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Giulio Cavalli

La truffa semantica delle armi leggere e pesanti. Grazie a qualche provvidenziale cavillo burocratico i carri armati sono equiparati ai fucili

I più esagitati del Partito Unico Bellicista esultano: la Germania dopo aver negato l’invio di “armi pesanti” in Ucraina per “evitare una terza guerra mondiale” (così aveva detto il cancelliere Scholz) sta annunciando l’invio dei blindati antiaerei Gepard. Per i testosteronici difensori della guerra sarebbe la dimostrazione dell’ineluttabilità del conflitto, una sorta di resa da parte dei tedeschi che negli ultimi giorni hanno messo in dubbio la retorica interventista.

La Germania, dopo aver negato l’invio di “armi pesanti” in Ucraina, sta spendendo a Kiev i blindati antiaerei Gepard

Le cose però non stanno esattamente così: pur presentandosi come carri armati il Gepard svolge un ruolo “difensivo” e rientra nella facile truffa linguistica di chi vorrebbe categoricamente dividere le armi tra buone e cattive, da difesa e da attacco. Essendo carri antiaerei infatti viene comodo presentarli come utili alla difesa dei civili e delle città.

Il dibattito sulle armi “pesanti” e sulla armi “leggere” da settimane tiene banco nel dibattito politico dei Paesi dell’Ue nonostante in pochi si siano presi la briga di spiegare che non esiste un vera e propria definizione militare per distinguere le due categorie.

È vero che fucili, mitragliatrici, pistole o lanciamissili vengono universalmente considerate armi “leggere” poiché utilizzabili da una singola persona ma come è facile immaginare un Gepard, soprattutto se utilizzato in contesti urbani, può colpire un aereo o, peggio, potrebbe tranquillamente colpire un palazzo.

La differenza tra armi pesanti o leggere è una questione meramente semantica, per questo la politica può serenamente giostrare le parole per ammantare le proprie scelte secondo la prospettiva che gli torna più utile. Non solo: la mancanza di una chiara convergenza sull’identificazione delle armi a livello internazionale permette agli Stati di non trovare un coordinamento tra le diverse legislazioni e godere quindi di una certa libertà sulla produzione e il commercio dei prodotto dell’industria bellica.

Perfino i dati di vendita e di produzione non sono verificabili visto che i numeri non risultano omogenei tra loro. Le cosiddette “armi leggere”, così rassicuranti nella loro definizione, sarebbero nel mondo tra i 100 e 500 milioni, secondo Amnesty International e Onu: nella migliore delle ipotesi si tratterebbe di una per ogni 20 abitanti.

Proliferano nella son Balcanica, nel Medio Oriente e in Africa (ma gli analisti giurano che il conflitto in Ucraina ne porterà presto ingenti quantità anche nel cuore dell’Europa) e negli ultimi 10 anni hanno causato la morte di più di 5 milioni di persone e del 90% delle vittime di guerre (per il 25% si tratta di bambini).

Nel 1994 circa 300 imprese in 52 paesi del mondo erano coinvolte nella fabbricazione di armi leggere, l’Unione Europea e gli Stati Uniti assieme sono responsabili dell’80% del commercio mondiale di armi che ammonta a 4 miliardi di dollari l’anno.

Nel 2001 le Nazioni Unite avevano convocato una Conferenza internazionale sul disarmo in cui era stato posto il problema del traffico di armi leggere, legale e illegale, per provare a porre un freno. Tra le molte truffe che ogni guerra propone oltre alla verità che ne è la prima vittima c’è anche l’imbroglio linguistico di parole che appaiono lievi e invece sono mortali. Non c’è nulla di “leggero” nei territori in cui un proiettile può uccidere o mutilare civili innocenti.

(da La Notizia)

Altro che guerra: il 2021 per le armi era già da record. La spesa militare globale ha toccato i 2.113 miliardi di dollari

Nella corsa agli armamenti l’invasione russa dell’Ucraina è stato un regalo inatteso per i signori della armi. Giornali e televisioni possono incitare ancora più forte una rincorsa alle armi in nome del pericolo Putin alle porte dell’Europa ma i dati raccontano tutt’altra situazione: ben prima del 24 febbraio che ha segnato l’inizio della guerra la spesa militare procedeva a grandi falcate segnando per il 2021 l’anno record della spesa militare globale totale con 2113 miliardi di dollari, con una crescita in termini reali dello 0,7% l’anno scorso.

Il 2021 è l’anno record della spesa militare globale totale con 2113 miliardi di dollari

Lo scrive nel suo ultimo rapporto il SIPRI di Stoccolma, l’istituto internazionale indipendente dedicato alla ricerca su conflitti, armamenti, controllo degli armamenti e disarmo. Secondo il SIPRI il 2021 è stato il settimo anno consecutivo in cui la spesa è aumentata. “Anche in mezzo alle ricadute economiche della pandemia di Covid-19, la spesa militare mondiale ha raggiunto livelli record”, ha affermato il dottor Diego Lopes da Silva, ricercatore senior del programma di spesa militare e produzione di armi del SIPRI – “C’è stato un rallentamento del tasso di crescita a termine reale a causa dell’inflazione. In termini nominali, tuttavia, le spese militari sono cresciute del 6,1%”.

Nel 2021 sono stati Stati Uniti, Cina, India, Regno Unito e Russia sono i Paesi che hanno speso più in armi

I cinque maggiori spenditori nel 2021 sono stati Stati Uniti, Cina, India, Regno Unito e Russia, insieme rappresentano il 62 per cento della spesa. La spesa militare degli Stati Uniti è stata pari a 801 miliardi di dollari nel 2021, con un calo dell’1,4% rispetto al 2020 ma con una crescita del 24 per cento tra il 2012 e il 2021 per la ricerca e lo sviluppo militare. La Russia ha aumentato le sue spese militari del 2,9 per cento nel 2021, a 65,9 miliardi di dollari, in un momento in cui stava costruendo le sue forze lungo il confine ucraino. Questo è stato il terzo anno consecutivo di crescita e la spesa militare della Russia ha raggiunto il 4,1 per cento del PIL nel 2021. Sono aumentate del 72% invece le spese militari dell’Ucraina a partire dall’annessione della Crimea nel 2014.

Regno Unito e Stati Uniti forniscono di otto sottomarini a propulsione nucleare all’Australia ad un costo stimato fino a 128 miliardi di dollari

Dopo l’approvazione iniziale del suo bilancio 2021, il governo giapponese ha aggiunto 7,0 miliardi di dollari alle spese militari. Di conseguenza, la spesa è aumentata del 7,3%, a 54,1 miliardi di dollari nel 2021, il più alto aumento annuo dal 1972. Anche la spesa militare australiana è aumentata nel 2021: del 4,0 per cento, per raggiungere 31,8 miliardi di dollari. “La crescente assertività della Cina dentro e intorno ai mari della Cina meridionale e orientale è diventata un importante motore delle spese militari in paesi come l’Australia e il Giappone”, ha affermato Nan Tian, ricercatrice senior del SIPRI. “Un esempio è l’accordo di sicurezza trilaterale AUKUS tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti che prevede la fornitura di otto sottomarini a propulsione nucleare all’Australia ad un costo stimato fino a 128 miliardi di dollari”.

La Cina, il secondo più grande spenditore al mondo, ha stanziato circa 293 miliardi di dollari per le sue forze armate nel 2021, con un aumento del 4,7 per cento rispetto al 2020. Altro che guerra in Ucraina.

(da La Notizia)

Gepard tedeschi, cosa sono i carri armati antiaereo che la Germania darà all’Ucraina

Gepard tedeschi, cosa sono i carri armati antiaereo progettati all’epoca della Guerra Fredda che la Germania darà all’Ucraina.

Gepard tedeschi, cosa sono i carri armati antiaereo che la Germania darà all’Ucraina

La Germania ha deciso di modificare la sua linea di condotta e intervenire nella guerra in Ucraina inviando 50 carri armati antiaerei Gepard a Kiev. La notizia è stata comunicata dalla ministra della Difesa, Christine Lambrecht, al termine del summit che si è tenuto nella giornata di martedì 26 aprile presso la base militare NATO di Ramstein e alla quale hanno partecipato oltre 40 ministri della Difesa, incluso quello ucraino.

Il Gepard è un carro armato progettato negli anni ’70 del secolo scorso, capace di abbattere aerei fino a 6 chilometri di distanza. Simili mezzi non vengono più impiegati dall’esercito tedesco ma sono conservati presso un deposito dell’azienda produttrice Krauss-Maffei Wegmann.

Il carro armato antiaereo tedesco è dotato di una torretta con cannoni antiaerei, equipaggiata con due radar: uno è destinato alla ricerca del bersaglio mentre il secondo viene usato per agganciare il bersaglio e seguirlo mentre si trova in movimento.

I Gepard tedeschi hanno una lunghezza di sette metri e un peso di circa 50 tonnellate.

L’inversione di rotta di Berlino e il supporto militare tedesco a Kiev

Secondo quanto riferito da Bllomberg, la ministra della Difesa Christine Lambrecht ha spiegato che “se l’Ucraina ora ha urgente bisogno di sistemi antiaerei, allora la Germania è pronta a supportarla in questo sforzo”. In questo modo, quindi, Berlino ha modificato l’atteggiamento di estrema prudenza e cautela esibito sin dal primo momento dal cancelliere Olaf Scholz rispetto al conflitto russo-ucraino. Sinora, infatti, il Paese aveva sempre asserito di non essere in possesso di attrezzature disponibili da poter mettere a disposizione dell’esercito ucraino.

