Parità razziale, anche senza Orbán continuano le discriminazioni in Ue: ecco cosa dice la ricerca I-Claim
A gennaio, l’Unione europea ha adottato la propria Strategia Antirazzismo 2026-2030. Le direttive sulla parità razziale del 2000 escludono esplicitamente nazionalità e status migratorio dal campo di applicazione. Il razzismo istituzionale europeo funziona così: si condanna a parole, si produce nei fatti.
Lo dimostra uno studio pubblicato a febbraio 2026 dal progetto I-Claim, finanziato da Horizon Europe. I ricercatori Stefano Piemontese, Nando Sigona, Laurence Lessard-Phillips ed Emmanuel Achiri hanno analizzato per due anni sei paesi europei: Finlandia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Polonia e Regno Unito. Il risultato smonta un’ipotesi comoda: che il razzismo nelle politiche migratorie sia una degenerazione sovranista. Invece è struttura.
La governance dell’ingresso, del soggiorno e del lavoro dei migranti, il campo in cui la razzializzazione è più pervasiva, rimane legalmente esentata dal controllo antidiscriminatorio. La scelta è architetturale. Le direttive del 2000 vietano la discriminazione su base etnica ma escludono esplicitamente nazionalità e status di residenza. Ciò che produce irregolarità resta fuori dall’antirazzismo.
Questo articolo è uscito su La Notizia il 13 aprile 2026.
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