Giulio Cavalli

La via Crucis dei migranti che strisciano nel sangue: folla di disperati a Tripoli

Immaginate ottocento metri di strada, una strada nel cuore di Tripoli dove c’è la sede Community day Centre dell’Unhcr. Ottocentro metri riempiti di persone che occupano i marciapiedi da entrambi i lati (una lingua più lunga di un chilometro e mezzo) una di fianco all’altra. C’è chi resta sdraiato per non sprecare le forze che avanzano dalla troppa fame, c’è chi si cura come può le ferite della fuga, c’è chi ossessivamente cerca qualche compagno di detenzione e c’è chi si augura semplicemente che tutto finisca. L’ufficio dell’Unchr è chiuso, la Libia esplode anche al proprio interno, sotto gli occhi della comunità internazionale.

Quegli ottocento metri sono una via crucis contemporanea. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ci parla di «migranti feriti, stesi a terra in pozze di sangue». Giovedì scorso un migliaio di persone sono fuggite dal centro di detenzione di Al Mabani, i video riprendono un fiume di gente disperata che scappa senza nemmeno sapere dove andare. Al Mabani è un centro governativo aperto all’inizio di quest’anno, uno di quelli che ha l’odore dei soldi italiani europei: nel suo primo mese di attività contava 300 persone detenute, lo scorso venerdì secondo l’Oim contava «più di 3.400 migranti, tra cui 356 donne e 144 bambini, detenuti nel sovraffollato centro di Mabani. Molti erano stati arrestati durante i raid della scorsa settimana nel quartiere di Gergaresh e detenuti arbitrariamente». Durante la fuga disperata sei migranti sono stati uccisi e almeno 24 sono rimasti feriti dalle guardie armate che hanno cominciato a sparare. «L’uso eccessivo della forza e della violenza che spesso portano alla morte è un evento normale nei centri di detenzione libici», afferma il capo della missione dell’Oim Libia Federico Soda. «Alcuni del nostro personale che hanno assistito a questo incidente descrivono migranti feriti in una pozza di sangue che giace a terra. Siamo devastati da questa tragica perdita di vite umane».

Un medico e un’infermiera incaricati dall’Oim erano nel centro di detenzione per controlli medici regolari e assistenza quando è scoppiata la rivolta e diversi migranti hanno cercato di fuggire. Le squadre dell’OIM hanno portato quattro dei migranti feriti in una clinica privata e altri 11 nell’ospedale locale. Sono ancora a Mabani a fornire assistenza medica di emergenza. Più di 1.000 migranti in questo centro di detenzione avevano richiesto l’assistenza volontaria per il rimpatrio umanitario dell’Oim e aspettano da mesi a seguito di una decisione unilaterale e ingiustificata della Direzione per la lotta alla migrazione illegale (DCIM) di sospendere i voli umanitari dal paese. L’Oim chiede alle autorità libiche di cessare l’uso eccessivo della forza, porre fine alla detenzione arbitraria e riprendere immediatamente i voli per consentire ai migranti di partire. Anche Medici Senza Frontiere prova (abbastanza inutilmente) ad alzare la voce raccontando che quando ha portato assistenza medica, dopo i pesanti rastrellamenti della scorsa settimana, all’interno dei centri di detenzione governativi ha trovato celle talmente sovraffollate da impedire alle persone di sedersi o di sdraiarsi. Per terra c’erano feriti, persone che non mangiavano da giorni. Già Msf parlava di un tentativo di fuga fermato con una «violenza inaudita» e di «uomini picchiati in modo indiscriminato e poi stipati con forza in alcuni veicoli verso una destinazione sconosciuta».

A Tripoli, su quel marciapiedi, ci sono quelli che sono scappati dall’inferno di Al Mabani ma ci sono anche qualche centinaio di persone che a Tripoli ci sono arrivati dopo una lunga camminata, attraversando le montagne, fuggiti da altri centri di detenzioni. Alcuni testimoni parlano di una fuga di almeno 2.000 persone avvenuta la scorsa settimana da Garian: alcuni sono stati catturati, alcuni sarebbero morti nei boschi sotto gli spari della polizia libica, alcuni sono riusciti ad arrivare. In quegli ottocento metri di strada qualcuno dice che ci sarebbero quasi 4.000 persone, qualcuno parla di centinaia, qui dove l’orrore ormai dorme a cielo aperto anche avere notizie certe diventa difficile. Di sicuro le immagini ci dicono che per terra sono appoggiati anche bambini molto piccoli, dormono sull’asfalto aspettando che qualcuno li assiste. Quelli che hanno le forze per farlo manifestano di fronte alla sede dell’UNCHR: “Per la nostra sicurezza, chiediamo di essere evacuati”, è scritto su uno striscione. “La Libia non è un Paese sicuro per i rifugiati“, si legge in un altro. «Siamo al capolinea» dice una donna fuggita da uno dei tanti centri di detenzione teatri di violenze e maltrattamenti. «Ci hanno attaccato, umiliato, molti di noi sono rimasti feriti», racconta. «Siamo tutti estremamente stanchi. Ma non abbiamo un posto dove andare, veniamo addirittura cacciati dai marciapiedi».

