Vai al contenuto
Home » aborto » Pagina 2

aborto

Pagare meno i medici obiettori, ad esempio

(Una provocazione ma non troppo di Marco Faraci in un suo articolo per Strade)

Il tema dell’obiezione di coscienza all’aborto è tornato in questi giorni all’onore delle cronache, in seguito alla triste vicenda della donna di Catania morta in seguito a una complicazione nella gravidanza.

Il quadro non è sufficientemente chiaro per capire se alla base del decesso ci sia stato un ritardo nel deliberare il ricorso ad un aborto finalizzato a preservare la vita della madre. Nessuna conclusione particolare può essere quindi tratta, per ora, sul caso specifico, ma al tempo stesso quanto è avvenuto ha risvegliato l’attenzione sul tema più ampio della carenza di medici ospedalieri abilitati a compiere interruzioni della gravidanza, specie nelle regioni del Sud Italia, dove il 90% dei ginecologi sono obiettori.

La questione che deve essere posta in termini generali è se abbia senso considerare l’obiezione di coscienza all’aborto non come una normale scelta morale e culturale esercitata nel mercato, ma come un diritto positivo riconosciuto e tutelato dallo Stato. Siamo, evidentemente, di fronte ad una giurisprudenza anomala che non trova particolari similitudini in altri ambiti della vita economica, istituzionale e sociale del nostro paese, pur non essendo certo l’aborto l’unico argomento controverso ed eticamente sensibile.

Certo, per i sostenitori dell’obiezione all’aborto, esiste almeno un parallelo da cui derivare un fondamenti di legittimità, cioè il riconoscimento ufficiale, avvenuto a partire dal 1972, dell’obiezione di coscienza al servizio militare. Questo parallelo, tuttavia, appare poco convincente: il servizio di leva consisteva, infatti, in un obbligo imposto dallo Stato a cittadini che non avevano alcun desiderio di indossare la divisa; in questo contesto il riconoscimento dell’obiezione di coscienza e della possibilità di prestare un servizio alternativo rappresentava una forma di temperamento dell’impegno coatto a cui i nostri ragazzi venivano sottoposti.

Peraltro l’accesso all’obiezione di coscienza non era concesso “gratuitamente”; nei primi anni il servizio civile era più lungo del corrispondente servizio militare, e inoltre gli obiettori per tutta la vita erano soggetti a una serie di limitazioni che andavano dall’impossibilità di ottenere il porto d’armi al divieto di svolgere alcuni lavori.

L’obiezione dei medici non si configura, al contrario, come una forma di mitigazione di un arruolamento forzato, ma rappresenta invece un rifiuto rispetto ad alcuni contenuti di un lavoro volontariamente intrapreso. Certamente, a nessuno viene imposto di fare il ginecologo ospedaliero. L’obiezione dei medici non assomiglia quindi a quella di un diciottenne che non vuole essere obbligato ad imbracciare alle armi; semmai è l’obiezione di un dipendente che si rifiuta di ottemperare ad alcune delle mansioni che gli sono chieste dal datore di lavoro che ha liberamente scelto.

E’ la situazione, se vogliamo cercare degli esempi, di un ingegnere “pacifista” che lavora in un’azienda che tra i suoi clienti ha il Ministero della Difesa, ma che si rifiuta di lavorare su tutti i progetti militari, esigendo di lavorare solo in progetti civili. Di un autotrasportatore vegano, che pretende dall’azienda di trasporti per cui lavora di non trasportare carne. Di un professional del settore vendite, sostenitore dei diritti umani, che non vuole farsi mandare dalla sua azienda in trasferta in Arabia Saudita o in Iran. Di un Carabiniere, a suo agio con le mansioni amministrative, ma che ripudia ogni attività armata.

Intendiamoci, tutte queste preferenze sono più che legittime e possono avere motivazioni molto forti, fino a riguardare lo stesso valore che attribuiamo alla vita. Non tutto quello che è legale è necessariamente morale, secondo la moralità di ciascuno; e sulla base di quello che sentiamo come giusto e come sbagliato, ognuno di noi orienta le proprie decisioni e sceglie di perseguire determinate carriere e determinate opportunità, piuttosto che altre. Naturalmente nel mondo del lavoro capita di trovarsi davanti a determinate posizioni professionali che implicano aspetti ed attività ai quali si è interessati e altri ai quali si è moralmente contrari – ed è certo comprensibile il desiderio di ritagliarsi il meglio di quei ruoli, espungendo quanto invece è considerato “cattivo”.

