Vai al contenuto

Pallottole contro pietre

Il maggiore generale Avi Bluth, comandante del Comando Centrale israeliano in Cisgiordania, ha dichiarato il 4 maggio a Haaretz che i soldati non sparano ai coloni ebrei che lanciano pietre perché farlo «ha profonde conseguenze sociologiche». Ai palestinesi si applicano norme di ingaggio allentate per creare un «effetto deterrente». Ha aggiunto: «Stiamo uccidendo come non uccidevamo dalla fine del 1967».

Ha parlato con un giornalista, non in sede riservata. Ha usato il 1967 come metro del fuoco attuale in Cisgiordania. Ha chiamato «monumenti zoppicanti nei villaggi» i palestinesi menomati in modo permanente: segnale deliberato del prezzo da pagare. Nessuna affermazione è stata smentita dall’esercito israeliano.

Amnesty International documenta che sparare a chi lancia pietre non è risposta proporzionata: il diritto internazionale ammette la forza letale solo davanti a minaccia imminente di morte o ferimento grave. Il Consiglio per i diritti umani ONU ha registrato dal 28 febbraio 2026 almeno 22 palestinesi uccisi in Cisgiordania da forze israeliane o coloni. Bluth non contesta: rivendica.

Il 9 aprile la Commissione d’inchiesta ONU sui Territori Palestinesi Occupati ha avvertito che Israele «continua a perpetrare atti genocidari a Gaza» e che la crisi cisgiordana è oscurata dall’attenzione internazionale. Il comandante ha scelto questo momento per esporre sulla stampa una dottrina di fuoco che discrimina per nazionalità.

Flotilla Sumud: il tribunale di Ashkelon ha prorogato al 5 maggio la detenzione di Thiago Avila e Saif Abukeshek. Il team legale ha depositato ricorso urgente alla Corte europea dei diritti dell’uomo contro l’Italia come Stato di bandiera. La flottiglia si prepara a ripartire da Creta.

Haaretz, 4 maggio 2026: «Stiamo uccidendo come non uccidevamo dalla fine del 1967».

L’articolo Pallottole contro pietre sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Ici e imu alla Chiesa cattolica: dal decreto Salva-infrazioni alla proroga, i soldi che l’Italia non vuole incassare

Il governo Amato, nel 1992, introdusse l’Ici e già allora esentava gli enti non commerciali per le attività non lucrative. Poi arrivò Berlusconi.

Nel dicembre 2005 la legge 248 estendeva l’esenzione anche agli immobili con attività commerciali: alberghi, scuole paritarie, ospedali. Bastava che l’attività non fosse «esclusivamente commerciale». Da quella data al 2011 la Chiesa cattolica non paga l’Ici sugli immobili in concorrenza con operatori privati laici. Un albergo diocesano e un albergo privato sullo stesso isolato, stesso mercato, hanno tassazione diversa.

Il governo Monti introdusse l’Imu nel 2012, limitando le esenzioni agli immobili privi di finalità economiche. Il pregresso restava: sei anni di agevolazioni illegittime. La Commissione europea qualificò l’esenzione come aiuto di Stato, poi riconobbe all’Italia “l’assoluta impossibilità” di recuperare le somme, perché i dati catastali non consentivano di ricostruire l’imposta per ogni immobile. La vicenda sembrava chiusa.

Nel 2013 la scuola Montessori di Roma presentò ricorso, con il sostegno dei Radicali. Il 6 novembre 2018 la Grande Sezione della Corte di Giustizia Ue ribaltò tutto: l’impossibilità di riscossione erano «mere difficoltà interne» imputabili alle autorità nazionali. L’Italia doveva recuperare le somme per il 2006-2011. Le stime dell’Anci parlavano di 4-5 miliardi.

Cinque anni di silenzio bipartisan

Seguirono quasi cinque anni di silenzio. Nel marzo 2023 la Commissione europea intimò all’Italia di procedere almeno a un recupero parziale, pena una procedura di infrazione. Il governo Meloni era al potere da cinque mesi. Non fece nulla.

