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Giulio Cavalli per brevità chiamato artista

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Gli Usa parlano di fase due, ma a Gaza si continua a morire

I corpi arrivano prima delle parole. Aws Bani Harith, vent’anni, steso su un lettino con la pelle incisa come un terreno devastato: racconta la tortura dei coloni meglio di qualsiasi testimonianza. Jamal Shtiw, la testa bendata, ripete che erano più di trenta, armati di pietre, bastoni, spray, e che sua figlia urlava mentre gli incendiavano l’auto. Nour al-Din Dawood esce dal carcere irriconoscibile, un’ombra del ragazzo che era. In mezzo scorrono le raffiche dei droni su Gaza City est, quelle che nei video illuminano il buio come se cercassero di cancellarlo.

Intorno ai volti c’è la mappa della violenza: nella Cisgiordania di queste ore i coloni entrano nei villaggi a est di Ramallah, bruciano veicoli, lasciano scritte sui muri, attraversano le strade come pattuglie autonome. I numeri delle agenzie non hanno più nulla di astratto: cinque attacchi al giorno dall’inizio dell’anno, uliveti devastati, famiglie spinte via con la certezza dell’impunità. In quelle statistiche c’è Aws, c’è Jamal, c’è chi non ha una telecamera accanto.

Questo articolo è uscito su La Notizia il 5 dicembre 2025.

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