Per il Governo di Kiev, i Gepard tedeschi potrebbero rivelarsi aiuti fondamentali per intercettare e neutralizzare in modo tempestivo le minacce aeree russe. I mezzi, sviluppati durante gli anni della Guerra Fredda, rappresentano una risorsa versatile e adatta a contesti analoghi alla guerra urbana.

(da La Notizia)

Non abbiamo imparato niente sul 25 aprile. L’Italia torna in guerra. La Resistenza divide ancora. E l’antifascimo resta un’utopia

Ne ho fatti tanti di cortei per il 25 aprile. Cortei che sprizzavano rabbia e indignazione anche nel pieno del periodo berlusconiano, quando la Costituzione era sotto attacco ogni giorno e le leggi ad personam si moltiplicavano. Il 25 aprile in Italia in nome dell’unità nazionale contro ogni forma di fascismo è un’utopia che negli anni è diventata sempre più difficile e che oggi dovremmo avere il coraggio di definire impraticabile.

Il 25 aprile in Italia in nome dell’unità nazionale contro ogni forma di fascismo è un’utopia

Da una parte ci sono i partiti di estrema destra che fingono una normalizzazione a cui non crede nessuno, Giorgia Meloni in testa, che non riescono a non fare politica senza prendersela con gli stranieri, con i fragili e senza trasformare tutto in uno scontro. Che proprio l’altro ieri a Napoli sia stato beccato un consigliere comunale di Fratelli d’Italia con calendari in bella mostra di Benito Mussolini è solo l’ennesimo episodio di una nostalgia che viene usata come amo per continuare a grattare gli sfinteri dei fascisti d’oggi, quelli che ogni volta che vengono beccati belano qualche improponibile scusa e da leoni si trasformano in pecore.

Il 25 aprile è sempre stato uno scontro, più o meno duro, tra chi nella Costituzione ci crede davvero e chi continua a sognare di poter impiantare di nuovo in Italia una destra reazionaria. Se a questo aggiungiamo che molta stampa si ostina a descrivere Marine Le Pen come “pericolo per la democrazia” mentre non ha il coraggio nemmeno di scrivere che Lega e FdI sono estrema destra si capisce come briciole di fascismo possano passare indisturbate nella narrazione politica quotidiana.

Ma la degenerazione sul 25 aprile è avvenuta quando gli attacchi agli antifascisti hanno cominciato ad arrivare da presunti leader di presunto centrosinistra (leggi l’articolo) che hanno piegato il corteo del 25 aprile ai loro piccoli cabotaggi di bottega.

Se ci potevamo aspettare che Berlusconi avesse una provvidenziale tendinite ogni volta che c’era da ricordare la Resistenza non avremmo mai immaginato di dover i difendere da un ex segretario del Pd (Matteo Renzi) che ogni 25 aprile non ha perso occasione di attaccare l’Anpi e di provare a rivendere un antifascismo omeopatico buono solo per farci un tweet.

Quest’anno alle solite provocazioni dei cosiddetti “centristi” (a Renzi si è aggiunto anche Calenda insieme ai Radicali) si aggiunge il dolore terribile del popolo ucraino che deve assistere a madri che seppelliscono i figli mentre sul loro dolore speculano i signori della guerra. Il corteo di quest’anno è stato una spina perché la disunità non si è misurata sulle diverse posizioni politiche ma si è cibata di un orrore reale, con sangue e morti veri.

Gli ucraini a cui hanno fatto credere che questo 25 aprile fosse la ribalta della loro unica prima serata possibile, i figli dei partigiani e dei deportati che si sono sentiti trascurati dalla cronaca che ha messo il tacco sulla faccia della memoria, il Pd che ancora una volta balbetta di fronte ai suoi elettori che gli chiedono un po’ di coraggio.

E così, nel torrente di gente che marciava verso la piazza, la sensazione regina era uno sbriciolamento e che non rispetta nessuno: i partigiani, gli antifascisti, il popolo russo che subisce la protervia di Putin, l’Ucraina che sanguina. Gli unici che sorridono sono quelli che ogni anno devono trovare una leva per sollevare lo scontro e quest’anno invece si sono ritrovati in mano un bestseller. Ne usciamo male tutti. Essere antifascisti è sempre più faticoso.

(da La Notizia)

Profughi Ucraina, l’accoglienza è a carico degli italiani. Il Governo se ne lava le mani. Draghi aveva promesso sostegno a chi ospita. Ma le famiglie non vedranno un euro

Sono già più di 99mila gli ucraini scappati dalla guerra che hanno trovato rifugio in Italia (qui l’ultimo censimento del Viminale). L’ondata di solidarietà da parte di singoli cittadini, di associazioni e delle amministrazioni locali ha garantito un accoglienza massiccia e veloce. Ma chi aiuta coloro che aiutano gli ucraini?

Il governo aveva annunciato fondi per sostenere le famiglie che ospitano profughi in arrivo dall’Ucraina

Il governo fin dall’inizio della guerra aveva annunciato fondi per sostenere le famiglie che ospitano rifugiati ucraini ma quei soldi finora non li ha visti nessuno. Il governo Draghi ha annunciato di avere a disposizione 300 euro mensili per ogni profugo accolto ma i finanziamenti finora sono finiti tutti alle Prefetture e ai Cas)Centri di accoglienza straordinaria). Peccato che i numeri ci dicano che il 90% degli ucraini sia stato invece accolto presso famiglie.

Valentina Laterza dell’associazione Refugees Welcome Italia sottolinea come “le famiglia che da due mesi stanno rispondendo all’emergenza” non abbiano visto un solo centesimo. Di quei famosi 300 euro non c’è traccia da nessuna parte e nelle Faq della Protezione Civile è scritto chiaramente che le famiglia che già ospitano rifugiati non potranno beneficiare di nessun contributo. Chi per settimane ha sostenuto l’emergenza confidando in un decreto del governo in questi giorni ha scoperto che solo i contributi che arriveranno (quando arriveranno) saranno destinate solo alle nuove convivenze realizzate a partire dalla firma della convenzione.

Così accade che si moltiplichino le storie di persone che ora non riescono a fare fronte ai costi e i profughi vengono rimessi nei circuiti diffusi che lo Stato invece vorrebbe svuotare. Un cortocircuito che mortifica chi si è messo a disposizione. Nel circuito di associazioni e enti no profit sono previsti 33 euro al giorno. Restano validi gli 8mila posti messi a disposizione da prefetture e Comuni.

Il Dpcm varato dal Governo recepisce il provvedimento europeo del 4 marzo e fissa la cornice normativa, stabilendo che saranno le questure a concedere il permesso di soggiorno temporaneo, ma è l’ordinanza firmata dal capo del Dipartimento della Protezione Civile Fabrizio Curcio a definirne i dettagli ed è proprio contro la Protezione Civile che le associazioni sollevano il problema.

“Io trovo sia una situazione assurda e spero che qualcuno possa metterci mano perché non può funzionare che questa accoglienza si basi solo sulle lodevoli donazioni come se fosse un fatto privato e non una questione di interesse generale. Chi sta ospitando, oltre a mettere a disposizione stanze o case intere, si occupa del vitto, delle tante necessità di chi a volte è arrivato con solo uno zainetto, allaccia percorsi scolastici e attività per i più piccoli, supporta percorsi medici spesso molto complessi, davvero va escluso esplicitamente dai contributi pubblici? Grazie a queste reti il 95% dell’ospitalità non ha sovraccaricato la rete statale, fantastico, pensare di finanziare solo l’altro 5% non è quanto ci si aspetta dallo Stato”, scrive l’assessore al Comune di Milano Pierfrancesco Maran.

Per sostenere l’accoglienza dei profughi in arrivo dall’Ucraina servono soldi e serve un modo intelligente per distribuirli

La solidarietà non va declamata, la solidarietà va praticata. E nel Paese dei bonus perfino per cambiare i rubinetti per sostenere l’accoglienza dei profughi ucraini servono soldi e serve un modo intelligente per distribuirli. Poiché a quanto pare i soldi per le armi non mancano (e saranno sempre di più) resta da capire cosa si aspetti ad aggiustare il tiro per i fondi del sostegno e dell’accoglienza. Altrimenti rimane l’atroce dubbio che per la guerra (per procura) si è perfettamente organizzati mentre per la pace e la solidarietà no.

(da La Notizia)

Armi a Kiev senza controlli. Il nuovo business delle mafie. Da Gratteri ai Servizi è allarme rosso. Era già successo dopo la guerra nell’ex Iugoslavia

In Italia lo sta ripetendo fin dall’inizio della guerra il procuratore Nicola Gratteri: “Il rischio delle armi in Ucraina è alto. È successo – spiega intervenendo al TG3 – che subito dopo la guerra nella ex Iugoslavia, le mafie, le organizzazioni criminali, andavano in Bosnia, in Montenegro, e un kalashnikov costava 750 euro. Subito dopo la guerra, ogni famiglia aveva 4/5 kalashnikov, due bazooka, dieci chili di plastico C3 e C4.

La ‘ndrangheta ha comprato tante volte armi provenienti dalla ex Iugoslavia

La ‘ndrangheta ha comprato tante volte armi provenienti dalla ex Iugoslavia, e molte volte ci sono stati scambi con la Sacra Corona Unita che la ‘Ndrangheta barattava con la cocaina. Niente di più facile che questo possa accadere subito dopo la fine di questa guerra perché è ovvio che, a prezzi stracciati, a prezzi bassi questa volta potrebbero andare a comprare armi molto più pericolose rispetto a un kalashnikov o rispetto a un bazooka”.

L’enorme quantità di armi inviata in Ucraina pone problemi di sicurezza internazionale

L’enorme quantità di armi che arriva in Ucraina pone problemi di sicurezza internazionale al di là dello scenario bellico e le intelligence di tutto il mondo non nascondo la loro preoccupazione. Gli Usa hanno ammesso di avere pochi modi per tracciare la fornitura consistente di armi anticarro, contraeree e delle altre armi che hanno inviato oltre il confine in Ucraina.

Secondo la Cnn si tratta di “una rischio consapevole che l’amministrazione è disposta a correre” ma fonti dell’intelligence Usa confermano di avere “fiducia per il breve periodo” ma “quasi zero quando le armi entrano nella nebbia della guerra”. Poiché le forze Usa e Nato non sono sul campo tutto dipende dalle informazioni che arrivano dal governo ucraino ma non è difficile immaginare che Zelensky sia incentivato a fornire solo i dati che rafforzano la sua tesi di avere sempre più armi e sempre più aiuto.

“È una guerra: tutto ciò che fanno e dicono pubblicamente è progettato per aiutarli a vincere la guerra. Ogni dichiarazione pubblica è un’operazione di informazione, ogni intervista, ogni apparizione trasmessa da Zelensky è un’operazione di informazione. Non significa che abbia torto ma dobbiamo tenerne conto”, dice una fonte interna alla Cnn.

Anche l’intelligence italiana esprime preoccupazione. Una fonte interna ci spiega che “noi mutuiamo l’esperienza dei Balcani” e esprime “preoccupazione” per il “ricorso della politica adottata dall’Ucraina in emergenza che consente una maggiore circolazione delle armi per incentivare la difesa civile”. “Tutti i cittadini – ci spiega una fonte interna – sono dotati di armi. Questo flusso si è enormemente nutrito di questi arrivi: armi corte, leggere, trasportabili. C’è una massa di materiale che viaggia e può oltrepassare confini dell’ambito bellico.

Tutto questo necessita di monitoraggio da parte delle strutture investigative di tutti i Paesi Ue. Per evitare di alimentare il business delle organizzazioni criminali dobbiamo intensificare i controlli ai confini. È una situazione in continua evoluzione che richiede molta attenzione. Anche perché non sappiamo dove finiscono le armi date ai civili quando questi se ne liberano”.

Jordan Cohen, analista della difesa e della politica estera presso l’istituto Cato negli Usa che si ha affermato che il pericolo più grande che circonda l’inondazione di armi consegnate in Ucraina è ciò che accadrà loro quando la guerra finirà o si trasformerà in una sorta di stallo prolungato. Le armi arrivate in Afghanistan, prima per armare i mujaheddin nella loro lotta contro l’esercito sovietico, poi per armare le forze afghane nella loro lotta contro i talebani sono una lezione sotto gli occhi di tutti.

(per La Notizia)

Altro che temperatura minima dei condizionatori: il problema degli italiani è pagare le bollette

“Preferite l’aria condizionata o la guerra?”, aveva detto Mario Draghi qualche giorno fa. Mentre qualcuno faceva notare che la semplificazione era paternalistica e sfortunata i difensori più sfegatati del governo dei migliori ci avevano spiegato che era solo un esempio, solo per farsi capire. E invece eccoci qua, con una bella “svolta” (la chiamano così) che prende il fantasioso nome di “operazione termostato” decisa dalla commissione Ambiente della Camera nel decreto Bollette che impone la temperatura minima dei condizionatori negli edifici pubblici, scuole comprese, ospedali e case di cura esclusi

Imposta la temperatura minima dei condizionatori

Secondo la nuova norma, proposta dal M5S, la media ponderata della temperatura dell’aria, misurata nei singoli ambienti di ciascuna unità immobiliare, non dovrà essere superiore ai 19 gradi in inverno e minore di 27 gradi in estate, con un margine comunque di tolleranza di due gradi. Significa che il riscaldamento potrà arrivare ad un massimo di 21 gradi e l’aria condizionata potrà partire da un minimo di 25.

Applausi da tutte le parti. Del resto il Governo italiano ha arruolato l’aria condizionata nella guerra ucraina. Per non farci mancare anche un po’ di paternalismo è intervenuto di corsa il ministro Renato Brunetta che in un’intervista al Corriere dice testualmente: “Mi ricorda mia madre che mi diceva: quando esci dalla stanza spegni la luce. Io intendo fare ben di più, mettendo i pannelli solari sul tetto di un milione di edifici pubblici, con particolare riferimento alle scuole. Non risolverebbe la dipendenza dal gas russo, ma avrebbe un valore educativo enorme”.

L’infantilizzazione dei cittadini del resto è una strategia che fin dai tempi della pandemia sembra funzionare benissimo. Era inevitabile che passasse anche ai condizionatori. Così siamo alle legge educative, i governanti si propongono addirittura come “maestri” e suggerire le buone maniere climatiche sembra bastargli.

In pochi ricordano però che al giorno d’oggi, nelle abitazioni private, esiste un limite di 20 gradi in inverno con fasce di accensione specifiche dei termosifoni in base alle zone. Si va dal 15 ottobre a Milano e Bologna fino al 1° dicembre a Palermo e Catania. Chi non rispetta il calendario rischia una multa fino a 3mila euro: multe ovviamente rarissime visto che mancano i controllori.

Intanto il salario minimo aspetta

È notevole però che il nostro Governo inventi in velocità una norma per vietare i condizionatori sotto i 25 gradi e non sia riuscito a trovare invece il tempo e l’occasione per vietare un salario sotto i 10 euro all’ora. Perché il problema degli italiani non è la temperatura da impostare per condizionatori e riscaldamento ma dove trovare i soldi per poterseli permettere.

Al 30 marzo scorso secondo un’indagine di Arte – associazione dei reseller e trader di energia italiani che forniscono 1,3 milioni di contatori – il valore delle forniture non pagate in Italia è passato dai circa 17 milioni di euro di dicembre, pari al 10% del totale mensile, ai 21,5 milioni di gennaio (13% del totale) fino ai circa 26 milioni di insoluto di febbraio, appunto una quota del 15,44%.

Un italiano su 7 non riusciva a pagare le bollette ben prima che il conflitto ucraino si inasprisse e le rateizzazioni spesso non fanno altro che incancrenire la situazione. I bonus sociali e i ristori del governo hanno avuto un impatto minimo e la situazione, anche nelle aziende, è insostenibile. Preferiremmo poter sopravvivere dignitosamente, qualcuno avvisi Draghi e compagnia.

(da La Notizia)

Julian Assange estradato negli Usa: i “difensori del giornalismo” restano zitti

Cosa aveva detto Lilli Gruber riferendosi all’Occidente? “Da noi i giornalisti non vengono messi in carcere”. Eppure la corte di Londra ha deciso che Julian Assange sarà estradato negli USA dove rischia qualcosa come 175 anni di detenzione per avere detto la verità e avere fatto il suo lavoro, come dovrebbe farlo chiunque si occupi di giornalismo, ovvero dire le verità soprattutto se sono scomode al potere. 

Anche questa volta, vedrete, i seguaci di Voltaire non troveranno le parole per esprimere la loro contrita solidarietà che non negano quasi a nessuno per non dover ficcare il naso negli orridi affari degli USA (e di sguincio anche della NATO) che in nome dell’esportazione di democrazia hanno finito per fare dei civili carne da macello e dei suoi prigionieri di guerra vere e proprie cavie di tortura. 

Julian Assange verrà estradato negli USA dal Regno Unito

Dentro ci sono gli USA ma c’è anche Londra che con la sua ministra degli Interni Primi Patel è pronta per dare il via libera finale all’estradizione di Wikileaks, tra l’altro in un momento in cui il rapporto tra i due alleati è rinsaldato dalla guerra in Ucraina.

La storia di Assange, scavandola con l’unghia, mostra anche una Svezia che è molto diversa dalla patina della patria del Nobelma che si è distinta negli anni per una detenzione che nel 42% dei casi utilizza l’isolamento (come scritto nelle critiche ufficiali dell’ONU) e che con Assange si è mostrata velocissima il 20 agosto 2010 nell’emettere un mandato di arresto per stupro che poi è stato derubricato dalla stessa procura svedese in fretta e furia come molestia. Quella denuncia è stata utilissima al Regno Unito per incarcerare l’11 aprile del 2019 Assange presso la Prigione Belmarsh e servirlo caldo agli USA. 

Ora la Westminster Magistrates’ Court di Londra ha emesso l’ordine formale di estradizione negli Usa per Julian Assange, durante l’udienza a cui l’attivista australiano ha assistito in videocollegamento. L’ordine è stato emesso dopo un’udienza durata sette minuti: “in parole povere, ho il dovere di inviare il caso al ministro per una decisione”, ha dichiarato il giudice Paul Goldspring.