Nel settembre 2024 arrivò il decreto-legge 131, il «Salva infrazioni», convertito in legge il 14 novembre 2024. L’articolo 16-bis limitava il recupero agli enti che negli anni 2012 o 2013 avevano dichiarato un’imposta Imu/Tasi superiore a 50.000 euro annui. Sotto quella soglia: nessun obbligo. La maggior parte delle parrocchie rimase fuori. Dai 4-5 miliardi originari si scese, secondo il Corriere della Sera, a una forchetta tra 200 e 500 milioni. Un funzionario dell’Anci confessò al Post che il totale potrebbe attestarsi intorno ai 150 milioni.

Il software che non c’era

Il 23 dicembre 2025 un decreto della Presidenza del Consiglio fissò la scadenza: 31 marzo 2026. Il 26 marzo, cinque giorni prima, Palazzo Chigi firmò un nuovo decreto: proroga al 30 settembre 2026, per «limitata disponibilità di strumenti informatici adeguati». Il Ministero dell’Economia aveva approvato il modello di dichiarazione solo il 4 febbraio 2026. Era già il secondo rinvio: la prima scadenza era quella del settembre 2025, già slittata al 31 marzo. Otto anni dopo la sentenza, l’incasso reale potrebbe collocarsi in autunno 2026.

Ogni rinvio non è neutro. Sulle somme dovute maturano interessi calcolati secondo i criteri europei sugli aiuti di Stato, a partire dalla data in cui i benefici furono concessi.

La storia di questa vicenda disegna una continuità bipartisan che ha pochi eguali. Il privilegio fiscale lo creò Berlusconi nel 2005. Lo lasciò in piedi Prodi, modificandolo nel 2006. Lo smontò formalmente Monti nel 2012, ma solo per il futuro. Il silenzio post-sentenza del 2018 attraversò Conte I, Conte II, Draghi e i primi anni di Meloni. Il decreto Salva infrazioni del 2024 è intervenuto per ridurre l’esposizione degli enti religiosi, non per massimizzare il recupero.

Rimane una domanda che nessuno pone ufficialmente: quanto vale il rapporto con la Santa Sede rispetto a 200 milioni di gettito? La risposta implicita, iterata da maggioranza a maggioranza, è che vale di più. Ogni governo ha trovato la propria tecnica: chi invocando l’impossibilità oggettiva, chi approvando soglie protettive di fatto, chi certificando l’assenza di software a cinque giorni dalla scadenza. La forma cambia ma la sostanza no.

E il 30 settembre 2026? Si vedrà.

L’articolo Ici e imu alla Chiesa cattolica: dal decreto Salva-infrazioni alla proroga, i soldi che l’Italia non vuole incassare sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Madia lascia il Pd e va a Italia Viva: chi sono i riformisti che lavorano contro Schlein

Diciotto anni dentro il Partito Democratico: dalla candidatura di Walter Veltroni nel 2008, quando era capolista nel Lazio 1, ai governi Renzi e Gentiloni come ministro per la Semplificazione. Marianna Madia lascia il Pd. Approda, da indipendente, al gruppo di Italia Viva. Per chi l’ha seguita, era questione di tempo.

Facciamo un passo indietro. L’11 marzo scorso, al Senato, un voto su una risoluzione di politica estera. Sul tavolo c’è anche la mozione di Italia Viva, Azione e Più Europa, che impegna il governo a rafforzare il sostegno all’Ucraina senza escludere la cessione di mezzi e basi militari ai partner del Golfo. Madia non firma la risoluzione dem. Firma quella del Terzo Polo, accanto a Pier Ferdinando Casini. Spiega: «Condivido tutto il testo, in vista del Consiglio Ue e di tutto ciò che sta accadendo nel mondo». Poche settimane prima era alla Leopolda di Matteo Renzi, accolta con calore fuori protocollo. Il segnale era già lì, ma nel Pd ci si era abituati a leggerlo come pressione interna. Il disagio ha un nome: il Movimento 5 Stelle. Madia lo ha detto senza circonlocuzioni: con il M5s esiste «una incompatibilità di cultura politica». Una posizione che equivale a contestare l’impianto stesso del “campo largo” di Elly Schlein.

