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Sicurezza, sei decreti in tre anni e mezzo: il cavallo di battaglia del governo che aggira il Parlamento sfidando Mattarella

Il 29 maggio 2026 il Ministero della Salute ha firmato un’ordinanza sull’ebola che parla, testualmente, di “basso rischio di infezione” sul territorio nazionale. Quattro giorni dopo lo stesso virus serve a giustificare un’urgenza. È il sesto “decreto sicurezza” del governo di Giorgia Meloni in tre anni e mezzo, e arriva come i cinque che lo precedono: addosso al Quirinale.

Il provvedimento, raccontato dal Messaggero e atteso in uno dei prossimi Consigli dei ministri, serve a recepire il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, che entra pienamente in vigore il 12 giugno. Le norme comprimono i diritti dei richiedenti asilo, allargano espulsioni e rimpatri, legittimano i centri di trattenimento fuori dall’Unione. Di fatto siamo sulla linea del modello del centro di Gjader, in Albania, nato da un accordo del novembre 2023 e rimasto quasi sempre vuoto.

Il giro intorno al parlamento

Le norme per recepire il Patto erano già incardinate altrove. Il 5 febbraio il Consiglio dei ministri aveva approvato un decreto sicurezza e, accanto, un disegno di legge sullo stesso tema. L’11 febbraio quel ddl si era allargato con una delega: sei mesi al governo per adottare i decreti legislativi di recepimento. E poi lo strumento ordinario, quello in cui deputati e senatori fissano principi e paletti prima che l’esecutivo scriva: dal 13 maggio la commissione Affari costituzionali aveva avviato l’esame del testo, calendario delle audizioni compreso, ricostruisce Il Post.

Il decreto-legge ora azzera quel percorso. Interrompe di colpo la discussione parlamentare, sospende i lavori della commissione, e soprattutto sostituisce la delega con lo strumento d’urgenza: così a decidere parametri e contenuti torna il governo, da solo, aggirando le indicazioni di Camera e Senato. Anzi, le rende superflue.

E poi c’è il blocco navale, che a febbraio era parso troppo per la procedura d’urgenza ed era stato spostato proprio nel ddl. Adesso rientra dalla finestra. La formula scritta è “temporanea interdizione dell’attraversamento del limite delle acque territoriali”, da 30 giorni a 6 mesi, per minaccia terroristica, pressione migratoria considerata eccessiva o “emergenze sanitarie di rilevanza internazionale”. Ecco a cosa serviva l’ebola. Il 16 maggio l’Oms ha dichiarato l’emergenza internazionale per il focolaio nella Repubblica Democratica del Congo, ceppo Bundibugyo. Lo stesso governo che lo evoca per blindare le acque, col proprio Ministero della Salute, ammette il rischio basso in Italia. Intanto gli sbarchi del 2026 restano sotto i 7mila, in calo netto.

Un metodo, mica un incidente

Il copione si ripete, del resto. Aprile 2025: il governo prese un ddl sicurezza fermo in parlamento da un anno e mezzo e lo ricopiò quasi per intero in un decreto-legge, il DL 48/2025, espungendo i sei punti che Mattarella aveva giudicato inaccettabili. Aprile 2026: durante la conversione del quinto decreto spunta l’articolo 30-bis, un premio di 615 euro agli avvocati che portano a buon fine un rimpatrio volontario. Mattarella obietta, e convoca al Quirinale il sottosegretario Alfredo Mantovano. Il testo non si può più toccare senza farlo decadere, e allora il Consiglio dei ministri vara un secondo decreto, il DL 55/2026, che corregge il primo lo stesso giorno della conversione: il 24 aprile la Camera vota 162 sì, 102 no, un astenuto, e solo a quel punto il Colle promulga. Tutto regolare, dice il governo.

Sei provvedimenti emergenziali sullo stesso tema, e un’urgenza che ogni volta va inventata: prima gli scontri di piazza, ora un virus che il governo stesso giudica lontano. Il Patto europeo andava recepito con calma, attraverso il parlamento. Si è scelta un’altra strada, e la si è scelta sapendo che porta dritto a un nuovo scontro col Quirinale. Buona fortuna a chi pensa sia l’ultima volta.

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A Trump non dispiacciono le bombe, gli dispiace la brutta figura

Lunedì sera Donald Trump ha telefonato a Benjamin Netanyahu per fermargli la mano su Beirut. Lo racconta Axios, citando tre funzionari: il presidente americano avrebbe dato del pazzo al premier israeliano, gli avrebbe rinfacciato di averlo tenuto fuori dal carcere durante il processo per corruzione, gli avrebbe detto che ormai “tutti odiano Israele per questo”. Sette ore prima Netanyahu aveva…

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Cannabis terapeutica, lo Stato prescrive e poi ostacola la consegna: centinaia di malati convocati in caserma come testimoni in tutta Italia

Una donna anziana con un tumore al terzo stadio si presenta in caserma perché qualcuno, in divisa, vuole sapere perché assume cannabis terapeutica. Le chiedono chi gliela prescrive, per quale malattia, dove la compra. Le fanno firmare un foglio. Copia, però, niente. È successo a Roma, a Milano, a Napoli, a Bologna, a Verona, a Rimini: centinaia di pazienti convocati negli ultimi due mesi come «persone informate dei fatti», in gergo sommarie informazioni testimoniali.

A raccontarlo per prime sono state Antonella Soldo, presidente dell’associazione Meglio Legale, e l’avvocata Cathy La Torre, che sui social hanno chiesto ad altri pazienti di farsi avanti. Le testimonianze arrivate disegnano lo stesso copione: convocazione, domande sulla terapia, sulla ricetta, sul medico, sul luogo di acquisto. In diversi casi sono stati chiesti pure screenshot di email e di chat WhatsApp. E nessuno, raccontano, ha ricevuto copia del verbale firmato. «Avevano una serie di domande già scritte, ho firmato il foglio ma mi hanno detto che non potevano darmene una copia», dice un paziente. Fra i convocati ci sono malati oncologici, persone con sclerosi multipla, giovani con anoressia o vulvodinia, e persino proprietari di animali curati con cannabinoidi.

Il pacco che diventa prova

Chi è stato ascoltato ha un tratto in comune. Lo spiegano Santa Sarta, dell’associazione Pazienti Cannabis APS, e Isabella Palazzo, di Tutela Pazienti Cannabis Medica APS: tutti ricevono il farmaco, regolarmente prescritto, spedito da una farmacia. E recapitare a domicilio una sostanza stupefacente, anche quando è una medicina, è vietato. Da lì l’indagine, da lì le convocazioni. I malati, va detto subito, non rischiano nulla sul piano penale: sono testimoni, non indagati. Solo che a un paziente oncologico la differenza, mentre gli si ritira il farmaco «per verifiche», dice poco. Un uomo di Bologna ha raccontato di essersi visto sequestrare il medicinale, restituito dopo il passaggio in caserma, e di aver dovuto esibire email, documenti e chat private. «Mi sono sentito trattato più come un sospettato che come un paziente», dice.

Una circolare del 2020 dietro tutto

Torniamo indietro, settembre 2020, piena pandemia. Il ministero della Salute, allora guidato da Roberto Speranza, con una circolare del 23 settembre estende ai farmaci cannabinoidi il divieto di spedizione fissato dal Testo unico sulle droghe, il dpr 309/1990, scritto quando in Italia la cannabis medica nemmeno esisteva. Il farmacista Marco Ternelli, di Bibbiano, in provincia di Reggio Emilia, fa ricorso. Il Consiglio di Stato, con la sentenza 6877 del 2024, gli dà torto: la consegna di medicinali stupefacenti, scrive, può avvenire “solo da parte di enti o imprese autorizzate”, e la farmacia non rientra fra queste.

Il risultato lo misura lo stesso Ternelli: le farmacie che trattano la cannabis sono circa mille su 21 mila, e di queste almeno il 70 per cento rifiuta di ricevere il farmaco per conto di un collega, per timore di sanzioni. Resta una sola strada, il viaggio. A Bibbiano, dice, arrivano pazienti da Bolzano, da Trento, da Firenze. In carrozzina, con la sclerosi multipla, con il cancro. E chi si mette al volante rischia la beffa finale: con il nuovo Codice della strada firmato da Matteo Salvini, basta risultare positivi al Thc alla guida per perdersi la patente, prescrizione o no, anche senza alcuna alterazione. La ricetta, intanto, via pec non si può inviare: va spedita per posta. Cinque anni dopo quella circolare nata per l’emergenza, il combinato disposto è tutto qui.

Così la donna anziana dell’inizio, quella con il tumore, finisce a giustificare in una caserma una cura che lo Stato le ha prescritto e che lo stesso Stato le rende quasi impossibile comprare in regola. La cosiddetta legalizzazione della cannabis medica regge sulla carta. Sul terreno chi la usa resta sospeso fra un farmaco introvabile e un verbale che non gli lasciano fra le mani.

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Gioia Tauro, cinque barche fermano una nave con componenti militari per Israele

C’erano cinque barche in mare, venerdì 29 maggio, davanti all’imboccatura del porto di Gioia Tauro. A bordo, attivisti della Thousand Madleens Coalition e di Global Intifada, in acqua per impedire l’attracco di una portacontainer della MSC che doveva caricare materiale bellico destinato a Israele. L’azione, dicono gli organizzatori, è perfettamente riuscita: la nave ha rinunciato a otto dei sedici container fermi da circa due mesi nello scalo calabrese, contenitori che secondo i manifestanti custodiscono acciaio balistico e materiale dual use.

A terra, nel pomeriggio, il Coordinamento Calabria per la Palestina ha convocato un presidio davanti ai cancelli e poi, sul lungomare di San Ferdinando, una conferenza stampa per rilanciare la lotta contro la filiera bellica e l’economia di guerra. «Sono mesi che ci mobilitiamo contro la complicità dei nostri governi e il passaggio del materiale bellico dai nostri porti», ha detto un attivista a Radio Onda d’Urto. Intanto Cub, Si Cobas, Usi e Adl avevano proclamato per la stessa giornata uno sciopero generale di 24 ore.

Il presidio, ha ricordato Peppe Marra dell’Usb, si è intrecciato con un altro fatto di quei giorni: il ribaltamento di uno straddle carrier nello scalo e il ferimento grave di un operatore portuale, Alessandro Cortese. L’economia di guerra e i morti sul lavoro, qui da noi, finiscono per camminare insieme.

La rotta che il porto conosce già

Gioia Tauro questa storia la conosce molto bene. I precedenti, del resto, non mancano. Risalgono già al giugno 2024 quando fu sequestrata proprio qui un’altra nave per traffico d’armi, e da allora lo scalo è un osservatorio per chi vuole capire dove passa la guerra. Tra il 2013 e il 2022 l’industria italiana ha venduto a Israele armamenti per quasi 120 milioni, in media dodici l’anno.

Il blocco che non blocca

Qui da noi il governo ripete sempre la stessa frase. Antonio Tajani, a Cernobbio, l’ha definita «una leggenda metropolitana», assicurando che dal 7 ottobre 2023 l’Italia ha sospeso tutti i contratti con Israele. Giorgia Meloni, in Senato nell’ottobre 2024, aveva parlato di blocco completo delle nuove licenze, più severo di quello di Francia, Germania e Regno Unito. Eppure i numeri dicono altro. Secondo l’Agenzia delle Dogane, citata dall’Osservatorio Opal, nel 2024 sono partite verso Israele 212 operazioni di export militare per 4,2 milioni di euro, tutte su licenze rilasciate prima dello stop. Nel 2025 le spedizioni hanno superato i 22,6 milioni.

C’è poi il verso opposto, quello che si cita di rado. L’Italia da Israele compra: nel 2024 ha rilasciato 42 nuove autorizzazioni all’import per quasi 155 milioni di euro, e nel 2025 il 4,3% degli armamenti importati, circa 85 milioni, veniva da Tel Aviv. La cornice è un memorandum di cooperazione militare firmato a Parigi nel 2003 ed entrato in vigore nel 2005, sospeso dal governo Meloni solo nell’aprile 2026, con due anni e mezzo di Gaza alle spalle. Intanto, a maggio 2024, la stessa maggioranza approvava in Commissione Bilancio lo schema di decreto SMD 19/2024: 1,6 miliardi per una piattaforma aerea di sorveglianza di tecnologia israeliana.

È questa la vigliaccheria che le barche hanno provato a nominare: un Paese che proclama il blocco e tiene aperto il transito, che vende poco e compra molto, che sospende un patto solo quando le immagini di Gaza diventano impresentabili. Le navi, venerdì, hanno cambiato rotta. I container restano a Gioia Tauro. Tutto il resto resta dove sta, nei porti e nei decreti.

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Dall’Europa sanzioni alla Russia e scambi con Israele

Il 23 aprile 2026 l’Unione Europea ha adottato il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Contro Israele, invece, niente. Una nota riservata del Consiglio europeo del 20 giugno 2025 trova “indicazioni” di una violazione dell’articolo 2 dell’Accordo di associazione, quello che fa del rispetto dei diritti umani un “elemento essenziale” del rapporto.

L’Unione resta il primo partner commerciale di Israele: nel 2024 il 28,8% delle esportazioni israeliane è andato al mercato europeo, dato della Commissione stessa. La leva esiste e resta ferma. Lo storico israeliano Ilan Pappé, dell’Università di Exeter, lo ha detto a elDiario.es il 30 maggio: «Se l’Unione imponesse a Israele metà delle sanzioni che impone alla Russia, salverebbe la vita di migliaia di palestinesi». Cita il Sudafrica: il boicottaggio funzionò soprattutto quando i governi aggiunsero le sanzioni.

Sul diritto internazionale Pappé è netto. Il mandato d’arresto della Corte penale internazionale contro Netanyahu e l’ex ministro Gallant, la causa per genocidio davanti alla Corte internazionale di giustizia usano «il linguaggio giusto», eppure «Israele non sarà trattato come la Russia». A Lussemburgo, il 21 aprile, i ministri degli Esteri europei avevano di nuovo davanti la possibilità di una sospensione. L’Italia è ovviamente tra i governi che non l’hanno chiesta.

Intanto le flotte continuano a depositare documenti. Gli attivisti australiani della spedizione via mare, fermata in acque internazionali il 18 maggio, hanno presentato il 1° giugno alla stessa Corte prove di abusi, secondo la legale Bernadette Zaydan; del convoglio di terra restano a Bengasi i due italiani.

Quella sospensione verso Israele, gli esperti dell’Onu il 20 aprile l’hanno definita “il requisito minimo” dovuto dal diritto. La nota del Consiglio resta agli atti da quasi un anno. La misura che dovrebbe seguirla manca.

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Quelli della crociera, adesso che la tortura ha un numero di fascicolo

Ignazio La Russa (FdI), il 4 maggio, sulla Global Sumud Flotilla aveva la battuta: farsi fermare in mare e poter «gridare che sei stato torturato è il massimo a cui aspirare», «a scarso rischio e a molto ritorno mediatico». Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi rincarava, aiuti «irrisori». E Israele, il 3 maggio, certificava che nessuno era «mai stato torturato». Tre settimane dopo la…

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Vannacci, una componente alla Camera nel gruppo Misto grazie a una lista da 829 voti: più spazio e visibilità per Futuro Nazionale

829 voti, raccolti in qualche collegio della Lombardia, lo 0 per cento su scala nazionale. È il bottino della lista Free alle elezioni politiche del 2022, battuta perfino dal “Partito della follia creativa” del sedicente “Dottor Seduction” e capace di superare di dieci schede soltanto la lista “antisistema” Forza del Popolo. Non preoccupatevi se non ne avete mai sentito parlare, quello che conta è quanto pesano quelle schede oggi. Quattro anni dopo quegli 829 voti valgono una poltrona, anzi una componente parlamentare, soldi pubblici e minuti di parola alla Camera. Beneficiario: Roberto Vannacci.

Il 27 maggio 2026 i deputati di Futuro Nazionale, il partito fondato a febbraio dall’ex generale, hanno costituito una componente dentro il gruppo Misto. Come ricostruisce Pagella Politica, lo stratagemma passa per l’articolo 14 del regolamento di Montecitorio: una componente nel Misto vuole di norma dieci deputati, solo che una deroga la concede a tre parlamentari che rappresentino un partito presentato alle elezioni con una lista, a prescindere dal risultato.

Free, appunto: 829 schede, lo zero virgola. Il suo titolare, Marco Lusetti, ex vicesindaco leghista di Guastalla che nel 2022 bollava quelle urne come «elezioni truffa» e invitava a votarlo «come forma di dissenso», a febbraio è passato con Vannacci e gli ha ceduto il simbolo. Il programma di Free, dichiarava all’epoca lo stesso Lusetti, era «la tutela della Costituzione contro le bugie». Adesso quel simbolo garantisce a Edoardo Ziello, rappresentante della componente, a Rossano Sasso, a Emanuele Pozzolo e a Laura Ravetto, uscita dalla Lega il 19 maggio, quello che da soli non avrebbero.

Cosa cambia con la componente

E cambia parecchio. Una componente nel Misto dà più spazio nei question time e nelle dichiarazioni di voto: già il 28 maggio i deputati di Futuro Nazionale hanno avuto dieci minuti in aula su una proposta di legge sulla pubblicazione delle sentenze di assoluzione, dove prima si fermavano a una dichiarazione personale di pochi secondi. Poi ci sono i soldi. Nel 2024 la Camera ha distribuito ai gruppi circa 31 milioni di euro, il Senato altri 22, ripartiti in base alla grandezza. Un gruppo autonomo incassa molto più del Misto: Fratelli d’Italia quell’anno ha avuto 8,4 milioni, il Misto poco più di un milione. Quella quota finora si divideva tra le componenti delle Minoranze Linguistiche e di Più Europa, con un contributo intorno ai 300 mila euro. Ora al riparto parteciperà anche con Futuro Nazionale, e il coordinatore nazionale Massimiliano Simoni ha celebrato sui social «un risultato importante» per dare al partito una presenza più forte «nelle istituzioni».

Il generale contro le poltrone

Torniamo indietro di pochi mesi, sempre lui. A gennaio 2026, interrogato sull’ipotesi di un ministero offerto da Giorgia Meloni, Vannacci rispondeva: «Non cerco poltrone. Non cerco partecipate e nemmeno scranni. Faccio politica per cambiare l’Italia». E i suoi Team Vannacci, nel manifesto del marzo 2025, promettevano guerra alla “vecchia politica autoreferenziale, quella che mira alle poltrone prima ancora che alle idee”, quella “dei politicanti di professione” che avrebbero allontanato i cittadini dal voto. L’uomo dei 500mila voti alle europee del 2024, eletto con la Lega e poi sospeso undici mesi dall’Esercito per il suo “Il mondo al contrario”, costruiva la sua fortuna sul disgusto verso il palazzo.

Eppure il primo gesto del generale dentro il palazzo è una manovra di regolamento per farsi largo mei corridoi di quel sistema che promette di scardinare. La rivoluzione del “mondo al contrario” comincia di fatto dal punto che diceva di voler smontare: i fondi ai gruppi, gli scranni, i minuti garantiti.

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Meloni e i sette lamenti capitali

Alla Nuvola di Roma, il 26 maggio, Giorgia Meloni ha chiamato l’Unione europea “gigante burocratico” e le ha addossato i guai dell’economia. È il suo registro fisso: la sventura arriva sempre da fuori. Ma vale davvero la pena contarle a una a una, perché in fila smettono di somigliare alla sfortuna.

I vincoli del Patto di stabilità? Legano tutti e ventisette. Con le stesse regole la Spagna corre al 2,1% e l’Italia striscia allo 0,5%, ultima dell’Unione: quattro volte più lenta a parità di catene, certifica la Commissione europea.

Le guerre? Lo shock energetico mediorientale ha tagliato la crescita dell’intera eurozona allo 0,9%. Pandemia, inflazione e conflitti li hanno governati tutti e ventisette: la “sfortuna” di Meloni è il calendario di mezzo continente quindi, non una maledizione personale.

L’ETS che gonfia le bollette “in modo asimmetrico”? La stessa Commissione lega l’asimmetria al mix nazionale di gas, e l’Italia ne è il caso estremo per scelte sue lunghe trent’anni.

I giudici che frenano l’Albania, “spazi che non gli competono”? Il 1° agosto 2025 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha dato ragione ai magistrati italiani: lo impone una direttiva che vincola, di nuovo, tutti e ventisette.

Il modello Albania sabotato dalle toghe? Ottantatré rimpatri in tre anni, centri quasi vuoti, 74,2 milioni solo per costruirli e altri 71,4 milioni nella Manovra 2026 per il triennio, 29,7 nel solo 2026, mentre il calo degli sbarchi viene dalle partenze tunisine, non dalle gabbie oltre Adriatico.

I soldi che “ci sono solo per la difesa”? L’Italia è il primo beneficiario del PNRR con 194,4 miliardi, il piano più ricco del continente, e all’Italia che chiede nuove deroghe Bruxelles ha risposto di spendere prima quelli già stanziati.

La crescita ferma per le crisi? L’Istat certifica vent’anni di stagnazione, con il prodotto reale poco sopra i livelli di allora. La sfortuna è cominciata molto prima delle guerre, anzi molto prima di lei.

Sono sette lamenti ma sono anche sette specchi. La colpa è di Bruxelles, dei giudici, del destino, mai di chi governa da quasi quattro anni. E quando la disgrazia ti casca addosso ogni volta dallo stesso punto, smette di chiamarsi sfortuna. Forse è qualcosa di più simile a un indirizzo politico. Ci pensi, presidente Meloni.

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Prendere il 70 per cento di Gaza… Per iniziare

Giovedì 28 maggio Benjamin Netanyahu ha annunciato di aver ordinato all’esercito di prendere il controllo del 70% della Striscia di Gaza. Lo ha detto a un’accademia di formazione dentro un insediamento della Cisgiordania occupata, in un video diffuso dall’emittente israeliana Channel 12. «Stiamo soffocando Hamas. Controlliamo il 60% del territorio. Eravamo al 50, siamo passati al 60. La mia direttiva è arrivare al 70%».

Il cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre fissava una “linea gialla”, la demarcazione oltre la quale le forze israeliane dovevano restare: circa il 53% della Striscia sotto controllo militare, con un ritiro graduale rinviato a una seconda fase. Quella fase, ferma da mesi, prevedeva il disarmo di Hamas e l’arretramento dell’esercito. Dall’insediamento Netanyahu ne ordina l’opposto, portare il controllo al 70%.

Il 15 maggio aveva già detto: «Oggi controlliamo il 60%. Domani vedremo». Giovedì, quando dalla platea qualcuno grida che Israele dovrebbe prendere il 100%, risponde: «Prima il 70%. Inizieremo da lì». E aggiunge che del resto si occuperà dopo. L’obiettivo è scandito per tappe, dichiarato in pubblico, mentre la tregua resta formalmente in vigore.

Dal 10 ottobre l’esercito israeliano ha ucciso più di novecento palestinesi nella Striscia, secondo il ministero della Salute di Gaza, le cui cifre l’ONU considera attendibili. Intanto restano fermi a Bengasi dieci attivisti del Land Convoy della Global Sumud Flotilla diretto a Gaza. Il console Filippo Colombo ha visitato i due italiani, li ha trovati «in buone condizioni» e ha chiesto condizioni di detenzione migliori; mancano informazioni sulle procedure di espulsione, rallentate dalla festa islamica.

L’accordo di ottobre aveva disegnato una linea come limite del controllo israeliano. Da un insediamento della Cisgiordania occupata quel limite è stato spostato per decreto al 70%. «Inizieremo da lì».

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Hannoun, la Cassazione ordina un nuovo Riesame: fonti e prove generiche. E i garantisti muti

“Assolutamente generico e indefinito”. Così la quinta sezione penale della Corte di Cassazione, nelle motivazioni depositate il 28 maggio 2026, ha liquidato il materiale su cui poggiava l’accusa contro Mohammad Hannoun. Le “fonti aperte” richiamate nell’ordinanza, prive di origine e di vaglio di attendibilità, sono inutilizzabili. I documenti forniti dall’intelligence israeliana pure. Esclusi quelli, resta un quadro indiziario che il Riesame di Genova dovrà rivalutare da capo, verificando se senza quelle carte regga ancora.

Torniamo indietro, al 27 dicembre 2025, sempre loro. La procura arresta nove persone accusate di aver finanziato Hamas con “sette milioni di euro” attraverso associazioni benefiche. Hannoun, 64 anni, architetto, a Genova dal 1983, finisce nel carcere di massima sicurezza di Terni. La politica emette la sentenza prima dei giudici.

Giorgia Meloni esprime “apprezzamento e soddisfazione” e lo definisce, parole degli investigatori, “vertice della cellula italiana di Hamas”. Matteo Salvini spiega che “alcuni milioni di fenomeni” erano stati “in piazza dalla parte sbagliata”. Il ministro Matteo Piantedosi annuncia che è stato “squarciato il velo”. Galeazzo Bignami (FdI), capogruppo alla Camera, decreta che chi sta con “questi soggetti” non può ricoprire ruoli istituzionali. Andrea Delmastro delle Vedove (FdI) domanda alla sinistra “accecata ideologicamente” se adesso chiederà scusa.

Il garantismo a intermittenza

Qui conviene fermarsi su una coincidenza. Buona parte di chi a dicembre aveva già scritto il finale è la stessa che da anni sventola il garantismo come bandiera. Forza Italia ne ha fatto un marchio: il senatore Maurizio Gasparri (FI) si congratulava per l’arresto dei “predicatori di odio”, e il suo partito ha ritenuto indispensabile la separazione delle carriere in nome del “giudice terzo e imparziale”. Quella riforma costituzionale, firmata dal ministro Carlo Nordio, gli italiani l’hanno bocciata al referendum del 22 e 23 marzo 2026: No al 54%, Sì al 46%, affluenza al 58,9%. Il garantismo, del resto, si applica ai magistrati da imbrigliare e si smarrisce davanti agli indagati da garantire.

E gli altri? Il Partito democratico non si è comportato meglio. Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del partito, ringraziava “gli organi inquirenti” per il “tempestivo e preciso lavoro di prevenzione antiterrorismo”. Peppe Provenzano rinnovava “la più ferma condanna” per ogni complicità con i terroristi. La vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno evocava “un filo” tra la “galassia putiniana” italiana e quella pro Hamas. Nessuno trovò il fiato per ricordare che un indagato resta un indagato. I riformisti del garantismo, davanti a un palestinese in manette, hanno scelto l’allineamento.

I fatti e le opinioni

La storia, intanto, l’avevano già scritta i giudici. Nel 2010 la pm Francesca Nanni aveva archiviato un’inchiesta gemella rilevando l’inutilizzabilità del materiale trasmesso da Israele, raccolto in operazioni militari senza le garanzie del nostro ordinamento. La Cassazione, sedici anni dopo, ripete il concetto con l’articolo 191 del codice di procedura penale: prove acquisite fuori dal contraddittorio, di provenienza non accertata, restano carta straccia.

Il ricorso della procura è stato dichiarato inammissibile, perché chiedeva alla Corte una rilettura delle prove che non le compete. Adesso il Riesame dovrà stabilire se quelle associazioni fossero schermo di finanziamenti illeciti o operassero nel welfare, e quanta consapevolezza avessero gli indagati. Le manette, insomma, sono arrivate prima delle risposte.

Hannoun è ancora in cella, indagato, in attesa che un altro Riesame si pronunci. Magari sarà anche condannato, in via definitiva ma sarebbe il caso che i garantisti a corrente alternata, prima di tornare a spiegarci la terzietà del giudice, imparassero a separare i fatti dalle opinioni. Per garantismo, e per dignità personale.

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