Vai al contenuto

Missili ucraini in Polonia. Figuraccia di Letta e Calenda

Le bombe non erano russe. Poi quando si parla di “furia bellicista” fanno gli offesi e i più squinternati di loro accusano nel mucchio di essere filoputiniani. È passato un giorno ma non è arrivata nessuna scusa, nemmeno un rammarico da quelli che l’altro ieri sera, presi da arrapamento bellico, hanno fatto l’esatto contrario di ciò che dovrebbe fare un buon politico e un buon giornalista. Gira un video in cui una giornalista chiede a Biden “può dirci qualcosa sui missili caduti in Polonia” e il presidente Usa risponde semplicemente “no”. Così, come converrebbe a un politico.

Posseduti dalla furia bellica Renzi e Calenda accusano la Russia di aver lanciato i missili contro la Polonia. Poi però zero scuse

Mentre perfino il governo polacco chiedeva cautela e stava attento a non alzare i toni (che da quelle parti vengono alzati facilmente per racimolare consenso) i politici e giornalisti nostrani con le bombe ancora calde si lanciavano in dichiarazioni da Terza guerra mondiale. “A fianco dei nostri amici in questo momento drammatico, carico di tensione e di paure. Quel che succede alla #Polonia succede a noi”, twittava svelto il segretario del Partito democratico, senza curarsi nemmeno di aspettare qualche notizia ufficiale.

Non ha torto Enrico Letta: può capitare anche a noi che con una guerra sul confine si finisca per ritrovarsi bombe su qualche nostro granaio. La guerra del resto è questa, fatta di morte che si spiaccica in giro senza cura. Le bombe intelligenti – la storia dovrebbe avercelo insegnato – sono sempre molto meno intelligenti di quel che si pensa. Solo che alla luce delle dichiarazioni del giorno dopo quel tweet appare semplicemente come il risultato dell’irrefrenabile voglia di essere la prima voce che annuncia “terra!” abbarbicata sull’albero maestro.

E che in questo caso la “terra” sia una guerra ancora più vasta sembra non essere un problema. Ridicolmente straripante anche il solito Carlo Calenda che a pochi minuti dalle prime confuse notizie di agenzia sentenzia: “La follia russa generata dalle pesanti sconfitte continua. Siamo con la Polonia, con l’Ucraina e con la Nato. La Russia deve trovare davanti a se un fronte compatto. I dittatori non si fermano con le carezze e gli appelli alla pace”.

Calenda, come suo solito, riesce perfino a inserire una polemica di politica interna su un evento che avrebbe potuto essere mostruosamente spaventoso per gli equilibri del mondo. Impareggiabile è riuscito a far scorrere il giorno successivo senza nemmeno un timido rimorso. Tra i tanti giornalisti che tifano escalation svetta com’era facile prevedere Gianni Riotta: “Attacco contro Paese @NATO #Polonia con vittime conferma che deriva terrorista russa non ha guida ma segue hubrys Putin fino a rischiare la guerra mondiale. Pensare di fermare il dittatore con la resa lo scatena. Serve batterlo e isolare la sua Quinta Colonna in Italia e UE”. Basta rileggerlo il giorno dopo per capire la drammatica ridicolaggine di un’affermazione del genere.

In compenso ieri, nella giornata che avrebbe dovuto essere di scuse e mani alzate, la cerchia dei bellicisti furiosi se n’è inventata un’altra: “Quindi volete dire che siccome i missili erano ucraini allora Putin non ha nessuna responsabilità!” Scrivono in coro. No, nessuno lo dice e nessuno lo pensa, tranne quelli filoputiniani sul serio. Solo che non capire che dei missili russi avrebbero provocato una crisi politica che, essendo invece ucraini, per ora è sventata è una bella notizia. Ovviamente è una bella notizia per chi confida nella pace, quelli che tifano guerra sovraeccitati sui loro divani dovranno aspettare la prossima occasione. Tanto i messaggi – seppure sbagliati – sono arrivati a chi di dovere.

Leggi anche: Calenda e Letta pippe a Risiko. L’editoriale del direttore Gaetano Pedullà

L’articolo Missili ucraini in Polonia. Figuraccia di Letta e Calenda sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Hai visto, Giorgia, com’è incredibile?

Dice Giorgia Meloni che trova incredibile il dibattito che si è aperto (in realtà è solo l’osservazione di una manciata di giornalisti, giusto per ridimensionare) sulla sua scelta di portare con sé sua figlia in occasione della sua ultima missione da presidente del Consiglio a Bali. «Mentre torno a casa (…) mi imbatto in un incredibile dibattito sul fatto che sia stato giusto o meno portare mia figlia con me. (…) Ho il diritto di fare la madre come ritengo e ho diritto di fare tutto quello che posso per questa Nazione senza per questo privare Ginevra di una madre», ha scritto Giorgia Meloni su Instagram.

Tenete a mente anche la dichiarazione del suo guardaspalle, il ministro Guido Crosetto che scrive: «Qualcosa lasciatelo fuori dalla becera polemica ideologica. Almeno le cose sacre. Come il rapporto tra genitori e figli».

Hanno ragione, Meloni e Crosetto, è davvero incredibile vivere in un Paese in cui ci sono un manipolo di persone che vorrebbero giudicare le famiglie degli altri secondo i loro assi cartesiani.