Chi sta dentro e lavora contro

Madia non è sola. L’area che i giornali chiamano “riformista” si è data un logo, un account social e un nome: “I riformisti”. Lorenzo Guerini (Pd), presidente del Copasir, ne è il punto di riferimento. Giorgio Gori (Pd), europarlamentare ed ex sindaco di Bergamo, co-organizza gli eventi. Attorno a loro: Graziano Delrio (Pd), Pina Picierno (Pd), Lia Quartapelle (Pd), Sandra Zampa (Pd), Filippo Sensi (Pd), Simona Malpezzi (Pd). Da ottobre 2025 compaiono insieme a Milano, Prato, Modena, Roma. Il filo è invariato: il Pd ha sterzato verso posizioni incompatibili con una vocazione di governo, l’alleanza con M5s e Avs è tattica non politica, sulla difesa europea la linea è “ambigua”.

Alla direzione del 6 febbraio 2026, la prima in lungo tempo a non finire all’unanimità, la relazione di Schlein ha raccolto 162 voti e 11 astenuti. Prima di Madia aveva già lasciato Elisabetta Gualmini, europarlamentare, passata ad Azione, denunciando la mancanza di «agibilità politica»: stop alle presenze televisive, marginalizzazione in aula. Il ddl sull’antisemitismo di Delrio, che recepiva la definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), ha reso il fossato visibile: la dirigenza ha preso le distanze dal proprio senatore. Quartapelle ha risposto: «Se chi ha il ruolo di fare sintesi risponde come un caporale di caserma, con un abuso di autorità». Sul referendum sulla separazione delle carriere del 22 e 23 marzo 2026, il Pd ha indicato il No; parte dei riformisti ha votato Sì.

La porta che si chiude

Guerini, Delrio, Gori, Quartapelle, Picierno, Sensi, Zampa, Malpezzi restano dentro, puntando al congresso di fine 2026. La loro permanenza non segnala una tregua: segnala un conflitto entrato in una fase più lunga, in cui ogni addio alleggerisce la pattuglia senza risolvere la questione di fondo.

Il tempo stringe. Le politiche sono previste nel 2027, Schlein costruirà le liste a propria immagine, riservando ai riformisti lo spazio “minimo indispensabile”. La legge elettorale in discussione, con liste bloccate su base proporzionale, elimina l’unica leva di autonomia per i parlamentari con radicamento locale.

Madia ha scelto di uscire prima che la porta si chiuda. Gli altri ragionano su quando farlo, o su come non doverlo fare. Dentro un partito in cui la minoranza descrive da mesi “aria irrespirabile”, l’alternativa all’uscita è diventare irrilevante. E l’irrilevanza, per chi è stato ministro della Repubblica, costa più di un cambio di casacca.

L’articolo Madia lascia il Pd e va a Italia Viva: chi sono i riformisti che lavorano contro Schlein sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Intelligenza artificiale: l’Europa spende 20 miliardi per l’AI e non costruisce niente. La sproporzione con gli investimenti delle Bight Tech Usa parla da sola

Ventiquattro mesi fa Ursula von der Leyen salì sul palco del vertice sull’intelligenza artificiale di Parigi e annunciò InvestAI: 20 miliardi di euro per fare dell’Europa “un continente dell’IA”. Di questi, 20 miliardi destinati alle “gigafactory”, supercalcolatori da oltre 100mila chip ciascuno. L’annuncio fu accolto con il consueto entusiasmo istituzionale. Poi arrivò la realtà.

Politico ha ricostruito i termini di quello che definisce uno spreco potenziale da 20 miliardi: l’accusa è che l’Ue stia costruendo infrastrutture di calcolo che rischiano di non servire allo scopo. Le gigafactory non esistono ancora. Il bando è slittato all’inizio del 2026. Nel frattempo Amazon ha annunciato per quest’anno una spesa da 200 miliardi per l’IA. Google 185. Microsoft e Meta rispettivamente 145 e 135.

