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Giulio Cavalli

Confindustria rea confessa

Ieri all’Assemblea di Assolombarda il ministro Colao non ci è andato leggero: «I costi del Pnrr sono debito – ha detto il ministro – , non sono regali ma impegni presi. Per questo ci dobbiamo ricordare dei ragazzi: assumete di più, pagateli di più senza differenze di genere. Le risorse umane sono l’asset più importante che avete e c’è anche una legislazione favorevole. E poi c’è la formazione, rinunciarci è autolesionista».

Ti saresti aspettato che dopo un invito (o forse un monito) del genere gli imprenditori avrebbero risposto cogliendo l’opportunità ma qui in Italia certi imprenditori hanno visioni lunghe al massimo dal loro ufficio fino alla macchinetta del caffè e così accade che il solito Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, confessi: «Quando cerchiamo i giovani per dargli lavoro abbiamo un grande competitor che è il reddito di cittadinanza». «È vero – ha aggiunto – che il reddito di cittadinanza esiste anche in altri Paesi europei. Ma è anche vero che quando rinunci ad un posto di lavoro ti tolgono il reddito. Si sono trovati i soldi per rifinanziare il reddito di cittadinanza ma senza riformarlo, nonostante non abbia nessun valore dal punto di vista di politiche attive del lavoro».

Finalmente ha confessato, finalmente abbiamo le carte in tavola. Il presidente di Confindustria ritiene il Reddito di cittadinanza, quei pochi spicci che sono ossigeno per persone che spesso risultano inoccupabili come certifica l’Inps, un “competitor” dell’industria italiana. E poiché gli imprenditori quando giocano a fare gli imprenditori splendenti ripetono spesso “dimmi chi sono i tuoi competitor e ti dirò chi sei” possiamo tranquillamente dedurre che un pezzo dell’industria italiana ha in testa di competere con un sussidio di dignità e sopravvivenza considerandolo un vero e proprio salario.

Sia quindi benvenuto questo tempo in cui i cittadini hanno le forze e lo spirito per rifiutare l’essere schiavi di una classe imprenditoriale inetta che ha come unico talento quello di lucrare sulla povertà mentre finge di puntare sulla qualità del lavoro. Ben venga la confessione di Bonomi che certifica, più di qualsiasi marchio e certificazione, lo spessore di certa imprenditoria italiana. Di quel mondo industriale ne facciamo volentieri a meno.

Buon martedì.

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Balneari, la ricreazione è finita

Ciò che sta accadendo sulle concessioni balneari è una fotografia interessante dello stato del Paese. Su twitter l’utente @portakittepare la spiega semplice semplice: «Cos’è una concessione amministrativa di beni pubblici? La premessa di fondo è che le spiagge sono beni che appartengono al demanio necessario. Cioè sono PER FORZA DELLO STATO, cioè sono PER FORZA DI TUTTI. Come si spiega che ci si fa soldi sopra E n’attimo, mo vi dico. Essendo le spiagge roba di tutti, il loro sfruttamento economico è subordinato ad una condizione fondamentale: deve soddisfare l’interesse pubblico (in questo caso) ad una migliore fruizione della spiaggia. Badate: sta cosa vale per TUTTE LE CONCESSIONI. Prendete ad esempio, cazzo ne so, le concessioni per la telefonia: l’etere è di tutti, ma per sfruttarlo per telefonare e per internet servono competenze specifiche e infrastrutture costose, e si ricorre al mercato. Si ricorre alla CONCESSIONE, in generale, se la risorsa pubblica sia limitata.

2. La direttiva Bolkestein. Si tratta di una normativa europea, recepita in Italia, che vincola gli stati membri a garantire che, laddove le risorse da attribuire in sfruttamento ai privati siano per loro natura limitate, deve essere garantita la concorrenza. Come si garantisce la concorrenza Attraverso il rispetto di alcuni principi, fra i quali la TEMPORANEITÀ della concessione; la PARITÀ DI ACCESSO, tipicamente attraverso lo svolgimento di una gara. In sostanza, si vuole evitare il consolidamento di posizioni dominanti nel mercato. In altre parole, è VIETATO costituire concessioni perpetue o irragionevolmente lunghe.

