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Sul confine tra Polonia e Bielorussia si sta consumando una guerra contro i migranti

Polonia e Bielorussia si fanno la guerra e le guerre oggi non hanno nemmeno bisogno di armi, bastano i migranti. È dall’inizio dell’estate che la Bielorussia accoglie migliaia di migranti per poi spingerli verso il territorio polacco e dei paesi baltici, con il chiaro obiettivo di mettere in difficoltà quell’Unione Europea che da sempre è avversaria del regime autoritario di Alexander Lukashenko.

Già alcune settimane fa la Polonia aveva denunciato almeno 30mila tentati accessi alle frontiere con la Bielorussia. Alcune testimonianze dei migranti raccontano di viaggi organizzati e addirittura incoraggiati dalle autorità bielorusse che svolgono un vero e proprio ruolo di “scafisti” via terra: il viceministro della Lituania Kęstutis Lančinskas raccontò a Bbc News di avere saputo «che il governo bielorusso stava semplificando le procedure burocratiche per rilasciare visti “turistici” in Iraq».

Per un migrante che vuole arrivare in Europa ottenere il via libera per raggiungere il confine di un Paese europeo significa molto spesso essere a un passo dalla salvezza. Da mesi molte agenzie di viaggio in Iraq (ma anche in nazioni vicine) riescono a ottenere il visto nel giro di pochi giorni e a imbarcare i profughi sugli aerei delle molte compagnie che ha aperto una rotta su Minsk, la capitale bielorussa. Qui (ovviamente con l’aiuto dei trafficanti) l’ultimo passo è quello di superare il confine dove arrivano scortati dalle forze di sicurezza bielorusse con appositi bus e taxi. Allo stato attuale sarebbero almeno 2.000 le persone ammassate vicine al confine polacco (secondo la stima della Commissione Europea, il governo polacco parla di circa 4.000 persone) che si trovano sulla strada dalla bielorussa Bruzgi e la polacca Kuźnica. Si tratta di uomini ma anche famiglie, donne e bambini che stanno all’aperto con temperature vicine allo zero, senza acqua e senza cibo, con i due eserciti che si fronteggiano a pochi metri. L’accesso ai giornalisti è vietato e per ora anche l’ingresso delle associazioni umanitarie è resa molto difficile. Migliaia di persone sono di fronte al filo spinato dove il governo polacco ha schierato 22mila uomini per impedire che attraversino la frontiera. «Siamo pronti a qualsiasi scenario. La nostra priorità è una difesa solida del confine», ha twittato il ministro dell’Interno polacco, Mariusz Kaminski e ha nessuno viene in mente di preoccuparsi dell’incolumità dei migranti. «Né la Bielorussia né la Polonia ci stanno accogliendo», ha raccontato a Bbc News Shwan Kurd, un iracheno di 33 anni che si trova al confine: «Non ci lasciano dormire e siamo affamati, qui non ci sono né acqua né cibo. Ci sono bambini piccoli, anziani e famiglie».

Per abbattere il filo spinato vengono usati tronchi come arieti ma anche utensili che difficilmente i profughi possono essersi portati con loro. Per questo il governo Polacco accusa il governo di Alexander Lukashenko di rifornire alle persone tutto l’occorrente per superare la barriera. Il gioco dall’altra parte è semplicissimo accusando la Polonia di “disumanità” per la sua sospensione di procedura della richiesta d’asilo.

Dietro a tutto questo la Nato ha preso le difese della Polonia mentre la Russia (accusata da molti di essere la mente del progetto di pressione sui confini europei) ha preso le parti di Lukashenko. La tensione è altissima e basta pochissimo (un colpo sbagliato) per accendere un incendio che provocherebbe un’enorme crisi internazionale. Il fatto che la Polonia poi appoggi tutta la propria credibilità internazionale in un sovranismo dal pugno di ferro rende inevitabilmente tutto più difficile. La Polonia ovviamente ha tutto l’interesse a ingigantire il problema.

