Politica

I temi e le news della politica in Lombardia e in Italia. L’attività politica di Giulio Cavalli in consiglio regionale della Lombardia.

La cretina ostinazione

Su questa imperante narrazione per cui non conta il dato sui nuovi contagi ne ha scritto benissimo Lorenzo Ruffino per Pagella politica: «I nuovi contagi restano ancora l’indicatore più tempestivo per capire come sta evolvendo l’epidemia di Covid-19 nel nostro Paese. Rinunciare a guardarlo per concentrarsi su altri indicatori, come quelli su ricoveri o decessi, vuol dire rinunciare a capire che cosa sta succedendo e rendere inutili eventuali misure per combattere la pandemia. L’andamento dei casi gravi di Covid-19 dipende dal numero totale di casi, anche con i vaccini. Sapendo quanti sono e quale età hanno, si possono fare delle stime per capire quale sarà l’impatto nei giorni seguenti sugli ospedali ed eventualmente capire perché sta andando diversamente da quanto atteso. In Italia, ad esempio, il basso impatto che si è avuto per ora sugli ospedali dipende molto dal fatto che i casi sono principalmente concentrati tra i più giovani. Ma uno spostamento dell’epidemia sui più anziani può determinare una situazione diversa».

E i nuovi contagi, nonostante i giornali abbiano immediatamente abbandonato i toni allarmistici prima usati come attacco al governo (l’altro) sono schizzati. A ben vedere anche le occupazioni ospedaliere cominciano a preoccupare e poiché quasi tutti siano d’accordo che siamo ancora lontani dal picco, è prevedibile che tra poco gli ospedali saranno in seria difficoltà. Già completamente scoppiato è il sistema dei tamponi e del tracciamento.

Tra le cose di buonsenso da fare c’è, sembra perfino banale doverlo spiegare, lo smart working. Ieri il segretario generale Confsal, Angelo Raffale Margiotta, ha scritto: «Stiamo assistendo a un crescente aumento dei contagi, per il diffondersi di nuove varianti, con conseguenti misure di quarantena, sia per i colpiti sia per chi ha avuto con gli stessi contatti, che moltiplicano le assenze a dismisura». In una lettera al ministro Renato Brunetta Confsal parla di «forte disagio» per le attività lavorative ordinarie e «grande preoccupazione tra i lavoratori per l’effetto che tale situazione potrebbe determinare anche nell’ambito familiare». Sulla stessa linea Marco Carlomagno, segretario generale Flp (Federazione dei lavoratori della Funzione pubblica): «Il governo – ha detto – ripristini il lavoro agile emergenziale anche nella pubblica amministrazione. E’ una necessità per la sicurezza dei lavoratori».

Il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, si è espresso in favore del lavoro agile. «Tutte le misure messe in campo finora dal governo – per Cartabellotta – sono una sommatoria di pannicelli caldi che non riescono a rallentare la circolazione. Adesso vediamo cosa verrà fuori dal prossimo consiglio dei ministri. Bisogna limitare i contatti sociali, magari incrementando lo smart working. Mi preoccupa che si prenda tempo prima di assumere decisioni, perché i numeri sono già evidenti».

Brunetta, ovviamente, risponde da par suo: «Alla luce della grande flessibilità riconosciuta alle singole amministrazioni – scrivono dal ministero – e dell’esigua minoranza di dipendenti pubblici che potrebbe realmente lavorare da casa, risulta, dunque, incomprensibile l’invocazione dello smart working per tutto il pubblico impiego. Un “tutti a casa” come sperimentato, in assenza dei vaccini, durante la prima fase della pandemia nel 2020, legato al lockdown generalizzato e alla chiusura di tutte le attività economiche e di tutti i servizi, tranne quelli essenziali. Non è questa la situazione attuale».

L’odio scellerato di Brunetta verso i dipendenti pubblici è uno degli spigoli più orribili di questo governo. Pensare di fare finta che non stia accadendo nulla (così come avviene per la scuola) è una cretina ostinazione che piacerà sicuramente agli amichetti di questo governo (che valutano le pandemia in base ai fatturati). Quando nelle prossime settimane ci si accorgerà di avere osato condizioni che non è possibile mantenere potremo dire che l’ottusità inutile di Brunetta e compagnia è degna del peggior governo dei peggiori? Potremo dirlo?

Buon martedì.


 

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La narrazione del “è solo un raffreddore” sulla variante Omicron è immorale e falsa: io ne sono un esempio

Dicono che sia solo un raffreddore, che c’è da stare tranquilli, che va tutto bene e che le nuove quarantene (ovvero la deregolamentazione delle quarantene) ci permetteranno di convivere con il virus. Non c’è motivo di non credere ai valenti scienziati e politici che da giorni insistono in una pervicace opera di “normalizzazione” della variante Omicron e alla minimizzazione dei problemi logistici per effettuare i tamponi. La realtà, qui fuori, è un po’ diversa.

Ho 44 anni e ho avuto due volte il Covid dall’inizio della pandemia. La prima da sintomatico e la seconda completamente asintomatico, scoperta per un tampone per motivi di lavoro che si è negativizzato pochi giorni dopo. Sono un soggetto considerato “fragile” per motivi di ipertensione e di cuore, niente di grave, il mio medico dice che sono le naturali falle di una vita disordinata.