In questi casi, tuttavia, o si opta direttamente per lavori diversi che non implichino attività moralmente controverse, oppure si deve essere sufficientemente bravi da convincere l’azienda a impiegarci negli ambiti a cui si è più affini. Quello che tuttavia non può essere accettabile da un punto di vista liberale è la pretesa di essere assunti a fronte di un’obiezione morale dichiarata ad effettuare determinate attività utili all’azienda, e pretendere allo stesso tempo che a tale obiezione non corrispondano forme di penalizzazione in termini di opportunità, carriera e stipendio.

E’ chiaro che in fase di colloquio si può legittimamente dire di non essere disponibili a fare determinate cose, ma a quel punto bisogna essere in grado di compensare questa rigidità con particolari livelli di eccellenza tali da rendersi comunque appetibili all’azienda.
 In ogni caso, si deve accettare che, a fronte di una minore flessibilità, si perdano alcune opportunità di lavoro, oppure si sia retribuiti con salari inferiori.

Se un ingegnere dice a un’impresa che opera anche con la Difesa che per ragioni di coscienza non può lavorare su progetti militari, deve accettare il rischio di non essere assunto, oppure di crescere meno in termini professionali e di stipendio, perché non impiegabile in determinati progetti. Sicuramente al colloquio dovrà presentarsi con un curriculum più pregiato, perché ceteris paribus non si vede la ragione per la quale la sua azienda non dovrebbe piuttosto assumere un ingegnere impiegabile in modo flessibile in qualsiasi progetto aziendale.

Lo stesso, ragionevolmente, deve avvenire nel caso di medici obiettori all’aborto. Gli ospedali dovrebbero essere liberi di gestire le proprie politiche del personale in modo da poter garantire l’erogazione di tutti i servizi previsti. Questo vuol dire che, specie a fronte dell’attuale penuria di medici non obiettori, i ginecologi che si rendono disponibili a effettuare interruzioni della gravidanza dovrebbero ragionevolmente essere ritenuti più “pregiati” e di conseguenza dovfebbero essere privilegiati in termini di assunzioni, promozioni e stipendio.

Nel mercato del lavoro mostrarsi moralmente neutri risulta normalmente premiante; introdurre considerazioni di tipo valoriale implica inevitabilmente dei costi, perché evidentemente riduce la propria utilizzabilità. Ciascuno di noi, nella ricerca di un impiego, è libero di decidere quale valore attribuire ai propri personali princìpi morali e di conseguenza qual è il costo che è disposto a sostenere in nome di essi. La verità è che l’erogazione dei servizi di interruzione della gravidanza non è in crisi per il fatto che alcuni medici, sulla base dei propri imperativi etici, si rifiutano di praticarla. E’ in crisi in virtù del pervertimento statalista dell’elementare principio del mercato secondo cui la “rigidità” comporta un costo.

Le norme sull’obiezione di coscienza per i medici addirittura ribaltano tale principio, generando una situazione nella quale tutti gli incentivi economici e professionali sono a favore dell’obiezione. Questa, infatti, non solo non “costa” nulla, ma produce vantaggi a chi la esercita, in quanto consente di evitare la gavetta di attività poco professionalizzanti. I medici non-obiettori, essendo in pochi, si trovano in pratica a effettuare solo aborti e quindi sono discriminati in termini di crescita professionale e in molti casi anche in termini di turni e di ferie. A queste condizioni non c’è affatto bisogno di essere moralmente contrari all’aborto per scegliere l’obiezione coscienza; anzi, l’obiezione diventa per tanti medici l’opzione più razionale di carriera. In queste condizioni si arriva al paradosso che è proprio la decisione di “non obiettare” che assurge a scelta morale e di principio, una “missione” che alcuni ginecologi scelgono pur a fronte degli svantaggi professionali che ne derivano.

Se ne esce solamente riportando la scelte dell’obiezione e della non-obiezione al loro naturale equilibrio di mercato. I dirigenti ospedalieri dovrebbero essere tenuti ad assicurare i servizi e dovrebbero gestire le politiche sulle risorse umane in maniera conseguente. La disponibilità a compiere qualsiasi lavoro dovrebbe essere considerata titolo preferenziale e valorizzata in termini di stipendi e di opportunità di crescita professionale. “Prezzare” correttamente la scelta dell’obiezione secondo il suo minore valore economico, contribuirebbe probabilmente a ricondurre il fenomeno ad una dimensione più genuina, scremando l’obiezione di opportunità, oggi rilevante.