3. Il simpatico Stato italiano. Il punto è che in Italia, apparentemente, amiamo fare promesse agli imprenditori che poi ci regalano cose. Le nostre concessioni sono state storicamente lunghissime, poco costose e la gente ci ha mangiato assai. Solo che poi è arrivata Bolkestein. Il diritto europeo funziona così: se una norma nazionale contrasta con una norma europea, la norma nazionale è un uomo morto. Cioè si disapplica. Cioè il giudice la prende e dice: “Oh tu non esisti più” e quella muore, come GM Volonté contro C Eastwood in un film di S. Leone. Il tenacissimo legislatore se ne è storicamente catafottuto e ha disposto proroghe su proroghe. Il Consiglio di Stato è intervenuto, da ultimo, con una pronuncia della Adunanza Plenaria. La Plenaria è importante perché vincola il giudice amministrativo quasi come il Common Law.

4. Il Consiglio di Stato. Le pronunce della Plenaria sono in effetti due, la 17 e la 18 del 2021, e le trovate qui. La Plenaria dice una cosa pazzesca: non solo la proroga è illegittima, ma QUALSIASI PROROGA, anche futura, è illegittima e va disapplicata NON SOLO DAL GIUDICE, MA ANCHE DAI FUNZIONARI AMMINISTRATIVI. La Plenaria dice “Legislato’, hai voglia a fare, sto giro non passi. Se pure la legge dicesse “proroga”, la pubblica amministrazione stessa sarebbe comunque TENUTA a ignorare l’esistenza della proroga e dovrebbe fare i bandi nuovi e le gare”. Gli indennizzi. Permettetemi una premessa: che significa indennizzo? L’indennizzo, diciamo in questo caso, va pensato come una contropartita rispetto a qualcosa di spiacevole ma tutto sommato lecito. Più in generale “indennizzo” si differenzia dal “risarcimento” per questa ragione: il risarcimento presuppone un illecito (un danno ingiusto, un inadempimento contrattuale). Un indennizzo è un aglietto, diciamo. Nel caso delle concessioni, si legge che l’indennizzo dovrebbe mitigare il pregiudizio subito da chi ha investito, presupponendo di ammortizzate i costi per tempi lunghissimo, e poi si è ritrovato all’improvviso con uno Stato che decide che guarda un po’? La concorrenza. Il problema, di natura politica, è quindi: 1) se accordare un indennizzo a chi esce e non riesce ad aggiudicarsi una gara nuova; 2) quanti soldi dargli. La regola (ve la semplifico ma il concetto è questo) è che la PA non può pagare soldi a chi non è in regola col pagamento di tasse e contributi, per valori superiori a 5000 euro. Cioè se hai buffi con fisco, INAIL, INPS ecc. per oltre 5000 euro non puoi essere pagato. Sembra una regola di buon senso, vero? È una cazzata, in realtà, almeno in generale: pensate che la PA è spesso in ritardo coi pagamenti. L’appaltatore che non viene pagato ritarda a pagare tasse o contributi e quindi non può essere pagato. Al posto del pagamento si attiva un bizantino procedimento di pignoramento dei debiti fiscali e nel frattempo si va incontro a tutta una serie di altri cazzi potenziali, che vi risparmio. Si risolverebbe facile con un sistema di compensazione automatica dei debiti e dei crediti, tanto va tutto sulla stessa piattaforma elettonica del MEF, ma le cose facili non ci piacciono, preferiamo avere evasori che falliscono, that’s how we do it, deal with it. Insomma, lo scherzo: alcuni imprenditori della balneazione, diciamo, si troveranno a chiedere l’indennizzo e a sentirsi rispondere: “Eh no, tu hai i buffi”. La quantificazione dell’indennizzo poi andrebbe commisurata al tempo (magari indefinito) della concessione interrotta oppure al valore effettivo degli investimenti effettuati? Dovrebbe tenersi conto dell’eventuale valore irrisorio, rispetto a quello di mercato, del canone concessorio che si pagava prima Si tratta di una questione “politica”, rispetto alla quale contano i voti che le forze politiche vanno cercando. Non andrebbe trascurato un elemento, che ora vi dico. Alcune vecchie concessioni, rinnovate in automatico, furono rilasciate da amministrazioni di cui non si può dire che fossero infiltrate dalla mafia, ma erano infiltrate dalla mafia. Oppure se ne è fatto merce di voto di scambio, molto semplicemente, facendo regali ad amici e ad amici di amici. Sono storture aberranti su cui è impossibile indagare con qualche obiettivo concreto, a distanza di anni. Il sistema delle gare dovrebbe in teoria limitare, se non eliminare, proprio questo tipo di cose. La temporaneità della concessione dovrebbe poi consentire un ricambio. Qual è il problema allora Ce n’è uno semplice. Il contesto di mercato. Il mercato dei servizi balneari a me pare piuttosto chiuso. Cioè uno che ne esce avrà difficoltà a rientrarvi a distanza di anni. Questo porterà ad un fenomeno simile a quello che sta succedendo, per ragioni diverse, in un altro mercato pure contingentato, che è quello delle farmacie. Il mercato, cioè, sarà via via occupato da operatori molto grossi che potranno fare investimenti maggiori, su zone diverse d’Italia, correre il rischio di perdere alcuni lotti compensando con altri, ed espellere dal mercato le imprese più piccole. Per le farmacie è stato lo stesso: oggi molte piccole farmacie di paese sono entrate in crisi (anche a causa, guarda un po’, della lentezza dei pagamenti delle ASL) e sono state fagocitate da grosse società con grossi capitali, che se le comprano a pacchi. In questo modo, la “liberalizzazione” ammazza la concorrenza in un modo diverso, tendendo all’oligopolio e all’accentramento dei capitali. Senza che questo offra alcuna garanzia di rispetto delle condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici, va aggiunto».