Hanno ragione, Meloni e Crosetto, è davvero incredibile vivere in un Paese in cui politici pluridivorziati condannano le coppie non conformi al giudizio del loro Dio che loro stessi non rispettano.

Hanno ragione, Meloni e Crosetto, è davvero incredibile vivere in un Paese in cui l’amore viene definito “giusto” o “sbagliato” secondo i dogmi di qualcuno che decide qualche coppia sia naturale e quale non lo sia.

Hanno ragione, Meloni e Crosetto, è davvero incredibile vivere in un Paese in cui i rapporti tra genitori e figli vengono giudicati da qualche piccolo leader di partito che vorrebbe imporre al Paese l’esempio di sua nonna.

Hanno ragione, Meloni e Crosetto, è davvero incredibile vivere in un Paese in cui politici e giornalisti si infilano nel letto dei cittadini (che non sono, badate bene, personaggi pubblici) solo per mietere un po’ di voti o di antipatia per gli avversari.

Hanno ragione, Meloni e Crosetto, è davvero incredibile vivere in un Paese in cui il ministro della Difesa decide cosa sia sacro – il rapporto tra madre e figlia – mentre giudica sacrificabile la vita delle persone in mezzo al Mediterraneo.

Hanno ragione, Meloni e Crosetto, è davvero incredibile vivere in un Paese in cui un politico come Pillon ha costruito la sua carriera politica (tra l’altro nei partiti della loro maggioranza, sarà un caso) decidendo cosa sia una devianza e cosa non lo sia.

Hanno ragione, Meloni e Crosetto, è davvero incredibile vivere in un Paese in cui i liberali perdonano le avventure di letto di Silvio Berlusconi e poi citofonano o espongono alla berlina il poveretto di turno in qualche periferia per solleticare la pancia dei loro elettori.

Hai visto Giorgia com’è schifosamente incredibile?

Buon giovedì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Lombardia al voto insieme al Lazio. Il piano anti-Moratti di Fontana

Molto difficile possano esserci sorprese nonostante l’opposizione abbia dichiarato battaglia. Sarà il governatore Attilio Fontana a scegliere quando fissare l’appuntamento con le urne, potere esercitato fino a ieri dal prefetto. Resta salvo il superiore potere di un decreto del ministero dell’Interno.

Il governatore della Lombardia Fontana accelera sulla nuova legge elettorale. Con la riforma potrà decidere la data del voto

Il disegno del Centrodestra lombardo sarebbe quello di andare al voto insieme alla Regione Lazio, l’accorpamento delle elezioni lombarde e laziali permetterebbe di risparmiare sui costi ma, al tempo stesso, farebbe il gioco della Lega e del governatore: prima si vota e meno tempo avrebbero Letizia Moratti e l’opposizione per organizzare la propria campagna elettorale.

È in fase di approvazione in Consiglio regionale la modifica alla legge elettorale vigente, la n. 17 del 31 ottobre 2012 (Norme per l’elezione del Consiglio regionale e del Presidente della Regione) che affida al presidente della Regione Lombardia la possibilità di scegliere quando stabilire la data del voto entro un range di tempo prestabilito: massimo 30 giorni prima della fine della legislatura e 60 giorni dopo, ovvero non prima del 4 febbraio 2023 e non oltre il 7 maggio. Non solo.

Il progetto di legge attribuisce al governatore anche la competenza sull’assegnazione dei seggi consiliari alle singole circoscrizioni elettorali: la ripartizione dei seggi tra le circoscrizioni è effettuata dividendo il numero complessivo degli abitanti della regione per il numero dei seggi attribuiti al relativo Consiglio – 80 in Lombardia – e assegnando di conseguenza i seggi in proporzione alla popolazione di ogni circoscrizione sulla base dei quozienti interi e dei resti più alti. La popolazione è determinata in base ai risultati dell’ultimo censimento.

La seduta è stata convocata anche in sessione notturna con eventuale prosecuzione nella giornata di lunedì 21. L’opposizione ha chiesto il doppio turno. “L’esito delle votazioni è scontato ma la situazione è paradossale”, commenta il consigliere Marco Fumagalli del Movimento 5 Stelle.

“Alla legge sulla democrazia e cioè la legge elettorale il presidente Fermi ha applicato il regolamento in modo intransigente limitando il tempo di discussione per evitare l’ostruzionismo. Ma è ostruzionismo voler ridurre il peso del premio di maggioranza oppure introdurre il divieto di terzo mandato per consiglieri e Presidente? Siamo qui in aula perché nel 2012 il legislatore regionale non si è allineato alle altre regioni. Dopo 10 anni Fontana si accorge e cerca di porre rimedio a 90 giorni dalle probabili elezioni. In realtà voleva solo avere il potere di indire le elezioni per prendere in contropiede la Moratti”.

Intanto il Partito democratico si lecca le ferite di una direzione regionale che non è riuscita a convergere su un nome da presentare agli alleati. Pierfrancesco Majorino continua a osservare da lontano se il proprio nome possa essere una soluzione unitaria (rispondiamo noi: evidentemente no) e Pierfrancesco Maran attende lo svolgimento delle primarie che nessuno del suo partito vorrebbe.

