La dottrina del condono
Matteo Salvini governa come se il Paese fosse un cantiere lasciato aperto dagli amici del mattone. E ogni volta che torna sulla scena, porta con sé la stessa idea fissa: non correggere le distorsioni dell’edilizia italiana, ma assolverle. Prima il “Salva Casa” del 2024, trasformato in una sanatoria strutturale delle difformità interne, delle verande chiuse, dei frazionamenti spuntati senza titolo. Poi la spinta, nella Manovra 2026, a riaprire i vecchi condoni del 1985 e del 2003: una promessa implicita di clemenza verso chi ha costruito fuori dalle regole e per anni ha aspettato l’occasione buona.
Ora arriva il capitolo finale: la riforma dell’edilizia che introduce un silenzio-assenso potenziato e una sanatoria per gli abusi realizzati prima del 1° settembre 1967. Un confine che permette di regolarizzare ampliamenti, volumi, trasformazioni nati senza alcun controllo. Se il Comune non risponde, l’abuso diventa legittimo. Non una scorciatoia burocratica: una strategia politica.
Salvini racconta tutto come “libertà”, “semplificazione”, “rilancio dell’economia”. Ma la semplificazione, qui, è la cancellazione della legalità urbanistica. Lo Stato rinuncia a verificare, a controllare, a difendere il territorio: è l’irresponsabilità come architettura normativa. Un Paese fragile — segnato da frane, alluvioni, dissesti — dovrebbe pretendere più prudenza, non un colpo di spugna permanente.
Questo articolo è uscito su La Notizia il 4 dicembre 2025.
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