Di numeri ufficiali parla l’Oim: «ci sono quasi 10.000 uomini, donne e bambini intrappolati in condizioni tetre nelle strutture di detenzione ufficiali che hanno un accesso limitato e spesso limitato per gli operatori umanitari», scrive in un comunicato. Persone bloccate nei centri di detenzione libici, senza diritti né garanzie del resto l’agenzia internazionale, Human Right Watch continua a ripetere che «la detenzione dei migranti in Libia è arbitraria in base al diritto internazionale in quanto prolungata, indefinita e non soggetta a controllo giurisdizionale». Nel centro di Tripoli c’è un presepe di disperati che sono scappati dai lager pagati con i nostri soldi e strisciano sull’asfalto. Ogni tanto qualche libico di buon cuore passa per portare qualcosa da mangiare. L’agenzia dell’ONU è chiusa.

L’inferno ormai dura da parecchi giorni ma nella politica italiana non si muove nulla. Non c’è una voce, nemmeno un filo di indignazione. I ministri Guerini e Di Maio forse sono convinti che la questione sia chiusa staccando l’assegno. Forse staranno pensando che finché non arrivano sulle nostre coste stiamo a posto così. Poi, ovviamente, tutti stupiti che questi scelgano il mare pur di non morire di fame o di botte sul marciapiede.

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Toc toc, è permesso?

Ieri il governo Draghi ha finalmente partorito il Dpcm con le linee guida relative all’obbligo di possesso e di esibizione della certificazione verde Covid-19 da parte del personale della pubblica amministrazione, a partire dal 15 ottobre

So che non si usa molto tra colleghi (per questioni di aziendalismo) fare i complimenti ai giornalisti di un’altra testata ma confesso di ammirare da mesi il lavoro di Vitalba Azzolini che pervicacemente si permette di sottolineare le incongruenze con il diritto di alcune iniziative in tempo di pandemia. Azzolini, che per molti era un idolo ai tempi del governo Conte perché tornava utile come grimaldello per aspirare alla competenza, ultimamente è diventata bersaglio proprio dei filocompetenti compulsivi che la accusano di lisciare il pelo ai no Green pass. Particolare estremamente interessante: lei dice sempre le stesse cose, tiene il punto, eppure viene vista in maniere opposte.

Permettersi di sottolineare criticità sul Green pass ormai è la stessa cosa di quei fascisti che prendono a calci la sede della Cgil. Una gran melassa che appiattisce la discussione e che rende qualsiasi dubbio un complottismo.

Ieri il governo Draghi ha finalmente partorito il Dpcm con le linee guida relative all’obbligo di possesso e di esibizione della certificazione verde Covid-19 da parte del personale delle pubbliche amministrazioni, a partire dal prossimo 15 ottobre. Il 15 ottobre, tra le altre cose, è dopodomani, per dire.

Diamo per scontata, al di là degli istinti di Brunetta, la consapevolezza che la macchina dell’amministrazione pubblica sia fondamentale per uno snello funzionamento dello Stato quindi la domanda sorge spontanea: che impatto avrà il Green pass nel funzionamento degli uffici pubblici? Solo per fare un esempio: come dice Azzolini su Domani «le verifiche delle certificazioni vanno fatte, salvo eccezioni, da dirigenti, che quindi impiegheranno in quest’attività parte del proprio tempo di lavoro, prezioso anche perché ben retribuito. Ciò risponde a una visione del dirigente che, oltre a gestire e supervisionare, deve anche controllare materialmente i sottoposti». Sicuri che vada bene così?

Dicono le linee guida che per le giornate di assenza ingiustificata, dovute alla mancata presentazione del Green pass, «al lavoratore non sono dovuti né la retribuzione né altro compenso o emolumento, comunque denominati, incluse tutte le componenti della retribuzione, anche di natura previdenziale, previste per la giornata lavorativa non prestata». Ma il tema del funzionamento della macchina pubblica di fonte a queste assenze? Come si sostituiscono i lavoratori che non hanno intenzione, per scelta, di avere il Green pass?

Dicono dal governo che mai e poi mai pagheranno il tampone per i dipendenti che non si vogliono vaccinare. È una linea, si può essere d’accordo o meno ma è una linea. Ieri esce una circolare del ministero dell’Interno che invita a fare invece i tamponi gratis ai portuali non vaccinati. Vi pare coerente? Poi, come giustamente fa notare sempre Azzolini: «Il tema è: anche in altri ambiti pubblici, quando il servizio reso sia compromesso a causa delle assenze per mancanza di #greenpass, il datore di lavoro pubblico può pagare i tamponi ai dipendenti, o è imputabile di danno erariale?»

Come è accaduto anche per altri provvedimenti: il governo ci ha detto come intende analizzare l’impatto del Green pass? Negli altri Paesi esistono commissioni che valutano ex ante ed ex post l’impatto e l’efficacia di una misura. Se quella misura, in un determinato periodo di osservazione, non ha raggiunto il suo obbiettivo decade. Qui?

Come scrive Il Post: «Da quando il governo ha annunciato l’obbligo del Green pass per tutti i lavoratori a partire dal 15 ottobre, il numero delle somministrazioni giornaliere del vaccino contro il coronavirus è cresciuto, ma di poco: “l’effetto Green pass”, come è stato definito, si è visto solo nella terza settimana di settembre. Poi la curva delle prime dosi si è abbassata, e dall’inizio di ottobre è tornata ai livelli di febbraio 2021, la prima fase della campagna vaccinale». Quindi?

Sempre a proposito di risultati immagino che lassù al governo siano anche consapevoli che la misura (una delle più rigide del mondo) esacerberà ancora di più gli animi. Come si intende intervenire, al di là dei preannunciati controlli sulle manifestazioni? Oltre alla repressione dei violenti come si intende fare con quei 3, 4 milioni di lavoratori non vaccinati?

Ecco, sarebbe bello dibatterne senza essere additati come amici dei terroristi. Anche perché le analisi ovviamente prevedono il diritto di critica. Piaccia o no. E provate a pensare se tutto questo l’avesse fatto un altro governo cosa sarebbe successo.

Oppure smettano di usare il paternalismo, facciano politica e si prendano la responsabilità dell’obbligo vaccinale.

Buon mercoledì

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Da studente modello a estremista di destra: la storia di Andrea racconta i rischi della radicalizzazione fascista

Ma davvero in Italia il pericolo della radicalizzazione fascista e la pericolosità d’intenti di certi gruppi di estrema destra sono tutta un’invenzione dei giornali? Davvero è tutto un gioco ingigantito in vista dei prossimi ballottaggi per le elezioni amministrative? C’è una storia che rappresenta perfettamente il rischio della propaganda e vale la pena ripercorrerla anche se è di qualche mese fa.

A gennaio di quest’anno viene arrestato un ventiduenne di Savona, Andrea Cavalleri, con un’accusa pesantissima: associazione con finalità di terrorismo e propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale aggravata dal negazionismo.

Fino a tre anni prima Andrea Cavalleri era uno studente modello del liceo classico Chiabrera. Ma soprattutto Andrea Cavalleri era attivamente impegnato con l’Istituto per la Resistenza ottenendo persino un viaggio premio ad Auschwitz con la scuola: il suo tema era stato il migliore di tutto il liceo classico di Savona. Aveva infatti vinto l’ottava edizione del concorso organizzato dal Consiglio regionale ligure: “27 gennaio: Giorno della memoria”.

In rete su un giornale online si ritrova ancora la foto della premiazione. “Il suo lavoro era stato così apprezzato che era stato gratificato da un viaggio in Polonia, ad Auschwitz, per poter approfondire ancora di più le sue conoscenze”, raccontava a La Stampa Alfonso Gargano, preside del liceo.

Tre anni dopo redigeva documenti sul web di matrice neonazista e antisemita con i quali incitava alla rivoluzione violenta contro “lo Stato occupato dai sionisti” ed alla eliminazione fisica degli ebrei, ispirandosi al gruppo suprematista statunitense AtomWaffen Division e alle Waffen-SS naziste. Secondo gli inquirenti Cavalleri (che intanto era profondamente mutato anche nell’aspetto fisico oltre che nelle simpatie politiche) era pronto a fare il “salto” e a commettere un attacco. Cavalleri aveva creato un’organizzazione, Nuovo Ordine Sociale, che puntava al reclutamento di altri volontari e alla pianificazione di atti estremi e violenti a scopo eversivo. Usava le piattaforme di messaggistica online per tenere i contatti con persone che avevano le sue stesse posizioni ideologiche.

Nelle intercettazioni si legge di Cavalleri che dice che “Gli ebrei sono il male primo da eliminare. Gli ebrei sono nati per distruggere l’umanità” e che “Voglio fare una strage a una manifestazione di femministe. Donne ebree e comuniste sono i nostri nemici. Le donne moderne sono senza sentimenti, bambole di carne da sterminare”. Cavalleri aveva anche fondato un canale Telegram, Sole Nero, che contava varie centinaia di iscritti: per essere accettato tra i componenti bisognava sostenere un quiz per verificare il livello di radicalizzazione.

Le organizzazioni di estrema destra (che nell’ultimo decennio sono state caratterizzate dalla fusione tra il retaggio storico fascista o nazista e l’ideologia suprematista d’ispirazione americana) sono spesso oggetto di operazioni di polizia in tutta Europa e alcune, quando sono sfuggite all’attenzione degli inquirenti, hanno portato a termine stragi in vari Paesi come Germania, Norvegia e Svezia. Andrea Cavalleri scriveva che è “Meglio morire con onore in uno school shooting che vivere una vita di merda” e che si dichiarava pronto a commettere una strage: “Io una strage la faccio davvero. L’unica cosa da fare è morire combattendo. Ho le armi. Farò Traini 2.0”. È il mito del lupo solitario: già nel marzo del 2017 Jason Burke sul Guardian spiegava che gli attentatori spesso perdono addirittura la connessione con i circoli estremisti con cui sono entrati in contatto, facendone ideologicamente parte senza nemmeno esserne membri.

Lo studente modello in tre anni era diventato esperto di armi e oggettistica militare. A luglio dello scorso anno gli investigatori avevano sequestrato le armi del padre, collezionista, regolarmente detenute. Un’operazione di polizia amministrativa, legata al mancato aggiornamento di un documento. “In realtà – ha rivelato poi il questore di Savona Giannina Roatta – abbiamo colto l’occasione al volo, perché già seguivamo i discorsi del giovane su Internet e bisognava evitare ogni rischio”.

Siamo davvero sicuri che l’estremismo di destra sia solo una strumentalizzazione politica qui, nel Paese dove già Luca Traini il 3 febbraio del 2018 impugnò una pistola semiautomatica e sparò a diverse persone, tutti africani, ferendone sei e lasciano di proiettili sui muri di negozi e abitazioni?

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Buccinasco non era tranquilla: la ‘ndrangheta non è mai andata via, ma forse ne abbiamo parlato poco


L’omicidio di Paolo Salvaggio ha riacceso i riflettori su Buccinasco. Ma la cittadina dell’hinterland di Milano è ancora quella in cui la ‘ndrangheta allegramente risiede e non dismette le sue abitudini criminali. Non è mai andata via, la ‘ndrangheta, da Buccinasco e se si è ammorbidita l’attenzione nei suoi confronti, contribuendo a un’ingiustificata pacificazione generale, i motivi sono da cercare altrove.
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A proposito di dittatura sanitaria

L’allarme arriva dall’indagine “Mai dati!” presentata durante il Congresso nazionale dell’Associazione Luca Coscioni: in 15 ospedali il 100 % dei ginecologi è obiettore di coscienza. Ed è un dato che non compare nella Relazione sulla 194 del ministero della Salute

In Italia ci sono almeno 15 ospedali in cui il 100% dei ginecologi è obiettore di coscienza. È il dato principale che emerge dall’indagine “Mai dati!” presentata in anteprima durante il Congresso nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, a cura di Chiara Lalli, docente di Storia della Medicina, e Sonia Montegiove, informatica e giornalista. Un dato che non compare nella Relazione sulla legge 194/78 del ministero della Salute, che, aggregando i dati per Regione, di fatto non rende pubbliche le percentuali di obiettori sulle singole strutture. Secondo la Relazione, infatti, il massimo di obiettori che risulta è dell’ 85,8%  in Sicilia.

L’indagine di Lalli e Montegiove, nata con l’obiettivo di appurare se la legge 194/78 sulla interruzione volontaria della gravidanza sia effettivamente applicata, evidenzia come la Relazione sulla stessa legge del Ministero della salute pubblicata lo scorso 16 settembre e i dati in essa contenuti restituiscano una fotografia poco utile, sfocata, parziale di quanto avviene realmente nelle strutture ospedaliere del nostro Paese.

Alla richiesta di accesso civico a tutte le Asl e alle aziende ospedaliere censite dal ministero della Salute, ha risposto circa il 60% (al 30 settembre 2021). I risultati dell’indagine saranno aggiornati non appena saranno disponibili tutte le risposte.

Tra i dati più interessanti emersi finora, le 15 strutture ospedaliere in cui il 100% dei ginecologi è obiettore e i 5 presidi in cui la totalità del personale ostetrico o degli anestesisti è obiettore. Ci sono poi 20 ospedali con una percentuale di medici obiettori che supera l’80%. E altri 13 quelli con una percentuale di personale medico e non medico e superal’80%.

Le Regioni in cui ci sono ospedali con il 100% di ginecologi obiettori di coscienza sono Lombardia, Liguria, Piemonte, Veneto, Toscana, Umbria, Marche, Basilicata, Campania, Puglia.

Ci sono molti modi per non attuare una legge: quello di rendere inaccessibili i dati per  verificarne l’attuazione è il più vigliacco eppure è molto popolare. Il diritto negato, tra l’altro, è scritto nero su bianco tra le leggi dello Stato. E forse sarebbe il caso di essere terribilmente concreti nell’attuazione dei diritti, oltre che nell’enunciazione.

Buon martedì.

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Paolo Salvaggio, un omicidio che “parla”: era in contatto con la ‘ndrangheta e la sacra corona unita


Quello di Paolo Salvaggio a Buccinasco è un omicidio che “parla” e di cui si deve parlare. Le modalità dell’uccisione del 60enne, broker di droga in grado di tenere i contatti con diverse associazioni criminali di provenienze diverse, dalla ‘ndrangheta alla sacra corona unita, sono state eclatanti: un’esecuzione in pieno giorno. Questo omicidio parla e ora bisogna quanto prima riuscire a leggerne le parole.
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Predappiochismo

Vale la pena di spiegare a Giorgia Meloni quale sia la matrice dell’attacco squadrista alla sede della Cgil a Roma. Ecco chi sono Roberto Fiore, Giuliano Castellino e gli altri arrestati

Rubo il titolo a Pippo Civati per riconoscenza verso la comunità di Possibile, il partito da lui fondato e ora egregiamente retto dalla segretaria Beatrice Brignone, che sul tema dell’antifascismo ha sempre tenuto la barra dritta in un’epoca di pendoli. E rubo a lui anche l’idea di presentare a Giorgia Meloni un ventennio di girato perché possa farsi un’idea di quello di cui stiamo parlando.

Giorgia Meloni, appunto, costretta a dire qualcosa sul fascistissimo attacco alla Cgil di Roma da parte di schifosi fascisti ci ha illuminato con la sua ipotesi di uno “squadrismo organizzato” aggiungendo che non è importante che la matrice sia fascista o meno. Fantastica Giorgia Meloni che è diventata così brava a fare zig zag in mezzo allo sterco inventandosi tutti gli aggettivi e le perifrasi possibili: siamo passati dai patrioti, ai sovranisti, poi gli italiani, poi ora gli squadristi. L’importante è non pronunciare la parolina magica senza la quale non riuscirebbe nemmeno a raccattare i voti per gestire il proprio condominio. Se andiamo avanti così questi sono così vigliacchi che si metteranno d’accordo di sostituire la parola “camerati” con “zucchine” e cammineranno per le vie del centro inzucchinandosi e sentendosi davvero dei rivoluzionari.

Allora vale la pena spiegare a Giorgia Meloni, piuttosto deboluccia a scuola quando si trattava dell’ora di Storia, quale sia la matrice. A Roma sono stati arrestati Roberto Fiore e Giuliano Castellino. Roberto Fiore ha 62 anni, è uno dei fondatori di Forza Nuova, a 19 anni fu tra i fondatori del movimento neofascista eversivo Terza Posizione, negli anni Ottanta venne condannato per associazione sovversiva e banda armata ma come tutti i fascisti scappò come un coniglio per rientrare in Italia a condanna prescritta.

Giuliano Castellino ha 45 anni e attualmente è il leader locale di Forza Nuova a Roma. In passato aveva fatto parte della Destra di Francesco Storace, e prima ancora di Fiamma Tricolore. Lotta contro il Green pass ma vigliaccamente è andato a cercarsi il Green pass per poter andare allo stadio: basterebbe questo per dare un’idea dello spessore. Nel 2017, cercò di impedire lo sgombero di un appartamento popolare del quartiere Trullo di Roma che era stato assegnato a una famiglia di origine eritrea: fu condannato per violenza, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale e anche per manifestazione non autorizzata. Sempre nel 2019 aggredì un giornalista e un fotografo dell’Espresso durante una manifestazione neofascista al cimitero del Verano; l’anno scorso è stato condannato in primo grado. Ha subito numerosi Daspo, per non farlo entrare allo stadio. Attualmente è sotto regime di sorveglianza speciale, una condizione di controllo da parte delle forze dell’ordine che può essere applicata alle persone ritenute socialmente pericolose.

Tra gli arrestati c’è Luigi Aronica, 65 anni, conosciuto come Er pantera, ex appartenente ai Nar, quei Nuclei armati rivoluzionari accusati negli anni 70 e 80 di aver dato animato la stagione degli anni di piombo anche attraverso stragi e attentati. Aronica in particolare, fu condannato a 18 anni e 2 mesi nell’ambito del processo Nar 1.

Poi c’è Fabio Corradetti, 20 anni ma già in ascesa nell’ala romana di Forza Nuova, per ora ancora conosciuto come il “figlioccio di Castellino”. Un paio di anni fa, in occasione dei suoi 18 anni, fu sorpreso insieme a un altro gruppo di coetanei a lanciare sassi contro una pattuglia dei carabinieri nel quartiere Valle Aurelia. È stato condannato.

Poi c’è Biagio Passaro, il leader del movimento IoApro, l’associazione dei ristoratori più intransigenti che vorrebbero aprire tutto perché, dicono, stanno perdendo troppi soldi. Infine c’è l’organizzatrice della manifestazione Pamela Testa: basta scorrere il suo Facebook per vedere quanto ami Fiore e Castellino.

Ora, cara Giorgia Meloni, è chiara la matrice?

Buon lunedì.

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Dai, davvero, ora basta. È fascismo e chiamare le cose con il loro nome è il primo passo per una leale democrazia

Dai, davvero, basta. Basta con questo favoreggiamento esterno al fascismo che qualcuno vorrebbe vendere per equilibrio moderato. Basta con questi che con i fascisti e con i fascismi riempiono di preferenze qualche candidato farlocco che non riuscirebbe a esprimere un concetto più complesso di un scimmiesco braccio alzato.

Basta con questi leader che si stupiscono per lo stesso letame che concimano di nascosto, basta con i finti sorpresi che se non puzzassero di fascismo sarebbero ancora a fare i camerieri del solito Berlusconi, basta con questi partiti in cui il patriottismo è solo un fascismo sotto mentite spoglie (perché i fascisti sono storicamente dei vigliacchi travestiti) e tutto intorno i giornalisti fanno finta di non saperlo.

Basta con questa retorica sui vincitori e sui vinti che avete calpestato e strumentalizzato per farne un condono. Basta con queste citazioni a cazzo di cane che estrapolate da libri che non avete mai aperto, di intellettuali che avete scoperto su qualche sito di aforismi e basta pure con la scusa delle rievocazioni storiche: la melma non si commemora, la melma si condanna, anche decenni dopo.

Basta con questi partitini che usano qualsiasi difficoltà e qualsiasi dibattito come leve per accendere uno scontro che riesca a minare lo Stato. Basta con questi presunti leaderini che sono solo ammaestratori del menare le mani, che hanno precedenti penali per cui non li vorremmo nemmeno come vicini di pianerottolo e invece vengono addirittura ammantati di chissà quale spessore. Giuliano Castellino e Roberto Fiore sono due patetici bulli, violenti che guadagnano spessore solo per l’immobilismo di chi dovrebbe vigilare.

Basta con queste Prefetture e questo ministero dell’Interno e questi sindaci che si mobilitano per “vigilare” gli ingressi di quattro stranieri disperati, che si ingegnano per acquistare panchine su cui non si possa sedere uno sconfitto, che sono sempre bravissimi a scovare la povertà per chiamarla degrado e poi si fanno passare sotto gli occhi fascisti e fascismi vietati dalla Costituzione.

Basta anche con queste forze dell’ordine e questi servizi d’ordine che sono sempre così efficienti quando devono contenere i disoccupati o le manifestazioni per i diritti e poi sono sempre così sbadati da lasciare arrivare un nugolo di bolsi nostalgici di mezza età all’interno della sede principale del principale sindacato dei lavoratori italiano.

Basta anche con questo vilipendio alla bandiera. Quella bandiera italiana che impugnate con le vostre mani sozze e che adorate come un totem è figlia dell’antifascismo. State sventolando la croce sulla vostra storia infame, vorreste ergervi a difensori di una Patria che vi disconosce per Costituzione.

Basta anche con questi no vax, no green pass e no una cosa qualsiasi che prestano al fianco a quattro camerati che li stanno tenendo per la gola. I “leader” dei chi contesta le decisioni del governo (legittimamente) hanno il dovere di chiamarsi fuori da questi invasati. Molti (legittimi) contestatori hanno il dovere di capire che sono strumentalizzati da fascisti dementi: il leader di Forza Nuova Giuliano Castellino è quel bamboccione che il green pass è corso a farselo fare per andare ad agitarsi allo stadio. La capite l’ipocrisia?

Basta, davvero, basta. Quello che Giorgia Meloni chiama squadrismo (lei che è esperta in tutti gli -ismi ma la parola fascismo non riesce nemmeno a pronunciarla) è fascismo. Ha tutti gli ingredienti del fascismo: l’arroganza, lo spregio per le regole, la violenza, l’organizzazione per minare lo Stato.

