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Immigrati in regola per lo Stato, ma resi clandestini dalla burocrazia – Lettera43
A Torino un cittadino marocchino ha scoperto che il permesso di soggiorno appena ritirato era scaduto da un mese. No, non è un errore: è la prassi. La legge permette di retrodatare la validità del titolo al giorno della domanda, anche se nel frattempo sono passati mesi o anni. Un cortocircuito kafkiano che spezza vite e progetti. E se ti perdi tra le carte, sono affari tuoi.
Accade a Torino, ma potrebbe succedere ovunque. Un cittadino marocchino di 42 anni, arrivato in Italia nel 2024 con il decreto flussi, assunto regolarmente per un lavoro stagionale, si reca in questura per ritirare il suo permesso di soggiorno. Quando lo riceve, il documento risulta già scaduto da un mese. Sembra un errore e invece è la prassi. Ed è perfettamente legale, almeno secondo l’interpretazione dominante dell’art. 5, comma 9 del Testo Unico sull’Immigrazione, che permette di retrodatare la validità del titolo alla data della domanda, anche se nel frattempo sono passati mesi o anni. L’uomo si ritrova così “irregolare” il giorno stesso in cui avrebbe dovuto ottenere la piena cittadinanza giuridica. Esposto al rischio di fermo, trattenimento in un Centro di Permanenza per il Rimpatrio e la deportazione. La Cgil di Torino ha definito il caso «kafkiano». Un aggettivo ricorrente, ormai necessario. Il sindacato ha annunciato un ricorso al Tar del Piemonte, chiedendo che venga applicato il principio stabilito dalla sentenza n. 783/2025 del Tar dell’Emilia-Romagna: la validità di un permesso deve decorrere dal momento della consegna, non dalla presentazione della domanda. Semplice buon senso, direbbe quel tal ministro. E invece serve un ricorso giudiziario per affermarlo.

Si è in regola per volontà dello Stato, ma fuori legge per inerzia dello Stato
Non è un caso isolato. È un vero e proprio sistema. La retrodatazione sistematica, i ritardi cronici e l’assenza di indicazioni uniformi da parte del ministero dell’Interno creano una condizione giuridica che l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi) ha definito «legalità potenziale negata»: si è in regola per volontà dello Stato, ma fuori legge per inerzia dello Stato. Un cortocircuito istituzionale che trasforma la burocrazia in produttore attivo di marginalità. Il caso torinese è solo la punta dell’iceberg. Secondo i dati dell’associazione Anolf, i tempi medi di attesa per il rilascio o il rinnovo di un permesso superano ormai i sette mesi. E non si tratta solo di lavoro: le pratiche di regolarizzazione, ricongiungimento familiare e conversione accumulano ritardi equivalenti. In alcune città, le attese sfiorano i due anni. La regolarizzazione straordinaria del 2020, promossa con grande enfasi dall’allora governo Conte, ha prodotto 220.528 domande. Di queste, almeno 90 mila risultano ancora pendenti. E chi è in attesa, spesso, non può né lavorare né curarsi né viaggiare. Perché la ricevuta della domanda – il famoso “cedolino” – garantisce formalmente i diritti, ma nella pratica viene ignorata da datori di lavoro, uffici pubblici e forze dell’ordine.
Gli Uffici immigrazione sono al collasso
Il caso di Torino è emblematico. L’uomo, entrato in Italia con regolare contratto di lavoro, si è ritrovato “scoperto” per effetto dell’amministrazione. Ha perso il titolo di soggiorno prima ancora di poterlo usare. Ora dovrà ricominciare da capo l’intera procedura, come se fosse appena arrivato nel Paese. Con un’aggravante: essendo formalmente irregolare, rischia che una pattuglia lo fermi, che venga identificato come “clandestino”, che finisca in un Cpr in attesa di un rimpatrio. Se gli andrà male, si meriterà perfino qualche post indignato di qualche ministro. Da lavoratore regolare a “problema di ordine pubblico”, nel tempo di una timbratura. Nessun reato, nessuna frode. Solo un permesso già scaduto. La stessa Cgil ha già denunciato più volte la situazione dell’Ufficio Immigrazione di Torino, parlando apertamente di «collasso cronico». File interminabili, sistemi di prenotazione online fuori uso, carenza strutturale di personale. E l’assenza totale di trasparenza sulle tempistiche. La questura non è tenuta a comunicare entro quando rilascerà il documento, né subisce conseguenze in caso di ritardi. Il termine previsto dalla legge – 60 giorni – è considerato «meramente indicativo», quindi nessuno può farci affidamento.

Nell’attesa le vite di centinaia di persone si spezzano
Nel frattempo, le vite si spezzano. Il sindacato ha raccolto casi di pensioni sospese per mancanza di documento, genitori impossibilitati a viaggiare per far visita ai figli, studenti esclusi da viaggi scolastici all’estero. Tutti regolari, tutti in attesa. Alcuni con ricevute che non bastano più nemmeno a dimostrare la presenza legale. E a nulla serve citare il principio costituzionale di buon andamento della Pubblica Amministrazione (art. 97). Il diritto alla regolarità viene annullato dalla lentezza. E la lentezza non ha responsabili. A rendere tutto ancora più grottesco c’è l’inadeguatezza del sistema informatico. Come denunciato da sindacati e funzionari, le piattaforme non dialogano tra loro, i software sono obsoleti, le banche dati spesso incomplete. In alcuni casi, le questure inseriscono a mano le date, senza alcun automatismo. La discrezionalità regna. E, come sempre, chi paga è chi non ha voce.
In Italia se ti perdi tra le carte, sono affari tuoi
In questo caso la Cgil ha annunciato che accompagnerà legalmente il lavoratore marocchino fino in fondo. Ma per ogni caso che arriva a giudizio, ce ne sono decine che si perdono nei meandri. Le pronunce dei Tar, come quella di Bologna, non bastano. Servirebbe un intervento normativo: una circolare ministeriale che imponga a tutte le questure di far decorrere la validità dalla data effettiva di consegna. Serve personale formato. Serve trasparenza. Serve, soprattutto, che lo Stato non tradisca i suoi stessi decreti. Perché oggi l’Italia invita manodopera dall’estero, ne certifica il bisogno economico, ma poi la punisce per non essere in grado di gestirne i diritti. Il messaggio è chiaro: puoi entrare, puoi lavorare, ma non aspettarti di essere riconosciuto. E se ti perdi tra le carte, sono affari tuoi.
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