Un’altra giornata di stallo, l’ennesima che caratterizza un Pd lombardo “esattamente come il Pd nazionale”, dice il consigliere regionale dem Pietro Bussolati. I 5 Stelle aprono a Majorino e i soliti soloni del Centrosinistra – l’ultimo Nando Dalla Chiesa – ancora insistono per convincere il centrosinistra ad appoggiare un nome di destra (Letizia Moratti) per battere la destra. Giusto per dare un’idea del disagio generale.

di Giulio Cavalli e Mariangela Maritato

L’articolo Lombardia al voto insieme al Lazio. Il piano anti-Moratti di Fontana sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Trivellazioni selvagge. Un altro regalo ai colossi dell’energia

Il coordinamento nazionale No Triv non ha dubbi: le nuove trivellazioni decise dal governo sono il miglior regalo alle realtà che hanno alimentato il caro energia. Con una norma inserita nel dl Aiuti-Quater approvato nel tardo pomeriggio di venerdì scorso, il Governo Meloni rompe il muro delle 12 miglia consentendo nuove trivellazioni in Adriatico anche nell’offshore compreso tra le 9 e le 12 miglia marine dalle linee di costa.

Un Report sbugiarda il Governo. Dalle trivellazioni in Adriatico decise dal governo zero vantaggi per famiglie e imprese

Viene così meno il divieto di nuove attività di ricerca e coltivazione di gas che, fatte salve alcune eccezioni, era stato introdotto nella Legge di Stabilità 2016 modificando il precedente articolo 6, comma 17, del Decreto legislativo 152/2006, sulla spinta della campagna referendaria No Triv.

L’area marina interessata, posta al largo del Delta del Po, è compresa tra il 45° parallelo, poco più a sud del Golfo di Venezia, e il parallelo passante per la foce del ramo di Goro nel fiume Po. Qui si potrà quindi trivellare anche a solo 9 miglia dalla costa a condizione che si sfruttino giacimenti con un potenziale minerario di almeno 500 milioni di metri cubi: un vero incubo per i residenti ed i Comuni del Polesine, più volte duramente colpiti dal fenomeno della subsidenza.

Nella relazione illustrativa del provvedimento si citano ben 5 permessi di ricerca che insistono parzialmente o integralmente in quest’area e di questi, uno riguarda la costa veneta, con il 40% dell’area interessata oltre le 9 miglia e, quindi, potenzialmente coltivabile. Obiettivo dichiarato del Governo è riammettere a produzione le concessioni presenti in Adriatico fino ad esaurimento dei giacimenti senza tuttavia considerare che parte di quelle concessioni è scaduta e che le concessioni hanno comunque una durata ben definita che prescinde dall’esaurimento o meno del giacimento.

La norma approvata dal Consiglio dei Ministri introduce pesanti deroghe al Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (PiTesai): estende la misura prevista per l’area marina al largo del Delta del Po a tutte le aree marine, consentendo quindi il rilascio di concessioni per la coltivazione di gas anche tra le 9 e le 12 miglia marine per giacimenti con un potenziale superiore ai 500 milioni di metri cubi; inoltre prevedendo attività di ricerca e di estrazione di gas in alcune aree interdette, ma non ancora individuate, dal PiTesai.

La scelta di Meloni e della maggioranza che la sostiene, al tempo del Referendum del 2016 contraria a nuove attività estrattive in mare entro le 12 miglia marine, mostra limiti evidenti: non incide sulle cause strutturali del caro-energia che sta colpendo duramente tutte le imprese (non solo quelle gasivore) e le famiglie; premia i principali player dell’Oil&Gas – Eni tra tutti – che hanno tratto enormi profitti grazie alla crisi; promuove l’estrazione ed il consumo di gas naturale assestando un duro colpo alla transizione energetica.

Le cause del caro energia sono ormai note da tempo: mix energetico delle fonti di generazione elettrica sbilanciato a favore del gas, meccanismo di formazione del prezzo sulla borsa del gas e sulla borsa elettrica, ecc. In particolare, il prezzo del gas risente fortemente delle manovre speculative di pochi operatori che, facendo cartello, determinano l’andamento della borsa di Amsterdam.

Paradossalmente, a beneficiare della misura saranno soprattutto coloro che hanno tratto maggiore vantaggio dalla crisi energetica. La maggior parte delle concessioni fanno capo a Eni, la stessa che nei primi 9 mesi del 2022 ha portato a casa utili per 10,8 miliardi di euro.

L’Eni, che importa circa la metà del gas naturale importato dall’Italia in un anno, si approvvigiona di gas per il 61% del suo fabbisogno dalle importazioni tramite contratti pluriennali (fino a 30 anni), a prezzi blindati e secretati dallo Stato, espressi sostanzialmente dai prezzi doganali. Il prezzo di riferimento per le sue vendite di gas a terzi è però quello spot-Psv (Ttf). Il differenziale tra prezzo spot-Psv (Ttf) e prezzo doganale fa sì che Eni, al pari di altri operatori, tragga profitto dal caro-gas.

