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Politica

I temi e le news della politica in Lombardia e in Italia. L’attività politica di Giulio Cavalli in consiglio regionale della Lombardia.

Congedo parentale, Italia e Europa a confronto: ecco perché il nostro Paese è ancora indietro

La maggioranza ha fermato la proposta di quattro mesi di congedo parentale paritario per i padri e l’aumento dell’indennità al 100 per cento per tre mesi da utilizzare entro i primi sei anni di vita del bambino. La Ragioneria generale dello Stato ha sollevato obiezioni sui costi prima ancora dell’esame parlamentare. Il risultato è che l’Italia resta ancorata a un impianto che, sulla carta, consente la condivisione, nella pratica continua a scaricare la cura sulle madri.

In Italia il congedo di maternità obbligatorio dura cinque mesi, con indennità di norma pari all’80 per cento della retribuzione. Per i padri il congedo obbligatorio resta di dieci giorni lavorativi intorno alla nascita. Dopo questa fase, il congedo parentale arriva fino a sei mesi per ciascun genitore, con un massimo complessivo di dieci mesi, elevabili a undici se il padre si assenta per almeno tre mesi. Dal 2025–2026 l’indennità riconosce tre mesi all’80 per cento e, per il resto, il 30 per cento della retribuzione media; la fruizione si estende fino ai quattordici anni del figlio.

In Italia diritti lunghi sulla carta, salario corto nella realtà

Quando l’indennità scende al 30 per cento, la famiglia fa i conti. I differenziali salariali di genere trasformano la decisione in un automatismo: spesso si assenta chi guadagna meno, nella maggior parte dei casi la madre. Così il congedo diventa un acceleratore di disuguaglianze: interruzioni più frequenti, avanzamenti rallentati, salari che perdono terreno. Nel linguaggio quotidiano significa settimane che si allungano in assenze difficili da sostenere; nel linguaggio del lavoro significa rinunce e part-time dopo la nascita. L’assenza di una quota lunga e ben retribuita riservata ai padri mantiene intatto l’equilibrio tradizionale nella divisione dei compiti familiari.

Il confronto europeo è netto. La direttiva Ue 2019/1158 sul work-life balance fissa standard minimi: dieci giorni di paternità e quattro mesi di congedo parentale individuale per genitore, con due mesi riservati a ciascuno e retribuzione adeguata definita dagli Stati. Molti Paesi hanno usato quel minimo come leva: quote personali per i padri, indennità alte, periodi lunghi. L’Italia resta vicina al minimo, mentre altrove il congedo diventa un diritto individuale dei padri, con un disegno che lega esplicitamente politica familiare e mercato del lavoro.

In Europa quote per i padri e retribuzioni alte 

In Spagna il “permiso por nacimiento y cuidado” arriva a 19 settimane per ciascun genitore, pagate intorno al 100 per cento della base retributiva di sicurezza sociale: il periodo resta personale e, se un genitore lo lascia inutilizzato, quel tempo si perde. In Portogallo il congedo iniziale prevede 120 giorni al 100 per cento o 150 giorni all’80, con estensione fino a 180 giorni in caso di effettiva condivisione, mantenendo un’indennità tra l’83 e il 90 per cento. In Francia la paternità è stata portata a 28 giorni e il governo ha aperto il cantiere di un ulteriore congedo di nascita di due mesi per ciascun genitore dal 2027.

Nei Paesi nordici la logica è più esplicita. In Svezia i genitori hanno 480 giorni per figlio e 90 giorni riservati a ciascun genitore. In Norvegia si sceglie tra 49 settimane a salario pieno o 59 settimane all’80 per cento, con quote individuali. La quota personale spinge l’uso da parte dei padri e consolida nel tempo una distribuzione più equilibrata del lavoro di cura.

Il divario italiano riguarda durata, retribuzione e disegno. Dieci giorni obbligatori per i padri restano una soglia simbolica; tre mesi all’80 per cento rappresentano un passo, però isolato in un impianto che torna presto al 30 per cento. La distanza dall’Europa si misura in buste paga e scelte di vita: chi può permetterselo compra tempo, chi resta senza margini rinuncia. Nei sistemi che hanno investito di più, l’occupazione femminile cresce e la penalizzazione di carriera si attenua; dove l’indennità è bassa, la condivisione resta episodica.