I numeri non mentono mai quanto le promesse

La spesa europea per infrastrutture cloud sovrane è stimata a 10,6 miliardi nel 2026, un aumento dell’83 per cento anno su anno che resta una frazione rispetto agli investimenti americani. Arthur Mensch, Ceo di Mistral AI, la sola azienda europea in partita sui modelli linguistici avanzati, ha sintetizzato: «L’Europa sta costruendo un’eccellente regolamentazione con l’AI Act, ma non ci si regola fino alla supremazia computazionale».

Fabbriche, gigafactorie, ecosistemi

Su carta, InvestAI è un salto rispetto alle tredici AI Factory già selezionate, tre delle quali figurano tra i primi dieci al mondo: Jupiter a Jülich al quarto posto, Lumi a Kajaani al nono, Leonardo a Bologna al decimo. Un’analisi delle factory selezionate prima dell’ottobre 2025 rivela la tensione: adatte alla ricerca su modelli medi, non a generare innovazione commerciale a scala continentale.

I consorzi sono composti in larga parte da istituzioni di ricerca, il settore privato è quasi assente. La quota dell’Unione è fissata al massimo al 17 per cento dei costi di ogni gigafactory: il resto deve arrivare dai privati, che stanno a guardare.

Il fantasma di Gaia-X

Prima delle gigafactory c’era Gaia-X. Lanciata nel 2019 per sottrarre dati agli hyperscaler americani, è diventata il simbolo dell’impotenza travestita da ambizione strategica. Dispute interne e un’esecuzione lenta l’hanno ridotta a un palcoscenico per recitare la sovranità digitale senza realizzarla. Le aziende americane sono entrate nel progetto e lo hanno modellato: i tre grandi hyperscaler statunitensi gestiscono ancora il 70 per cento dei servizi digitali europei.

Il Chips Act 2 rilancia una strategia che nella prima versione non è riuscita ad aumentare la produzione continentale di semiconduttori. La spesa in ricerca e sviluppo nell’Ue è di 794 euro pro capite, contro i 2.051 degli Stati Uniti. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno prodotto circa quaranta modelli di fondazione avanzati, la Cina quindici, l’Ue circa tre.

L’AI Act e il freno a mano

L’AI Act, entrato in vigore nell’agosto 2024, stava già scivolando prima di applicarsi. La Commissione non ha rispettato la scadenza del 2 febbraio 2026 per le linee guida sui sistemi ad alto rischio e molti Stati membri non hanno ancora designato le autorità competenti. La risposta è stata il “Digital Omnibus”, presentato il 19 novembre 2025: rinvio delle norme da agosto 2026 a dicembre 2027. Peter Norwood, ricercatore di Finance Watch, lo chiama “deregolamentazione per accelerare”, con i consumatori a pagarne il prezzo. Con 62 iniziative su 96 prive di budget dichiarato, è impossibile verificare se le risorse corrispondano alle ambizioni.

Galileo arrivò tardi e fuori budget. Gaia-X è rimasta su carta. Il bando per le gigafactory ha già slittato, e gli hyperscaler pianificano quasi 700 miliardi di dollari di investimenti per il solo 2026. L’Europa risponde con 20 miliardi, in parte pubblici, in parte sperati.

Qui non si tratta di pessimismo. Si tratta di aritmetica.