Matteo Villa dell’Ispi osserva in un’intervista a Adnkronos che «le autorità polacche a ottobre hanno detto che ci sono stati tra i 15mila e i 30mila tentativi di attraversare frontiera, ma hanno contato le stesse persone che più volte hanno provato a superare il confine». Secondo Villa la Polonia gioca per «ottenere lo sblocco dei fondi del suo Pnrr e, allo stesso tempo, spingere Bruxelles – su impulso tedesco – a chiudere un occhio sulla questione dello stato di diritto e distogliere l’attenzione dalle proteste interne per la legge sull’aborto». E in effetti anche questo è un ulteriore tassello di una crisi internazionale che sarebbe troppo banale vedere come un semplice affare di qualche migliaio di persone da ricollocare. L’Europa raccomanda la calma ma servirà molto di più per sbloccare la situazione.

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“Sono trafficanti”, così la Libia giustifica le torture contro i ragazzini

Continua incessante in Libia la grave repressione che si srotola nel Paese da venerdì sotto lo sguardo inerme della comunità internazionale che finge di non vedere, di non sapere e di non capire. Ora escono anche i primi numeri ufficiali: l’agenzia delle Nazioni Unite ha contato 5.152 migranti che sono stati detenuti, ma i numeri sono in aumento visto che l’orrido rastrellamento continua nella città occidentale di Gargaresh, da sempre importante hub per i migranti della nazione nordafricana.

Hussein Baoumi, attivista per la Libia e l’Egitto presso Amnesty International, ha raccontato ad Al Jazeera che gli arrestati sono stati portati nei centri di detenzione tra cui Al-Mabani e Shara’ al-Zawiya, a Tripoli, e che si lamentano delle condizioni disumane e dell’estremo sovraffollamento. «Le persone con cui abbiamo parlato devono dormire con un sistema di rotazione, in cui alcune persone stanno in piedi e altre dormono», ha detto Baoumi. Continuano ad arrivare video che testimoniano pestaggi delle guardie con bastoni e tubi dell’acqua mentre il cibo continua a scarseggiare. Sono almeno due le donne che hanno denunciato molestie sessuali a volontari di Amnesty International: una di loro ha raccontato di essere stata costretta a spogliarsi nuda in un centro di detenzione. Proprio secondo Amnesty International la repressione sarebbe dalla milizia della “Sicurezza pubblica”, guidata dall’ex vice capo dell’intelligence libica Emad al-Trabulsi, nonché dalla “Forza di supporto della direzione della sicurezza”. Entrambi i gruppi sono legati al ministero dell’Interno libico, quel ministero che l’Italia (e l’Europa) continua a sovvenzionare profumatamente.

Le autorità libiche, per nulla imbarazzate di ciò che sta accadendo, confidando sempre nell’impunità che gli viene garantita da un’Europa interessatamente distratta, continua a descrivere la campagna come una misura “di sicurezza contro l’immigrazione clandestina e il traffico di droga” ma il ministero dell’Interno, che guida la repressione, non è stato in grado di menzionare un solo arresto di un solo narcotrafficante o contrabbandiere. Il fatto che tra i migranti e rifugiati detenuti ci siano 215 bambini e più di 540 donne, di cui almeno 30 incinte (come ha detto lunedì all’Associated Press l’Organizzazione internazionale per le migrazioni OIM delle Nazioni Unite) lascia intuire che la narrazione del governo libico sia una bugia recitata anche piuttosto male. Anche perché tra i rifugiati ci sono molti che si sono regolarmente registrati presso l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, il che significa che sono stati riconosciuti come rifugiati o richiedenti asilo. «Queste persone stanno scappando dalla persecuzione dai loro paesi di origine e dovrebbero essere protette, non imprigionate», ha detto Baoumi di Amnesty International. Georgette Gagnon, coordinatrice umanitaria delle Nazioni Unite per la Libia, ha dichiarato che «i migranti disarmati sono stati molestati nelle loro case, picchiati e fucilati».

«La maggior parte delle persone arrestate sono ora detenute arbitrariamente, anche in strutture di detenzione gestite dalla Direzione per la lotta alla migrazione illegale, sotto il ministero degli Interni», ha affermato Gagnon. Vale la pena ricordare che nel 2020, le autorità libiche hanno legittimato i luoghi di prigionia informali integrandoli nell’infrastruttura ufficiale di detenzione per migranti sotto il controllo della Direzione per la lotta alla migrazione illegale (DCIM) del Ministero dell’Interno. Secondo la testimonianza di un eritreo detenuto ci sarebbero almeno 17 morti per colpi di arma da fuoco da parte della polizia libica nel centro di detenzione di Ghoat Shaal, mentre altri due sarebbero morti all’interno della struttura di detenzione per asfissia, soffocati dai corpi dei loro stessi compagni ammassati, come dimostrano anche le inequivocabili immagini che ci arrivano. I media locali hanno diffuso immagini di rastrellamenti avvenuti anche nella zona di Janzur, a 12 chilometri da Tripoli. Mentre rimbalzano le foto anche delle oltre 1.000 persone che dormono per strada nei pressi della sede UNHCR (l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati) a Tripoli per cercare protezione e scappare dalle retate.

Se non bastasse ora c’è anche il rapporto pubblicato dalla missione di inchiesta indipendente sulla Libia delle Nazioni Unite che denuncia crimini di guerra e crimini contro l’umanità, commessi nel Paese nordafricano a partire dal 2016. Il Consiglio per i diritti umani dell’Onu racconta che le indagini «hanno evidenziato che tutte le parti in conflitto, inclusi Paesi terzi, combattenti stranieri e mercenari, hanno violato il diritto internazionale umanitario, in particolare i principi di proporzionalità e ragionevolezza, e alcune hanno commesso crimini di guerra». «Migranti, richiedenti asilo e rifugiati sono sottoposti a una sequela di abusi in mare, nei centri di detenzione e per mano dei trafficanti», ha spiegato Chaloka Beyani, membro della Missione. «Le nostre indagini indicano che le violazioni contro i migranti sono commesse su vasta scala da attori statali e non statali, con un alto livello di organizzazione e con l’incoraggiamento dello Stato – il che è indicativo di crimini contro l’umanità».

«La detenzione arbitraria in prigioni segrete e le condizioni insopportabili di detenzione sono ampiamente utilizzate dallo Stato e dalle milizie contro chiunque sia percepito come una minaccia ai loro interessi o opinioni», ha accusato Tracy Robinson. «La violenza nelle carceri libiche è commessa su una tale scala e con un tale livello di organizzazione che può anche potenzialmente equivalere a crimini contro l’umanità». Il rapporto della missione d’inchiesta documenta anche il reclutamento e la partecipazione diretta di bambini alle ostilità, le sparizioni forzate e le uccisioni extragiudiziali di donne di spicco e le continue forme di violenza sessuale e di altro tipo contro le popolazioni vulnerabili, comprese le persone LGBTQI. La Missione ha inoltre prestato particolare attenzione alle accuse di crimini atroci commessi nella città di Tarhuna (sud-est di Tripoli) tra il 2016 e il 2020. Anche oggi dalla Libia “porto sicuro” (come dicono i nostri rinomati ministri) è tutto. Ma le cronache dall’inferno continuano, c’è da scommetterci.

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Chi era Mikis Theodorakis, musicista partigiano in lotta contro la dittatura

Se da qualche parte c’è un posto riservato agli artisti che no, che non hanno semplicemente pensato a suonare o cantare o recitare o scrivere restando laterali al mondo che avevano intorno allora lì sicuramente da ieri c’è una stanza prenotata a nome di Mikis Theodorakis, il più grande compositore greco che ieri si è spento all’età di 96 anni dopo una lunga malattia, nella sua Atene.

Perché raccontare Mikis Theodorakis come semplice musicista sarebbe una narrazione monca che non tiene conto della complessità. E in un momento storico in cui si tende a negare e sminuire il ruolo politico dell’artista la vita di Theodorakis è un invito a parteggiare, sempre. Allora si dovrebbe dire che nel periodo in cui il musicista era iscritto al Conservatorio Odeon oltre alla musica Theodorakis decise di impegnarsi in prima persona nella resistenza del Fronte di Liberazione Nazionale del Partito Comunista Greco, entrando nell’Elas (l’esercito di liberazione greco). Furono gli anni in cui Theodorakis venne arrestato, carcerato, torturato fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. E mentre coltivava il suo talento musicale decide ancora, nonostante tutto, di mettersi a disposizione dell’esercito di liberazione durante la guerra civile del 1946. Ed è arresto di nuovo, di nuovo violenze e perfino un campo di concentramento a Icaria.

Quando nel 1950 Theodorakis si diploma al conservatorio è un uomo con una vitalità e un’esperienza che la musica può solo elevare. Viene il dubbio, a rileggerne la storia, che davvero l’arte porti addosso le cicatrici di una vita così intensa. Passano 3 anni e il nome di Theodorakis sbarca anche qui in Italia, con il suo Carnival che nel 1953 viene rappresentato all’Opera di Roma. Theodorakis è giovanissimo, appena ventisette anni, e si trasferisce a Parigi: è il periodo dell’esplosione nel mondo della danza, del teatro, del cinema e dello studio della musica popolare ellenica. Inizia la collaborazione con Yannis Ritsos e poi con Kambanellis, poeti che con Theodorakis mettono la parola nel processo di recupero e di rivitalizzazione della musica popolare. Dentro quei testi però c’è anche il loro presente, gli ideali, le lotte perché Theodorakis (e di questo gliene siamo grati) non è mai riuscito a non essere parte vitale del dibattito del suo Paese.

Quando nel 1963 degli estremisti di destra uccidono il politico Gregoris Lambrakis la chiamata all’attivismo politico è troppo forte e Theodorakis torna in patria, fondando il Movimento democratico Giovanile Grigoris Lambrakis e entrando in Parlamento. Con l’avvento del regime dei colonnelli la sua musica viene bandita dal Paese (perché è un’arma bianca potentissima e che spaventa il potere, anche la musica) e per tre anni da latitante vive confinato con moglie e figli in un piccolo villaggio nel Peloponneso. Solo le pressioni internazionali gli hanno permesso di vivere in esilio poi a Parigi. Per questo quando nel 1974 cade il regime viene accolto al suo ritorno come un eroe popolare (perché era un eroe popolare, mica solo un artista) e decide di impegnarsi di nuovo in prima persona. Viene candidato come sindaco di Atene, è ministro del governo di Constantie Mitsotakis e ancora nel 2010 aveva le forze per fondare un suo movimento politico, Spitha.

In tutto questo poi aggiungeteci l’arte: un lavoro smisurato che in Italia ha raccolto come interpreti Edmonda Aldini, Milva, Iva Zanicchi. Ha lavorato con Pablo Neruda nell’esecuzione del Canto General. Nel 1998 dirige la prima assoluta del suo lavoro che lo rende immortale: Zorba il greco con Vladimir Vasiliev e Gheorghe Iancu nell’Arena di Verona. Mentre il mondo cambiava anche la musica greca veniva trasportata dalla tradizione alla modernità. Non è forse innovazione artistica riuscire a declinare la tradizione nel presente? E in questo Mikis Theodorakis è stato uno dei più grandi di questo nostro tempo, in tutto il mondo.

Ora che è mancato, mettendo in fila le sue vicissitudini personali, politiche e artistiche ci si rende conto che il mondo piange una grave perdita ma custodisce un’enorme testimonianza: partecipare al proprio tempo è una missione che con l’arte diventa potentissima. E ora, insieme alla sua musica, non resta che sperare che non vada persa nemmeno la sua testimonianza.

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Salvini finge di non essere al Governo: sbraita contro Lamorgese senza proporre nessuna soluzione

Matteo Salvini si è incagliato. Come un giradischi rotto che insiste ossessivo a suonare la solita canzone da mesi ripete sempre le stesse cose, cambia solo qualche aggettivo e l’immagine a corredo dei suoi post, non riesce a trovare un guizzo, non trova un nuovo concetto, nemmeno mezzo straccio di slogan, niente di niente.

E così dopo avere fotografato la sua bilancia per dirci che è ingrassato di tre chili durante la sua permanenza in Calabria e quindi si metterà a dieta (sempre sull’onda dei politici che avrebbero voluto essere influencer e che ci informano delle loro attività intestinali ) oggi prova a fare un po’ di rumore con un tweet che è la sindone del suo essersi arenato: “Rave party con morti e feriti che durano giorni – scrive Salvini – orde di baby gang che terrorizzano da tempo la riviera romagnola e non solo, dopo navi francesi e tedesche, oggi una nave con bandiera norvegese lascerà 322 immigrati in Italia. Lamorgese, dove sei?”. 

Vale la pena spulciarlo: l’ex ministro dell’Interno mette insieme una questione di ordine pubblico (il rave), una questione culturale che ha a che fare con l’infanzia e l’educazione (le presunte “baby gang”) e una questione umanitaria (i salvataggi nel Mediterraneo) tutti sotto l’ombrello della “sicurezza” dimostrando ancora una volta di non avere nessuna contezza politica (oltre che empatia, ma quella rientra nel suo personaggio di “cattivissimo me” che ormai non fa più nemmeno sorridere i bambini) dei temi di cui vorrebbe trattare.

La sua retorica ormai è stantia, zoppicante, prevedibile e la sua propaganda sembra non volere tenere conto della contemporaneità rendendolo terribilmente sgraziato.

Solo che Salvini continua a fingere di dimenticare che questa volta al governo c’è seduto anche lui, lui e tutta la sua truppa di salviniani che si stanno ottenendo nell’entusiasmo e sembra funzionare poco o niente la narrazione della Lega al governo per “pungolare” Draghi: il sottosegretario della ministra Lamorgese, solo per fare un esempio, è il leghista Molteni e perfino gli elettori salviniani si chiedono perché il Capitano non chiami il suo compagni di partito piuttosto che sputare qualche tweet.

La profezia di Giorgia Meloni si avvera ogni giorno di più: Salvini all’angolo che si consuma mentre lei con le mani libere che cresce nei sondaggi. Resta da capire quanto questa sia una buona notizia per il Paese poiché i due sembrano sovrapponibili nelle idee, differenti solo per i contesti che si trovano ad affrontare. E forse ci stiamo occupando del Salvini sbagliato.

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Nicola Fratoianni: C’è una ignobile campagna delle destre contro i giovani e il lavoro

Il leader di Sinistra italiana rilancia la Next generation tax

Dovremmo avere il coraggio di dirci, guardandoci negli occhi, che di sinistra in giro se ne vede proprio poca. Per carità, che le istanze di sinistra siano all’angolo non è una novità e perfino ci assale la sensazione che quelle poche volte in cui riescono a bucare vengano subito annacquate, dipinte come antistoriche e soprattutto godano di poca considerazione, ma il governo Draghi (che in molti si affrettarono a dichiarare governo “tecnico” e non politico) è riuscito in quattro e quattr’otto a riassegnare ruoli da protagonisti anche a chi sembrava ormai fuori dai giochi. Che Silvio Berlusconi possa permettersi di avanzare e far discutere della sua candidatura a presidente della Repubblica senza prendersi una sonora pernacchia e finire dritto tra le barzellette del momento è altamente indicativo e che qualche giorno fa Matteo Renzi abbia avuto il coraggio di rivendicare lo spessore di ministri come Mariastella Gelmini e Renato Brunetta svela ampiamente quali fossero gli obiettivi dell’ultima crisi di governo.

Lo so, tocca ripeterlo ma che un governo possa elogiare Erdoğan e la Libia in tema di immigrazione, che in scioltezza si ritrovi a sbloccare i licenziamenti per permettere alle imprese di licenziare e riassumere a condizioni migliori (per loro), che senza battere ciglio elimini il cashback (unico provvedimento che si ricordi contro il nero nonostante tutti i suoi limiti), che insista nella narrazione tossica contro i sussidi chiamando invece investimenti i sussidi alle imprese, che sotto traccia continui nella battaglia frontale al reddito di cittadinanza e che nasconda irresponsabilmente la povertà, è un governo di destra. Destra, punto. Del resto tutti quelli che si dicono né di destra né di sinistra (o perfino tecnici) sono di destra. Anche questo la Storia dovrebbe avercelo insegnato, no?

E allora verrebbe da chiedersi per…

L’articolo prosegue su Left del 9-15 luglio 2021

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SOMMARIO

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Uggetti: “Le menzogne contro di me di Travaglio e Barbacetto”

“Di Maio chiede scusa ma l’ex sindaco assolto ha confessato”. Titola così oggi Il Fatto Quotidiano con un pezzo a piena pagina sull’ex sindaco di Lodi Simone Uggetti. Che Uggetti avesse confessato l’aveva scritto già il direttore del Fatto Marco Travaglio addirittura in prima pagina solo che in quell’occasione. Uggetti non poté rispondere poiché si trovava in carcere.
Oggi da uomo libero e assolto con formula piena gli abbiamo chiesto cosa ne pensi.