Anche la questione demografica si intreccia con questo quadro: sostenere economicamente i primi anni di vita significa ridurre l’incertezza che accompagna la decisione di avere figli. In Italia il congedo parentale resta una tutela esistente ma fragile, formalmente ampia e sostanzialmente limitata nella sua capacità di riequilibrare davvero tempi, redditi e opportunità.

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Legge elettorale, Meloni e Salvini rinnegano se stessi: dalle preferenze come garanzia della sovranità popolare al Parlamento dei nominati

Ci siamo. Il centrodestra ha depositato alla Camera una proposta di legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza alla lista o coalizione che superi il 40 per cento, con possibile ballottaggio tra il 35 e il 40 per cento. Nel testo base mancano le preferenze: l’elettore vota il simbolo, l’ordine di elezione lo decidono le segreterie. Liste bloccate, candidati scelti dall’alto, Parlamento di “nominati”. È una legge elettorale che Meloni e Salvini avrebbero odiato, fino a qualche settimana fa: è la fotografia ricostruita anche da Pagella Politica. 

La crociata contro le liste bloccate

Per anni Giorgia Meloni ha costruito la propria identità politica sull’attacco frontale a questo impianto. Il 21 marzo 2014, intervenendo alla Camera contro una riforma che riproduceva il Porcellum, affermava: «Le preferenze sono il sistema che meglio consente l’esercizio della sovranità da parte del popolo». Nello stesso periodo denunciava i «parlamentari nominati» che «non rispondono agli italiani che li eleggono ma al capo che li nomina». Il 9 ottobre 2017 ribadiva che «le liste bloccate fanno schifo». Il 24 settembre 2020 Fratelli d’Italia pubblicava una nota dal titolo inequivocabile: «No alle liste bloccate, sì alle preferenze». La cancellazione dei nominati veniva indicata come linea di demarcazione tra rappresentanza autentica e politica di palazzo.

In quelle prese di posizione il tema era presentato come principio, non come dettaglio tecnico. Le preferenze venivano descritte come argine alla cooptazione, le liste bloccate come dispositivo che altera il rapporto tra eletti ed elettori. La retorica insisteva sulla sovranità popolare compressa dai vertici di partito.

Oggi la riforma sostenuta dal suo partito reintroduce proprio quel meccanismo. Nessuna preferenza sulla scheda. Liste territoriali bloccate. Ordine deciso dai vertici. Secondo ricostruzioni di stampa, Lega e Forza Italia hanno opposto una contrarietà netta alle preferenze, mentre Fratelli d’Italia ha evocato possibili emendamenti successivi senza modificare il testo depositato. Il risultato è un compromesso che lascia intatto il cuore del sistema: controllo centrale delle candidature e premio di maggioranza che rafforza la coalizione vincente.

Dalla legge Acerbo alla “legge fatta bene”

Matteo Salvini non ha una traiettoria diversa. Nel 2015, commentando la fiducia posta dal governo Renzi sull’Italicum, parlò di precedenti che «ritornano al ventennio e alla legge Acerbo», evocando l’ombra di una deformazione autoritaria della rappresentanza. Dopo il referendum sul taglio dei parlamentari, nel settembre 2020, dichiarò «basta alle liste bloccate» e si disse pronto a votare «in tre secondi» una legge come quella regionale, con preferenze e indicazione chiara del vincitore la sera stessa del voto.

Quelle parole collocavano la legge elettorale nel perimetro delle garanzie democratiche. Pochi giorni dopo, però, ammise che si poteva andare alle urne anche con il Rosatellum, che le liste bloccate le prevede. Oggi definisce la nuova proposta «fatta bene» e rivendica l’esigenza di stabilità. Il lessico cambia insieme alla posizione istituzionale.

