di percorso.

Il nano italiano

E qui da noi? Pesiamo ancora meno. L’Italia ha occupato il Consiglio di Sicurezza per sette bienni, l’ultimo nel 2017 spartito con i Paesi Bassi, e oggi siede fuori dalla stanza dove si decide. Sulla guerra all’Iran Giorgia Meloni ha fatto la cosa più italiana possibile: tutto e il contrario di tutto. Al G7 del giugno 2025, in Canada, si disse favorevole al rovesciamento del regime di Teheran. Tre giorni dopo, alla Camera, chiedeva a Israele di fermare «immediatamente» le violenze a Gaza, «drammatiche e inaccettabili». Sull’attacco a Teheran, invece, nessuna posizione: «non ho gli elementi», disse, «nessuno dei due».

Merz almeno una linea ce l’ha, condivisibile o meno, ma una linea, e la rivendica davanti alle telecamere. Roma oscilla a seconda della corrente: si dice contro la guerra all’Iran a marzo 2026, sospende il rinnovo automatico del memorandum con Israele dopo lo strappo con Tel Aviv, e intanto per due anni e mezzo si è astenuta o ha votato contro le risoluzioni Onu sul cessate il fuoco a Gaza. Tre posizioni in tre stagioni, scelte come si sceglie un meteo. La Germania ha pagato un prezzo perché una scelta l’ha fatta, e l’ha fatta fino in fondo. L’Italia di Meloni quel prezzo non lo pagherà, ma solo perché in quella stanza, ormai, non la fanno nemmeno entrare a discutere. Stesso vassallaggio europeo, peso specifico molto minore. Auguri.

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Soldati israeliani in vacanza in Sardegna: lo Stato tace, la polizia li scorta. Ma la Regione aveva già detto basta

Il 28 maggio 2026, all’aeroporto di Cagliari-Elmas, sono atterrati quattro voli della compagnia El Al partiti da Tel Aviv. Ad accoglierli, riferiscono i media locali, unità cinofile, artificieri, agenti in borghese e poliziotti armati. I passeggeri sono saliti su pullman e hanno raggiunto il Forte Hotel Village di Santa Margherita di Pula, in Sardegna, resort a cinque stelle una trentina di chilometri a sud di Cagliari, dove la direzione aveva già preparato il cordone di sicurezza. Un centinaio di famiglie. Per i gruppi sardi che si battono per la Palestina, riservisti dell’esercito israeliano in villeggiatura dopo i mesi a Gaza.

La questura di Cagliari ha disposto percorsi protetti, giubbotti antiproiettile, artificieri. L’addetta stampa, interpellata dal Fatto Quotidiano, ha parlato di “un dispositivo di sicurezza normale quando si attendono voli sensibili”, e ha aggiunto che, per quanto risulta, si tratta di “turisti con le loro famiglie”. Il 1° giugno la scena si è ripetuta ad Alghero, allo scalo Riviera del Corallo: oltre cento cittadini israeliani, tre bus, gli agenti della Digos a fare da scorta. Nei giorni successivi, denunciano gli attivisti, gli arrivi sono proseguiti al ritmo di due o tre voli a settimana. Un arrivo che, denunciano i comitati, sarebbe stato tenuto riservato persino agli operatori aeroportuali.

La versione del Viminale, già sentita

Lo stesso copione era andato in scena nel settembre 2025, a Santa Teresa Gallura, dove un centinaio di soldati israeliani aveva soggiornato al Mangia’s di Baia Santa Reparata sotto scorta della Digos. Allora il caso arrivò alla Camera. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, al question time del 10 settembre, parlò di prevenzione dell’antisemitismo e di “obiettivi sensibili” da tutelare come migliaia di altri, e negò qualsiasi accordo con l’esercito israeliano. Su chi organizzi questi soggiorni, e con quali interlocuzioni tra Roma e Tel Aviv, oggi si sa esattamente quanto si sapeva allora: niente.