Il 30 dicembre ero uno di quelli che, a detta di qualche ostinato “rassicuratore”, ingolfava il centro tamponi di Lodi (il PTP su cui vengono dirottati tutti i sintomatici della provincia) per godersi il capodanno. Solo che il capodanno non c’entrava nulla: la mia compagna aveva tutti i sintomi (febbre alta, dolori dappertutto, raffreddore, tosse, mal di gola, difficoltà respiratorie), i medici di base addirittura ci avevano sconsigliato di metterci in coda: 4 ore e mezzo. Al freddo, per strada, in quelle condizioni. Positiva lei, negativo io. Siamo entrambi vaccinati per due volte con la terza dose booster che era prenotata a breve. Mentre sui giornali si leggeva che non c’era nessun motivo per cui preoccuparsi ho pensato che tutta quella gente in coda (senza nessun servizio intorno, costretta, per dire, a pisciare nei campi) fosse una fotografia ben diversa da quello che si leggeva in giro. Badate bene: il centro tamponi non è una farmacia. Ci si entra solo per ricetta medica o segnalazione dell’ATS. All’accettazione eravamo il numero 1046.

Ho pensato che forse era solo una sfortunata coincidenza che lei avesse preso una forma così forte di Covid. Mi sbagliavo. Ieri ho avuto gli stessi sintomi. Solo che per i miei problemi a sballare era anche il cuore e la pressione. Ovviamente essendo domenica era impossibile trovare un tampone. Mi sono arrangiato con un tampone fai da te (che qui per alcuni giorni erano introvabili come diamanti) che è risultato positivo. Domenica pomeriggio. 39.5 di febbre. Di domenica, si sa, non rispondono i medici di base. Ieri è stato impossibile parlare con una guardia medica. Solo la cardiologa, che ho la fortuna di conoscere al di là dell’aspetto professionale, mi ha consigliato qualcosa da fare. Sono stato male come non lo sono mai stato da ammalato di Covid nelle mie precedenti esperienze. L’unica soluzione sarebbe stata quella di chiamare un’ambulanza. Non l’ho fatto perché ho pensato (e continuo a pensare) che se io che sono comunque mediamente “sano” mi ritrovavo in quelle condizioni sicuramente in giro ci sarebbe stata molta gente che aveva più bisogno di me.

Non è finita, qui, no. Stamattina mi sono rimesso in coda (sempre chilometrica, con febbre altissima) per ottenere un tampone molecolare nello stesso centro in cui mi ero presentato qualche giorno fa. Solo che per gestire le interminabili code ci si può presentare solo con una prenotazione dell’Ats (che sono gli stessi che in questi giorni è quasi impossibile contattare). Solo la comprensione di un addetto (che tra l’altro sono straordinariamente disponibili nonostante il carico di lavoro e il caos del governo) mi ha permesso di ottenere un tampone. Lui stesso ha riconosciuto che altrimenti avrei dovuto presentarmi al Pronto Soccorso e un positivo al Pronto Soccorso qui a Lodi è un’esperienza che abbiamo imparato a comprendere per le possibili conseguenze. Quando me ne sono tornato a casa sfatto dalla fatica la fila di auto ormai straboccava sulla strada provinciale.

Ecco, no: non è solo un raffreddore e questa non è una “convivenza” con il virus. E stasera, nonostante i brividi, penso a cosa mi sarebbe successo senza nemmeno il vaccino. Mi rimane addosso però il presentimento che la narrazione sia scostata dalla realtà. Ed è immorale, parlando della salute delle persone.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Italia V come Vendetta

Il dibattito politico del primo giorno del 2022, lo so, vi sembrerà incredibile, verte sul presunto ritorno di Bersani nel Pd e su una frase di D’Alema. Capite bene che il fatto che una frase di D’Alema possa “sconvolgere” lo scenario politico (anche se solo per un giorno) racconta come l’agone rimanga sempre un’accolita di briosi vendicativi che si impegnano per travestire insignificanti e per niente interessanti odi personali in azioni di una qualche valenza politica.

La cronaca è un dirupo di pochezza: D’Alema dice che il Pd è guarito da una malattia riferendosi a Renzi e i suoi accoliti. Una frase che potrebbe essere trattata come la rivendicazione di un giocatore d’antan viene presa terribilmente sul serio da Renzi che non vede l’ora di spargere un po’ di vittimismo accusando D’Alema di averlo definito “malato” (mentre “malato” per D’Alema era il partito ma Matteo, si sa, ha sempre avuto difficoltà a scindere le due cose).

Sui social le bestioline di Italia Viva si scatenano sentendo l’odore dell’osso e dall’altra parte una difesa effettivamente eccessiva per un ex giocatore. Tutto il giorno così, a bastonarsi. Sullo sfondo Bersani che viene tirato in mezzo.

In sostanza un’intera giornata si consuma con le rivendicazioni di due partiti che sono in disaccordo (Italia Viva non è nata per questo?) e che vorrebbero decidere l’uno le sorti dell’altro. Come due acidi amanti che hanno come missione la distruzione dell’ex.

La scena, da fuori, è deprimente.

Intanto la variante Omicron sta imperversando in Italia e il governo si strizza per chiarire un modello rivisto di quarantene che non hanno capito nemmeno loro. A tal proposito, mi perdonerete, mi permetto di riportare un’esperienza personale abbastanza significativa: già malato per 2 volte di Covid mi sono ammalato per la terza volta con l’inizio del nuovo anno. Due vaccini fatti (terza dose booster prenotata a breve) ma la positività è stata impossibile da ufficializzare perché i tamponi (con febbre) si riusciranno a recuperare forse oggi. Sono un paziente fragile, a un passo dal ricovero. Sarà pur vero che siamo di fronte a una raffreddorizzazione come dice qualcuno ma questo “raffreddore” è qualcosa che non augurerei a nessuno.

Vacciniamoci. Buon lunedì.

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L’anno che varrà

Noi che abitiamo a Lodi il Covid non ce lo siamo scrollati di dosso. Non è una questione geografica o ambientale, è qualcosa che ha a che vedere con la solitudine di quel periodo in cui la pandemia non esisteva sui giornali, non stava sulle bocche dei politici, non aveva ancora partorito aspiranti virologi virali. Si leggeva nascostamente in qualche notizia breve di ciò che accadeva in Cina e il Covid da queste parti lo toccavi nelle sirene calanti delle ambulanze che percorrevano una città diventata un formicaio. Mentre il resto d’Italia (e poi del mondo) imparava ad avere paura del Covid, qui a Lodi avevano già scavato le trincee, sapevamo benissimo che forma avesse quel distacco violento, una feroce alienazione, che strappava i malati sradicandoli dalla famiglie e nessuno aveva nemmeno le parole per immaginare in che buco finissero. Quando l’Italia preparava le dighe contro il virus qui a Lodi si intravedevano già le macerie.

Mentre l’Italia si preparava al lockdown a Lodi c’era già l’odore del lutto

Mentre l’Italia si apparecchiava per il lockdown, mentre tutti lo intendevano come cautela per salvarsi, a Lodi c’era già l’odore del lutto. Non è facile scrivere cosa significhi vivere una pandemia lunga quasi due anni dallo scostamento di sassi da cui ha cominciato a sgorgare tutto. C’è continuamente una sensazione di anticipo sui tempi come un orologio della storia che solo qui da noi è in anticipo di qualche settimana, c’è lo straniamento nell’avere il dolorosissimo privilegio di osservare prime impressioni che qui sono già conosciute. Ricordo, nelle prime settimane di pandemia, spostandomi per lavoro, il male quasi fisico che mi provocava incontrare gente che dubitava perfino dell’esistenza di un virus che aveva chiuso le bare di gente con cui bevevo il caffè.

covid, omicron e l'illusione del capodanno
Il reparto di terapia intensiva dell’ospedale Maggiore di Lodi (Getty Images).

La natura, la finanza e la società non hanno occhi per rispettare un calendario

Ho ingenuamente pensato che questa primogenitura potesse avere risvolti positivi. Sarà uno di quei dolori che franano addosso e poi ringrazieremo di non dover subire lo stillicidio dell’infiltrazione lenta, mi sono detto. Mi sbagliavo. Ci siamo sbagliati. Di questi mesi di pandemia la punta più dolorosa, perfino più dolorosa dei morti, è questa estenuante sensazione di avere dato quello che c’era da dare, di avere subito tutto, di poter raccogliere i caduti e poi guardarci negli occhi per dirci: «È finita» e invece non finiva. Non è finita dopo un’estate arrivata per risvegliare le papille da punire subito nell’autunno successivo. Non è finita con la fine del primo anno. Che tortura incredibile i Capodanni quando ti inducono a credere che possano coincidere con una svolta temporale reale, come se la natura o la finanza o la società avessero davvero occhi per rispettare un calendario.

La variante Omicron non ha risparmiato Lodi già lacerata dalle precedenti ondate

Le ondate sono ritornate, qui dove tutto è cominciato, senza nessun rispetto per la tragedia originale. Non abbiamo mai avuto il coraggio di dircelo ma siamo arrivati a confidare che fossero morti tutti i moribili. Quando l’essere umano non ha più spazio per la paura comincia a masticarla, diventa tutto potabile in tempo di pandemia. Gli effetti collaterali sono una lacerazione che non avresti mai creduto di essere capace di tollerare. Il Capodanno 2022 a Lodi vede la provincia tra le più colpite dalla variante Omicron. Niente di pericoloso, pochi finiscono in ospedale, pochissimi muoiono continuano a ripeterci, eppure tra i superstiti anche il più flebile segnale dolente basta per spaccare le croste faticosamente messe insieme. Al di là degli ingolfamenti organizzativi che non avremmo mai pensato di meritarci ancora, a Lodi c’è questo andare per strada con gli occhi bassi di chi è deluso di dover tornare ancora ad abitare nella propria nostalgia. Se ci fosse nel vocabolario una parola per chiamare il cordoglio quando diventa incessabile sarebbe l’angolo delle bocche che a Lodi in questi giorni si dicono che ci siamo ancora dentro, che per fortuna ora fa meno male per merito dei vaccini ma che davvero non ci saremmo meritati di indossare gli abiti delle persone che abbiamo pianto.

il covid e l'illusione di capodanno
Al primo gennaio 2022 in Italia sono state somministrate 111.161.728 dosi (Getty Images).

Che questo Capodanno sia un vero Capodanno non ci crede nessuno

C’è un lato umano di questa pandemia che, chissà perché, è stato dato per risolto senza nemmeno averci fatto i conti. E che questo Capodanno sia un Capodanno non ci crede nessuno ma che straordinario meccanismo è l’uomo che riesce a sperare senza intravedere la speranza nemmeno in penombra. Se un giorno dovessimo imparare a maneggiare questa consapevolezza avremmo tra le mani un’energia nucleare. E allora lì, quel giorno lì, sarà Capodanno. Buon 2022.

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Decine di neonati abbandonati in mezzo al mare, e il governo invece di salvarli gli manda pannolini…

Hanno chiesto di sbarcare il 24 dicembre, la vigilia di Natale. Ma sulla Sea Watch 3 (la nave della Ong tedesca che si trova al largo di Augusta) il clima natalizio è qualcosa che ha a che fare con il vento gelido e con il solito traccheggiare del governo italiano che si preoccupa di non irretire gli alleati di governo scordandosi i diritti. Sulla nave ci sono 440 persone, salvate dal mare in cinque diverse operazioni. Di quelle 440 persone 116 sono donne, 5 sono incinte. Ma soprattutto su quella nave ci sono 209 bambini. Di quei 209 bambini 167 non hanno nessun genitore o accompagnatore. Solo 42 (con meno di 12 anni) hanno un genitore. Sea Watch 3 finora ha chiesto per 7 volte di avere un porto sicuro in cui fare sbarcare tutte quelle persone, senza ottenere risposta.

Eppure dalle parti del governo sanno bene quale sia la situazione: nella notte tra lunedì e martedì una donna incinta e sua figlia di 3 anni, in evidente difficoltà, sono state recuperate da una motovedetta italiana per essere condotte a Lampedusa. Il giorno successivo è stata la volta di una donna incinta e sua sorella minorenne, poi un padre con seri problemi medici e suo figlio portati ad Augusta. «Uno stillicidio», avevano detto dalla nave. Ma la fotografia di come si possa distillare l’orrore goccia dopo goccia è arrivata ieri quando l’equipaggio ha fatto sapere di avere quasi esaurito le scorte di latte in polvere e i pannolini: piuttosto che assegnare un porto si è preferito attivare la Prefettura di Catania per inviare scatoloni di latte e pannolini.

«Ci sono neonati che soffrono per l’esposizione alle intemperie. Giovani madri con ustioni da carburante. Uomini che hanno preso la tosse sulle barche instabili su cui viaggiavano», racconta il medico di bordo Martin McTigue. Ma dalle parti del governo devono avere pensato che per ora il rifornimento dovrebbe bastare a guadagnare qualche giorno. Poi l’anno prossimo si vedrà. Per salvare i disperati da noi serve che non ci sia troppo fremito politico, contano più gli umori e la pancia di qualche leader di partito che la salvezza delle persone. Intanto il vento e la pioggia colpiscono la Sea Watch 3 e a bordo ci si inventa qualche modo per coprire il ponte e offrire un po’ di riparo. Nel porto di Augusta sono sbarcati ieri invece i 558 migranti recuperato dalla nave Geo Barents di Medici senza frontiere. Era in attesa di un porto da martedì. Le prime a sbarcare sono state le persone con bisogni medici, i minori non accompagnati e le famiglie. Come accade quasi sempre negli sbarchi di questi mesi nessuno dei naufraghi è risultato positivo al test Covid-19. Tra loro, raccontano dallo staff della Geo Barents «una donna incinta di 8 mesi, minori non accompagnati di 12 anni e persone che hanno subito violenze sessuali e abusi terribili».

Eppure proprio mercoledì nell’udienza successiva al Natale papa Bergoglio aveva ricordato che «la famiglia di Nazaret ha subito tale umiliazione e sperimentato in prima persona la precarietà, la paura, il dolore di dover lasciare la propria terra. Ancora oggi – aveva detto il pontefice – tanti nostri fratelli e sorelle sono costretti a vivere la medesima ingiustizia e sofferenza». Ma non servivano questi ultimi giorni dell’anno per comprendere quale sia la linea dell’Europa: respingere, respingere a tutti i costi. E possibilmente rallentare e complicare i salvataggi che non si possono nascondere sotto il tappeto, come avviene per le navi nel Mediterraneo. Questo 2021 di respingimenti inizia con l’incontro ad Atene dei ministri di Grecia, Cipro, Malta, Spagna e Italia che chiesero il “rafforzamento delle frontiere esterne e un meccanismo europeo per rimpatriare migranti e rifugiati nei loro paesi di origine”.

10 giorni dopo (era il 29 marzo) la commissaria europea per gli affari interni Ylva Johansson visitando i centri di “accoglienza e identificazione” (perché chiamarli di “illegittima detenzione” non pareva il caso) di Samos e Lesbo annunciò l’approvazione di 155 milioni di euro (175 milioni di dollari) per costruire nuovi campi a Lesbo e Chios, oltre ai 121 milioni di euro (137 milioni di dollari) approvati nel 2020 per la costruzione di nuovi campi a Samo, Lero e Kos, e 22 milioni di euro (25 milioni di dollari) per espandere il centro di accoglienza a Fylakio, vicino al confine turco. Poi ci fu il naufragio del 22 aprile al largo delle coste libiche con almeno 130 vittime.

L’11 maggio la Grecia propose di autorizzare Frontex – l’agenzia collettiva di guardia costiera e di frontiera dell’UE – ad operare al di fuori delle acque dell’UE per “prevenire meglio il flusso di migranti verso l’Europa”, ovvero per presidiare le acque turche. Il 18 maggio ci furono i video dei rifugiati che arrivavano a Ceuta a nuoto e venivano ributtato in acqua. Il 7 giugno entrò in vigore una decisione ministeriale greca che considera la Turchia un paese terzo sicuro per afgani, siriani, somali, pakistani e bengalesi (nazionalità che rappresentano il 67 per cento dei richiedenti asilo in Grecia). Il 15 luglio il Parlamento europeo ha pubblicato un rapporto in cui afferma che Frontex è stata testimone di respingimenti che non ha impedito. 10 giorni dopo muoiono altre 150 persone al largo della Libia. Il 19 agosto 45 persone, compresi bambini, annegano a nord della Libia quando il motore della loro barca esplode.

Poi c’è stato l’ottobre rosso della guerra (tuttora aperta) tra Polonia e Bielorussia con i migranti usati come arma di pressione. Il 12 novembre una barca piena di rifugiati affonda al largo della costa libica. Quarantasei persone vengono salvate e 30 corpi recuperati, ma si teme che altre 74 siano annegate. Il 24 novembre 27 rifugiati annegano nel Canale della Manica tra Francia e Gran Bretagna. Nei giorni di Natale tre barche a vela stracolme di profughi si sono capovolte in un clima relativamente mite in tre diverse parti dell’Egeo, provocando almeno 31 morti e decine di dispersi. Basta ripercorrere sommariamente quest’anno per rendersi conto che l’Europa ha già deciso come affrontare l’immigrazione. Le manca solo il coraggio di ammetterlo. Intanto l’Italia, bontà sua, spedisce latte e pannolini al largo.

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La pandemia è il soldo

Si chiude l’anno con una riforma del fisco che porterà a una riduzione media del prelievo per 27,8 milioni di contribuenti pari a 264 euro lanno. Ma sarà maggiore per i redditi medio alti (quelli tra 42 e 54mila euro): 765 euro. Il 20% delle famiglie più povere è sostanzialmente escluso dai benefici per effetto dellincapienza fiscale. Si è deciso di lasciare indietro i più poveri e premiare le classi più abbienti. E non venite a dirci che “non sono ricchi” e tutta la solita manfrina: sono più ricchi di quelli che non hanno ricevuto benefici dalla riforma. Questo è il punto.

Si chiude l’anno con un aumento del 55 per cento di rincaro per l’elettricità e del 42 per cento del metano dal primo gennaio. Una «situazione senza precedenti» ha detto il presidente dell’Autorità per l’energia che consiglia di consumare di meno. L’Autorità conferma che gli interventi del governo non basteranno. Anche in questo caso il governo non è riuscito a decidere di far pagare ai più ricchi un contributo di solidarietà alle famiglie in difficoltà. Questo è un altro punto.

A proposito di lavoro: il presidente Draghi, in conferenza stampa, ha dichiarato il falso sulla sua manovra (affermando che sarebbe stata a favore delle classi più disagiate, mentendo) dimostrando di non avere alcuna intenzione di ascoltare le richieste dei sindacati. Del resto come potrebbe ascoltare qualcuno che sciopera per un problema che secondo Draghi non esiste? Questo è un altro punto.

In questo anno abbiamo assistito al più coordinato attacco ai poveri perché considerati truffatori (con il reddito di cittadinanza), sfaticati (secondo le interviste di presunti brillanti imprenditori) o peggio troppo pretenziosi perché non accettano in silenzio di fare gli schiavi. In un’Italia che dovrebbe vergognarsi per la mancata crescita dei salari negli ultimi decenni c’è chi ha il coraggio di chiedere sacrifici ai lavoratori. L’area confindustriale del Paese non è mai stata così vispa come sotto al governo Draghi. Questo è un altro punto.

Si è passati dalla strategia della cautela al liberi tutti nei confronti della pandemia. Con il solito trucco si è trovato un colpevole (questa volta sono i no vax), ci si occupa di instillare odio e intanto si cancellano le quarantene perché non si è in grado di tracciarle e controllarle, si concedono tamponi di ogni sorta per entrare e uscire dalla malattia perché non si è in grado di tenere sott’occhio i tamponi. Prima si discuteva dell’equilibrio tra salute pubblica e profitto, ora la direzione è chiarissima. Ah, a proposito: si odiano i non vaccinati ma guai mettere mano alla vaccinazione obbligatoria. Si rischia di adombrare Salvini e compagnia cantante. Questo è un altro punto.

A proposito di lavoro: in Italia se un padrone non vede un suo dipendente sudare sangue avendolo sotto gli occhi ogni minuto si dà per scontato che l’economia si fermerebbe. Quindi mentre tutto il mondo parla di smart working da noi un ministro che ha un’idea del lavoro antica e inutile come Brunetta si vanta di non dare scampo ai dipendenti pubblici con la faccia di chi gode tantissimo. Con 100mila contagiati al giorno. E lo stesso vale per quei sindaci preoccupati da un eventuale calo del Pil del tramezzino se dovessero chiudere gli uffici. Questo è un altro punto.

Non ci sono soldi per i poveri alle prese con le bollette ma il Paese schizza in spese militari, preferibilmente con sanguinari dittatori che hanno ucciso o torturato nostri studenti. Questo è un altro punto.

Il Pnrr non è comunicato. Lo dicono le ricerche che raccontano perfettamente come la gente ne sappia poco, ci capisca poco e trovi poche informazioni. Messi nero su bianco i buoni propositi (ovvero stabilito come ci si spartisce i soldi) Draghi ci fa sapere di avere fatto ciò che doveva e perfino il ministro Cingolani dice di avere espletato il proprio compito. Una volta si fingeva almeno di occuparsi dei buoni propositi per qualche tempo dopo averli venduti. Ora nemmeno quello. Questo è un altro punto.

A proposito, ricordate lo spread? Quello che a un certo punto valeva come super green pass (ancora prima che esistesse) per decidere se un governo fosse bello o brutto? Sta salendo, come accade con i governi sporchi e cattivi. Però ci hanno spiegato che la colpa è della vice ministra Castelli. Mica di Draghi.

Buon anno. Appena si spezzerà l’incantesimo vedrete frotte di consapevoli in ritardo come sempre. Poi ci divertiremo, nei prossimi anni, a renderci conto dei danni provocati mentre noi eravamo distratti.

Buon anno.

 

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Mascherine ffp2 obbligatorie in luoghi sovraffollati ma non in cella, il carcere dimenticato

Forse ha ragione Rita Bernardini quando si augura che i politici cambierebbero idea se visitassero un carcere «girandolo veramente, e andando in tutti i luoghi»: «direbbero che non è possibile, che non si può accettare questo in Italia nel 2021». A proposito, Rita Bernardini è in sciopero della fame, ancora una volta, «per chiedere ai parlamentari di tutti i gruppi politici cosa intendano fare per superare lo stato di illegalità delle nostre carceri, a partire dal sovraffollamento; illegalità tanto più grave con la ripresa dei contagi Covid, illegalità che genera trattamenti inumani e degradanti nei confronti dei detenuti».

Lo so, dello sciopero della fame di Bernardini ne leggete solo sui giornali che quotidianamente scrivono di carcere, come se l’umanità e il rispetto dei diritti umani fosse una materia da specialisti rivolta a un ristretto pubblico di appassionati. Del resto tra i danni del marcimento del garantismo in Italia c’è anche la vendicativa indifferenza con cui si trattano i colpevoli (sia veri che presunti) che non meritano di essere considerati appartenenti alla nostra cerchia sociale di innocenti (o non ancora indagati, a seconda della professione che vi capita di fare). C’è un cassetto nella sensibilità pubblica in cui vengono chiusi gli “altri” che riteniamo di poter trattare con antipatia (nel senso letterale dell’avversione istintiva più o meno immotivata) senza sentirci ingiusti: lì dentro i carcerati ci sono da sempre. Poi un giorno (e forse sarà tardi) ci accorgeremo che lo sdoganamento dell’antipatia porta alla vendetta, la vendetta va sempre per mano con la violenza e che lo stadio finale è una guerra permanente in cui tutti sono vinti, senza vincitori.

Tra l’altro si dovrebbe ripetere dappertutto che la battaglia di chi ha a cuore i diritti di tutti (e quindi anche dei carcerati) ha proposte sul tavolo precise, elementi di cui discutere animatamente. Bernardini chiede l’approvazione delle proposte di Roberto Giachetti sulla liberazione anticipata: «la prima, “speciale”, chiede di elevare da 45 a 75 i giorni di liberazione anticipata ogni semestre a partire dal 31 dicembre 2015; la seconda, “strutturale”, chiede di modificare l’ordinamento penitenziario per portare stabilmente i giorni di liberazione anticipata da 45 a 60 giorni». Lo spiega benissimo lei. La Commissione per l’innovazione del sistema penitenziario istituita il 13 settembre di quest’anno, presieduta da Marco Ruotolo, ha messo nero su bianco una serie di proposte, la revisione di molte disposizioni e la rimozione di alcuni “ostacoli” presenti nella normativa primaria che incidono su uno svolgimento della quotidianità penitenziaria che possa dirsi conforme ai principi costituzionali e agli standard internazionali.

Scrive la Commissione (che c’è da sperare non finisca come tutte quelle Commissioni che redigono solo un elenco di buone intenzioni) che la pena, quale che sia la forma dell’espiazione, deve tendere a restaurare e a ricostruire quel legame sociale che si è interrotto con la commissione del reato. Deve avere l’obiettivo di re-includere, di avviare un processo potenzialmente in grado di ridurre il rischio di ricaduta nel reato. Il suo perseguimento determina il soddisfacimento non soltanto dell’interesse del reo, ma dell’intera società, rispondendo a quel bisogno di sicurezza spesso avvertito come priorità dai consociati. Perché ciò accada occorre garantire una qualità della vita non solo “decente”, ma idonea all’attivazione di un processo di autodeterminazione che possa permettere al singolo di “riappropriarsi della vita”. Occorre, in altre parole, creare condizioni di sistema che consentano finalmente di considerare la risposta di giustizia come tesa a responsabilizzare in vista del futuro, più che a porre rimedio al passato.

Sono cose anche minime che permettono un ritorno di civiltà, come la previsione della presenza, per almeno un giorno al mese, di un funzionario comunale per consentire il compimento di atti giuridici da parte di detenuti e internati, rivedere la disciplina sulla fornitura di vestiario e corredo e sull’alimentazione, approfondire il tema dell’autorizzazione per visite e ricoveri ospedalieri, la modifica del regime di sorveglianza particolare, evitare che i bambini vivano in carcere, la previsione per cui i permessi possano essere concessi non solo nei casi di “particolare gravità”, ma anche in quelli di “particolare rilevanza”, l’intervento rivolto ad assicurare una più adeguata e tempestiva organizzazione del processo di preparazione alla dimissione della persona detenuta. Rivedere insomma il carcere secondo i principi di autonomia, responsabilità, socializzazione e integrazione che dovrebbero essere la stella polare della gestione carceraria secondo la Costituzione.

Fare esistere il carcere, smettere di nasconderlo sarebbe un buon proposito per l’inizio dell’anno. Magari inserendo il carcere anche nei Decreti come l’ultimo chiamato “Festività”, quello che prevede la mascherine FFP2 obbligatorie nei luoghi chiusi e sovraffollati ma che si è dimenticato del carcere, luogo chiuso e contemporaneamente sovraffollato per definizione. «Vogliamo ricordare – dice il Segretario della Uilpa PP Gennarino De Fazio– che l’utenza carceraria e i visitatori non hanno obbligo alcuno, neanche del green pass “semplice”, che il sovraffollamento continua a crescere e raggiunge punte del 194% a Brescia Canton Mombello, del 187% a Brindisi e del 165% a Busto Arsizio, solo per fornire alcuni dati». La variante Omicron, a differenza di certa classe dirigente e di molta opinione pubblica, sa benissimo che le carceri sono un luogo ghiotto per espandersi. Tenere conto dei detenuti e dei lavoratori penitenziari sarebbe già un buon passo per non alimentare questa tragica sensazione che siano isole esenti dalle leggi vigenti e dai diritti sociali. Fare esistere il carcere, smettere di nasconderlo sarebbe un buon proposito per l’inizio dell’anno.

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Da Lodi, ancora, ancora

Il Parco tecnologico padano (Ptp) di Lodi è al collasso. Sì, Lodi, quella stessa città da cui è partito tutto. Lodi diventata tristemente famosa nel mondo per essere stata la prima tappa di una pandemia che ha fatto il giro del globo e che ancora oggi fa i conti con le proprie ferite che continuano a sanguinare.

A Lodi in questi giorni si processano più del doppio dei tamponi che erano stati previsti. Lodi è nel caos. Ancora, ancora una volta. Code interminabili di auto si mettono in fila per ottenere un tampone. Sono persone che hanno i sintomi del virus e persone che hanno bisogno di un tampone per uscire dalla quarantena e poter tornare a lavorare. È saltato tutto: ingolfati i medici di base che non stanno dietro all’incremento di positivi, ingolfate le Ats che hanno perduto qualsiasi speranza di stare dietro al benché minimo tracciamento. Le auto in coda per un tampone rimangono ore per strada. Non c’è nulla, nessun servizio. E sono persone spesso con la febbre (oltre che contagiose). Se per caso devono pisciare se ne vanno per i campi a lato della strada. I tamponi sono introvabili e le farmacie (ovviamente) sono in difficoltà.

Lodi, ancora, un anno dopo. Perso il tracciamento, ormai per avere il polso della situazione bisognerà tenere d’occhio i ricoverati e le terapie intensive. Sostanzialmente guidiamo guardando lo specchietto retrovisore. Ancora, ancora una volta. Il generale Figliuolo (che sparla di code per il Black Friday e di capi firmati) dovrebbe venire a farsi un giro qui da queste parti e spiegarci che non è un suo compito rifornire tamponi dove servono. Probabilmente nell’esercito non riteneva necessario fornire le munizioni e combatteva con i fucili scarichi. Una cosa così.

A Lodi il governo per “dare un segnale” ha inviato l’esercito. A Lodi e Codogno (questo è il territorio del ministro della Guerra Guerini, ex sindaco di Lodi) sono arrivati 7 soldati ciascuno (7 soldati per 2: 14 in tutto) per fare ordine nelle file di auto. Servono i tamponi, non servono i soldati ma comunque la notizia fa il suo bell’effetto se è vero che è stata strombazzata dappertutto.

Curioso che la città che ha le ferite più antiche sia impreparata all’ennesima ondata della stessa pandemia: è la fotografia impietosa dei “migliori” che ora c’è da sperare al massimo che siano “meno peggio di quelli di prima”. La retorica dell’infallibilità si scalfisce giorno dopo giorno.

Ora si corre ai ripari. Ieri mattina mi chiedevo, scherzosamente, quando sarebbe arrivato il momento in cui avrebbero dato la colpa alla troppa gente che voleva tamponarsi per testare la propria salute o per uscire dalla quarantena. Sembrava una battuta e invece ci siamo già, su molti commenti di molti giornali. Se il problema è non stare dietro alle quarantene si rivedono le quarantene. Semplice. Una volta quando è iniziato tutto questo si aveva almeno la decenza di discutere del fragile equilibrio tra salute pubblica e lavoro. Ora vige il fatturato del tramezzino nel bar sotto l’ufficio (quindi niente smart working, non sia mai che si prenda esempio dalla Germania e dagli altri Paesi europei), vige il fatturato delle spese sotto le feste (quindi niente di drastico fino alla fine dei vacanze) e vige il fatturato che ha bisogno di lavoratori che non si prendano il lusso di troppa quarantena.

Intanto ogni giorno muoiono le stesse persone di un Boeing che si sfracella. E non è solo Lodi: le difficoltà sui tamponi si registrano in diverse regioni d’Italia. Sapete qual è la risposta Colpa delle Regioni. Fatemi capire: se va bene è merito di Figliuolo, se va male è colpa delle Regioni, se va benissimo è merito di Draghi, se ci sono nuove limitazioni è colpa di Speranza Non la trovate una strategia piuttosto infantile?

Vaccinatevi, intanto. E buon giovedì.

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Campo profughi di Lipa, la dignità calpestata con i nostri soldi

L’importante è che non si veda. Accade nel Mediterraneo, dove qualsiasi testimone è un ospite indesiderato per la cosiddetta Guardia costiera libica che deve avere campo libero per respingere e riportare i disperati nelle illegittime prigioni finanziate dall’Europa, e accade anche sull’altopiano nella municipalità di Bihać, in Bosnia Erxegovina dove si tange il confine con la Croazia. Qui sorge il “nuovo” campo di Lipa a cui ha dedicato un dossier la rete RiVolti ai Balcani (composta da diverse realtà tra cui Amnesty International e la rivista Altreconomia) dal titolo “Lipa, il campo dove fallisce l’Europa”.

Qui si legge, ancora una volta, il fallimento di una Europa che utilizza tecnologia di controllo ampiamente finanziate dall’Ue volte a «creare deterrenza, respingere, disincentivare il passaggio, confinare. Droni, aerei, telecamere termiche, scanner dei volti, muri di cinta attorno ai campi […], filo spinato, non solo lungo i confini ma anche come forma di monitoraggio nei nuovi campi, inaugurati nelle isole greche dell’Egeo di Samos, Kos e Leros, che presto diventeranno modello da esportare dentro e fuori l’Ue». Il modello dei campi di confinamento «dove rinchiudere le persone sospendendone vite e diritti» sembra la risposta principale dell’Europa nell’ottica del contenimento dei flussi migratori, in barba al principio di non respingimento sancito dalla Convenzione di Ginevra e del divieto di tortura di cui all’art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani.

«La medesima pratica dei respingimenti illegali -si legge nel report- è continuata al confine croato-bosniaco nonostante la denuncia del Comitato europeo per la prevenzione della tortura presso il Consiglio d’Europa, le inchieste giornalistiche e la recente sentenza della Corte europea per i diritti umani che ha condannato la Croazia per la morte di Madina Hussiny, vittima di un respingimento insieme al resto della sua famiglia effettuato dalla polizia croata nel 2017». Si tratta di persone che non cercano protezione in Bosnia ed Erzegovina, ma cercano di arrivare in altri Paesi europei. Del resto in tutto il 2021 solo 3 persone hanno ottenuto in territorio bosniaco lo status di rifugiato. Il Temporary reception Centre (Trc) di Lipa (che sostituisce il vecchio distrutto da un incendio) può ospitare 1.500 persone suddivise tra 1.000 posti dedicati a uomini singoli, 300 posti per persone appartenenti a nuclei familiari, 200 posti per minori non accompagnati.

Al 6 dicembre 2021 le persone dislocate all’interno erano 3821. Si tratta di un centro finanziato con soldi Ue al 50 per cento, poi Austria e Germania con un 20 percento a testa, la Svizzera e anche l’Italia, con 1,5 milioni di euro. Numeri e fatti che, scrivono gli autori, «si inquadrano nel crollo generale del sistema giuridico europeo di tutela dei diritti umani». «Il centro che si vuole “temporaneo” è in realtà un luogo di confinamento dove la dignità umana è calpestata», si legge nel rapporto. Non è una situazione “temporanea” e nemmeno “eccezionale”: è la precisa scelta europea nel continuo appalto dei confini. Pagato anche da noi.

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Ne siamo usciti feroci

Lo chiamano tutti “Mauro da Mantova” perché trovare un nome d’arte, con la città di provenienza come i soldati della disfida di Barletta, è un ulteriore modo per gigioneggiare con i no vax da spendere come fantomatici personaggi da avanspettacolo per qualche punto di share.

Così Mauro Buratti, 61enne carrozziere di Curtatone, ha avuto il privilegio di diventare un personaggio “famoso”, di quella popolarità che costa l’essere ogni giorno più cretini per autopreservarsi come ospite e ogni giorno, come chiedeva il copione, ne sparava una sempre più grossa. Ospite della trasmissione La Zanzara su Radio24 (condotta da Cruciani e Parenzo che usavano Buratti come foca da ammaestrare con il pallone al naso) “Mauro da Mantova” ha interpretato tutta la letteratura dei complottisti peggiori, quelli per cui il virus non esiste e quella dei poteri forti e tutta quell’orribile serie di cretinate. Accortosi che fare gli scemi funziona Buratti si è perfino vantato di essere andato in giro per la sua città a infettare gli altri. Mentre i conduttori e gli ascoltatori si divertivano un mondo e gli inserzionisti si fregavano le mani per lo share che “Mauro da Mantova” contribuiva a collezionare.

Poi Buratti si è ammalato. Già quando sono uscite le prime notizie del suo ricovero la rete si è riempita di commenti furiosi e disumani, speranzosi di una morte del terribile “no vax” secondo il mortifero criterio del “punirne uno per educarne cento”. Nella guerra fratricida tra opposte fazioni ormai vige un “mors tua vita mea” che fa schifo da entrambe le parti, come se avessimo sdoganato l’augurio di morte come unica soluzione per la salute pubblica. Lo so, è qualcosa di inumano e schifoso ma è normale che giocando sempre al ribasso alla fine si arrivi a toccare il fondo. In più c’è un problema: toccare il fondo funziona, vende, fa vendere. In entrambi i sensi. I tifosi si infervorano e ognuno può sognare di diventare influencer della propria fazione.

I medici dell’ospedale di Borgo Trento avevano confermato la gravità delle condizioni dell’ex carrozziere lo scorso 11 dicembre, al Corriere della Sera: «Lo dovevamo intubare prima ma per un’intera giornata si è opposto con caparbietà: solo quando le cose sono peggiorate ha cambiato idea». Perfino la “caparbietà” nel cretinismo diventa una virtù.

“Mauro da Mantova” è morto e qualcuno è riuscito addirittura a esultare, senza accorgersi di essere un estremista esattamente come lui. Ma la ferocia peggiore si legge nel finto lutto di chi il personaggio di Mauro l’ha allevato e l’ha fomentato per qualche spettatore in più. Il conduttore Giuseppe Cruciani lo ricorda con una lettera aperta (che torna utile per riempire un’altra puntata) in cui scrive «eri felice quando qualcuno ti riconosceva per strada e ti chiedeva un selfie». È la realizzazione del presagio di Andy Warhol quando diceva che tutti avrebbero avuto i propri 15 minuti di celebrità. Solo che la morte di Mauro ci dice almeno due cose: che essere celebri in tempi di pandemia può costare in termini di disinformazione e che quella celebrità conquistata mostrando la parte peggiore di sé finisce per innescare la parte peggiore anche degli altri.

E la felicità di chi vede realizzarsi la morte di un no vax è lo schifoso ingrediente finale.

Buon mercoledì.

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