Resta la possibilità da parte dei legali di Assange di un ricorso all’Alta corte di Londra ma le probabilità di successo sono però ridotte al minimo dopo il lungo iter legale della magistratura britannica e soprattutto il fatto che il mese scorso la Corte suprema si era rifiutata di riesaminare il caso.

Regno Unito, Svezia e USA uniti nell’accerchiamento di Assange

Come giustamente ricorda il presidente della Fnsi Giuseppe Giulietti “la cosa scandalosa è che Assange rischia il carcere per aver rivelato gli imbrogli e i dossier falsificati che hanno provocato l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq. Ma i governanti che hanno prodotto quei dossier girano per il mondo lautamente retribuiti”

Eppure proprio in quest’epoca in cui la guerra così vicina ci propone spaventose forme di propaganda, proprio mentre il mondo discute della veridicità delle narrazioni del potere e delle ricostruzioni giornalistiche al servizio del potere il più grande “informatore non allineato” di questi decenni, colui che ha smascherato la bugia come miccia per le guerre viene dimenticato. Non solo non si vuole imparare dalla sua lezione ma si accetta che la libertà delle sue parole (riscontrate nei fatti) gli costi la privazione della sua libertà personale. E i cantori delle libertà nostra i tacciono quasi tutti. Curioso, vero?

(da La Notizia)

Orsini riabilita il fascismo pur di salvare Putin?

Orsini e il fascismo: la dura legge dei talk show, soprattutto in tempi di guerra, impone di alzare il livello dello scontro per non fare perdere l’appetito ai telespettatori a casa. Così accade che il sociologo professore della Luiss Alessandro Orsini alla fine si sia innamorato talmente tanto di se stesso che la guerra venga buona solo come sfondo di un’interminabile autocelebrazione. 

Orsini e il fascismo: trash talk

La regola dei talk televisivi, del resto, pretende che il dibattito sia una continua polarizzazione, massimizzando i personaggi (e quindi a ricaduta i contenuti) perché il duello risulti facile e digeribile nelle ore del dopo cena.

Cartabianca, in collegamento con Bianca Berlinguer, il professore Orsini, in preda a un picco di narcisismo, per giustificare la sua contrarietà all’invio di armi (tesi legittima che meriterebbe almeno il rispetto di chi decide di abbracciarla, tanto per cominciare) racconta di essere “in contatto con famiglia a Mariupol” che gli scrivono tutti i giorni: “Mi dicono ‘Professore, parli – spiega Orsini -. Voi italiani siete impazziti a dare armi’. Queste donne che mi scrivono con bambini morti non hanno voce, la propaganda della Nato ci fa credere che tutte queste persone vogliano la guerra. Ci sono migliaia di mamme, bambini e genitori che non vogliono la guerra”. Eccola la regola dei talk show: non si sostiene la propria idea portando elementi e dati ma ci si riduce a offrire la propria testimonianza personale, mettendo davanti l’io perfino alla guerra e alle sue vittime. 

Paragoni arditi

Se possiamo almeno dubitare sul fatto che le madri dei figli di Mariupol abbiano eletto a proprio portavoce un professore italiano praticamente sconosciuto fino a qualche settimana scrivendogli appassionatamente dai bunker pochi dubbi ci sono sulla frase in cui Orsini ci fa sapere che “prima del 1945 in Italia non c’era una democrazia liberale – ha detto – eppure mio nonno ha avuto comunque una vita felice”. Orsini ha poi aggiunto: “Sono un ricercatore sul campo e vi posso garantire che in Paesi mediorientali, come l’Oman, c’è un sultanato ma con una società fondata sulla famiglia”.

Gli crediamo sulla parola, suo nonno avrà avuto l’avventura di poter vivere un fascismo felice perché evidentemente non apparteneva a nessuna delle minoranze discriminate e vessate dal regime di Benito Mussolini. Ma Orsini, che è un “ricercatore sul campo”, potrebbe alzare il telefono e chiedere a Liliana Segre cosa abbia significato il fascismo. Siamo certi che abbia anche tutti gli elementi storici per capire che la felicità del nonno sia costata parecchio agli italiani che di Mussolini si sono liberati rendendo l’Italia una democrazia finalmente libera.

Colpo ad affetto

Il colpo ad effetto ha comunque funzionato, accendendo gli animi e scaldando il dibattito di cui il personaggio “Orsini” (che ormai ha poco a che vedere con l’accademico) si nutre per aumentare la sua popolarità (o impopolarità, che in fondo di questi tempi è la stessa cosa). Orsini non può non sapere che Mussolini ha represso in Italia diverse libertà come quella di stampa, la possibilità di sciopero, di assembrarsi e di creare partiti politici. Se il nonno è scampato a tutto questo buon per lui ma per ogni bambino felice quanti padri sono passati dalle purghe di via Tasso? La regola dei talk show impone (da tutte le parti) di proporre esperienze personali e testimonianze dirette come paradigma per una lettura analitica e complessiva di enormi fasi storiche: il copione funziona ma l’etica dell’operazione è quantomeno discutibile.