E intanto la macchina riparte ogni estate. Lo Stato che dichiara di non avere intese mette comunque cinofili e artificieri a presidiare l’arrivo di chi, dice, sarebbe un turista qualunque. A gennaio la stessa governatrice della Sardegna, Alessandra Todde aveva ammesso che la Regione non ha strumenti per verificare né per intervenire, e aveva chiesto chiarezza a Palazzo Chigi. Il coordinatore regionale del Movimento 5 Stelle in Sardegna, Alessandro Solinas, ha rilanciato le domande rimaste appese: “Chi organizza questi soggiorni? Esistono interlocuzioni tra autorità italiane e israeliane? Chi informa prefetture e forze dell’ordine?”. Nessuna risposta, per ora.

Una Regione che aveva già deciso

La cornice rende il caso ancora più stridente: il 16 luglio 2025 il Consiglio regionale della Sardegna ha approvato la mozione numero 51, che impegna la giunta di Alessandra Todde a sospendere ogni rapporto istituzionale, economico e di cooperazione con Israele fino al termine delle violazioni del diritto internazionale. Un anno dopo, la stessa isola apre alberghi e scali, sotto protezione pubblica, a chi quelle violazioni le porta cucite sulla divisa. Il consigliere Valdo Di Nolfo (Uniti per Todde) lo ha detto senza troppi giri di parole: “La Sardegna deve ribadire la propria vocazione di pace e rispedire indietro questo carico pesante”.

Restano i numeri, e quelli nessun dispositivo di sicurezza li copre. Secondo il ministero della Salute di Gaza, al 16 febbraio 2026 i palestinesi uccisi erano almeno 72.063; lo stesso esercito israeliano, a gennaio, ha ammesso una cifra intorno ai 71.000. Uno studio del Lancet Global Health stima 75.200 morti violente già al gennaio 2025. Il cessate il fuoco dichiarato il 10 ottobre 2025 non ha fermato i morti: l’Ohchr ne conta almeno 200 dal solo 28 febbraio. È il conto che i riservisti in licenza si lasciano alle spalle quando salgono sull’aereo per il mare di Pula. Gli attivisti tornano in presidio sabato 6 giugno. Il governo, dice, non c’entra.

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Gasparri contro Zerocalcare: ma l’ispezione che chiede sulla società di produzione porta a casa… Craxi

Maurizio Gasparri (FI) si è scoperto paladino degli sfruttati. I 6 euro l’ora che alcuni animatori di «Due Spicci», la nuova serie di Zerocalcare su Netflix, avrebbero denunciato – secondo un articolo di stampa – di aver percepito lo hanno scosso al punto da depositare, qualche giorno fa, un’interrogazione per chiedere un’ispezione del ministero del Lavoro. Bel gesto. Solo che tirando il filo della produzione si finisce in un posto inaspettato.

La serie la anima DogHead Animation, nata nel 2018 e controllata da Movimenti Production, a sua volta controllata da Banijay Kids & Family (holding) che ne detiene il 51% delle quote. Il Ceo di Banijay è Marco Bassetti. E Bassetti è il marito di Stefania Craxi.

Craxi, Forza Italia. La stessa Forza Italia di Gasparri. Anzi: dal 26 marzo 2026, dopo che 14 senatori azzurri su 20 hanno firmato per sfiduciarlo, lui si è fatto da parte e lei ha preso il suo posto come capogruppo al Senato, con la regia di Marina Berlusconi che voleva il ricambio dopo il referendum perso sulla giustizia. Gasparri, da parte sua, ha ottenuto come compensazione la poltrona che era di Craxi alla Commissione Esteri, dove è approdato il 31 marzo con 18 voti su 20. Insomma, è stato rimpiazzato dalla moglie del Ceo che controlla la società contro cui lui oggi tuona.

Delle due l’una. O Gasparri ne era all’oscuro, ignorando dove avrebbe puntato la sua interrogazione. O lo sapeva, e allora chapeau: colpisci Zerocalcare, l’autore “di sinistra” che fa la morale sul precariato, e allo stesso tempo rifili uno sgambetto pure a chi ti ha tolto il posto. Due piccioni, una fava, zero impronte.

Le società intanto respingono tutto, parlano di attacco “inaccettabile” e di ricostruzioni “diffamatorie”; Zerocalcare, dal canto suo, dice di non occuparsi di budget né di contratti. Tutto da accertare, ovviamente. Resta l’ispezione invocata da un signore del partito che ha appena promosso a capogruppo la moglie del Ceo della società da ispezionare. La nuova serie è solo agli inizi. Mettetevi comodi.