L’articolo Intelligenza artificiale: l’Europa spende 20 miliardi per l’AI e non costruisce niente. La sproporzione con gli investimenti delle Bight Tech Usa parla da sola sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Il cappio sulla torta

Itamar Ben Gvir ha festeggiato i suoi cinquant’anni con una torta a tre piani. Piano superiore: un cappio dorato. Piano centrale: due pistole su una mappa con Gaza e Cisgiordania. La scritta: “A volte i sogni si avverano”. I video sui canali del partito. Dai governi europei: nessun commento. Nessun commento perché sono occupati a prendere nota. Nella notte tra il 29 e il 30 aprile…

Source

L’articolo proviene da Left.it qui

Occhi su Gaza, diario di bordo #200

Domenica 3 maggio, Saif Abukeshek e Thiago Avila compaiono davanti al Tribunale di Ashkelon. Nessuna accusa formale è stata depositata. Il tribunale proroga la detenzione di due giorni, fino al 5 maggio. I due sono nel carcere di Shikma da quando le forze navali israeliane li hanno prelevati al largo di Creta il 30 aprile — oltre mille chilometri da Gaza, fuori da qualunque giurisdizione israeliana.

Le avvocate di Adalah, Hadeel Abu Salih e Lubna Tuma, hanno sostenuto che il procedimento è «fondamentalmente viziato e privo di fondamenti giuridici». Non esiste alcuna base legale per applicare extraterritorialmente i reati contestati — assistenza al nemico, contatto con agente straniero, appartenenza a organizzazione terroristica — ad azioni di cittadini stranieri in acque internazionali. Il tribunale ha ignorato l’eccezione.

Sabato 2 maggio le avvocate avevano visitato i due a Shikma. Avila ha dichiarato di essere stato «trascinato a faccia in giù e picchiato fino a perdere i sensi due volte». Abukeshek ha riferito di essere stato «legato alle mani, bendato e costretto a stare prono» fino all’arrivo in Israele. Adalah ha qualificato i trattamenti come «abusi fisici assimilabili a tortura».

L’ambasciata brasiliana ha incontrato Avila attraverso un vetro divisorio. I diplomatici hanno attestato lividi visibili e dolori alla spalla; nessuna cura era stata data. Il ministro spagnolo Albares ha dichiarato alla RAC1 che si tratta di «una detenzione illegale in acque internazionali, al di fuori di ogni giurisdizione israeliana». Sánchez ha chiesto a Netanyahu «la liberazione del cittadino spagnolo illegalmente detenuto».

Entrambi proseguono lo sciopero della fame. Nessuna accusa formale risulta depositata agli atti del Tribunale di Ashkelon alla sera del 3 maggio 2026.

L’articolo Occhi su Gaza, diario di bordo #200 sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Assalto alla Flotilla, stavolta in acque europee

Nella notte tra il 29 e il 30 aprile le forze navali israeliane intercettano la Global Sumud Flotilla a oltre mille chilometri da Gaza, in acque al largo di Creta. Ventidue imbarcazioni sequestrate. Centosettantacinque attivisti trasferiti su navi militari. Motori distrutti, comunicazioni disturbate, civili lasciati in mare con una tempesta in avvicinamento.

Una fonte militare israeliana anonima ha dichiarato al Times of Israel che l’obiettivo era colpire «così lontano da Gaza» per sorpresa. L’ambasciatore all’ONU Danny Danon ha scritto che la Flotilla era stata «fermata prima di raggiungere la nostra area». Le imbarcazioni erano nella zona SAR greca. La guardia costiera ellenica non è intervenuta.

Il portavoce Oren Marmorstein ha dichiarato che l’operazione si era svolta «pacificamente e senza vittime». La Flotilla documentava motori distrutti e comunicazioni bloccate per impedire i soccorsi. Il ministero degli Esteri turco ha definito il raid «un atto di pirateria» in violazione della libertà di navigazione.

La nota congiunta di Italia e Germania, diffusa dalla Farnesina, parla di «forte preoccupazione» e chiede di «astenersi da azioni irresponsabili». e chiede di “astenersi da azioni irresponsabili”. Palazzo Chigi chiede al governo d’Israele «l’immediata liberazione di tutti gli italiani illegalmente fermati, il pieno rispetto del diritto internazionale e garanzie sull’incolumità fisica delle persone a bordo». La Spagna ha convocato l’incaricato d’affari israeliano esprimendo «la più energica condanna».

Questa è l’intercettazione più lontana da Gaza mai documentata: in settembre 2025 avvenne assai più vicino alla Striscia. Israele ha esteso la propria giurisdizione a centinaia di miglia in acque europee. Il 30 aprile, tre persone sono state uccise vicino alla rotatoria del Kuwait a Gaza City, secondo Al Jazeera. Il ministero della Salute di Gaza conta già 790 morti dall’ottobre 2025 nonostante il cessate il fuoco.

L’articolo Assalto alla Flotilla, stavolta in acque europee sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Morire di lavoro, 840mila vittime all’anno nel mondo: i dati dell’Organizzazione internazionale sui rischi psicosociali e la situazione in Italia

Ottocentoquarantamila morti all’anno. Vittime silenziose del lavoro, senza infortuni visibili, senza notizie in cronaca: morti per orari che non finiscono mai, per un capo che umilia, per un contratto che scade ogni tre mesi. L’Organizzazione internazionale del lavoro ha pubblicato il suo primo rapporto mondiale sui rischi psicosociali, “L’ambiente di lavoro e gli aspetti psicosociali. Sviluppi globali e percorsi per l’azione”, e il numero che apre il documento è quello: 840.088 decessi ogni anno riconducibili a tensione lavorativa, mobbing, precarietà, orari prolungati oltre le 55 ore settimanali, squilibrio tra sforzo e ricompensa. Malattie cardiovascolari, depressione, suicidio. Il lavoro che ammazza senza lasciare tracce visibili.

Il costo invisibile

Quarantacinque milioni di anni di vita persi ogni anno. Una perdita economica stimata all’1,37 per cento del Pil mondiale. Per la prima volta l’OIL costruisce una contabilità di ciò che il sistema produttivo scarica sui corpi e sulle menti di chi lavora. Il 35 per cento dei lavoratori nel mondo supera le 48 ore settimanali. Il 23 per cento ha subito almeno una forma di violenza o molestia durante la propria vita lavorativa.

Il rapporto introduce il concetto di “ambiente di lavoro psicosociale” come categoria analitica autonoma: non solo i singoli episodi di mobbing, ma l’insieme strutturale di come il lavoro è progettato, organizzato e gestito. I rischi emergono dall’interazione tra questi livelli, e solo interventi su tutti e tre possono ridurli. Il corso di mindfulness aziendale, il servizio di ascolto psicologico in busta paga: misure utili, dice l’OIL, ma insufficienti, capaci di mascherare le cause senza toccarle.

L’Italia e i suoi numeri

L’Italia non fa eccezione. Secondo l’indagine Istat 2022-2023, il 13,5 per cento delle donne lavoratrici tra i 15 e i 70 anni ha subito molestie sessuali sul lavoro nel corso della vita. Tra le under 25 la percentuale sale al 21,2 per cento. L’autore più frequente è un collega maschio, nel 37,3 per cento dei casi. Solo il 2,3 per cento delle vittime si è rivolta alle forze dell’ordine.

I dati Inail sulle aggressioni fisiche confermano la tendenza. Nel 2023 i casi riconosciuti di aggressioni e minacce sono stati 6.813, in aumento dell’8,6 per cento rispetto al 2022. Per le donne la crescita è del 14,6 per cento. Il 61 per cento delle aggressioni proviene da clienti, pazienti, utenti: il sistema sanitario e dei servizi alla persona, dove lavorano per lo più donne con contratti precari e turni oltre ogni soglia.

Ad aprile 2025 l’Inail ha aggiornato la metodologia di valutazione dello stress lavoro-correlato, integrando strumenti per il lavoro da remoto e i contesti ad alta digitalizzazione. Tecnostress, iperconnessione, sfocatura tra tempo lavorativo e tempo privato: la vecchia metodologia del 2017 non li contemplava. L’aggiornamento è un riconoscimento implicito che il perimetro del danno si è allargato.

Quel che gli accordi tacciono

Solo il 18 per cento dei 338 accordi transfrontalieri sul dialogo sociale conclusi tra il 2000 e il 2025 contiene riferimenti espliciti alla salute mentale o ai fattori psicosociali. Lo strumento che dovrebbe tradurre le norme in protezione concreta si occupa di rischi psicosociali in meno di un accordo su cinque.

La Convenzione OIL 190 del 2019 sull’eliminazione della violenza e delle molestie nel mondo del lavoro è stata ratificata dall’Italia nel 2021. Quattro anni dopo, il 62 per cento delle donne italiane che subisce violenza sul lavoro non la denuncia, per paura di perdere il posto. Convenzionare è più semplice che proteggere.

Ottocentoquarantamila morti. Il lavoro che uccide senza fare rumore resta il più facile da ignorare.

L’articolo Morire di lavoro, 840mila vittime all’anno nel mondo: i dati dell’Organizzazione internazionale sui rischi psicosociali e la situazione in Italia sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Primo maggio, l’Italia dei mille morti l’anno

Per il quarto anno di fila, il governo ha scelto il Primo maggio per varare un decreto sul lavoro. Stessa data, stesso rito: conferenza stampa, miliardo, parola magica. Quest’anno è “salario giusto”. L’anno scorso era sicurezza. Prima gli incentivi, il cuneo. Ogni Primo maggio la sua formula, ogni formula più lontana dalla realtà.

Il decreto vale 934 milioni, quasi tutti alle imprese. Gli sgravi per chi assume giovani o donne nelle aree Zes li incassa il datore, non il lavoratore. L’adeguamento per i rinnovi scaduti è al 30% dell’inflazione: tre punti con inflazione al 10%. I contratti già scaduti aspettano il 2027. Il salario minimo legale rimane il “logoro vessillo della sinistra”. Il decreto “Primo maggio 2023” aveva allargato i contratti a termine, il reddito di cittadinanza è stato abolito. Quattro anni, quattro decreti, quattro operazioni di retorica della dignità che hanno coperto lo svuotamento delle garanzie.

Intanto si continua a morire. Nel 2025 le vittime sul lavoro sono state 1.093, tre in più del 2024: 148 nelle costruzioni, 117 nella manifattura, 110 nei trasporti. I lavoratori stranieri muoiono a un ritmo doppio: 72 decessi ogni milione di occupati contro 29. Questi numeri non compaiono nelle conferenze stampa.

Ieri mattina Meloni si è svegliata con un’altra urgenza. La Global Sumud Flotilla era stata intercettata dalla Marina israeliana in acque internazionali, a 960 chilometri da Gaza, davanti a Creta. Tra i fermati, 57 italiani. Palazzo Chigi ha convocato Tajani, Crosetto e Mantovano. La nota finale condanna “il sequestro” e chiede “il pieno rispetto del diritto internazionale”. La stessa premier che per mesi ha coperto ogni escalation con il silenzio, che ha votato contro la sospensione degli accordi commerciali con Israele in sede europea. FdI è sceso al 27-28% dopo il referendum perso. Il Mediterraneo è tornato a essere uno specchio in cui si vede l’opinione pubblica.

La logica è la stessa del lavoro. Si cambia idea quando la pressione costa consensi. Un abbordaggio in acque greche basta a spostare Netanyahu dalla lista degli alleati impliciti. Resta da capire quale arrembaggio serva nel mare dei diritti. Finora non è bastata la morte di oltre mille persone l’anno.

L’articolo Primo maggio, l’Italia dei mille morti l’anno sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Da Stellantis all’ex Ilva, mille lavoratori espulsi e cassa integrazione senza copertura: la crisi infinita dell’industria italiana

Dal 1906 alle Officine Meccaniche di Villar Perosa si producono cuscinetti a sfera. Adesso i 355 dipendenti in organico aspettano che finisca il contratto di solidarietà prorogato fino al 10 marzo 2027: nel frattempo l’impianto è passato di mano tra fondi finanziari finché non l’ha comprato il gruppo siderurgico bresciano Ori Martin. La storia dell’industria italiana, letta da qui, somiglia a un inventario di traslochi verso l’irrilevanza.

L’ultimo “Diario della crisi” pubblicato da Collettiva è un documento di sessanta voci, settore per settore: automotive, industria, chimica, tessile, servizi, alimentari. Ogni voce ha un nome d’azienda, un numero di lavoratori, una data d’inizio degli ammortizzatori e una di fine. Letti in fila, disegnano la mappa di un paese che smette di produrre.

Stellantis: mille uscite e nessun piano

I due simboli sono Stellantis e l’ex Ilva. Stellantis ha annunciato 305 uscite incentivate dallo stabilimento di Atessa (Chieti) e 425 da Melfi (Potenza). In entrambi i casi la Fiom Cgil ha rifiutato di firmare. «È inaccettabile proseguire sulla strada delle uscite senza una chiara prospettiva industriale», ha detto il sindacato per Atessa. Per Melfi: «Queste uscite si sommano a quelle già annunciate a Pomigliano, Mirafiori, Atessa e Termoli, sono più di 1.000 i lavoratori che verranno espulsi». Gli incentivi vanno da 20 mila euro più 12 mensilità per chi ha tra i 35 e i 39 anni a 30 mila euro più 33 mensilità per gli over 55.

Il ministro Adolfo Urso (Fratelli d’Italia), il 24 aprile, ha rivendicato i “primi segnali” del cosiddetto Piano Italia: la produzione nel primo trimestre 2026 è cresciuta del 9,5%, raggiungendo 120.366 unità. La Fiom-Cgil ha definito queste dichiarazioni «completamente slegate dalla realtà»: il Piano del dicembre 2024 prevedeva nuove produzioni a Cassino e la riattivazione della gigafactory di Termoli, nessuno dei due obiettivi si è concretizzato. Lo stabilimento di Cassino ha chiuso il primo trimestre con appena 17 giorni di attività effettiva e poco più di 2.500 vetture prodotte, contro i 19 mila dell’intero 2025.

Ex Ilva: i soldi finiscono a ottobre

L’ex Ilva è peggio. Il 22 aprile, al Ministero del Lavoro, la riunione sulla proroga della cassa integrazione straordinaria per Acciaierie d’Italia si è chiusa senza accordo. La cassa, fino a 4.450 addetti di cui 3.800 a Taranto, decorrerà dal 1° marzo 2026 al 28 febbraio 2027. Solo che gli 11,4 milioni stanziati dal decreto del dicembre 2025 coprono l’integrazione al 70% soltanto fino a ottobre: gli ultimi due mesi del 2026 e i primi due del 2027 restano scoperti. «Ancora una volta è stata esperita la procedura per la proroga della cassa per 4.450 lavoratori senza l’accordo con il sindacato», ha detto Guglielmo Gambardella della Uilm. Sono quattordici anni di ammortizzatori sociali, per gli operai di Taranto. Quattordici anni in cui ogni accordo è un rinvio verso il prossimo.

La Fiom chiede che si costituisca «una società pubblica»: «Se vogliono starci anche i privati, ci stiano», ha detto Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia. Urso annuncia investitori americani, del Qatar, sempre «in corso di negoziazione», mai arrivati.

Il segretario confederale Gino Giove della Cgil ha sintetizzato: «Quanto stiamo vivendo è il risultato di trent’anni di progressivo smantellamento di una vera politica industriale». La Confederazione chiede un «piano industriale nazionale» di tre anni. Intanto i bilanci familiari dei lavoratori in cassa integrazione vedono alimentari, energia e trasporti assorbire oltre il 45% delle uscite: nel Mezzogiorno la quota supera il 50%. La Banca d’Italia ha certificato che nel 2026 un recupero salariale capace di compensare l’inflazione è improbabile. A Villar Perosa come a Taranto, il conto non torna.

L’articolo Da Stellantis all’ex Ilva, mille lavoratori espulsi e cassa integrazione senza copertura: la crisi infinita dell’industria italiana sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui