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Feltri condannato per le frasi sui musulmani: quando lo scudo della «battuta» non regge – Lettera43
Il giornalista e consigliere regionale di FdI in Lombardia aveva detto a La Zanzara: «Gli sparerei in bocca, li considero razze inferiori». Hai voglia ad appellarsi alla satira e alla libertà di espressione. È solo l’ultima puntata della sagra del grottesco che farcisce il nostro dibattito politico.
Ma dai, dicono, «è solo una battuta». Nella sagra del grottesco che farcisce il dibattito politico italiano la «battuta» viene sempre sfoderata quando bisogna seppellire la responsabilità. È come borotalco: copre, asciuga, promette leggerezza. Solo che poi capita che arrivi in un’aula di tribunale e cambia consistenza. Diventa oggetto giuridico, danno, misura. E restituisce il reale spessore dei cosiddetti battutisti e dei loro difensori.
La cornice è servita: battuta, quindi scherzo, quindi libertà
Daniela Santanchè ha scelto la scorciatoia più comoda: «Vittorio Feltri condannato per una battuta sui musulmani». La cornice è servita: battuta, quindi scherzo; scherzo, quindi libertà. Nel racconto che circola in queste ore si è aggiunto il neo direttore de il Giornale Tommaso Cerno, che nel suo commento ha chiuso la questione con una riga secca: «E Feltri paga. Per un paio di parole forti». Il giornalista Paolo Bracalini si è spinto ancora oltre con un titolo di trincea: L’attacco alla libertà di stampa: “Odio dai giornali, non dall’imam”.
Secondo il giudice, quella di Feltri è stata «molestia discriminatoria»
Poi basta ficcare il naso nelle sentenze e ci si accorge che quelle etichette perdono utilità. Il tribunale ordinario di Torino, giudice Ludovico Sburlati, ha condannato l’82enne Vittorio Feltri, totem del giornalismo di destra nonché consigliere regionale in Lombardia con Fratelli d’Italia, qualificando le frasi pronunciate durante La Zanzara del 28 novembre 2024 come «molestia discriminatoria» e le riporta parola per parola: «…già, non amo i musulmani… Ma io gli sparerei in bocca»; «Tutti, tutti. Io non mi vergogno affatto di considerare i musulmani delle razze inferiori».
La differenza fra una provocazione e un’etichetta addosso a una comunità
Qui la battuta smette di essere un tono e diventa un fatto. La sentenza parte da una regola semplice, scritta nella legge e ripetuta dalla giurisprudenza: la discriminazione si misura per effetto, oltre l’intenzione. Il giudice richiama l’articolo 2, comma 3, del decreto legislativo 215/2003 e la Cassazione 14836/2023: rientrano nella molestia anche i casi in cui un gruppo viene associato in blocco al reato o a un disvalore sociale, perché quell’associazione alimenta un clima ostile. È la differenza fra una provocazione e un’etichetta che resta addosso a una comunità.
«Che me ne frega, sostengo quello che voglio»: consapevolezza della condotta
Per questo la parola “battuta” serve a poco. La domanda del tribunale riguarda la lesione della dignità e la creazione di un contesto intimidatorio, degradante, offensivo. Il mezzo di diffusione (la radio) conta, la notorietà conta, la platea colpita conta. E conta anche la consapevolezza che traspare dalla frase riportata in motivazione: «Ma che me ne frega a me, ma io sostengo quello che voglio», valorizzata dal giudice come indice di consapevolezza della condotta.

La satira colpisce i potenti, non infierisce sulle categorie deboli
La difesa ha invocato lo stile provocatorio del format della trasmissione La Zanzara condotta da Giuseppe Cruciani e David Parenzo, appellandosi all’area della satira. Il tribunale ha risposto con un perimetro già tracciato: la satira resta sottoposta al limite della continenza e della funzionalità, come ricorda la sentenza della Cassazione penale 12101/2023; inoltre, dalle pronunce europee e da Cassazione 6960/2024 emerge una distinzione decisiva fra satira che colpisce i potenti e parole che infieriscono su «categorie deboli, oggetto di discriminazione», producendo «semplice dileggio o disprezzo».

Il giudice ha aggiunto un dettaglio che inchioda il dibattito alla concretezza: «Le frasi in esame non risultano pronunciate in tono ironico». Nel momento in cui il contesto smette di funzionare come scudo, resta soltanto il contenuto.
Dall’Agcom sanzione di 150 mila euro a Il Sole 24 Ore S.p.A. per Radio24
Prima della condanna civile era già arrivata la delibera dell’Agcom, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, del 16 aprile 2025: 150 mila euro di sanzione a Il Sole 24 Ore S.p.A. per Radio24, con la valutazione che quelle espressioni risultavano «suscettibili di diffondere, propagandare o istigare l’odio e la discriminazione» e in contrasto con l’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. La delibera sostiene che la conduzione, «pur distinta e differenziata», è risultata incapace di fermare gli effetti di quelle affermazioni.

La libertà di espressione, spesso invocata come scudo, ha precisi limiti
Poi è arrivata Torino e ha messo i numeri sul tavolo: 20 mila euro che Feltri deve versare ad Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, pubblicazione del dispositivo sul Corriere della Sera, spese di lite liquidate e motivate anche con la «carica pubblica e il ruolo professionale» dell’autore e con l’ampiezza dei soggetti colpiti. È un passaggio che pesa, perché collega linguaggio e responsabilità, frase e conseguenza. Asgi, nel comunicato che accompagna la decisione, lo dice senza giri di parole: la libertà di espressione, spesso invocata come scudo, ha precisi limiti.
La dignità, nel diritto, pesa più del rumore di uno studio radiofonico
Santanchè ha parlato di battuta. Cerno ha liquidato tutto sotto la voce «parole forti». Bracalini ha invocato la libertà di stampa. Le carte però descrivono un’altra scena: una frase che prepara il terreno, un clima che si allarga, un diritto che interviene quando il linguaggio diventa pratica di esclusione. E ogni volta che la parola «scherzo» viene usata per cancellare il danno, resta un fatto semplice: la dignità, nel diritto, pesa più del rumore di uno studio radiofonico. E resta scritta, nero su bianco. Anche se intorno si ostinano a negare.
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