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Picierno se ne va, addio al Pd per il partito di Gozi nel gruppo Renew. E Schlein va all’incasso senza muovere un dito

«La casa dei riformisti non c’è più». Il 4 giugno 2026 Pina Picierno ha affidato a Il Foglio l’addio al Partito democratico, e la scelta del giornale dice già molto. È la stessa testata che, con la galassia riformista intorno a Il Riformista e Linkiesta, per un po’ l’aveva immaginata perfino segretaria del Pd: un sogno coltivato lontano dai voti reali. Ora la vicepresidente del Parlamento europeo, quarantacinque anni, un passato da leader dei giovani della Margherita, eletta alla Camera a ventisette e all’Eurocamera con un boom di preferenze nel 2014, vicepresidente dal gennaio 2022 e confermata nella legislatura in corso, promette «qualcosa di nuovo, per vincere le elezioni». In Europa approda nel Partito democratico europeo di Sandro Gozi, gruppo Renew; in Italia resta accanto a Carlo Calenda senza entrare in Azione, con una fondazione tutta sua.

L’uscita preparata da mesi

L’addio segue un copione rodato: sofferenza dichiarata a mezzo stampa, appello al pluralismo come categoria astratta. Su queste pagine lo avevamo scritto il 21 maggio, tra i primi: il vocabolario della vittima serviva a preparare l’uscita. Il calendario lo conferma. La verifica di metà mandato all’Eurocamera cade nel gennaio 2027, la rotazione interna al gruppo S&D rimette in gioco la vicepresidenza, e il capodelegazione Nicola Zingaretti, sponsorizzato dal sindaco di Roma Roberto Gualtieri, è dato in pole per il posto.

Cambiando gruppo, Picierno cerca la riconferma senza dipendere dai voti del suo ex partito. Intanto al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo aveva fatto campagna pubblica per il Sì, unica tra gli eurodeputati dem: ha perso, il No ha vinto con il 53,2 per cento e un’affluenza del 58,9. Il voto, per chi conta, lo hanno vinto Schlein e Conte. Già sul piano ReArm Europe, nel marzo 2025, dieci dei ventuno dem avevano votato Sì contro l’indicazione della segretaria. E oggi accusa il Pd di essere «ambigui con il fascismo putiniano», quando la linea l’ha rotta lei.

Anche nel merito l’intervista calca dove dovrebbe pesare le parole: il 24 maggio, a Sinistra per Israele, aveva bollato come «antisemitismo» certe critiche da sinistra al governo Netanyahu, e così il dissenso politico finisce trasformato in sospetto. Lo stesso schema dell’incontro a Bruxelles con l’Israel Defense and Security Forum, legato al suo ruolo, contestato poi da un gruppo di dem da Laura Boldrini ad Andrea Orlando come “incompatibile” con la linea del partito, e che nel suo entourage viene ricordato come una “gogna amica”.

Il strategia di Schlein

Resta la mossa della segretaria, ed è la più efficace. Alle richieste di Picierno, che per settimane ha ripetuto “sto aspettando una risposta dalla segretaria” e chiedeva di chiarire la natura del partito, Elly Schlein ha opposto il silenzio e una riga tenuta ferma: «la linea è una sola».

Sulle minacce, dopo l’attacco dell’anchorman russo Vladimir Solovyev e la scorta disposta dal Viminale nel giugno 2025, la solidarietà del Nazareno è rimasta istituzionale, mai una difesa politica riconoscibile. Così, senza un’espulsione e senza mai scomporsi cedendo alla provocazioni, Schlein ha ottenuto quello che molti elettori e dirigenti chiedevano da tempo: il distinguo riformista fuori dal partito, e per sua scelta.

Il referendum di marzo e le regionali di novembre avevano già premiato il campo largo, con le vittorie di Roberto Fico, Antonio Decaro ed Eugenio Giani. La segreteria che a ogni resa dei conti doveva crollare ne è uscita ogni volta più salda. A Picierno è rimasto il vittimismo, e con quello se n’è andata. La «casa dei riformisti» che evoca oggi la costruirà tra i liberali di Renew, accanto a Calenda, che mesi fa l’aveva già indicata come reclutabile. Resta il giornale da cui era partito il sogno della segreteria. Lì, e quasi solo lì, qualcuno ci aveva creduto davvero.

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Trump ha eseguito la guerra di Netanyahu. Adesso anche il suo Congresso ha cominciato a dirlo

Ieri, alla Camera dei rappresentanti, è passata 215 a 208 una risoluzione che intima a Donald Trump di ritirare i soldati americani dalla guerra in Iran. È la quarta volta che ci provano, ed è la prima che ci riescono: quattro repubblicani, Thomas Massie, Brian Fitzpatrick, Tom Barrett e Warren Davidson, hanno votato con i democratici. Sulla carta vale poco: non ha forza di legge e il Senato deve…

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Festa della Repubblica, Salis vuole abolire la parata e tutti gridano allo scandalo. Peccato che lo chiedano pure i vescovi

Martedì, mentre i Fori Imperiali si riempivano di tricolori per gli ottant’anni della Repubblica, l’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Salis ha scritto su X che la parata militare «andrebbe abolita», per ridare alla festa il suo carattere «civile, popolare e democratico». La reazione è arrivata in mezz’ora. Giorgia Meloni, senza nominarla, ha definito quelle dichiarazioni «non solo vergognose, ma anche indegne»; il capogruppo FdI alla Camera Galeazzo Bignami ha replicato con sarcasmo, il responsabile organizzazione Giovanni Donzelli ha parlato di «allergia alle divise».

Sia chiaro, Salis può piacere o no, e la proposta è rimasta isolata: nessuno a sinistra l’ha rilanciata. Solo che presentarla come l’eresia di un’eurodeputata in cerca di visibilità ignora un fatto. Chiedere un 2 giugno senza esibizione di armi è un dibattito che in Italia va avanti da decenni.

Il caso Avvenire

Sei settimane prima, il 17 aprile 2026, su Avvenire, il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, è uscito un appello della società civile per una festa «aperta da insegnanti, medici, lavoratori e volontari», alternativa alla «consueta parata militare con l’esposizione delle armi». Una lettera al direttore firmata da personalità diverse, difficile da liquidare come provocazione massimalista.

Il giornalista Valerio Renzi lo ha notato: la posizione di Salis «se non maggioritaria, non è di certo isolata», ed è la stessa di Avvenire. Pax Christi, movimento cattolico per la pace, chiede la smilitarizzazione del 2 giugno ogni anno: la Repubblica nata dal referendum del 1946 celebra una Costituzione fondata sul lavoro, non sulle armi. Quest’anno il tono è cresciuto: per la prima volta ha sfilato un drappello di cappellani militari, scelta che il movimento ha definito «antievangelica», in contrasto con l’appello di Papa Leone XIV a una pace «disarmata e disarmante». Il fronte parte da dentro la Chiesa.

Il fronte, poi, tiene insieme laici e cattolici. Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Ionio e vicepresidente della Cei, alla vigilia ha detto all’Ansa che la presenza dei cappellani militari non andrebbe valorizzata «nella cornice delle parate, quasi fosse parte dell’apparato celebrativo delle armi». E il precedente più scomodo per chi grida allo scandalo arriva dal Quirinale: nel 2012, dopo il terremoto in Emilia, una richiesta trasversale di annullare la sfilata e devolvere i fondi ai terremotati arrivò fin sul tavolo del presidente Giorgio Napolitano, che optò per una cerimonia «sobria». C’è poi un dettaglio quasi comico: tra chi oggi deride Salis qualcuno evoca Sandro Pertini come argomento d’autorità, dimenticando che durante la sua presidenza la parata, semplicemente, non si teneva.

C’è poi la storia, che smonta l’idea della parata come rito intangibile. La sfilata entra nel protocollo nel 1948. Nel 1976 salta per il terremoto in Friuli. Nel 1977, in piena austerity, il 2 giugno smette pure di essere festivo. La parata resta sospesa fino al 1982, torna ridotta nel 1983, e solo nel 2000, per volontà del presidente Carlo Azeglio Ciampi, festa e rivista tornano nella forma che conosciamo. Per quasi un quarto di secolo gli italiani hanno festeggiato la Repubblica senza carri armati ai Fori. È sopravvissuta lo stesso.