Come osserva giustamente Mario Tozzi la media dichiarata su 12mila balneari è di 20mila euro/anno (Il Sole 24 ore). Mettiamo 5-6 mesi/anno, lettini+ombrellone, fate voi quanti clienti e quanti mq. Sembra, ma dico sembra, ci sia qualcosa che non torni. Dice che chiudono: sempre troppo tardi. Allora perché si lamentano? Dovrebbero essere ben felici di liberarsi di un business così poco vantaggioso. Pagheranno di più? Ognuno valuterà poi cosa fare. I balneari se adeguare i prezzi e perdere parte della clientela oppure rinunciare a parte del profitto e mantenere stessi prezzi. Dall’altra parte la clientela sceglierà se farsi salassare, premiare chi non ha aumentato i prezzi o spiaggia libera. È il mercato, bellezza. Quello che idolatrano i liberisti che ora si lamentano.

Buon lunedì.

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Il tramonto di Salvini e la malsana idea di un viaggio in Russia

Non è tutta colpa di Salvini se gli è balenata la malsana idea di andare a farsi un viaggetto in Russia, annunciandolo prima di valutare se farlo per davvero: a Salvini l’esperienza e qualche pessimo consigliere hanno insegnato che l’importante è essere sempre “al centro” della notizia per non scomparire dai radar dell’attenzione pubblica. Lui, basico, deve avere ragionato che se c’è una guerra tra Ucraina e Russia (e se in Ucraina di certo non lo vorrebbero per la sua amicizia passata con Putin) non c’è niente di meglio che volare fino a Mosca, scattarsi un bel selfie con un buon filtro e concimare così l’idea che sia sempre lui l’uomo “del fare” che compie gesti più riconoscibili della complicata democrazia tra Stati.

Salvini funziona solo quando la politica è succedanea al campionato di calcio

Solo che Salvini ormai è fuori fuoco da mesi, incastrato tra l’essere di lotta e di governo, soffocato da un pezzo del suo partito che l’ha mollato da un bel po’ poiché gli si riconosceva come unica qualità il saper riempire le piazze e ora le piazze lentamente si svuotano. Salvini senza claque risulta per quello che è, annacquato in una malinconica solitudine che ne sottolinea i difetti strutturali che prima rimanevano nascosti dalla montagna di like e di retweet: propone come unica soluzione, sempre, la sua manifesta volontà di trovare una soluzione. Funzionava Sì, certo. Funzionava quando gli italiani avevano da parte ancora un po’ di speranza, quando non c’era di mezzo una pandemia (con la conseguente paura di morire), quando non c’era poi il disastro economico causato dalla pandemia e quando non c’era alle porte dell’Europa una guerra mai sentita così vicina. La politica di Salvini funziona nelle epoche senza preoccupazioni, quando la politica è succedanea al campionato di calcio, semplicemente un altro campo in cui esercitare il proprio tifo e mimare qualche scontro.

salvini in crisi e la malsana idea di un viaggio in Russia
Matteo Salvini, segretario della Lega (Getty Images).

Pure Di Maio ora di fronte a Salvini pare un lucido statista

Ora a Salvini non resta che immolarsi nella causa delle concessione balneari, si ritrova a elemosinare un’amicizia salda a Berlusconi che tiene per niente saldamente insieme il suo partito. È un Salvini che dopo anni in cui si è rivenduto come cavaliere senza macchia e senza paura balbetta ogni volta che si ritrova di fronte Giorgia Meloni e che sospetta le sue idi per mano dei maggiorenti della Lega. Perfino nel pieno dei festeggiamenti per lo scudetto del Milan non è riuscito a schivare gli sfottò per strada. Ha la malinconia del cantante neomelodico che in giovinezza riempiva le balere e ora deve fare i conti con la scomparsa del suo genere musicale. Per questo il Pierrot della politica italiana spulcia convulsamente la cronaca e i social per scovare un pertugio in cui infilarsi e il viaggio a Mosca gli deve essere apparso un’occasione intelligentissima. Peccato che nel giro di qualche ora sia riuscito a essere deriso praticamente da tutti, non abbia fatto tesoro della figura barbina mondiale del suo precedente viaggio in Polonia e sia riuscito a prendere lezioni di politica da quel Di Maio che di fronte a lui appare un lucido statista.

Il segretario della Lega è un influencer che non esercita più alcuna influenza

Così l’influencer che ormai non esercita più alcuna influenza ora non può che piagnucolare di avere tutti contro (in politica è l’avvisaglia della fine) e rispondere infantilmente piccato che «allora me ne starò con i miei genitori e con i miei figli», certificando la sua incapacità di uscire dalla dimensione del proprio ego e, al massimo, del suo piccolo cortile. Intanto le elezioni si avvicinano e non saranno foriere di buon notizie.

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Dove sono i garantisti per i ragazzi in cella dopo aver manifestato?

La vicenda la sta seguendo da giorni Selvaggia Lucarelli per Domani:

«Negli ultimi dieci giorni, – scrive Lucarelli – decine di ragazzi in tutta Italia hanno subito perquisizioni e perfino arresti. I fatti contestati sono diversi, apparentemente neppure tutti in correlazione tra loro, se la correlazione non si chiamasse dissenso. A Roma, dove la manifestazione contro l’alternanza scuola-lavoro era stata tra le più pacifiche, diversi ragazzi sono stati perquisiti e denunciati per reati bizzarri che vanno dal travisamento all’istigazione su minore. A Milano sono stati denunciati e perquisiti ragazzi per i fatti già descritti (compreso mio figlio) ma anche tre attivisti di Fridays for future, rei di aver scritto con una bomboletta “Il gas fossile uccide” e “Basta affari con i dittatori” il 19 marzo fuori dalla sede di Centrex, una controllata dell’azienda russa Gazprom. Insomma, da una parte inviamo armi all’Ucraina, dall’altra trattiamo come delinquenti ragazzi che chiedono di smettere di fare affari con la Russia e di inquinare il pianeta. Ragazzi a cui, durante le perquisizioni, è stato chiesto di spogliarsi e fare flessioni, per umiliarli. E poi c’è Torino, dove la situazione è più complicata, perché sono state perquisite le case di numerosi studenti (anche di una ragazza che, per le manganellate, era stata ricoverata in ospedale), è ai domiciliari una neo-diciottenne che aveva parlato al megafono, ci sono tre neo-maggiorenni incensurati in carcere da una settimana accusati di aver colpito degli agenti davanti alla sede di Confindustria con le aste delle bandiere».

Nicola Fratoianni ha annunciato la sua intenzione di entrare nel carcere Lorusso e Cotugno (Vallette) per incontrare Emiliano, Francesco e Jacopo, incensurati, agli arresti cautelari all’interno della struttura per le proteste studentesche del 18 febbraio contro l’alternanza scuola-lavoro: «Trovo incredibili – ha detto Fratoianni – e sproporzionate le misure cautelari. Questo prescinde completamente da un giudizio sui procedimenti giudiziari in corso. C’è un uso della misura cautelare che va proporzionato, mandare in un carcere qualcuno che è incensurato, a molte settimane, a molti mesi dai fatti, dal mio punto di vista è sbagliato, pericoloso anche dal punto di vista delle politiche pubbliche. Credo che quei provvedimenti vadano rapidamente ripensati».

Ragazzi in carcere, in attesa del Riesame, per una manifestazione. Noi che siamo sempre attenti (per fortuna) alla libertà degli altri quando si tratta di cose nostre, qui in Italia, diventiamo tutti timidi. Dove sono i garantisti?

Buon venerdì.

Nella foto: manifestazione contro l’alternanza scuola-lavoro, Milano, 18 febbraio 2022

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Illegalità di Stato in alto mare: le navi quarantena

La guerra ha sotterrato la discussione sulla pandemia. Eppure in Italia continuano a essere in vigore comportamenti (illegali) di cui nessuno sembra avere voglia di occuparsene. Con un decreto del 7 aprile 2020 il governo ha chiuso i porti italiani a tutte le imbarcazioni straniere che soccorrono persone in mare al di fuori della zona Sar (Search and Rescue) italiana indicando l’Italia come porto non sicuro. A seguito di quella decisione vennero istituite le cosiddette “navi quarantena” come strutture dove imporre una sorveglianza sanitaria obbligatoria. Le navi quarantena, manco a dirlo, sono state un’esperienza disastrosa: dalla mancanza di assistenza sanitaria (nel silenzio generale sono morti due minorenni) alla mancata assistenza legale per ottenere lo status di rifugiato, quelle navi sono diventate l’ennesimo esempio della criminale gestione dell’immigrazione.

Come racconta Annapaola Maritati del progetto “in limine” di Asgi «introdotta come misura eccezionale, quella delle navi quarantena è sicuramente una misura che si pone in continuità con tutta una serie di politiche e pratiche di gestione dei flussi migratori. È una misura che esaspera gli approcci che mirano a limitare i diritti dei migranti attraverso detenzioni arbitrarie, restrizioni al diritto di asilo, al diritto di accesso al territorio e semplicemente alle informazioni. Quindi si tratta di una misura che si pone in continuità con le politiche migratorie ma che, allo stesso tempo, rappresenta un precedente pericoloso, nel senso che rischia di comportare ulteriori deroghe a quelle che sono le libertà garantite a livello costituzionale e internazionale. Un precedente su cui bisogna fare particolare attenzione affinché non diventi una procedura ordinaria o comunque rappresenti l’apripista per ulteriori dispositivi di contenimento dei flussi in senso restrittivo e securitario come è accaduto già con l’approccio hotspot».

A partire dal 30 aprile però sono venute meno le disposizioni che regolano gli ingressi in Italia (certificazione verde, obbligo di quarantena preventiva) e conseguentemente anche le disposizioni che obbligano i migranti ad essere sottoposti a quarantena al loro ingresso nel territorio nazionale, ovviamente salvo che risultino positivi. Le navi quarantena però continuano a esistere e sono (ancora più) illegali. Irene di Valvasone, addetta ufficio per il processo presso la Corte di Cassazione ed esperta in diritti umani, lo scrive chiaramente: «Senza oltre indugiare su equivocabili paragoni, quello che preme sottolineare con forza è che dall’analisi delle previsioni normative in materia di quarantena per la prevenzione del contagio da Covid-19 sono venute meno tutte le premesse logico-giuridiche che hanno accompagnato l’adozione della misura della quarantena in nave per i migranti soccorsi in mare o sbarcati in Italia autonomamente, quantomeno a partire dal 30 aprile 2022. Ne deriva che l’utilizzo delle cd. navi quarantena appare del tutto illegale e arbitrario, con la conseguenza che le persone ad oggi sottoposte a tale misura si trovano in stato di detenzione arbitraria e devono essere immediatamente liberate».

Diritti in alto mare. Al solito.

Buon giovedì.

Nella foto: l’imbarco di alcuni migranti in una nave quarantena, Lampedusa 13 maggio 2021

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L’aporofobia come programma

Se vi ha sempre infastidito che Matteo Salvini utilizzasse i poveri, i fragili, i disperati come carne da cannone per la sua propaganda politica sappiate che l’aporofobia (ossia la paura, l’avversione per i poveri, ndr) ha un nuovo illustre interprete che ha ripreso gli stessi concetti della Lega peggiore (fin dai tempi di Bossi), li ha travestiti da concetti eleganti e liberali e li sta versando sul dibattito politico (ma sopratutto sulle persone) con lo stesso astio, seppur simulato meglio.

Non c’è differenza tra un leghista che disegna l’Italia assillata dai terroni fannulloni o dai giovani indolenti (mica per niente vorrebbe il militare per “metterli in riga”) e Matteo Renzi che usa il Reddito di cittadinanza come clava per cavalcare gli stessi sentimenti. Che poi Renzi decida di usare il referendum per cavalcare l’onda è qualcosa al limite del sadismo. Per noi e per lui. Anche perché è lo stesso Renzi che il 2 settembre scorso al Tg4 (!) aveva presentato il quesito referendario che sventolava da un po’ e che poi ha dimenticato fino a ieri. Usare il referendum come ultimatum è già triste, che lo usi chi da un referendum è stato seppellito è parossistico. Anche perché lo stesso Renzi si diceva “soddisfatto per avere aperto una discussione”.

Ora, in mancanza di argomenti, il padrone di Italia viva ci riprova. E annuncia via social che «dal 15 giugno partirà la raccolta ufficiale di firme» per «abolire il reddito di cittadinanza».

La sua battaglia contro questa misura è il leitmotiv di chi non ha molto altro da dire, come Salvini con i “clandestini”, come Berlusconi con i giudici, come Adinolfi con i gay. Macchiette, personaggi di una Commedia dell’arte che non fa nemmeno ridere e che si trascina seguendo sempre lo stesso canovaccio.

Ma odiare i poveri in fondo è il modo migliore per dichiarare il proprio amore ai ricchi senza doverli nominare.

Buon mercoledì.

 

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Campioni del mondo (di sfruttamento)

Tra i Rinascimenti di cui ci dobbiamo vergognare in giro per il mondo un capitolo se lo merita il prossimo Mondiale di calcio che si terrà in Qatar. Prima ancora che inizino le partite si è già riusciti a quantificare almeno 440 milioni di dollari che la Fifa (secondo i calcoli contenuti nell’ultimo rapporto di Amnesty International) dovrebbe dare ai lavoratori migranti che hanno subito “violazioni dei diritti umani in Qatar” prima della Coppa del Mondo del 2022.

La richiesta di Amnesty, sostenuta da altre organizzazioni per i diritti umani, è stata avanzata dopo le ripetute critiche per il ritardo della Fifa nel reagire alle precarie condizioni dei lavoratori impiegati nei cantieri collegati ai Mondiali nel ricco Stato del Golfo. Secondo Amnesty, questa somma, che sarà divisa tra le 32 squadre partecipanti al torneo, è il “minimo necessario” per risarcire i lavoratori e proteggerli da futuri abusi. L’organizzazione ha citato in particolare «i salari non pagati, le estorsive tasse di assunzione pagate da centinaia di migliaia di lavoratori e il risarcimento per infortuni e morti». Amnesty aveva accolto con favore le riforme sociali decise dal Qatar nel 2018 e il miglioramento delle condizioni sui siti ufficiali dei Mondiali inaugurati nel 2014. Tuttavia, secondo la Ong, queste regole non sono sempre rispettate e gli abusi persistono.

«Secondo i Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani, la Fifa deve garantire il rispetto dei diritti umani nell’organizzazione e nell’organizzazione della Coppa del Mondo, anche effettuando il proprio monitoraggio indipendente e regolare dei progetti e delle sedi della Coppa del Mondo e conducendo la diligenza dovuta per identificare e prevenire qualsiasi violazione dei diritti umani associata al torneo» ha scritto Amnesty International. «Fondamentalmente, la Fifa ha anche la responsabilità di garantire che tutti i danni subiti dai lavoratori nei progetti relativi alla Coppa del Mondo fino ad oggi siano adeguatamente risolti, in collaborazione con le autorità del Qatar e altre parti interessate». «Questa Coppa del Mondo semplicemente non sarebbe possibile senza i lavoratori migranti, che costituiscono il 95% della forza lavoro del Qatar. Ma troppo spesso questi lavoratori scoprono ancora che il loro tempo in Qatar è caratterizzato da abusi e sfruttamento», ha affermato Steve Cockburn, Head of economic and social justice di Amnesty International.

La Coppa del Mondo della sfruttamento è già assegnata. Ora non resta che godersi le partite sul divano ringraziando il cielo perché anche questa volta non è toccato a noi.

Buon martedì.

Nella foto: un cantiere a Doha, 1 aprile 2022

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L’antimafia di plastica

Per la trentesima volta questo disgraziato Paese commemora Giovanni Falcone con la postura di chi si apparecchia al ballo di fine anno, quella cerimoniosa affettazione in cui la mafia diventa un uomo sporco e cattivo (Salvatore Riina che ordina l’attentato, Giovanni Brusca che innesca il tritolo) e l’antimafia diventa un movimento senza facce, buono solo per qualche simbolo (Falcone e Borsellino in primis) facendola diventare un insieme senza personalità.

Accade in ogni anniversario che i giornali si riempiano di sfumature umane, a volte perfino pelose, e di testimonianze che ogni volta dimenticano il sistema. Sì, sistema: Giovanni Falcone non è stato ucciso dalla violenza omicida di un singolo uomo. Giovanni Falcone è stato ucciso da chi ha schiacciato quel maledetto pulsante del tritolo sotto la strada di Capaci, Giovanni Falcone è stato ucciso dall’ordine di Riina ma soprattutto Giovanni Falcone è stato ucciso dai boss di Stato, coloro che hanno convenuto per quella strage e che, a differenza di Cosa nostra, sono sempre stato impermeabili a qualsiasi occasione di pentitismo o perfino di etica collaborazione.

La memoria è un muscolo che va allenato per rimanere lunga e performante. Assistere oggi a tutte queste prime pagine in cui campeggia Giovanni Falcone è la fotografia di un tema, quello della mafia, che torna utile per le commemorazioni e poi viene rimesso nel cassetto fino all’anniversario successivo. Nel trentennale della morte di Giovanni Falcone ci siamo fatti sfuggire l’occasione di discutere dell’operazione Crimine infinito che ha svelato la ‘ndrangheta in Lombardia e che ha lasciato indenne la classe politica che brigava con quegli uomini di mafia e oggi continua a essere classe dirigente. Chissà che ne avrebbe detto Falcone di un’operazione con centinaia di condanne senza nemmeno un’ombra di un qualche colletto bianco. Nel trentennale siamo riusciti a non dibattere dell’operazione Aemilia che fotografa la criminalità organizzata in Emilia Romagna e che sembra interessare solo “gli specialisti del settore” (e pensare che essere antimafiosi dovrebbe essere un prerequisito, mica un’inclinazione). Ci stiamo facendo passare il processo che in Calabria ha numeri record, roba da maxi processo, e che invece finisce sui giornali solo per randellare un magistrato.

Ormai Falcone e Borsellino sono come le mimose: vengono esposti il giorno prima e vengono tolti dalle bancarelle nel giorno successivo. Non è un gran vedere.

Buon lunedì.

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Il governo Draghi ostaggio di se stesso e la rarefazione dei partiti

Forse sarebbe il caso di dirci, di appuntarlo da qualche parte, che al di là delle preferenze politiche di ciascuno non è normale e non è una buona notizia che il governo Draghi abbia usato per 50 volte il voto di fiducia in soli 15 mesi. Mario Draghi è ricorso alla fiducia per l’ultima volta lo scorso mercoledì (due volte, sul dl Ucraina bis alla Camera e sul dl Riaperture al Senato) e si appresta a utilizzare il 51esimo voto di fiducia sul ddl Concorrenza. Siamo, per dire, a livello del governo Monti (che usò 51 fiduce però in 17 mesi, due mesi in più dell’attuale esecutivo), e forse ricorderete lo sdegno generale su televisioni e giornali quando il governo Renzi usò il voto di fiducia per 66 volte o quando Berlusconi ricorse al voto di fiducia per 45 volte (ma in tre anni e cinque mesi).

Un governo ostaggio di se stesso 

Ciò che stupisce è questa abitudine di usare il Parlamento come mero luogo di ratifica delle decisioni nonostante Draghi possa godere, di fatto, di una maggioranza quasi bulgara nelle Camere (o, se preferite, russa) con un solo partito all’opposizione (Fratelli d’Italia, con Giorgia Meloni) che ha dimostrato più volte la propria morbidezza. Il tema è squisitamente politico: temere il Parlamento con un maggioranza così ampia significa guidare un governo il cui filo rosso è quello di perdere la poltrona. Significa avere un governo che finge di esistere sui giornali e nelle dichiarazioni (di dubbio o di contrarietà) ma che alla prova dei fatti rimane ostaggio di se stesso e della sua smania di autopreservazione.

Draghi e il governo ostaggio di se stesso
Il governo Draghi (Getty Images).

Draghi, più amministratore delegato che riferimento politico

Qui non si tratta di dipingere Mario Draghi come lo sporco e cattivo che abusa del suo potere. Draghi fa il Draghi, dirige il governo secondo la sua formazione e inclinazione (più da amministratore delegato che da riferimento politico) e legittimamente ricorre alle forzature perché funzionano. A uscirne scornati sono i partiti che si agitano fuori dal Parlamento per sembrare vivi e vitali, ognuno rincorrendo i propri distinguo, mentre silenziosamente si allineano agli eventi senza mai prendersi la responsabilità di compiere un decimo di quello che promettono. Si passa dal Movimento 5 stelle che si dice “fuori” dal governo un giorno sì e l’altro pure mentre i suoi ministri silenziosamente alzano la manina in Consiglio dei ministri, si passa al solito Matteo Salvini che tuona e minaccia per mantenere il profilo dell’oppositore interno fino al Partito Democratico che ventila un’alleanza progressista che sembra esistere solo nei desiderata.

Draghi e il governo ostaggio di se stesso
Matteo Salvini (Getty Images).

Partiti rarefatti che sognano una nuova emergenza

Comunque la si pensi questo governo Draghi rimarrà nella memoria non tanto per le mirabili gesta del suo presidente del Consiglio ma per la rarefazione dei suoi partiti. Non è un caso infatti che molti di loro sognino un’emergenza, un’emergenza qualsiasi, per tornare presto a questi bei governi tecnici di unità nazionale che non li costringano a fare i partiti.

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