La questione, in definitiva, non è quella di obbligare alcuno a fare alcunché, ma ricondurre la risoluzione di non praticare aborti a legittima scelta individuale che si esprime all’interno delle dinamiche del mercato, svestendola dell’attuale dimensione “sindacale” e statalizzata.

#CzarnyProtest perché ce ne dobbiamo interessare

Come scrive Martino qui:

«Oggi le donne polacche scioperano contro il loro governo e contro un disegno di legge, attualmente in fase di revisione da parte delle commissioni parlamentari, che quasi cancella il loro già limitato diritto all’aborto. avrebbe permesso solo l’aborto per salvare la vita di una madre, anche se la legge attuale è già tra le più restrittive in Europa. uso dei medici di una “clausola di coscienza” per scegliere di eseguire un aborto ha già messo fuori dalla portata di molte donne polacche. La proposta di legge eliminerebbe l’accesso all’interruzione di gravidanza anche per le vittime di stupro o incesto. E minaccia le donne che abortire con un’indagine, perché rende causando la morte di un “bambino concepito” punibile con una pena detentiva. Questa disposizione è anche probabile che spaventare i pochi medici ancora disposti a fornire aborti.

Ma la proposta di legge eliminerebbe l’accesso anche per le vittime di stupro o incesto. Peggio ancora, se possibile, è la minaccia alle donne che hanno un aborto spontaneo di venire indagate perché possibilmente sospette di aver causato la morte di un “bambino concepito”, reato punibile con il carcere. La legge farà in modo di ridurre ulteriormente il numero di medici non obiettori ancora disponibili per le donne che decidono di abortire. Il testo di legge è il frutto di una petizione firmata da 450mila persone promossa dall’organizzazione Ordo Iuris e sostenuta dalla chiesa cattolica locale. L’unica ragione tollerata dalla legge per consentire l’aborto è il grave pericolo per la vita della donna.»

E se è vero che accade in Polonia (che non è così lontana ed è Europa) e altresì vero che anche qui, anche nel nostro Parlamento, ultimamente sono molti i vagiti di restaurazione di un’epoca che sembra avere voglia di tornare indietro. Vale la pena interessarsene. Davvero.

Aborto: l’Europa ci riporta sulla terra

aborto-legge-194-cgil

Il diritto delle donne ad abortire in Italia non è completamente garantito e i medici non obiettori sono discriminati. Il Consiglio d’Europa ha accolto un ricorso della Cgil per la mancata applicazione della norma che tutela la possibilità di interrompere la gravidanza. Per l’organizzazione europea le donne nel nostro Paese continuano a incontrare “notevoli difficoltà” nell’accesso ai servizi, nonostante quanto previsto dalla Legge 194. Per il Consiglio d’Europa inoltre, l’Italia discrimina medici e personale medico che non hanno optato per l’obiezione di coscienza. E sostiene che questi sanitari sono vittime di “diversi tipi di svantaggi lavorativi diretti e indiretti”. E’ la seconda volta che il comitato arriva alla conclusione che l’Italia non sta rispettando quanto stabilito dalla Legge 194.

A rendere problematico l’accesso all’aborto per le donne, secondoStrasburgo, sono tra l’altro una diminuzionesul territorio nazionale del numero di strutture dove si può abortire e la mancata sostituzionedel personale medico che garantisce il servizio quando un operatore è malato, in vacanza o va in pensione. A individuare i problemi è stato il comitato europeo per i diritti sociali del Consiglio d’Europa. Il comitato ha rilevato che le strutture sanitarie “non hanno ancora adottato le misure necessarie per rimediare alle carenze nel servizio causate dal personale che invoca il diritto all’obiezione di coscienza, o hanno adottato misure inadeguate”.

(l’articolo è qui)

Altro che Isis (tutti obiettori con l’utero degli altri)

«Chi pensa di abortire è una puttana, una troia oppure una sgualdrina. Ho più rispetto di una prostituta che per una femmina (non donna) che abortisce. È vergognoso giustificare un omicidio, non chiamare le persone con il loro nome».

(don Luigi De Rosa, parroco di Vairano Scalo, nel casertano)

1396344605_466350803

Per il Vescovo di Ferrara la crisi è colpa dell’aborto

A proposito di laicità:

Luigi Negri
Luigi Negri

È scoppiata la polemica a Ferrara per alcune parole, sulla legge sull’omofobia e sull’aborto, del vescovo Luigi Negri. «La legge contro l’omofobia – ha detto il prelato, vicino a Cl – è un delitto contro Dio e contro l’umanità. La legge sull’aborto invece non ha consentito di venire al mondo ad oltre sei milioni di italiani e la scarsità di figli ci ha fatto sprofondare in questa crisi economica».

Frasi che hanno fatto arrabbiare i Giovani Democratici che, con una lunga lettera pubblicata dalla «Nuova Ferrara», hanno definito «intellettualmente disonesto» il sostenere la tesi «che l’aborto sia responsabile della crisi così come lo è il cercare consensi in materia utilizzando un nervo scoperto come le difficoltà economiche delle famiglie». Contro Negri anche Sel. «Comprendo – ha detto il consigliere comunale Gianluca Fiorentini – che il Vescovo di Ferrara debba coltivarsi il proprio orticello nell’ultradestra cattolica, continuando a contrapporre, in una rinnovata crociata, la sua visione assolutistica a quello Stato laico nato dal Risorgimento e dalla Resistenza. Faccio un po’ più fatica a capire come tutto questo possa aiutare la comunità cattolica ferrarese».

Nell’agosto scorso, il vescovo aveva affisso fuori dalla sua casa una bandiera con il simbolo dei cristiani iracheni perseguitati dalle milizie dell’Isis.

(fonte)

Siamo tutti Sallusti?

Prima di rispondere sarebbe il caso di leggere Chiara Lalli e il suo articolo per Il Mucchio:

Perché qui la questione non è essere contrari all’aborto (opinione) ma avere raccontato il falso, avere descritto la ragazzina come vittima di crudeli carnefici e i genitori in combutta con il giudice per costringerla ad abortire, anzi per stapparle il figlio dai visceri. Sulla diffamazione si potrebbe discutere a lungo: vogliamo considerarlo reato senza vittima, siamo pronti a prenderci tutte le conseguenze? Siamo sicuri che non ci sia una vittima e come potremmo difenderci se qualcuno scrive su un giornale che siamo dei serial killer? Che pensare dell’incitazione all’odio razziale o dell’omofobia? In Italia il primo è reato come crimine d’odio, sulla seconda siamo terribilmente evasivi. Si potrebbe – e dovrebbe – discutere sul tipo di pena e sull’inopportunità del punire l’intemperanza del linguaggio, anche se le critiche si basano su fatti veri. Il carcere non può che apparire spropositato e insensato – ma anche giocare a fare i martiri dopo avere rifiutato qualsiasi rimedio lo è. Prima di decidere cosa pensare è consigliabile leggere almeno Sallusti secondo me di Federica Sgaggio, 23 settembre 2012 eLibertà di diffamazione di Michael Braun, 27 settembre 2012, Internazionale. Così siamo pronti per l’ultima puntata, cioè il cosiddetto SalvaSallusti. È lo stesso Sallusti a commentare il 13 novembre sul suo profilo “Mi sento meno solo. Con la legge approvata dal Senato a San Vittore finiremo in tanti”.

#apply194 ce lo chiede l’Europa

A proposito di Lombardia, laicità e diritti: sulla legge 194, le sue applicazioni e i troppi obiettori di coscienza in Consiglio Regionale come gruppo SEL abbiamo portato avanti la battaglia fin dall’inizio (soprattutto Chiara Cremonesi, trovate tutto sul suo sito qui) e oggi Il Fatto Quotidiano riporta che alla fine, oltre a Sinistra Ecologia e Libertà, ce lo chiede anche l’Europa:

Questa volta il tema è la legge 194sull’aborto e il tasso abnorme di medici obiettori di coscienza. Il Comitato europeo per i diritti sociali del Consiglio d’Europa ha infatti dichiarato ricevibile il ricorso presentato contro l’Italia dall’ong International Planned Parenthood Federation European Network (Ippf En), cui ha collaborato la Laiga (Libera associazione ginecologi per l’applicazione della l.194). La loro tesi è che l’alto numero di personale medico obiettore non garantisca il diritto delle donne ad avere accesso alle procedure per l‘interruzione volontaria della gravidanza come stabilito dalla legge 194. 

Per l’ong, la 194 non garantisce, come dovrebbe, il diritto all’ivg, e quindi viola il diritto delle donne alla salute e quello a non essere discriminate, sanciti dalla Carta sociale europea. L’Ippf En sostiene nel ricorso che la violazione della Carta sociale è dovuta all’articolo 9 della legge, che nel regolare l’obiezione di coscienza degli operatori sanitari non indica le misure concrete che gli ospedali e le Regioni devono attuare per garantire un’adeguata presenza di personale non obiettore in tutte le strutture sanitarie pubbliche, in modo da assicurare l’accesso alla procedure per l’interruzione di gravidanza. Il numero insufficiente di medici non obiettori, soprattutto in alcune regioni, mina il diritto delle donne alla salute e discrimina quelle che per motivi finanziari non possono recarsi in un’altra regione o in strutture private.

Del resto, che l’obiezione di coscienza sia un fenomeno in continua crescita in Italia, lo confermano anche i dati dell’ultima relazione al Parlamento del ministero della Salute sulla legge 194. Tra i ginecologi si è passati da un tasso di obiezione del 58,7 per cento del 2005 al 70 per cento circa del 2010, tra gli anestesisti dal 45,7 per cento al 50,8 per cento, e tra il personale non medico dal 38,6 per cento del 2005 al 44,7 per cento del 2010. Al sud si raggiungono picchi tra i ginecologi superiori all’80 per cento: è il caso di Basilicata (85,2 per cento), Campania (83,9 per cento), Molise (85,7 per cento), e Sicilia (80,6 per cento)-

Il Comitato europeo, per contro, ha bocciato la richiesta del Governo italiano di dichiarare irricevibile il ricorso, sulla scorta del fatto che uno Stato non può limitare il numero di medici o di altri operatori sanitari che decidono di ricorrere all’obiezione di coscienza. Vista la gravità delle accuse, il Comitato ha deciso di dare precedenza al ricorso e limitare i tempi a disposizione delle parti per la presentazione delle loro tesi sul merito. Il Governo italiano ha tempo fino al 6 dicembre per inviare le proprie argomentazioni, mentre l’Ippf fino al 17 gennaio per rispondere.

E voi no: le critiche che ci meritiamo

Un commento che merita di essere un post. Scritto da Patty sotto questo articolo. E che dovremmo leggere e rileggere, stampare per le nostre scrivanie, per i dirigenti e per rispondere che sì, riusciamo a farle subito e portarle a compimento in tempi certi quelle proposte che sono nel nostro dna e che sembra ci facciano così tanta paura da rinunciare a farne una bandiera politica. Di solito si propagano e si mettono in evidenza i complimenti, che fanno curriculum. Questa è una critica che spiega molto di più di tanti sondaggi:

Posso dirti, caro Giulio, che le tue sono domande pleonastiche?
Possibile, davvvero possibile, che anche i migliori tra voi, persone di tutto rispetto come te, Civati, Chiara Cremonesi, la Alicata, Ignazio Marino, non percepiate che noi elettori PD o (come me ) ex PD delusi dal PD che hanno votato Sel, o magari Idv, siamo più avanti, molto più avanti di questi dirigenti del Pd e ora anche di Sel?
Com’è possibile che ancora vi e ci chiediate queste cose così ovvie? Noi vorremmo andare avanti. Siamo già, credimi, molto avanti. Molto oltre. Spaesati, però, e con il cerino in mano. Una bella collezione, di cerini:
Pronti a votare per il MATRIMONIO delle coppie omosessuali, oltre alle unioni civili. E voi, d’un tratto, NO.
Pronti a votare lo ius soli, ma voi, tutti al completo, NO.
Decisi, anzi, ferrei, nel non volere alleanze con l’UDC, a costo di NON governare, perché noi non vogliamo saperne PIU’, MAI PIU’ delle BInetti, dei Formigoni, dei Buttiglione, dei Giovanardi, dei Casini, dei CL e dei cilici e persino dei boyscout e voi, NO. Pensa un pò, Giulio, noi faremmo anche piazza pulita delle giovani marmotte alla Letta Enri, sai, quello che sponsorizzò Ferrandelli? Si accomodi fuori, prego, a casa Casini in Caltagirone, Letta Enri. Che prima o poi tradisce, ci puoi giurare, e noi, nel nostro centrosinistra ideale, ne facciamo anche a meno. Ci portiamo avanti. Siamo avanti. Ma voi no.
Noi, sai, eravamo pronti a REALIZZARE misure concrete per le PARI OPPORTUNITA’, ma voi, boh?
Eccoci, qui, invece, nel 2012, a dover gridare che la legge 194 NON si tocca. E si rispetta. Che il n. dei medici obiettori deve essere reso pubblico e PUBBLICATO in ogni H e NON deve essere superiore a quello dei NON obiettori.
Che la pilloa del giorno dopo NON può essere negata da nessun farmacista. Dei farmacisti obiettori?! Ma siamo matti? E’ illegale! E voi? Boh? Ragazze, donne, intanto, arrangiatevi.
Noi strapronti a votare le donne, tante donne. E dove sono? Dov’è, Giulio, la canditata donna alle primarie del centrosinistra? Dove?
Dove sono le proposte e le leggi nuove e al passo con questi tempi maledetti contro la violenza sulle donne?
Dove sono gli interventi, duri, quotidiani del PD e di Sel, sui Femminicidi giornalieri e sul linguaggio offensivo dei media nei confronti delle donne?
E potrei continuare per giorni.
Sai, siamo molto stanche, noi donne, degli uomini. Dei politici. Di questo paese.
Per dire, noi donne, se avessimo un nostro partito, per prima cosa andremmo avanti, certo, che lo siamo già, di natura, avanti. Siamo nate molto, molto multi tasking noi donne, per forza di cose, ma prima, caro Giulio, torneremmo anche indietro a riprenderci rapide, due o tre cose fondamentali che quando c’erano e funzionavano abbastanza bene, prima dell’osceno governo dei lanzichenecchi del PDL, prima delle Moratti, delle Minetti, delle Gelmini, ci servivano. Ci aiutavano. Tutti.
Sai? quelle due o tre cose PUBBLICHE e garantite a tutti i cittadini che ne determinano il benessere fisico e l’apprendimento. L’Abc di uno stato civile. La salute, l’istruzione e la cultura. Quando il liberismo sfrenato vuol scipparle ai cittadini in nome del profitto, di solito comincia con i soldi ai privati. Poi con i tagli. Poi con le assicurazioni(ne ha appena parlato Monti ) Poi, con i cittadini fuori dal welfare.
Loro, sono andati molto avanti, caro Giulio.
Noi, che una volta votavamo centrosinistra, sai, quegli ingenui che stanno ancora aspettando la legge sul conflitto di interessi, noi, lo sappiamo.

#apply194 nella versione di Tayyip Erdoğan

La Turchia è vicina, ce lo racconta Chiara Lalli su Pubblico:

Women on Waves, organizzazione internazionale non governativa che combatte per i diritti riproduttivi e la salute delle donne, ha pubblicato un comunicato stampa sulla politica restrittiva della Turchia sull’aborto: Press release: Turkey bans medicines used for safe abortion from pharmacy in move to further restrict accessLe farmacie non potranno più vendere il Misoprostol, un farmaco utilizzato dalle donne per indurre una interruzione di gravidanza. Il Misoprostol può essere usato fino alla nona settimana di gravidanza senza rischi secondo il World Health Organization; serve anche per il trattamento e la prevenzione delle emorragie post parto, responsabili del 25% delle morti puerperali.

La decisione della Turchia non è una sorpresa, anzi è una mossa coerente con la premessa: “l’aborto è un omicidio” aveva dichiarato Tayyip Erdoğan nel maggio scorso. E anche il parto cesareo non va tanto bene. Il governo turco sta lavorando per modificare la legge sull’aborto, anticipando il termine per interrompere una gravidanza alla quarta settimana (oggi in Turchia si può abortire fino alla decima). Imporre il limite alla quarta settimana significa impedire alla maggior parte delle donne di accedere a un aborto sicuro. Difficilmente una donna si accorge di essere incinta così precocemente, come lo stesso comunicato di Women on Waves sottolinea. […]

Quello che succede in Turchia non è un caso isolato: sono molti i Paesi in cui l’aborto è oggetto di attacchi feroci o schiacciato da condizioni che lo rendono estremamente complicato. In Italia di recente un giudice ha pretestuosamente sollevato una questione di legittimità sull’articolo 4 della 194.
La condanna verso l’aborto prende varie forme: dalle marce “per la vita” (che meglio sarebbe chiamare “contro la possibilità di scegliere”) alla presenza di associazioni contrarie all’aborto nei reparti di strutture pubbliche, dalla demolizione lenta e irreversibile dei consultori familiari allaproposta di legge Tarzia, un colpo di grazia verso strutture già in difficoltà.