Il riarmo sullo sfondo

Resta il merito, e qui il giudizio è legittimo da entrambe le parti. Salis colloca la richiesta «in un’epoca segnata da riarmo, militarismo e guerre sempre più vicine», e i numeri le danno sponda. Secondo l’osservatorio Milex, la spesa militare diretta del 2026 sfiora i 34 miliardi, record, in crescita del 2,8% sull’anno prima e oltre il 45% sul decennio. Per i soli armamenti sono stanziati 13,1 miliardi, e la Difesa punta al 3,5% del Pil entro il 2035, traguardo concordato con la Nato. La parata costa una frazione irrisoria di tutto questo, certo. Ma la discussione, del resto, riguarda il simbolo.

A inchiodare il paradosso ci ha pensato la cerimonia stessa. Sergio Mattarella, sul Colle, ha ricordato che deve prevalere «la forza della legge e non la prepotenza della forza delle armi», richiamando l’articolo 11 e il ripudio della guerra «gravemente aggrediti». Mentre ai Fori sfilavano 5.500 militari. E l’altro vicepremier, Matteo Salvini, non c’era: «Ognuno è dove vuole», ha glissato Ignazio La Russa.

Si può pensare che abolire la parata sia un errore, che il rito serva, che le Forze Armate meritino la vetrina. È rispettabile. Regge meno il riflesso condizionato: trattare come bestemmia un’idea che porta la firma dei vescovi, ventiquattro anni di storia e l’avallo implicito del Quirinale. Diversamente, a qualcuno andrebbe spiegato che l’allergia alle divise, qui, ce l’ha pure la Cei.

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Export militare record per Israele

Il 2 giugno, nella sede del ministero della Difesa a Tel Aviv, alcuni funzionari hanno alzato un cartello con una cifra: 19,2 miliardi di dollari. È il record delle esportazioni di armi israeliane nel 2025, quasi il 30% in più sul 2024. Il primo mercato è l’Europa, con il 36% delle vendite. Lo certifica il ministero stesso, ripreso da Associated Press e Times of Israel.

Il ministro della Difesa Israel Katz ha spiegato come abbiano collaudato le armi. Nel comunicato ufficiale si legge: “un filo chiaro e inequivocabile collega i successi dell’esercito sul campo e il successo delle esportazioni israeliane nel mondo”. Il campo è Gaza, dove dal 7 ottobre 2023 l’agenzia palestinese Wafa conta 72.942 morti, ed è il Libano, ed è l’Iran. Alla fiera Defense Tech di Tel Aviv i manifestanti hanno chiamato quel campo con il suo nome di mercato: laboratorio di collaudo. A marzo il SIPRI ha registrato il sorpasso sul Regno Unito, settimo esportatore mondiale.

Quello che il listino vende come capacità è quello che la Corte internazionale di giustizia, dal gennaio 2024, considera un plausibile rischio di genocidio. Il prezzo nasce lì.

Antonio Tajani al Forum di Cernobbio ha definito gli invii di armi a Israele «una leggenda metropolitana», e le nuove licenze di esportazione restano sospese. Eppure nel 2025 l’Italia ha importato armamenti israeliani per circa 85 milioni di euro, secondo la Relazione 185/90 trasmessa al Parlamento il 25 marzo 2026. Compra cioè l’arma già collaudata.

Intanto domenica 31 maggio i resti dell’ammiraglia Kasr-i Sadabad, la barca della Global Sumud Flotilla abbandonata alla deriva dopo l’abbordaggio israeliano, sono stati spinti da vento e corrente fino alla spiaggia di Al-Mawasi. Due attivisti italiani del convoglio di terra restano trattenuti a Bengasi.

Dal mare arriva un relitto. Dal campo di collaudo escono diciannove miliardi.