In un quadro di così lucida coerenza “fossile” non deve parimenti stupire che il Governo non abbia inserito nell’ordine del giorno della seduta dell’11 novembre – né in quelle precedenti – l’approvazione delle norme attuative sulle Comunità Energetiche Rinnovabili e le linee-guida per identificare le aree idonee su cui installare impianti fotovoltaici, misure attese da mesi e che potrebbero consentire la realizzazione di almeno 10 GW/anno di nuova generazione elettrica in un paese, come il nostro, “baciato dal sole” come pochi altri ma in cui metà della produzione di energia elettrica dipende dal gas.

Leggi anche: Governo e ambientalismo sono agli antipodi. Urso conferma il rigassificatore a Piombino e le trivelle in Veneto. Il ministro del Made in Italy assicura: si farà tutto

L’articolo Trivellazioni selvagge. Un altro regalo ai colossi dell’energia sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

“Toglietegli il telefono”

Qualche giorno fa Matteo Salvini, che dal basso della sua risicata percentuale incassata alle ultime elezioni twitta come se fosse il padrone del governo, lanciava la proposta di togliere i telefoni alle baby gang. Secondo la sua bizzarra teoria rieducativa la punizione dello scippo dei cellulari avrebbe contribuito a sanificare l’Italia. Come quasi tutte le proposte di Salvini anche questa si distingue per stupidità e per la sua irrealizzabilità.

Ieri sera due missili sono caduti sul suolo della Polonia a Przewodow, cittadina a pochi chilometri dal confine ucraino uccidendo due persone. Il fatto è ovviamente enorme perché la Polonia è un Paese Nato e perché ora la Nato si ritrova a valutare con urgenza se si tratta di un attacco deliberato. Mentre la Nato (non i pacifisti, la Nato) chiedeva cautela sottolineando che “l’importante è che siano accertati i fatti” alcuni politici nostrani, presi dal furore bellico, sono corsi a impugnare il cellulare per gridare alla Terza guerra mondiale e per chiedere interventi nel giro di un amen. Un profluvio di generali da divano ha tirato conclusioni e suggerito strategie mentre tutti i leader del mondo chiedevano di usare cautela.

Sia chiaro: Vladimir Putin proprio ieri ha colpito delle abitazioni nel centro di Kiev e non sarebbe fantasioso immaginare che nella sua feroce follia possa fare qualsiasi cosa. Il fatto è che mentre i furiosi piccoli politici di casa nostra twittano pensando di avere in mano un fucile i politici – quelli seri – evidenziano ancora una volta la distanza tra le macchiette con cui abbiamo a che fare in questo Paese e le persone che provano ad avere un approccio lucido all’invasione russa cercando di limitare i danni.

Stamattina accade che Biden dica che le informazioni preliminari suggeriscono che è improbabile che il missile che ha causato un’esplosione in Polonia martedì e ucciso due civili sia stato lanciato dall’interno della Russia. Parlando ai giornalisti dopo l’incontro con altri leader mondiali a Bali, in Indonesia, al presidente è stato chiesto se fosse troppo presto per dire se il proiettile fosse stato sparato dal territorio di Mosca. “Ci sono informazioni preliminari che lo contestano. Non voglio dirlo fino a quando le indagini non ce le confermeranno”, ha risposto Biden, aggiungendo che “è improbabile in base alla traiettoria che sia stato sparato dalla Russia. Ma vedremo”.

Vale la pena ripeterlo. Se quei missili dovessero essere quelli usati dall’Ucraina per difendersi dalla pioggia russa che ogni sera le cade addosso si tratterebbe comunque di effetto collaterale degli attacchi russi e dal punto di vista etico non sposterebbe di una virgola le responsabilità. Dal punto di vista politico però la differenza sarebbe enorme. E i politici con il telefonino in mano dovrebbero fare politica, non dovrebbero concedersi le cretinerie da tifoseria.

Toglieteli a loro, i telefonini.

Buon mercoledì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Elezioni regionali in Lombardia, fumata nera sui candidati

Alla fine hanno deciso di non decidere. La direzione regionale del Pd avrebbe dovuto deliberare sul nome o almeno sul percorso dei Dem per le prossime elezioni regionali in Lombardia si è chiusa senza nemmeno mettere al voto una rosa di papabili. Nulla.

Il solito Pd in Lombardia decide di non decidere. L’eurodeputato Majorino non scioglie la riserva

Eppure si arrivava con la candidatura ufficializzata di Pierfrancesco Maran, disponibile a correre per la presidenza della Lombardia e anche a confrontarsi con gli altri nomi in campo per le primarie, l’ex sindaca di Crema Stefania Bonaldi e il capogruppo in Consiglio regionale Fabio Pizzul.

Oltre a loro in assemblea sono usciti i nomi dell’eurodeputata Irene Tinagli – che già da maggio esclude categoricamente la sua disponibilità a candidarsi per il Pirellone e che i bene informati indicano come irremovibile dalla sua decisione – della capogruppo in Senato Simona Malpezzi e di Pierfrancesco Majorino (nella foto). Ma è solo Majorino il vero nodo della contesa.

Per i dirigenti regionali l’eurodeputato ed ex assessore avrebbe dovuto essere già ieri sera la chiave di volta per evitare le primarie e presentare ai partiti di coalizione un nome su cui convergere senza perdere altro tempo. Majorino tra l’altro potrebbe essere un nome gradito anche dal Movimento 5 Stelle che continua a stare alla finestra in attesa di indicazioni da Roma.

Lui stesso nella giornata di ieri aveva chiarito di pensare “seriamente” a una sua candidatura solo se fosse servita a “sciogliere la situazione” e se non fosse stato un ulteriore problema. Inoltre i partiti della coalizione hanno fatto sapere di non essere interessati alle primarie e di ritenerle anzi una perdita di tempo mentre tutti gli altri sono già in piena campagna elettorale. La pacificazione però non c’è stata e alla fine, ancora una volta, si è deciso di non decidere.

Il Pd lombardo quindi si sveglia in questo martedì 15 novembre con una rosa di candidati alle primarie (Maran, Bonaldi e Pizzul) consapevoli di volere qualcosa che nel partito non vuole quasi nessuno. Con Majorino che galleggia in attesa che qualcuno si prenda la responsabilità di sbloccare la situazione e con i no incassati da Cottarelli e Pisapia che pesano come macigni sulla credibilità del percorso elettorale.

Intanto il Terzo polo procede spedito con la candidatura di Letizia Moratti

Tutto questo mentre il Terzo polo procede spedito con la candidatura di Letizia Moratti continuando a logorare il Pd e mentre il centrodestra unito sulla riconferma di Fontana si è ritrovato con i suoi big (Salvini e La Russa) per l’inaugurazione del tratto di autostrada Rho-Monza. E mentre gli altri stanno già formando le liste e programmando gli eventi elettorali il Partito democratico ieri ha votato i saggi interni, tra l’altro 16 voti astenuti e contrari.

Il 5S Violi ha negato qualsiasi accordo con il Pd e sul nome di Majorino

Come se non bastasse proprio ieri il 5S Dario Violi ha negato qualsiasi accordo con il Pd e sul nome di Majorino spiegando che “manca l’accordo sulla visione comune” e annunciando che nei prossimi giorni il Movimento detterà la sua linea “per vedere chi ci sta”. Il Pd sostanzialmente è solo. Come avvenuto alle Politiche si ritrova in una campo strettissimo senza un’idea precisa su cosa fare, come e con chi.

La spaccatura del centrodestra tra Moratti e Fontana rischia di diventare un boomerang

Così anche la spaccatura del centrodestra tra Moratti e Fontana rischia di diventare un boomerang. Ieri sera dopo la direzione regionale le facce scure dei Dem lasciavano presagire una pazienza al limite. Qui fuori gli elettori continuano a non capire come si possa arrivare così impreparati alle elezioni regionali dopo 5 anni del leghista Fontana e dopo la sonora sconfitta del 25 settembre.

L’articolo Elezioni regionali in Lombardia, fumata nera sui candidati sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Dalla Sicilia alla Lombardia. Ormai i clan pascolano ovunque

Sono passati 30 anni ma non abbiamo ancora imparato. C’è un processo, che sia in Sicilia o in Campania o in Calabria, in cui l’odore di mafia pervade un settore produttivo della realtà italiana e le altre regioni, la politica e i media leggono la sentenza come una notizia di cronaca locale. Niente domande, nessuna inquietudine, nulla.

l business dei fondi Ue sui terreni per gli allevamenti. Così le cosche ramificano i loro affari in tutto il Paese

Così è una notizia durata giusto il tempo di attaccarci qualche foto, quella dei sei secoli di carcere nella condanna del tribunale di Patti per il processo “Nebrodi” contro la cosiddetta “mafia dei pascoli”, scaturito dall’inchiesta sulle truffe all’Agea (l’agenzia per le erogazioni in agricoltura) che hanno interessato i gruppi mafiosi tortoriciani: 91 condanne e 10 assoluzioni per una truffa che punta sui contributi comunitari percepiti illegalmente che la mafia aveva individuato come fonte facile di guadagno.

Un sistema mafioso che ci consegna, ancor di più dopo la sentenza, anche un “buono” che tornerebbe utile per difendere il Paese dalle mafie che sono completamente scomparse dal dibattito politico: l’ex presidente del parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci (nella foto). Antoci aveva introdotto un protocollo, poi recepito nel nuovo Codice antimafia e votato in Parlamento il 27 settembre 2015, che aveva rovinato i piani dei boss (una costola del clan dei Bontempo Scavo) e per questo fu vittima di un attentato da cui riuscì a sfuggire fortunosamente e, soprattutto, fu obiettivo di una campagna di delegittimazione, come spesso accade, alimentata dai cosiddetti cattivi e dai presunti buoni.

I mafiosi potevano contare su insospettabili consiglieri che conoscevano alla perfezione il meccanismo e i tempi delle richieste di finanziamento, trasferendo i soldi anche su conti esteri. A questo si aggiungeva la truffa dei terreni fantasma, terre mai possedute messe a disposizione dal “Feaga”, il fondo europeo agricolo di garanzia, e dal “Feasr”, il fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale. Un enorme patrimonio di territorio e di denaro finito nelle mani sbagliate e diventato ossigeno per il rafforzamento dei clan.

Le due storiche cosche di mafia di Tortorici, Bontempo Scavo e Batanesi, potevano contare su un trentina di dipendenti dei centri di assistenza agricola. Il gip di Messina Salvatore Mastroeni lo disse senza troppi fronzoli: “Fa impressione che Agea, Comunità europea e organi di controllo ‘si bevano’ istanze di quel tipo per terreni e finanziamenti”.

Nel maggio 2017, Sebastiano Bontempo Scavo, in odor di mafia, riuscì a farsi assegnare dall’ufficio di Messina del dipartimento Sviluppo rurale dell’assessorato all’Agricoltura un lotto di terreno in località Batessa: per fortuna, ad agosto il provvedimento venne revocato, ma solo perché la prefettura di Messina aveva risposto alla richiesta di informazioni della Regione.

Una risposta, ha accertato l’indagine, arrivata quasi due anni dopo, per un’altra pratica. Il boss messo alla porta a Messina però fu accolto nello stesso anno a Catania, riuscendo a ottenere alcuni terreni demaniali a Randazzo. Ma tra le carte di quel processo c’è anche quell’Italia che assiste da lontano credendosi immune. Nel parco regionale di Monte Sole, siamo sull’Appennino che divide l’Emilia dalla Toscana, secondo i giudici i clan avrebbero guadagnato circa 200mila euro.

Il trucco è sempre lo stesso: falsificare le carte per dimostrare di lavorare su particelle di terreno prese in affitto per portare i fondi europei che avrebbero dovuto aiutare agricoltori e allevatori. Nella video inchiesta “Ipossia Montana” (di Cecilia Nardacchione, Andrea Giagniorio, Cecilia Fasciani) finalista dell’ultima edizione del Premio Roberto Morrione si racconta di come Giuseppe Scinardo Tenghi nel 2014, 2015 e 2016 (unico anno in cui il contributo non venne erogato) attraverso la sua impresa Geo-Zoot avrebbe indotto in errore l’Agea, attestando falsamente la riconducibilità alla sua impresa di particelle di terreno del Parco storico di Monte Sole e facendosi quindi erogare contributi dal Fondo Europeo Agricolo di Garanzia.

“L’operazione Nebrodi – racconta Antoci in un’intervista della video inchiesta – ha rivelato forti interconnessioni con altri pezzi di territorio: sono coinvolti l’Abruzzo, l’Emilia-Romagna con Marzabotto e tanti altri territori. Non è quindi solo un fenomeno siciliano, ma un fenomeno più ampio che riguarda il nostro paese e non solo. Questa vicenda dimostra il mutamento delle mafie: sono sempre state liquide, si sono adattate ai contenitori”.

La corsa ai pascoli è stata evidente: in Trentino, alcune grandi imprese con allevamenti intensivi in pianura hanno iniziato a procacciare terreni in zone montane innescando un forte incremento dei costi dell’affitto dei pascoli a scapito degli allevatori e malgari locali. Altre aziende raggirano la legge facendo passare costoni di roccia, dirupi, sentieri di montagna come terreni di pascolo con cui ottenere i finanziamenti comunitari.

Nel 2017 in val Camonica (tra Bergamo e Brescia), i carabinieri forestali hanno scoperto un “cartello del malaffare” dove la truffa era basata sulla fittizia conduzione degli alpeggi che non avevano mai visto animali, ma che avevano reso più di 500mila euro di contributi dell’Unione europea nei soli anni 2016-2017. Nel 2019, la guardia di finanza aveva scoperto nei territori dell’Alto lago di Como e della Bassa Valtellina, sempre in Lombardia, delle società fittizie che – falsificando diversi documenti – avevano fornito a ben 91 aziende agricole un pacchetto completo di atti utili a richiedere più contributi aumentando virtualmente, quindi solo sulla carta, le superfici agricole in uso.

A Bardonecchia, in Piemonte, e a Etroubles, in Valle d’Aosta: in questa località nel giugno 2020 i carabinieri forestali hanno scoperto un imprenditore agricolo bresciano che aveva preso in affitto ettari di alpeggio portando alcuni animali “figuranti”, bestie malate al pascolo, per eludere i controlli e ottenere i fondi europei destinati alla transumanza. Nel 2023 entrerà in vigore la nova Pac e l’Italia potrebbe recepirla dall’Ue rivedendo il sistema dei “titoli” così utile alla mafia, imparando la lezione di quel processo siciliano. Secondo voi il governo lo farà?

L’articolo Dalla Sicilia alla Lombardia. Ormai i clan pascolano ovunque sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Le trivelle premiano chi ha alimentato il caro energia

Il Coordinamento nazionale No Triv (a cui aderiscono centinaia di associazioni di tutta Italia) prova a spiegare perché la decisione del governo non abbia senso.

«Con un emendamento al Dl Aiuti-Ter approvato il 4 novembre il governo Meloni rompe il muro delle 12 miglia consentendo nuove trivellazioni in Adriatico anche fino alla distanza di 9 miglia marina dalle linee di costa. Viene così meno il divieto di nuove attività di ricerca e coltivazione di gas che, fatte salve alcune eccezioni, era stato introdotto nella Legge di stabilità 2016 modificando il precedente articolo 6, comma 17, del Decreto legislativo 152/2006, sulla spinta della campagna referendaria No Triv.

L’area marina interessata, posta al largo del Delta del Po e vasta 126 chilometri quadrati, è compresa tra il 45° parallelo, poco più a sud del golfo di Venezia, e il parallelo passante per la foce del ramo di Goro nel fiume Po. Qui si potrà quindi trivellare anche a solo 9 miglia dalla costa a condizione che si sfruttino giacimenti con un potenziale minerario di almeno 500 milioni di metri cubi: un vero incubo per i residenti ed i Comuni del Polesine, più volte duramente colpiti dal fenomeno della subsidenza.
Nella relazione illustrativa del provvedimento si citano ben 5 permessi di ricerca che insistono parzialmente o integralmente in quest’area e di questi, uno riguarda la costa veneta, con il 40% dell’area interessata oltre le 9 miglia e, quindi, potenzialmente coltivabile.
Obiettivo dichiarato del governo è riammettere a produzione le concessioni presenti in Adriatico fino ad esaurimento dei giacimenti senza tuttavia considerare che parte di quelle concessioni è scaduta e che le concessioni hanno comunque una durata ben definita che prescinde dall’esaurimento o meno del giacimento.
L’emendamento approvato nel Consiglio dei ministri introduce pesanti deroghe al Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (Pitesai): estende la misura prevista per l’area marina al largo del Delta del Po a tutte le aree marine, consentendo quindi il rilascio di concessioni per la coltivazione di gas anche tra le 9 e le 12 miglia marine per giacimenti con un potenziale superiore ai 500 milioni di metri cubi; inoltre prevedendo attività di ricerca e di estrazione di gas in alcune aree interdette, ma non ancora individuate, dal Pitesai.
L’insieme delle misure varate dall’esecutivo dovrebbe consentire di ottenere in 10 anni 15 miliardi di metri cubi di gas, di cui 2 subito, che andrebbero ad aggiungersi agli attuali 3,5.
Negli intendimenti del governo la misura ha lo scopo di mettere a disposizione di un numero imprecisato di imprese gasivore italiane -si stima possano essere 150- gas naturale ad un prezzo calmierato, quindi inferiore a quello ancorato all’indice Tff di Amsterdam.
La procedura scelta è simile a quella definita del Decreto legge n. 17 del 2022, approvato dal governo Draghi: sarà il Gruppo Gse a raccogliere le eventuali manifestazioni di interesse provenienti dalle compagnie Oil&Gas titolari delle concessioni e a stipulare contratti di fornitura di durata decennale ad un prezzo, che verrà fissato con decreto, compreso tra un minimo di 50 euro ed un massimo di 100 euro per megawattora.
La scelta di Meloni e della maggioranza che la sostiene, al tempo del Referendum del 2016 contraria a nuove attività estrattive in mare entro le 12 miglia marine, mostra limiti evidenti: non incide sulle cause strutturali del caro-energia che sta colpendo duramente tutte le imprese (non solo quelle gasivore) e le famiglie; premia i principali player dell’Oil&Gas – Eni tra tutti – che hanno tratto enormi profitti grazie alla crisi; promuove l’estrazione ed il consumo di gas naturale assestando un duro colpo alla transizione energetica.

Le cause del caro energia sono ormai note da tempo: mix energetico delle fonti di generazione elettrica sbilanciato a favore del gas, meccanismo di formazione del prezzo sulla borsa del gas e sulla borsa elettrica, ecc.. In particolare, il prezzo del gas risente fortemente delle manovre speculative di pochi operatori che, facendo cartello, determinano l’andamento della borsa di Amsterdam.

Paradossalmente, a beneficiare della misura saranno soprattutto coloro che hanno tratto maggiore vantaggio dalla crisi energetica. La maggior parte delle concessioni fanno capo a Eni, la stessa che nei primi 9 mesi del 2022 ha portato a casa utili per 10,8 miliardi di euro. Come? L’Eni, che importa circa la metà del gas naturale importato dall’Italia in un anno, si approvvigiona di gas per il 61% del suo fabbisogno dalle importazioni tramite contratti pluriennali (fino a 30 anni), a prezzi blindati e secretati dallo Stato, espressi sostanzialmente dai prezzi doganali. Il prezzo di riferimento per le sue vendite di gas a terzi è però quello spot-Psv (Ttf). Il differenziale tra prezzo spot-Psv (Ttf) e prezzo doganale fa sì che Eni, al pari di altri operatori, tragga profitto dal caro-gas.
La linea estrattivista dettata da Meloni risponde in modo errato ad un problema reale ed incentiva l’estrazione di modesti quantitativi di gas “nazionale” rallentando la già lenta transizione energetica in atto nel nostro Paese. Piuttosto che spingere sulle leve dell’efficienza e delle rinnovabili, il governo rilancia lo sfruttamento ed il consumo del gas naturale, rendendo ancor più dipendente famiglie ed imprese da una fonte energetica di cui il nostro Paese è povero.
Le riserve di gas accertate dal Mite al 31/12/2021, tra certe, probabili e possibili, ammontano a 111.075 miliardi metri cubi ma la concreta possibilità di sfruttamento riguarda soltanto 70/80 di essi. Premesso che, secondo dati Arera, nel 2021 i consumi di gas naturale hanno toccato quota 74 miliardi di metri cubi, le riserve nazionali di gas concretamente disponibili potrebbero far fronte alla domanda interna per 12 mesi o poco più.
Si tratta di quantità non disponibili tutte e subito e, comunque, non rinnovabili una volta esaurite. I freddi numeri ci dicono quindi che “sovranità energetica” e “nuove estrazioni di gas nazionale” sono un ossimoro e che l’approccio del governo è dettato da una visione ideologica.
Ma non è tutto. Il nuovo mix energetico voluto da Meloni avrà immediate ricadute in termini di mancato rispetto degli obiettivi climatici ed ambientali che l’Italia si è impegnata a rispettare in sede internazionale. Ne consegue che anche il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec) ed il Pnrr, che si riconnette al primo, dovranno essere riscritti. C’è da stupirsi, a questo punto, che in sede Cop 27 Meloni chieda di rallentare l’uscita dalle fonti fossili?
In un quadro di così lucida coerenza “fossile” non deve parimenti stupire che il governo non abbia inserito nell’ordine del giorno della seduta del 4 novembre l’approvazione delle norme attuative sulle Comunità energetiche rinnovabili e le linee-guida per identificare le aree idonee su cui installare impianti fotovoltaici, misure attese da mesi e che potrebbero consentire la realizzazione di almeno 10 GW/anno di nuova generazione elettrica in un Paese, come il nostro, “baciato dal sole” come pochi altri ma in cui metà della produzione di energia elettrica dipende dal gas.
Meloni e la sua maggioranza hanno, evidentemente, ben altre priorità».
Buon martedì.
Nella foto. frame di un video sulle azioni di protesta di Greenpeace in Adriatico nel 2018

L’articolo proviene da Left.it qui

A proposito della credibilità del calcio

Mi pare che si parli molto poco di ciò che è accaduto negli ultimi giorni nel calcio italiano. In un’indagine che ha portato a 42 ordini di custodia cautelare (26 in carcere) per traffico internazionale di droga è stato arrestato l’ex procuratore capo dell’Associazione Italiana Arbitri Rosario D’Onofrio (nella foto), premiato a luglio dall’Aia.

Tra il caso D’Onofrio e i prossimi mondiali in Qatar: com’è difficile dare credito al mondo del calcio

«Sono sconcertato. Una cosa è certa, la FIGC assumerà tutte le decisioni necessarie a tutela della reputazione del mondo del calcio e della stessa classe arbitrale», le parole – riportate da La Gazzetta dello Sport – utilizzate dal presidente Gabriele Gravina per commentare la vicenda. L’inchiesta milanese ha fatto venire a galla la doppia vita di una persona che nel 2013, sotto la presidenza di Marcello Nicchi, era entrata nella commissione disciplinare Aia e che poi l’attuale presidente, Alfredo Trentalange, ha nominato a capo dell’ufficio che indaga su eventuali irregolarità degli arbitri.

Secondo la Guardia di Finanza, D’Onofrio, ribattezzato ‘Rambo’, era al centro di un traffico di droga tra Italia e Spagna, e durante il lockdown usava la mimetica dismessa per muoversi liberamente. L’Associazione arbitri si trova esposta sulla delicata questione anche perché prima dell’arresto di due giorni fa – coinvolto in un traffico internazionale di sostanze stupefacenti anche con l’accusa di associazione per delinquere -, D’Onofrio era stato arrestato nel maggio 2020 in flagranza di reato mentre consegnava un carico di 40 chili di marijuana.

Per oltre due anni, l’ex militare ha continuato ad esercitare la sua attività, prima da componente della Commissione di disciplina e quindi, con la nomina avvenuta nel marzo 2021 – un mese dopo il cambio delle guardia alla guida dell’Associazione tra Nicchi e Trentalange – quale Procuratore capo.

D’Onofrio, tanto per avere un’idea del personaggio, era stato sospeso da ufficiale dell’Esercito poiché era ufficiale medico, ma si era scoperto che non aveva mai conseguito la laurea in medicina. E anche la sua attività collaterale di arbitro prima e di procuratore arbitrale poi era terminata con D’Onofrio deferito il 28 ottobre scorso dal procuratore federale della Figc Chiné per non aver instaurato un formale procedimento disciplinare nella vicenda relativa all’assistente arbitrale Robert Avalos.

Insomma il procuratore che viene indagato: una vicenda che ben rappresenta il doppio volto di D’Onofrio. Da militare sospeso D’Onofrio si sarebbe fatto prestare una mimetica da un commilitone per girare durante il lockdown e trasportare così carichi di stupefacenti. Il primo aprile 2020, dopo essere stato fermato in un controllo, telefona alla compagna e si vanta: «Oh mi ha appena fermato la polizia locale. M’ha visto in divisa, il tesserino, m’ha salutato militarmente e ha detto: “no, no, grazie… buona giornata!».

Un procuratore capo in uno dei settori più ricchi del Paese che giudica coloro che giudicano la regolarità del gioco. Il tutto a poche settimane dal Mondiale che è costato la vita a circa 6500 lavoratori nel Qatar in cui i diritti umani sono calpestati tutti i giorni. Avete notato come ne parlino poco coloro che sono pronti a ciarlare di legalità contro i poveri disperati?

L’articolo A proposito della credibilità del calcio sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui