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Giulio Cavalli

Fratelli d’Italia vuole processare pure la Gruber

Controllare tutto, tutto. L’ossessione della maggioranza si abbatte questa volta su Lilli Gruber e la rete televisiva La7 e vede come protagonista Federico Mollicone (nella foto), presidente della Commissione Editoria e responsabile nazionale cultura e innovazione di Fratelli d’Italia. Due giorni fa Mollicone ha deciso di immolarsi contro l’opinione che Gruber aveva espresso durante la sua trasmissione Otto e mezzo dicendo a Francesco Specchia di Libero, riferendosi a un titolo apparso proprio sul suo giornale, che “non si può negare che in Italia ci sia una forte cultura patriarcale e che questa destra-destra al potere non la stia contrastando tanto”.

L’ossessione della maggioranza si abbatte questa volta su Lilli Gruber e La7 e vede come protagonista Federico Mollicone

In prima battuta era stata proprio la presidente del Consiglio Giorgia Meloni a rispondere molto risentita. Meloni ha pubblicato sui social una foto che la ritrae con la figlia piccola, Ginevra, la mamma e la nonna accusando la giornalista di La7 di “strumentalizzare anche le tragedie più orribili (nella trasmissione condotta da Gruber si parlava dell’omicidio di Giulia Cecchettin, ndr). “Ora la nuova bizzarra tesi sostenuta da Lilli Gruber nella sua trasmissione di ieri sera è che io sarei espressione di una cultura patriarcale”, ha detto Meloni.

Avrebbe potuto finire lì, con la solita distonia tra la capa del potere esecutivo di uno Stato che risponde a una giornalista additandola ai suoi seguaci ma al prode Mollicone evidentemente non bastava e per questo ha deciso di vergare un comunicato stampa in cui denunciava che “ogni giorno di più, la trasmissione Otto e mezzo dimostra l’assoluta mancanza di deontologia e pluralismo” e preannunciava di voler audire Lilli Gruber e Urbano Cairo (editore di La7) “essendo la Commissione editoria competente sui contenuti editoriali”.

Mollicone evidentemente deve essere un po’ confuso se pensa che spetti a una Commissione parlamentare sindacare sui contenuti editoriali di una trasmissioni e sulle libere opinioni di una giornalista. Roba da Minculpop di altri tempi. Così il giorno successivo Lilli Gruber è tornata sull’argomento con l’ex direttore de La Stampa Massimo Giannini che ha sottolineato come Mollicone sia lo stesso che in passato si era lamentato per i contenuti scomodi del cartone animato Peppa Pig: “Sono soddisfatto di Mollicone, passare da guardare Peppa Pig a guardare programmi di informazione importanti come questo è un segnale di emancipazione culturale”, ha detto il giornalista. Gruber in studio ha anche chiesto al giornalista Mario Sechi se gli sia mai capitato di essere convocato in Commissione editoria per i suoi titoli su Libero. Grasse risate di Sechi.

La7 finisce nel mirino per il programma serale sulla cultura del patriarcato difesa dalla destra

Mollicone ieri non c’è stato e ha deciso di contrattaccare: “Il solito giornalismo a tesi… mi attaccano ancora una volta in contumacia senza diritto di replica. Una sorta di ‘fucilazione’ mediatica senza ultima sigaretta. – ha scritto su X il deputato di Fratelli d’Italia -. La solita storia di Peppa Pig… e della ideologia gender a bambini di 4 anni che pensate un po’ non era una mia idea, ma il codice etico e parental control che prevede il codice Rai per la tutela dei minori. Vi aspetto in audizione in Parlamento. Io dialogo, nonostante gli insulti e il vostro razzismo culturale. #pluralismo #libertà”.

A questo punto ormai lo scontro assume contorni comici: c’è un deputato che vorrebbe utilizzare una commissione parlamentare di cui è presidente per processare le libere opinioni di giornalisti che operano in una rete televisiva privata. Si tratta di un’intimidazione di Stato bella e buona ma Mollicone decide di usare gli hashtag #pluralismo #libertà” cianciando di “razzismo culturale”. Dalla distopia di questa destra per oggi è tutto.

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Federico Colombo su “I mangiafemmine” per Gay.it

“Nel nuovo romanzo di Giulio Cavalli, le donne muoiono incessantemente, muoiono una dopo l’altra, tutte per mano dei propri compagni. È un’epidemia inarrestabile, una di quelle di fronte alle quali tutti voltano la testa dall’altra parte. La politica, soprattutto. Sono soprattutto i politici – rappresentati dal presidente Valerio Corti, un conservatore – a non curarsi del problema, a lasciare inascoltate le urla delle sopravvissute che chiedono venga loro assicurata almeno l’illusione di una prospettiva di vita. Qui, alla sua prova più difficile e più amara, Cavalli mira il cuore del problema: cosa possiamo noi, tuttə noi, di fronte a un eccidio di questo tipo, quando lo Stato rimane con le mani in mano e anzi perpetra schemi misogini e patriarcali?”

Federico Colombo su “I mangiafemmine” per Gay.it

Il patriarcato è di casa nella cultura delle destre

Ma questo governo è maschilista Si potrebbe, ad esempio, ripercorrere alcuni episodi solo di questi ultimi giorni per provare a farsi un’idea partendo dalle parole e dalle azioni dei membri di una maggioranza che sostiene un governo presieduto da una presidente del Consiglio che pretende di essere chiamata “il” presidente del Consiglio. Prima c’è stato il consigliere regionale veneto tesserato nella Lega di Salvini, Stefano Valdegamberi, che invitava i magistrati a indagare la sorella di Giulia Cecchettin, la giovane ragazza uccisa dal suo ex fidanzato, sostenendo che che le dichiarazioni di Elena e la sua lettera in cui accusa la cultura patriarcale “hanno sollevato dubbi e sospetti che spero i magistrati valutino attentamente.

In principio fu il bunga bunga. Ma sul femminicidio di Giulia i sovranisti danno sfoggio della propria natura

Mi sembra un messaggio ideologico, costruito ad hoc, pronto per la recita”. Poi c’è stata la deputata leghista Simonetta Matone che ospite in una trasmissione televisiva ha raccontato di non avere mai incontrato durante la sua carriera in magistratura “soggetti gravemente maltrattati e gravemente disturbati che avessero però delle mamme normali”. Insomma, gli uomini uccidono le donne per colpa delle donne. Un capolavoro. Poi abbiamo scoperto che il ministro all’Istruzione Giuseppe Valditara si avvale della collaborazione di Alessandro Amadori, teorico del maschicidio in un Paese dilaniato dai femminicidi.

Amadori ha scritto un libro in cui negava la violenza maschile e sosteneva tesi cospirazioniste sul tentativo delle donne di dominare i maschi. Ieri abbiamo scoperto che Amadori già nel 2018 per la casa editrice Licosia, aveva dato alle stampe un piccolo saggio di una novantina di pagina dal titolo inequivocabile: Il diavolo è (anche) donna. A oggi non si è ancora dimesso affidandosi ala protezione del ministro. L’altro ieri è stato il turno di Roberto Feola, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Fiumicino che ha spiegato il suo punto di vista sulla parità di genere durante una seduta ufficiale del consiglio comunale avvenuta ieri in occasione del delitto di Giulia Cecchettin uccisa dal suo fidanzato e delle polemiche seguite alle frasi di Massimiliano Catini, anche lui consigliere di centrodestra a Fiumicino, che aveva intimato a una collega dell’opposizione di stare “a cuccia e di tacere”.

“Io ho due figlie femmine ma non ho insegnato loro che il patriarcato è una malattia perché non è una malattia”, ha detto Feola di fronte ai suoi colleghi. È di ieri anche la notizia della condanna al risarcimento di 25mila alla modella Ambra Battilana della storica “voce” di Forza Italia Emilio Fede. Secondo il tribunale di Milano Battilana va risarcita perché vittima “sia pure con più subdole modalità, di violenza contro le donne”. I fatti risalgono al 2010 quando Fede, ai tempi direttore del Tg4, offrì a delle ragazze 3mila euro alla settimana per il ruolo di “meteorine” all’interno del suo telegiornale.

Il giorno dopo arriva subito l’invito a una cena ad Arcore per il famoso bunga bunga dove altre ragazze si fanno toccare e toccano, una si ritrova nuda perché le si apre il vestito nella lap-dance, a tavola viene passata una statuetta con un pene enorme. Battilana rifiuta di concedersi e viene rimproverata da Fede che la rispedisce a casa. Nel 2019 Emilio Fede venne condannato per induzione alla prostituzione. Ieri è stato condannato anche in sede civile dove il giudice ha riconosciuto “il turbamento emotivo subìto” da Battilana per “la consapevolezza di essere stata “adescata” per un presunto casting presso Mediaset”, e “la forte delusione nel prendere atto che la sua bellezza e l’aspirazione di successo come modella fossero state sfruttate da persone amorali per turpi finalità, che l’avrebbero deprivata della propria personalità e ridotta a donna-oggetto: un ulteriore meschino episodio, sia pure con più subdole modalità, di violenza contro le donne”. È quasi pleonastico ricordare le tesi del generale Roberto Vannacci (corteggiato dai partiti di governo) sulle donne. E questi sono solo i casi delle ultime ore.

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L’avvocato dell’assassino di Giulia Cecchettin con la passione per i maschicidi

Ma davvero esistono professionisti con il coraggio di urlare all’allarma “maschicidi” per svilire e depotenziare la portata dei femminicidi in Italia Esistono, eccome. Stanno nascosti anche nei banchi della maggioranza che in questi giorni sta cercando di appropriarsi del tema troppo popolare per lasciarselo sfuggire. 

Il 25 novembre di tre anni fa, era il 2020, Il Giornale – come quasi sempre quando si parla di femminicidi – pubblicava un articolo dal titolo esemplare: “Allarme maschicidi. Gli uomini vittime quando le donne ma nessuno ne parla”. Un titolo feroce ma soprattutto ignorante poiché anche in queste ore convulse appare evidente che moltissimi non sappiano che il “femminicidio” non si riferisce banalmente all’uccisione di una donna ma fa riferimento a qualsiasi forma di violenza esercitata in maniera sistematica sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione di genere e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico della donna in quanto tale, fino alla schiavitù o alla morte. 

Tre anni fa quell’articolo de Il Giornale nel giorno contro la violenza sulle donne veniva condiviso sul proprio profilo Facebook dall’avvocato Emanuele Compagno che negli ultimi giorni è entrato nelle nostre case – dai giornali, dalla radio e dalla televisione – perché è il difensore d’ufficio di Filippo Turetta, il femminicida di Giulia Cecchettin. «Nella giornata contro la violenza alle donne è giusto ricordare che le vittime sono da entrambe le parti. È giusto ricordare tutti di fronte alla violenza», scrisse in quell’occasione. A recuperare quell’orrendo post è stata la giornalista Charlotte Matteini che su X riporta anche una dichiarazione dell’avvocato nell’anno successivo: “Ho assistito ieri ad una scandalosa puntata di “Carta Bianca” con Bianca Berlinguer in tema di violenza alle donne. – scriveva l’avvocato Compagno il 5 maggio 2021 – La donna veniva trattata come una menomata, come un’incapace. Se ubriaca è scusata. L’alcol è una scusante per la donna, mentre non lo è per l’uomo. Una totale deresponsabilizzazione della donna, come fosse un oggetto incapace di auto-determinarsi. Il tutto coniato, poi, a Tg3 linea notte con la storia di Biancaneve. Queste esagerazioni servono solo a delegittimare la donna trasformando in farsa un problema serio. Portano all’assurdo un problema vero”. 

Per avere un’idea dell’impianto culturale si potrebbe ripescare ciò che scriveva ad esempio il 31 ottobre 2015 sulla notte di Halloween: “Non capisco cosa ci facciano delle ragazzine vestite da puttane in giro per il paese. E nemmeno perché i genitori accompagnino i figli a disturbare per le famiglie suonando campanelli. Vergognatevi”. Non male, eh?

Ma davvero esistono professionisti con il coraggio di urlare all’allarme “maschicidi” per svilire e depotenziare la portata dei femminicidi in Italia Esistono, eccome.

Buon giovedì. 

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Il folle attacco leghista contro il Premio Strega Cognetti

Quando racconteremo questo tempo tra qualche anno stenteranno a crederci. A finire sotto gli strali della Lega questa volta è lo scrittore già vincitore del Premio Strega Paolo Cognetti con il suo romanzo “Giù nella valle” pubblicato da Einaudi. Cognetti ospite a Radio Deejay ha descritto lo sfondo ambientale del suo ultimo romanzo, Valsesia, un luogo dove “piove sempre ed è soprannominata ‘il pisciatoio d’Italia’, ma io le voglio bene” spiegando che si tratta di “una valle più sporca, più rovinata, industrializzata, quasi una periferia urbana, dove Milano e Vercelli allungano i loro tentacoli. Ci sono il bowling, i cementifici, le cave…”.

A finire sotto gli strali della Lega questa volta è lo scrittore già vincitore del Premio Strega Paolo Cognetti con il suo romanzo “Giù nella valle”

Il presidente dell’Unione montana della Valsesia, Francesco Pietrasanta, sindaco di Quarona per la Lega, ha impugnato carta e penna per scrivere un comunicato dall’eloquente titolo “Delirio Cognetti” lamentando “le esigenze narrative” dello scrittore “senza alcun rispetto per la storia di questo territorio e dei suoi abitanti”. “Il suo lavoro è inventare storie, – tuona il leghista – ma non può farlo a danno dei luoghi che cita e delle persone che li popolano”. A Pietrasanta non vanno giù i personaggi che “fumano come se non ci fosse un domani e prima di tornare a casa passano dall’osteria a ubriacarsi. Le donne li attendono con pazienza, mandano avanti la casa, sopportano le brutalità e gli eccessi dei mariti”.

Nella foga dell’egemonia culturale ora la politica vorrebbe permettersi di giudicare la finzione letteraria, desiderando libri come opuscoli della pro loco. Arte e cultura finiscono nel calderone della politica con ill desiderio di instradare perfino la letteratura. Esattamente come il fascismo.

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Come rane bollite

L’altro ieri 43 persone sono state recuperate sugli scogli di Capo Ponente, dalle motovedette della Capitaneria di porto e due giovani dai due pescatori lampedusani sulla costa di Muro Vecchio. I telegiornali ormai melonizzati fino al midollo hanno dato la notizia centrando il focus sul “salvataggio” ma dimenticandosi di dare risalto agli otto dispersi rimasti in fondo al mare. Tra di loro ci sarebbero stati due – forse tre – bambini. Non hanno potuto esimersi dal raccontare della morte di una bambina di un anno e otto mesi perché è spirata durante il trasbordo, complicando i piani della comunicazione liscia e ardimentosa. 

Ieri un barchino è colato a picco a circa 28 miglia dalla costa durante la fase di trasbordo. Una donna di 26 anni, originaria della Costa d’Avorio, è morta. Quarantasei i migranti superstiti che sono stati recuperati dai militari della Guardia di finanza.

Spaventosa è la cura con cui ci si impegna a normalizzare l’orrore perché non attecchisca nella coscienza collettiva. Confidare nell’abitudine alla morte è da sempre il segreto della politica e dei poteri. Passano così in secondo piano le guerre (citofonare al presidente Zelensky che lo ripete da settimane), si depotenziano i decessi ciclici di poveri o di neri o di donne e ogni giorno la tolleranza al ribrezzo sposta l’etica qualche metro più in là. È uno scivolamento lento che ci rende ogni giorno peggiori senza averne consapevolezza, ingannati dalla sindrome della rana bollita. Finché non capita un ammazzamento o un naufragio sentito come troppo vicino per liberarsene in fretta. E poi si ricomincia di nuovo. 

Buon mercoledì. 

Nella foto: frame del video del salvataggio a Capo Ponente

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Il maxi-processo Rinascita Scott snobbato dai media

C’era un tempo in cui in Italia qualsiasi processo per mafia, qualsiasi arresto, qualsiasi condanna erano ingredienti utili per cucinare le prime pagine dei giornali. Erano bei tempi, quando la mafia sembrava davvero una lotta trasversale e i cittadini erano incuriositi da ciò che accadeva. Ieri è stato il giorno dopo di una sentenza storica che ha delineato la peggiore delle mafie, la più forte in questo momento, la ‘Ndrangheta, e i giornali nostrani hanno riportato la notizia con una cronaca stanca. A parte rare eccezioni, a cominciare da questo giornale, che ha dedicato alla sentenza del processo Rinascita Scott l’apertura di prima pagina.

Verdetto storico su mafia e politica. Ma il processo Rinascita Scott sul Corriere finisce a pagina 21. Sul Giornale duemila anni di carcere raccontati come un regalo alla Procura

Il Corriere della Sera riporta la notizia a pagina 21, mettendo in evidenza i 34 mesi trascorsi dal giorno della prima udienza alla sentenza dell’altro ieri. Sempre nella ventunesima pagina c’è la notizia anche sul quotidiano La Stampa. La mafia in Italia ormai è diventata una semplice cronaca nera, solamente un po’ già spessa e forse sistemica. Notevole Il Messaggero: nel suo articolo dedicato al processo Rinascita Scott sottolinea fin dal titolo che la notizia consisterebbe nel fatto che sia stato “assolto un imputato su tre”. I 200 condannati sono un particolare disturbante che va raccontato come assolutamente secondario. Non scherza, come al solito, pure Il Giornale: “Gli 11 anni a Pittelli (FI) ultimo regalo a Gratteri”, titola. La condanna di un uomo di spicco della politica berlusconiana poi passato alla corte di Giorgia Meloni è semplicemente la leva per attaccare un procuratore che alla luce della sentenza ha fatto più che bene il proprio lavoro.

In un Paese normale – democraticamente e giornalisticamente credibile – il titolo de Il Giornale sarebbe (com’è) un’accusa ai giudici che dovrebbe fare saltare sulla sedia tutto il sistema politico, ministro della Giustizia Carlo Nordio in primis. Tant’è che risulta quasi rivoluzionario il quotidiano cottolico Avvenire che nel titolo sottolinea come tra i condannati ci sia anche “un ex deputato”. Badate bene: l’avvocato Giancarlo Pittelli non è un deputato qualsiasi, si tratta di uno degli uomini più forti del berlusconismo quando era all’apice. Ma la notizia non sembra essere una notizia.

Sulla stessa linea è l’Unità: “Mezza vittoria per Gratteri, ottiene lo scalpo di Pittelli”, è il titolo. L’articolo di Paolo Comi non è da meno: “Nicola Gratteri ha vinto a metà. La maxi condanna ad 11 anni di prigione per l’ex parlamentare di Forza Italia Giancarlo Pittelli ‘puntella’ una inchiesta che correva il serio rischio di finire in un flop clamoroso”, si legge. Ampio spazio poi ai legali di Pittelli (l’avvocato Gian Domenico Caiazza insieme ai colleghi Salvatore Stoiano e Guido Contestabile) che dichiarano: “Pittelli viene condannato per quello stesso reato rispetto al quale solo pochi mesi fa la Cassazione prima, ed il Tribunale per il Riesame subito dopo, avevano escluso la sussistenza anche solo di indizi gravi di colpevolezza”, “Tanto basta a far comprendere, a tutti coloro che abbiano la onestà intellettuale di volerlo fare, quanto questa condanna fosse ad ogni costo indispensabile per salvare la credibilità della intera operazione investigativa Rinascita Scott. Sono dinamiche che abbiamo drammaticamente imparato a conoscere in altri clamorosi casi giudiziari, a cominciare da quello di Enzo Tortora”, ha aggiunto Caiazza, ricordando anche che da quei casi giudiziari “abbiamo imparato che, alla fine, l’innocenza dell’imputato verrà riconosciuta, seppure con imperdonabile ritardo, e dopo aver causato danni incommensurabili”.

Pittelli è “il nuovo Tortora” e Gratteri fallisce anche quando gli imputati vengono condannati

Insomma, Pittelli è “il nuovo Tortora” e Gratteri fallisce anche quando gli imputati vengono condannati. La mafia scompare, quando c’è è irrilevante o frutto di decisioni sbagliate. Quindi come si può pensare di provare a sconfiggerla

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Bufera sul consulente Amadori e le sue controverse tesi

Si scopre quindi che il famoso piano educativo per le scuole che starebbe preparando il ministro dell’Istruzione e il Merito, Giuseppe Valditara, vede tra gli altri come collaboratore tal Alessandro Amadori, teorico del maschicidio in un Paese dilaniato dai femminicidi.

Il governo lancia un piano per Educare alle relazioni. Bufera sul consulente Alessandro Amadori e le sue controverse tesi

Amadori è un personaggio paradigmatico. Si è messo a scrivere un libro e l’ha autopubblicato – alla stregua del generale Roberto Vannacci – in cui negava la violenza maschile e sosteneva tesi cospirazioniste sul tentativo delle donne di dominare i maschi. Come postilla c’è il solito “non si può dire niente”, che di questi tempi va per la maggiore da parte di coloro che scrivono le peggiori boiate. Docente a contratto di psicologia all’università Cattolica di Milano, fa parte dello stesso think tank del ministro Valditara, Lettera 150, e con lui ha anche pubblicato un libro nel 2022, per Piemme, dal titolo È l’Italia che vogliamo. Il manifesto della Lega per governare il Paese, prefazione del leader del Carroccio Matteo Salvini.

Insomma, un intellettuale organico alla Lega e, come scriveva Domani il 21 aprile scorso, consulente del ministero per 80mila euro lordi l’anno. Le teorie di Amadori si possono cogliere da qualche passaggio del suo libro. Ad esempio: “Ma allora, parlando di male e di cattiveria, dovremmo concentrarci solamente sugli uomini? Che dire delle donne? Sono anch’esse cattive? La nostra risposta è “sì”, cioè che anche le donne sanno essere cattive, più di quanto pensiamo”, scrive il professore riprendendo la tesi di tal Adriano Pirillo su Soverato Web, che Amadori tratta come se fosse uno studio certificato dalla maggioranza della comunità scientifica.

La tesi di Pirillo è: le donne sono cattive, lo sono sempre state, dalle figure bibliche a Lucrezia Borgia alle donne di oggi. Per questo conia un termine preciso (le “ginarche”) per descrivere coloro che “agiscono come delle amazzoni giustiziere che vendicano l’intero genere femminile attraverso una totale svalutazione del maschile e a tendere la sua riduzione in schiavitù (con tanto d’imposizione di strumenti di contenimento sessuale e di castità forzata, uno dei cardini della rieducazione maschile nella prospettiva ginarchica, insieme con il rovesciamento dei ruoli nel rapporto sessuale (torna qui prepotentemente in gioco il già menzionato strap on)”.

Inevitabile che si sollevasse l’opposizione. La vicepresidente dem dell’Europarlamento, Pina Picierno, componente della direzione del Pd, ha twittato: “Non conosciamo i meriti accademici o sociali di Amadori, sappiamo solo che è un leghista amico di Valditara. Sul corpo delle donne non si scherza. Basta improvvisare e proporci personaggi improbabili, guardiani di un’ideologia violenta e patriarcale che è parte del problema”. Il Movimento 5 stelle ha chiesto che il ministro dell’Istruzione riferisca in aula a Montecitorio: “Valditara ha il dovere di fornire tutte le dovute spiegazioni sulla nomina di Alessandro Amadori a coordinatore del progetto Educare alle relazioni. Abbiamo chiesto una informativa in aula, e ci aspettiamo che il ministro risponda celermente”, recita una nota degli esponenti pentastellati in Commissione Cultura alla Camera dei deputati.

Le opposizioni chiedono le dimissioni del tecnico che condivide col ministro Valditara lo stesso think tank

“In un momento storico come quello che stiamo vivendo, con il fenomeno dei femminicidi che assume ogni giorno di più i contorni di una vera e propria strage – aggiungono – chiunque si accosti a questo argomento non può portare con sé le ombre di teorie bislacche e pericolose”. Soprattutto se con i soldi dello Stato. La senatrice di Italia Viva, Daniela Sbrollini, capogruppo nella Commissione bicamerale sul femminicidio, ha espresso forti perplessità sulla scelta del collaboratore ministeriale: “Serve equilibrio nella scelta delle consulenze da parte del ministero dell’Istruzione, soprattutto su un tema delicato come il progetto di educazione affettiva e sentimentale nelle scuole. La presenza di Alessandro Amadori nel gruppo di lavoro lascia quanto meno perplessi”, ha scritto in una nota. “È importante che le linee guida sull’educazione alla affettività siano scritte in modo equilibrato e senza colpevolizzare le donne, mentre il professore – ricorda ancora Sbrollini – in alcune sue pubblicazioni ha parlato di ‘donne cattive’…”.

Ilaria Cucchi, di Alleanza Verdi-Sinistra, ha annunciato che il tema sarà affrontato in commissione Giustizia a Palazzo Madama: “Anche se non capisco bene cosa ci sia da discutere, penso che se il governo ha scelto lui per questo ruolo, le possibilità sono due. O è stato un errore colossale, perché la destra e il ministro dell’Istruzione Valditara non conoscono bene di chi stiamo parlando. O è stato un errore colossale, perché la destra e il ministro dell’Istruzione Valditara conoscono bene di chi stiamo parlando, e pensano che abbia ragione. Colleghe, colleghi: ripensateci e fate marcia indietro”.

“Il progetto Educare alle relazioni è stato scritto dal dipartimento del ministero dell’Istruzione e del merito”

Il ministro Valditara ieri mattina ha scritto una nota provando a dirottare il fuoco di fila delle opposizioni dal bersaglio Amadori: “Il progetto Educare alle relazioni è stato scritto – dice il ministro – dal dipartimento del ministero dell’Istruzione e del merito dopo aver sentito il parere delle associazioni dei genitori, degli studenti, dei docenti, dei sindacati, dell’ordine degli psicologi e di diversi esperti fra cui anche giuristi e pedagogisti”. Il documento “è stato letto, condiviso e sottoscritto da me. È questo il documento che domani presenteremo ed è questo documento che va giudicato”. Valditara dice che “per un confronto proficuo su un tema importante, che riguarda i nostri giovani e tutta la società, sarebbe utile evitare polemiche pretestuose”. Anche stavolta, tanto per cambiare, innescate, a bene vedere, dalle improvvide scelte della maggioranza.

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