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Albania, monta la protesta di piazza contro il resort di Kushner, genero di Trump. E c’entra anche Israele

Acque agitate in Albania. A Zvërnec, sulla laguna di Narta, le ruspe sono entrate in un’area protetta e nel fine settimana le guardie private di un cantiere hanno trascinato un manifestante lungo una scogliera. Le autorità hanno revocato la licenza a due società di sicurezza, arrestato un agente e rimosso un capo della polizia locale. Poi, il 1° e il 2 giugno 2026, a Tirana, migliaia di persone hanno sfilato al grido «L’Albania non è in vendita» contro il resort di lusso da 1,4 miliardi di euro che Jared Kushner, genero di Donald Trump, vuole costruire fra qui e l’isola di Sazan. A far montare la rabbia ha contribuito anche Ivanka Trump, che aveva parlato di Sazan come di un’isola privata scoperta dalla coppia.

Il progetto di Affinity Partners, finanziato in larga parte da fondi sovrani di Arabia Saudita, Qatar e Abu Dhabi, ha ottenuto lo status di investitore strategico il 30 dicembre 2024, con una concessione che arriva a novantanove anni. Le cifre riportate parlano di migliaia fra camere e ville su centinaia di ettari di costa protetta. Lo Spak, la procura anticorruzione albanese, ha aperto un’indagine sulle modifiche del 2024 allo status protetto dei terreni attorno a Sazan e a Vjosa-Narta. Edi Rama però difende il progetto in Parlamento in parlamento: vuole fare dell’Albania una destinazione da invidiare nella regione, dice, e nega che il piano tocchi la riserva. Solo che il resort è la parte che si vede. Sotto c’è altro.

La rada di Valona

Sazan sta all’imbocco della baia di Valona, a cinque chilometri da Capo Linguetta. Dentro la stessa baia, a Orikum, c’è la base navale di Pasha Liman: la Turchia la ricostruì con l’accordo militare del 1992 e la marina turca ne ha diritto d’uso. A pochi chilometri, la società israeliana Elbit Systems ha riaperto la scuola di aviazione di Valona e con l’azienda di Stato KAYO assembla droni, mentre la vecchia fabbrica di rame di Rubik viene convertita in centro per la produzione di armi. Il 12 maggio 2026 un summit a Tirana ha radunato quaranta aziende israeliane. Del resto circa metà del bilancio della difesa albanese per il 2026 va in acquisti da Stati Uniti, Regno Unito e Israele. Tre presenze militari diverse in una manciata di chilometri di costa.

E c’entra anche Israele

Perché la mossa albanese non è un caso isolato? Il 22 dicembre 2025 Israele, Grecia e Cipro hanno tenuto a Gerusalemme il decimo vertice trilaterale, e pochi giorni dopo, a Nicosia, hanno firmato il piano di cooperazione militare per il 2026: esercitazioni aeree e navali congiunte, l’addestramento delle forze speciali e l’ipotesi di una forza di reazione rapida, dichiaratamente per contenere la Turchia. È la spartizione del Mediterraneo orientale, che adesso lambisce l’Adriatico. Che Tel Aviv punti su quella costa anche a uno sbocco navale in funzione anti-turca resta da dimostrare: le carte oggi parlano di industria della difesa più che di una base. Eppure la traiettoria è quella, e Ankara la legge bene: il porto che presidiava da trent’anni oggi si ritrova accerchiato.

E l’Italia Sazan fu italiana dal 1920 al 1947, il sasso che la Regia Marina presidiava per chiudere l’imbocco dell’Adriatico, ancora oggi visibile dal Salento nelle giornate limpide. Oggi Roma è il primo partner commerciale di Tirana, ci tiene tremila imprese, ha firmato il 13 novembre 2025 un accordo di cooperazione su dieci settori e ha promesso a Rama Nave Libra per pattugliare le coste albanesi. Eppure sulla rada di Valona il gioco vero, capitale americano, base turca, difesa israeliana, asse di Gerusalemme, si decide intorno a noi. L’Italia parla solo di sbarchi e tiene aperto il protocollo migranti firmato il 6 novembre 2023, impantanato fra ricorsi e una pronuncia dell’avvocato generale Ue dell’aprile 2026, con i centri di Shëngjin e Gjadër. Della costa che teneva fino a ottant’anni fa, ignara. La geopolitica, dalle parti di Palazzo Chigi, è una materia troppo complicata.

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