Normalizzazione

Infine c’è il punto cruciale: se per difendere Putin serve addirittura normalizzare il fascismo (peraltro in prima serata, su una rete della televisione pubblica, in prossimità del 25 aprile) significa che nemmeno i putiniani più accesi possono negare che il regime instaurato dal presidente russo sia qualcosa che non ha niente a che vedere con le democrazie liberali che l’Occidente, seppur a fatica, prova a costruire e a tenere in piedi. Del resto anche in Russia ci sono futuri nonni che sono felici: sono i nipoti e i figli degli oligarchi a cui Putin ha regalato pezzi di Stato per arricchire loro e se stesso. Sono quelli che hanno il fegato di chiamare ciò che accade in Ucraina “operazione speciale”. Anche in questo caso tanto a pagare sono gli altri.

(da La Notizia)

Disabili fatti scendere dal treno: così deraglia il “treno” della dignità

Disabili fatti scendere dal treno: ventisette ragazzi sono stati costretti a scendere da un treno regionale diretto a Milano da Genova perché i loro posti regolarmente prenotati erano occupati da altri passeggeri che si sono rifiutati di farli scendere. La scena si è svolta di fronte al personale di Trenitalia e a agenti della Polfer. Prevedibile l’indignazione della politica con il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti (che ha reso pubblica la vicenda) che parla di episodio “vergognoso” e “da stigmatizzare” che “segna la totale mancanza di rispetto e sensibilità verso le persone disabili”.

La ministra per le Disabilità Erika Stefani in un post su Facebook scrive: “L’inclusione è una battaglia che ci vede tutti uniti ed episodi del genere vanno stigmatizzati all’unanimità, altrimenti avremo perso tutti. Per fortuna ci sono tante persone nel nostro Paese che rispettano i diritti delle persone con disabilità: a loro sembrerà assurdo quanto accaduto sul treno Genova-Milano”. 

Disabili fatti scendere dal treno: brutta pagina

Quando c’è da prendere posto di fianco ai disabili i politici e i benpensanti sono sempre in prima fila. È veloce, facile e non costa niente. Uscendo però dalla narrazione forse conviene fare alcune riflessioni. Sì, è vero che non credere il posto a persone con disabilità è qualcosa di sconcio e riprovevole ma sorge il dubbio che sia fin troppo facile personalizzare con un pizzico di moralismo un problema che probabilmente più ampio. Lo pensa anche Giulia Boniardi, la presidente dell’associazione Haccade, che accompagnava i ragazzi che infatti scrive: “Non ha senso la pretesa di far scendere dal treno delle persone che avevano un biglietto con prenotazione come lo avevamo noi, prescindendo dalle loro esigenze: era una competenza che non spettava ai passeggeri, non era un problema risolvibile da noi clienti ma da Trenitalia”. Il viaggio infatti, racconta Boniardi, “era fisicamente impossibile perché erano tutti ammassati. A quel punto c’è stata un’escalation di nervosismo, con manifestazioni di disappunto ma nei confronti della situazione e non dei disabili”. “Quello che vogliamo fare notare – dice la presidente dell’associazione – è come non sia stato tutelato il diritto di spostamento per tutti nelle stesse condizioni: la verità è che non si è stati in grado di garantire un servizio a tutti i clienti.”

Un cattivo servizio

Non sarebbe il caso di interrogarsi su un servizio che (non solo in Lombardia e Liguria) rende impossibile usufruirne senza enormi disagi, ovviamente ancor più difficili per chi ha problemi di deambulazione? Il sospetto è che indignarsi, ancora una volta, sia la vita più facile, fin troppo facile, per rendere patologico una situazione che invece è fisiologica in tutta Italia.

Per questo mentre l’associazione per la tutela dei consumatori Assoutenti annuncia un esposto in Procura per violenza privata contro i passeggeri che si sono rifiutati di cedere il loro posto (proponendo un inesistente ‘daspo’ a vita su tutti i treni italiani) sarebbe interessante chiedere ai politici che fomentano l’odio seriale come arma di propaganda se davvero sono stupiti che quelle persone che sui social negano le stragi di Bucha o augurano la morte ai migranti e agli avversari politici poi esistano anche nella vita reale, frequentino treni e bar e uffici e riversino quella stessa sprezzante maleducazione nella quotidianità. A furia di premiarli e adorarli i prepotenti sono diventati un paradigma. Davvero ci stupisce?

(da La Notizia)