Chiamare le cose con il loro nome è il primo passo per una leale democrazia. Essere intolleranti con gli intolleranti è un dovere civile. Sciogliere le organizzazioni neofasciste è un dovere costituzionale. Dai, davvero, basta.

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Il Morisi che è in noi

È un confine sottile, che risulta stretto perché richiede onestà intellettuale, lealtà e educazione alla complessità. Tutta roba che già va pochissimo di moda nella vita quotidiana, figurarsi nella politica, dove l’iperbole è l’unico strumento per posizionarsi e esistere. Il caso Morisi (meglio, il caso di come questi hanno forgiato il caso Morisi) è la fotografia perfetta della tossicità del dibattito politico italiano. Dentro c’è tutto, una ratatouille di guardoni, garantisti pelosi, benpensanti bencattolici, minimizzatori per convenienza, carnefici che vorrebbero fare le vittime e vittime che diventano di carnefici (e questo ci starebbe pure, perché la vendetta è la reazione più onesta in questo marasma di ipocrisia).

Punto iniziale: il signor Luca Morisi non era un tecnico che lavorava per Salvini, ma era un consigliere che lavorava con Salvini, portandosi dietro la delega sulla comunicazione. La sua ipocrisia svelata è un fatto politico, con buona pace del leader leghista che è laureato in sputtanamento all’università della vita. Chi è venuto a dirci che non avremmo dovuto scrivere che il padre della Bestia fosse nel privato l’esatto obiettivo della sua bile social e che abbracciasse gli stessi comportamenti che così disumanamente additava è semplicemente qualcuno che vorrebbe convincerci che esista il diritto di fare i moralisti senza avere morale. Una cagata pazzesca, direbbe Fantozzi. Se Morisi fosse stato collegabile alla sinistra (e per la Bestia sono di sinistra tutti quelli che non sbavano sulle scarpe di Salvini) oggi il web sarebbe invaso di neologismi aguzzi sulle sue abitudini sessuali, sulle sue dipendenze e sulla nazionalità dei suoi amanti. Capiamoci bene: questi sono gli stessi che hanno portato una bambola gonfiabile sul palco presentandola come Laura Boldrini. Sono gli stessi che hanno dato in pasto minorenni sui social (ve lo ricordate il figlio di Selvaggia Lucarelli?). Sono gli stessi che hanno trasformato gente comune (senza nessun ruolo pubblico) in nemici pubblici per settimane. Se esistesse un dio del senso del limite, a Salvini che parla di diritto alla privacy avrebbe seccato la lingua, avrebbe incendiato il dito attaccato al citofono mentre stanava presunti spacciatori in diretta nazionale.

L'errore più grande che è stato fatto nel giudicare il caso Morisi è aver usato gli stessi toni e metodi che avrebbe utilizzato lui
Luca Morisi e Matteo Salvini (Facebook)

Credere di demolire un partito usando un presunto reato significa non avere il senso delle proporzioni

Però il tema è che Morisi (e la Lega a strascico) aveva quest’insana abitudine di infilarsi nel letto degli altri, non è ciò che accadeva nel suo letto. E qui passiamo alla bestialità virale di questi giorni: credere di poter demolire politicamente un partito, usando un presunto reato come una presunta cessione di droga significa non avere il senso delle proporzioni. Che una boccetta di droga liquida sia un buon motivo per chiedere le dimissioni di Salvini è esattamente la sineddoche cretina che l’algoritmo della Bestia ha utilizzato per anni: se un nero infastidisce una vecchietta allora cacciamo tutti i neri. Se un islamico ruba un pollo allora arrestiamo tutti gli islamici. Se un Morisi si lascia andare a una serata al di fuori della nostra morale, allora cacciamo tutti i leghisti. La sentite come suona inefficace e stupida?


Mentre si srotolava la cronaca, diventando una lingua di voyeurismo mi sono anche detto che no, non saremmo stati capaci di scendere così in basso e invece è accaduto: la Bestia si è trasferita nei cosiddetti buoni che non hanno perso occasione di raccontarci particolari, che nulla avevano a che vedere né con il punto politico né con l’aspetto giudiziario. Le chat in cui Morisi e i suoi compagni di serata si raccontano le proprie preferenze sessuali sono uno stigma appiccicato alla notizie per solleticare gli stessi istinti che così bene ha sgrillettato Morisi. Questi l’hanno fatto con un eloquio più profumato, ma l’intento è esattamente identico. Entrare nelle mutande di Morisi per punirlo di essere entrato nelle nostre mutande è una legge del taglione. Ha quella consistenza lì, è il ladro lasciato in giro senza mano, è bestiale, appunto.

Quando il dibattito si fa basso, si creano fazioni estreme che riescono ad avere specularmente torto

E così stare in mezzo diventa difficile. Quando il dibattito si fa basso quasi sempre si creano due fazioni estreme che riescono nella mirabile impresa di avere specularmente torto. Quindi ci si prova a sgolare che no, che il caso Morisi non è un fatto che deve stare fuori dalla politica. Ma anche che no, che la descrizione pelosa delle sue azioni, che svelano la sua ipocrisia, non sono di interesse per il dibattito. In questo momento provare a dire una cosa del genere ovviamente riesce a renderti antipatico a entrambi. Non è una gran mossa di marketing giornalistico, insomma: i garantisti pelosi dicono che sei troppo poco garantista e i vendicatori della notte dicono che sei troppo molle. Poi ci sarebbe il presunto reato, che probabilmente non esiste nemmeno. E tutto si complica di più.

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Dodici Paesi Ue vogliono muri anti-migranti: da una parte noi con i nostri diritti, dall’altra bestie da allontanare

In fondo l’Europa è questa roba qui, questa che avrebbe dovuto essere “casa” comune e invece si è fatta “cassa” comune sempre attenta a lasciare passare le merci e a bloccare le persone. Non è una questione che può sorprendere che 12 Paesi su 27 decidano di prendere carta e penna per chiedere all’Europa di avere il coraggio di fare quello che è, senza troppi formalismi, e pagare di tasca sua i muri e i fili spinati che questi vorrebbero costruire illudendosi di bloccare la disperazione con qualche mattone.

Un bel pezzo dell’Europa sogna di farsi isola, di spalancare i confini per ingollarsi di soldi, di merci, di petrolio e di gas e allo stesso tempo di filtrare le persone suddividendole in utili e inutili, uno stomaco mai sazio di roba e intollerante alle persone.

È vero che i sovranisti di casa nostra hanno smodatamente esultato per la lettere dei loro colleghi sovranisti e frugali europei, ma è altresì vero che questa Europa è la stessa che, nei fatti, ha appaltato proprio a loro le frontiere, li ha lasciati liberi di bastonare e torturare per respingere, che sta concedendo alla Libia in questi giorni di mettere in atto una strutturata operazione di pulizia etnica in nome di una presunta “sicurezza” (i sovranisti sono come il McDonald, in qualunque posto del mondo tu vada hanno tutti lo stesso pessimo sapore, usano gli stessi ingredienti).

La lettera dei 12 mette per iscritto un vento che si vorrebbe nascondere ma che spira fortissimo: pochi giorni fa le immagini del reportage di Lighthouse, organizzazione giornalistica indipendente, dalla frontiera fra Bosnia e Croazia ci hanno mostrato eserciti fantasma non riconoscibili che seviziano donne, bambini e disperati. Lighthouse sostiene di poter dimostrare che le milizie-ombra che proteggono i confini dell’Unione fanno capo ai governi dei Paesi coinvolti e a Frontex, cioè all’Europa: sta dicendo che i muri a forma di manganelli li paghiamo noi.

Ci sono confini che delimitano l’essere uomini, da questa parte siamo noi con i nostri diritti e dall’altra invece ci sono bestie da punire e allontanare. Questa è l’Europa che lucra su un presunto “diritto alla sicurezza” e che ha lasciato completamente perdere la sicurezza dei diritti per tutti, è un circolo privato che vorrebbe circondarsi di mare e avere le chiavi dell’unico ponte levatoio.

“I confini non esistono in natura”, ha detto ieri don Luigi Ciotti in un’intervista a Famiglia Cristiana: “Sono convenzioni che quando diventano frontiere invalicabili generano ingiustizie, violenze, guerre. Oggi i confini si manifestano da un lato come distanza e come diseguaglianza, dall’altro come processi di esclusione e come atti di respingimento. I “confini” lasciano passare le merci ma spesso sbattono la porta in faccia a persone che scappano da conflitti, miseria, drammatiche conseguenze dei cambiamenti climatici”.

No, non è solo una questione di 12 Paesi che esagerano con le richieste. Questa à l’Europa che ad aprile 2019 con Christophe Castaner, ministro di Macron, si disse addirittura d’accordo con le immorali gesta di Salvini ministro dell’Interno. È l’Europa in cui la Commissaria all’immigrazione Ylva Johansson dice candidamente “non ho nulla contro di loro che stanno costruendo muri. Ma non si può fare con i fondi europei: sono gli Stati membri dell’Ue che hanno deciso di tagliarli sull’immigrazione”. E la politica italiana non sembra nemmeno agitarsi. È un tempo buio. L’Europa avrebbe voluto essere la culla della civiltà e invece giorno dopo giorno diventa un cortile triste di un condominio sempre più arrabbiato.

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