Il cortocircuito politico

Il confronto tra dichiarazioni passate e testo attuale mostra una torsione evidente. Ieri le liste bloccate venivano associate a un Parlamento piegato ai capi partito. Oggi diventano architrave di un sistema che concentra nelle segreterie la selezione dei candidati. Ieri le preferenze erano descritte come strumento essenziale di sovranità popolare. Oggi scompaiono dal progetto di riforma. Ieri il premio di maggioranza imposto dagli avversari evocava paragoni storici pesanti. Oggi un premio analogo viene presentato come garanzia di governabilità.

Il nodo riguarda anche il contesto politico. La soglia del 40 per cento, combinata con il premio e con liste bloccate, consegna alla coalizione vincente un controllo ampio dei seggi. In una fase in cui i sondaggi segnalano una competizione più stretta e in cui incombono appuntamenti referendari, la riforma incide sugli equilibri futuri. La selezione dei candidati torna a dipendere dalla fedeltà ai vertici più che dal radicamento territoriale.

La legge elettorale è il dispositivo che traduce i voti in seggi e determina l’equilibrio tra rappresentanza e stabilità. Cambiare posizione è legittimo ma farlo senza riconoscere la distanza tra le parole pronunciate per un decennio e il testo sostenuto da Palazzo Chigi e dal Viminale apre una frattura politica. La bandiera contro i “nominati” ha accompagnato l’ascesa di Meloni e Salvini. La riforma attuale ripristina quel modello. I fatti restano agli atti.

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Il nuovo ordine globale: chi colpisce decide cosa è giusto

Hanno bombardato l’Iran e insieme hanno bombardato l’idea stessa di limite. Non è la prima volta che accade, però questa volta il silenzio pesa più delle esplosioni. L’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite vieta l’uso della forza contro uno Stato sovrano. L’articolo 5 dello Statuto della Corte penale internazionale qualifica la guerra di aggressione come crimine. Sono norme scritte, vigenti, precise. E sono carta straccia mentre i missili sorvolano il Medio Oriente. 

Non è in discussione la natura del regime iraniano, ovvio. Ma il diritto internazionale non funziona a simpatia. Funziona per regole comuni, applicate a tutti oppure svuotate per chiunque. Se l’aggressione diventa strumento legittimo quando conviene alla potenza giusta, allora diventa legittima per tutti. Ieri l’Ucraina, oggi Teheran, domani Taiwan o Cuba. Il precedente è la più pericolosa arma di distruzione di massa.

L’Europa, che per quattro anni ha ripetuto la distinzione tra aggressore e aggredito, ora balbetta. Anzi, è presa dall’irrefrenabile voglia di partecipare. Ma la coerenza selettiva erode credibilità più di qualsiasi sconfitta militare perché senza uniformità nell’uso delle categorie giuridiche, il lessico dei diritti diventa propaganda.

Intanto il mondo resta armato fino ai denti: migliaia di testate nucleari, nove potenze pronte a invocare la sicurezza per giustificare ogni corsa agli armamenti. Si investe in arsenali. Ora ancora di più, mentre si dichiara di volere pace. 

Il diritto internazionale vive se qualcuno lo difende quando costa. Altrimenti resta un monumento visitabile, buono per le cerimonie e inutile quando serve. E quando il limite cade, la forza prende posto sul trono senza chiedere il permesso.

Buon lunedì.

Foto Official White House Photo by Daniel Torok – WMC

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Italia contro l’ETS: Politico accusa Roma di sabotare la politica climatica Ue

Sospendere il cuore della politica climatica europea. È la richiesta avanzata dal governo italiano a Bruxelles e raccontata da Politico come «l’attacco più aggressivo finora» contro il sistema europeo di scambio delle emissioni. L’Emissions Trading System, in vigore dal 2005 e pilastro della strategia Ue per la decarbonizzazione, dovrebbe essere messo in pausa secondo il ministro delle Imprese Adolfo Urso. Una proposta che, scrive la testata, consentirebbe alle imprese di inquinare senza pagare, minando vent’anni di costruzione normativa.

L’articolo, firmato da Ben Munster, Zia Weise ed Elena Giordano e pubblicato il 26 febbraio, descrive l’iniziativa italiana come «un attacco straordinario» allo strumento più potente dell’Unione contro il cambiamento climatico. Urso ha definito l’ETS «nient’altro che una tassa» sulle imprese energivore, chiedendone la sospensione in vista della revisione prevista nel terzo trimestre dell’anno. La presa di posizione arriva dopo l’annuncio di sussidi alle centrali a gas per compensare i costi dei permessi di emissione, misura che secondo Politico svuota l’incentivo alla decarbonizzazione e altera il segnale economico su cui si regge l’intero impianto europeo.

Il mercato e la reazione europea

Il mercato ha reagito immediatamente. Il prezzo della CO2, già sceso da 81 a 72 euro in una settimana per le pressioni politiche, è ulteriormente calato a poco più di 70 euro dopo le dichiarazioni italiane. L’ETS copre circa metà delle emissioni europee. Colpirlo significa intervenire sul meccanismo che rende economicamente svantaggioso l’uso delle fonti fossili e che ha orientato per anni le scelte industriali e finanziarie del continente.

Politico sottolinea che l’Italia ha le bollette elettriche tra le più alte d’Europa anche per una forte dipendenza dal gas, pari a circa il 44 per cento del mix energetico nazionale. Proprio questo elemento viene indicato da analisti e think tank come la radice del problema. Chiara Di Mambro, direttrice europea del centro studi ECCO, afferma che sospendere l’ETS o sovvenzionare il gas «andrebbe nella direzione opposta», indebolendo il segnale di prezzo e ritardando la transizione.

L’iniziativa italiana trova qualche eco a Vienna e a Berlino, dove si chiedono correttivi o revisioni, mentre Francia e Svezia respingono l’ipotesi di un intervento radicale. La ministra svedese Ebba Busch paragona la proposta a un’operazione a cuore aperto che rischia di interrompere il flusso vitale dello strumento. La Commissione europea, ricorda Politico, si prepara a una revisione nel terzo trimestre e subisce pressioni crescenti, ma l’Italia viene descritta come l’attore più aggressivo tra le grandi economie.

L’Italia tra credibilità e isolamento

Nel racconto di Politico l’Italia appare come il Paese che rompe il consenso climatico europeo, quello che mette in discussione il meccanismo simbolo della leadership verde dell’Unione. Una rappresentazione che stride con la narrazione della «ritrovata credibilità internazionale» rivendicata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Se la credibilità si misura anche dalla coerenza con gli impegni comuni, l’immagine restituita da Bruxelles è quella di un governo che chiede di fermare la principale politica climatica continentale mentre l’Europa prepara la sua revisione.

Poi oltre alla questione tecnica c’è quella politica. L’ETS è stato per vent’anni la leva economica della transizione. Metterne in pausa il funzionamento, secondo la ricostruzione di Politico, equivarrebbe a sospendere il principio per cui chi inquina paga e a rimettere in discussione un equilibrio costruito tra Stati membri, imprese e istituzioni. La fotografia che arriva dall’estero consegna un’Italia isolata sul dossier simbolo della strategia climatica europea.

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La lunga marcia del comando

C’è stata la fase dell’assalto al potere, mica per governare ma per comandare. Quello Giorgia Meloni l’ha fatto (e bene) in occasione delle ultime elezioni politiche. Le è bastato approfittare dello sfilacciamento degli avversari, usurati dalla pandemia e dal governo tecnico che ha funzionato come bromuro.

Lei si è presentata come la dura e pura, l’underdog che avrebbe ribaltato tutto, sgretolando l’inutile Unione Europea, combattendo qualsiasi alfiere dei moderati e curando gli interessi della Patria. Non si è visto nulla di tutto questo ma Palazzo Chigi ormai era espugnato e così Meloni e i suoi hanno potuto comodamente fare ciò che è loro più connaturale: revanscismo in purezza.

Il brivido di comandare invece di governare ha alzato l’asticella. Dalla prima battaglia campale contro i rave party si è passati via via ai giornalisti, ai comici, ai musicisti, agli scrittori, ai sindacati, ai magistrati. Tutto ciò che è lontanamente afferrabile alla sinistra è un nemico da abbattere. Per gli amici invece c’è un posto al banchetto del comando, sia anche una disastrosa striscia nella televisione pubblica ammaccata dall’amichettismo.

Poi c’è la fase dell’assoggettamento dei poteri, funzionale all’inettitudine del governo e all’inclinazione per il comando. La riforma costituzionale della Giustizia è l’ultimo passo ma le stoccate alla Corte dei conti, al diritto internazionale e al multilateralismo sono state i prodromi impossibili da non leggere. In questo caso il finale rischia di non essere quello sperato: troppa caciara, troppo impudico entusiasmo nei sostenitori del referendum. E così il trucco si nota da lontano.

Per questo siamo nella terza fase: l’arroccamento. Un governo di revanscisti sa che per togliersi tutte le soddisfazioni ci vuole più tempo della singola legislatura. Bisogna quindi costruire una legge elettorale che consenta di continuare l’opera di desertificazione istituzionale e culturale. Per questo la legge elettorale accarezzata dalla presidente del Consiglio ha un’unica ossessione, quella di travestire il comando da democrazia. E se per farlo serve una legge chiamata elettorale ma semplicemente confermativa dell’esistente allora eccola servita.

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A Gaza si continua a morire, ma il problema è Albanese

La parola è tregua. I bollettini parlano di pause, di negoziati che tengono, di mediazioni che avanzano. Poi arrivano le notizie della notte: almeno cinque morti tra Gaza City e Khan Younis, colpiti in aree che dovrebbero essere dentro una fase di de-escalation. Le fonti locali parlano di attacchi aerei, di esplosioni improvvise, di famiglie sorprese mentre provano a rientrare in case già ferite. La tregua resta nei comunicati. Sul terreno restano i corpi.

Intanto a Ginevra si combatte un’altra battaglia. La Francia, che a inizio mese aveva chiesto le dimissioni della relatrice ONU Francesca Albanese sulla base di dichiarazioni ritenute “oltraggiose”, frena. La rappresentante permanente Célie Jürgensen evita di formalizzare la richiesta al Consiglio per i diritti umani e parla di affermazioni “problematiche”. È un passo laterale, non una rettifica. Albanese rivendica il senso delle sue parole e denuncia una campagna costruita su distorsioni e accuse infondate. Attorno a lei restano le pressioni di altri governi europei. Anche qui la parola chiave è tregua: diplomatica, lessicale, apparente.

Sul fondo c’è l’altra notizia che pesa più delle formule. Secondo l’UNICEF, a Gaza 39.384 bambini hanno perso uno o entrambi i genitori. Oltre 3.000 hanno perso entrambi. Le cifre ufficiali, ha precisato il portavoce regionale Salim Oweis, potrebbero persino sottostimare la portata reale della tragedia. Dietro i numeri ci sono tende improvvisate, scuole distrutte per il 94 per cento secondo l’UNRWA, richieste di evacuazione medica respinte, traumi che restano fuori dalle statistiche.

La tregua esiste nei tavoli negoziali e nelle frasi calibrate delle capitali. A Gaza esiste un’altra contabilità. Ogni giorno aggiunge nomi. Ogni giorno chiede verità che qualcuno prova a trasformare in polemica.

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Crisi climatica in Europa: costi record e politica assente. Mentre aumentano disastri e rischi economici

La crisi climatica continua a produrre effetti economici, sociali e sanitari sempre più misurabili in Europa mentre la politica continentale la sta progressivamente espellendo dal confronto pubblico. Le alluvioni si moltiplicano, le ondate di calore aumentano, i costi crescono. Nel frattempo il tema arretra nelle priorità dei governi, sostituito da sicurezza, migrazioni e competitività industriale.

I numeri non sono opinioni e raccontano una traiettoria precisa. Negli ultimi quarant’anni gli eventi climatici estremi hanno causato oltre 822 miliardi di euro di perdite economiche nell’Unione europea, secondo i dati elaborati dall’Agenzia europea per l’ambiente e richiamati dal Consiglio scientifico europeo sui cambiamenti climatici. Solo nell’ultimo decennio i danni hanno raggiunto 45 miliardi di euro all’anno, cinque volte rispetto agli anni Ottanta. Eppure la percezione politica segue una direzione opposta.

Crisi climatica: l’Europa più calda e meno preparata

Il continente europeo si sta riscaldando più rapidamente della media globale. La temperatura media risulta già di circa 2,5 gradi superiore ai livelli pre-industriali, una soglia che rende inevitabile una parte degli impatti climatici anche in presenza di tagli immediati alle emissioni. 

Gli scienziati europei parlano apertamente di insufficienza delle politiche di adattamento. Il presidente dell’European Scientific Advisory Board on Climate Change, Ottmar Edenhofer, ha indicato tre criticità ricorrenti: assenza di coordinamento tra Stati, fondi inadeguati e pianificazione tardiva. Le conseguenze emergono ogni stagione: incendi che nel 2025 hanno bruciato il 3 per cento del territorio portoghese, tempeste di grandine con danni miliardari, sistemi di allerta incapaci di prevenire vittime durante le alluvioni.

Secondo le simulazioni citate dagli organismi europei, anche applicando integralmente le politiche climatiche attuali l’Europa potrebbe arrivare entro fine secolo a un aumento medio di 3,9 gradi. Uno scenario che trasformerebbe eventi oggi definiti eccezionali in normalità climatica. 

Emergenza crescente, attenzione calante

Un’analisi pubblicata dal Guardian descrive una forma nuova di negazione climatica europea: nessuna contestazione esplicita della scienza, ma un arretramento progressivo delle decisioni politiche mentre gli eventi estremi accelerano. Tempeste sempre più ravvicinate, fiumi fuori dagli argini e piogge record convivono con pressioni industriali per rallentare norme ambientali e ridurre gli obiettivi verdi. 

Le destre europee hanno trasformato la revisione delle politiche climatiche in terreno elettorale, mentre governi centristi cercano compromessi con settori energivori e chimici preoccupati dai costi della transizione. Il risultato è una gestione emergenziale permanente: evacuazioni, ricostruzioni, ristori pubblici.

Gli scienziati francesi citati nello stesso studio parlano di un dato politicamente rilevante: molte catastrofi recenti rientravano pienamente negli scenari climatici previsti da anni. La sorpresa riguarda le istituzioni, non la scienza.

L’Italia dentro la zona di rischio

In tutto questo l’Italia rappresenta uno dei punti più esposti del continente. Roma figura tra le grandi città europee vulnerabili alle temperature estreme, mentre l’alternanza tra siccità prolungate e precipitazioni concentrate sta modificando il ciclo idrologico nazionale. 

I dati Ispra degli ultimi anni indicano un aumento costante delle aree soggette a rischio idrogeologico e una crescita delle perdite agricole legate alla siccità. Le alluvioni che hanno colpito Emilia-Romagna, Toscana e Veneto hanno mostrato una fragilità infrastrutturale accumulata nel tempo: urbanizzazione intensiva, manutenzione insufficiente dei bacini e pianificazione climatica frammentata tra livelli amministrativi.

Il nodo centrale resta economico. Gli studi commissionati dalla Commissione europea al Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici stimano che serviranno circa 70 miliardi di euro l’anno fino al 2050 per adattare infrastrutture, sistemi energetici e agricoltura europea agli impatti ormai inevitabili. Senza interventi, le perdite potrebbero arrivare fino al 7 per cento del Pil europeo.

Il dato più politico però resta un altro: la crisi climatica continua a produrre morti, danni e spesa pubblica crescente mentre scompare dalla competizione elettorale. Il clima resta presente nei bilanci, nelle assicurazioni e nei territori colpiti. Molto meno nei programmi di governo.

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Cpr in Albania, picco di 90 migranti a Gjader: il monitoraggio che smentisce il modello del governo

Novanta persone recluse a Gjader. È il numero più alto dall’apertura del centro nell’ottobre 2024. A certificarlo è il monitoraggio del Tavolo Asilo e Immigrazione del 23 e 24 febbraio 2026, condotto con la deputata Rachele Scarpa del Partito democratico: due trasferimenti nelle ultime settimane, circa 35 persone per volta, prelevate dai Cpr italiani e portate oltre l’Adriatico. Per dieci mesi la struttura aveva funzionato con presenze medie attorno alle venti unità. Oggi il picco.

L’accelerazione arriva mentre pendono due rinvii pregiudiziali davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea, uno dei quali investe la legittimità stessa del protocollo Italia-Albania. Eppure il governo ha scelto di aumentare i trasferimenti, trasformando quello che era stato presentato come esperimento in una componente ordinaria del sistema di detenzione amministrativa.

L’accelerazione e il cambio di fase

Il report analitico aggiornato a febbraio 2026 descrive un passaggio di fase: dalla gestione “sperimentale” con piccoli gruppi al riempimento sistematico della struttura, fino alle 90 presenze registrate durante l’accesso ispettivo. Il dato quantitativo è solo la superficie.

Le testimonianze raccolte parlano di uso generalizzato di dispositivi di coercizione per l’intera traversata, senza valutazioni individuali di necessità e proporzionalità. Le persone riferiscono di non avere ricevuto ordini formali di trasferimento, circostanza già ritenuta illegittima dall’autorità giudiziaria. Senza un provvedimento notificato, il diritto di difesa si comprime fino a svuotarsi.

Profili eterogenei e rimbalzi forzati

La composizione dei trattenuti restituisce un quadro eterogeneo. Ci sono persone che hanno perso il lavoro e, con esso, il permesso di soggiorno, pur vivendo da anni in Italia. È documentata la presenza di un cittadino iraniano, benché l’attuale situazione politica renda di fatto impraticabile un rimpatrio. Almeno due persone risultano già trasferite in passato a Gjader, poi riportate in Italia e nuovamente inviate in Albania: un rimbalzo che il monitoraggio definisce lesivo e propagandistico.

Sul versante sanitario, dagli accessi agli atti emerge che, in tutti i casi in cui l’ente gestore ha convocato la Commissione per la valutazione delle vulnerabilità, le persone sono state dichiarate inadatte al trattenimento e riportate in Italia. Il filtro preventivo fallisce e il trasferimento diventa una tappa intermedia, con costi umani e finanziari che si sommano.

Il caso Simo Said e i rimpatri mancati

Tra i 90 presenti c’è anche il primo soccorritore di Simo Said, il venticinquenne morto il 12 febbraio nel Cpr di Bari. Quel testimone, potenziale parte informata sui fatti nell’incidente probatorio sulla morte, è stato trasferito a Gjader e manifesta gravi segni di sofferenza psicologica e autolesionismo. La sua collocazione fuori dal territorio nazionale complica l’attività istruttoria.

I rimpatri effettivi restano marginali. Nel periodo aprile-luglio dell’anno precedente, a fronte di 132 persone trasferite a Gjader, solo 32 sono state rimpatriate da Tirana; la maggioranza è rientrata in Italia dopo pronunce di non convalida o rivalutazioni sanitarie. Il centro funziona come snodo di andata e ritorno, mentre il contenzioso cresce e le casse pubbliche si espongono a richieste risarcitorie.

A questo si aggiunge un ulteriore elemento di criticità: per la prima volta è stato utilizzato il carcere interno alla struttura, per trattenere una persona accusata di un reato commesso nel Cpr, poi trasferita il giorno successivo in Italia. Un episodio che conferma la fragilità giuridica dell’impianto extraterritoriale e l’assenza di una filiera penale realmente operativa fuori dai confini nazionali.

Il “modello Albania” si trova ora davanti alla verifica europea. Intanto, a Gjader, i numeri salgono. E con loro le domande sulla compatibilità tra deterrenza politica e garanzie giuridiche.

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Scuse di carta per un proiettile vero

Arrivano le scuse. Arrivano per iscritto, su carta, dal carcere. Carmelo Cinturrino affida al suo avvocato una lettera: «Quel ragazzo doveva essere in prigione e non morto. Mi dispiace per la sua famiglia. Sono triste e pentito per ciò che ho fatto… Perdonatemi, pagherò per il mio errore».

La parola scelta è “errore”.

Errore sarebbe un verbale compilato male, una procedura saltata, una valutazione frettolosa. Qui c’è un uomo colpito alla testa mentre scappa, una pistola finta fatta portare da un collega e posata accanto al corpo per costruire la scena della legittima difesa, circostanza che l’indagine considera falsa. E infatti la famiglia di Abderrahim Mansouri risponde senza giri: «Gli errori si commettono a scuola, ammazzare una persona e dopo creare una messa in scena non è un errore».

Nella lettera Cinturrino parla di paura, rivendica encomi, si definisce servitore dello Stato. La famiglia replica che, se ha un briciolo di coscienza, deve confessare «tutto il male» e chiarire il ruolo dei complici. In mezzo restano i tentativi di depistaggio contestati, i colleghi indagati per favoreggiamento e omissione, un commissariato sotto la lente della Procura.

Si è scusato l’assassino primo del ministro Salvini, dei parlamentari meloniani, dei giornalisti con la bava alla bocca e dei leghisti infoiati. Quelli, no. 

Ma un agente dello Stato non chiede indulgenza pubblica. Un uomo di Stato denuncia, racconta, consegna ai magistrati ogni dettaglio, anche quello che lo riguarda. Le scuse appartengono alla sfera privata. La verità è un atto pubblico.

I familiari lo dicono con chiazza: se davvero c’è coscienza, servono confessioni piene, nomi, responsabilità. Il resto è carta. E la carta, quando si parla di un proiettile alla testa e di una scena manipolata, pesa meno dei fatti.

Buon venerdì.

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La guerra delle Ong, sepolte da moduli e scartoffie

A Gaza la guerra passa anche dai moduli. Trentasette organizzazioni umanitarie hanno presentato un ricorso urgente all’Alta Corte israeliana contro le nuove regole di registrazione imposte dal governo. Le norme chiedono alle ONG di consegnare elenchi dettagliati del personale palestinese, informazioni sensibili sui partner locali, dichiarazioni politiche vincolanti. In caso di mancato adeguamento, chiusura operativa entro sessanta giorni. Visti che scadono, permessi che si inceppano, personale straniero bloccato. In una Striscia dove l’accesso al cibo e alle cure dipende dagli aiuti, la sopravvivenza viene filtrata da una procedura amministrativa. La fame attraversa i valichi con il timbro giusto.

In Cisgiordania, intanto, l’occupazione si consolida con un altro timbro. L’ambasciata degli Stati Uniti ha annunciato servizi consolari direttamente in alcuni insediamenti israeliani, a partire da Efrat. Passaporti rilasciati sul posto, sportelli mobili per i coloni, cornice celebrativa per i 250 anni dell’indipendenza americana. Per il governo israeliano è normalità diplomatica. Per l’Autorità palestinese è un segnale politico che tratta gli insediamenti come città ordinarie. L’annessione avanza per prassi, senza proclami solenni.

Poi c’è il corpo di Jad Jadallah, quattordici anni, colpito a distanza ravvicinata in un campo profughi in Cisgiordania. I video verificati dalla BBC mostrano il ragazzo a terra, sanguinante, mentre i soldati impediscono alle ambulanze di avvicinarsi per lunghi minuti. L’esercito parla di “trattamento iniziale”, senza dettagli. La famiglia racconta un’attesa che diventa condanna. Accanto al corpo compare un oggetto fotografato come prova. B’Tselem parla di messa in scena.

Tre scene, una parola che ritorna: permesso. Permesso di operare, permesso di costruire, permesso di soccorrere. Chi decide il permesso decide il respiro. Gaza diventa laboratorio della fame amministrata. La Cisgiordania laboratorio dell’annessione amministrata. In mezzo, un ragazzo che resta a terra mentre la procedura diventa muro.

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