Uggetti, Il Fatto Quotidiano (e molti commentatori in scia) scrive ancora oggi che la sua assoluzione è incomprensibile poiché avrebbe confessato. Che ne dice?
Non solo non ho mai confessato ma sfido Barbacetto e il suo direttore Travaglio a trovare negli atti processuali (che gli metto volentieri a disposizione) una sola riga che attesti una mia confessione.

Però Barbacetto insiste sulle sue pressioni nei confronti di una funzionaria comunale che ha addirittura registrato la conversazione.
Fui registrato a mia insaputa dalla funzionaria comunale e quella registrazione fu sventolata come prova regina per giustificare la mia carcerazione. A Travaglio e Barbacetto forse manca un pezzo della storia: durante il processo ho chiesto per ben due volte che quella conversazione fosse ascoltata in aula e per ben due volte l’accusa si oppose. La terza volta fu il giudice a disporre l’ascolto. Finita l’udienza ricordiamo tutti il volto incredulo del giudice. Se vogliono, spedirò a Travaglio e Barbacetto anche quell’audio.

Nella pagina del quotidiano oggi in edicola si ripete anche che lei sarebbe stato arrestato perché avrebbe avuto intenzione di distruggere le prove. Neanche questo è vero?
È documentale la testimonianza del responsabile e informatico del comune che consegno alla finanza un hard disk completamente integro.

Ma quindi quell’articolo è pieno di falsità?
Sono tantissime. Un esempio: nel pezzo si dice che le piscine scoperte della città fossero un affare, abbiamo la testimonianza del revisore dei conti e la perizia di una primaria società internazionale che dimostrano esattamente il contrario. Gli metto a disposizione anche questo.

Ma non c’è un problema giornalistico, oltre che politico, nell’uso strumentale della gogna come ha detto ieri Di Maio?
Assolutamente si. Soprattutto quando non si cerca la verità ma solo la conferma alle proprie tesi. Io della verità non ho paura e sono pronto ancora adesso a rispondere su ogni punto di quel processo.

L’articolo Uggetti: “Le menzogne contro di me di Travaglio e Barbacetto” proviene da Il Riformista.

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La pantomima del Senato: approvate sia la mozione contro il vitalizio sia quella a favore

Tornano i vitalizi ai condannati definitivi per reati gravi e contro la Pubblica Amministrazione, ma “non è stato nessuno”. L’evoluzione della saga sui poveri senatori alla Formigoni che lamentano il diritto di ricevere i soldi che gli spettano e di non restituire i soldi che hanno rubato (lo sancisce una sentenza definitiva: è giustizia, non giustizialismo) raggiunge livelli di mimetismo codardo che sfida l’intelligenza degli elettori e che mostra in tutto il suo splendore la cifra etica della classe dirigente.

In breve: il Consiglio di Garanzia del Senato, presieduto dal berlusconiano Vitali, ha deciso di confermare la scelta della Commissione Contenziosa di ripristinare il bonifico all’ex presidente di Regione Lombardia. Ora toccherà alla presidenza del Senato prenderne atto e avviare l’iter. La restituzione dei vitalizi ai condannati è sostanzialmente cosa fatta, nonostante la politica (praticamente tutta) provi goffamente a dimenarsi inscenando un’opposizione (o anche solo una discussione) sull’argomento.


In Senato, ieri mercoledì 26 maggio, si è discusso di vitalizi approvando pilatescamente tutte e tre le mozioni che erano state presentate (quella di M5S, Pd e Leu, quella di Italia Viva e quella di Lega e Forza Italia): quella del centrosinistra chiede agli uffici del Senato di studiare una soluzione per applicare la legge Severino, la mozione del centrodestra chiede di “rivalutare” la direttiva che aveva imposto lo stop al vitalizio per i condannati per reati gravi, mentre Italia Viva chiede di “disciplinare i casi di revisione o revoca del vitalizio” per i senatori “condannati in via definitiva per delitti di particolare gravità”.

Tutto bello, se non fosse che quelle mozioni sono praticamente inutili poiché la Commissione Contenziosa (in sostanza un tribunale interno al Senato) ha di fatto annullato la delibera del Consiglio di Presidenza che aveva previsto la revoca del vitalizio, innescando di fatto un conflitto di poteri che dovrebbe piuttosto essere portato alla Corte Costituzionale.

Il punto in cui siamo l’ha spiegato bene l’ex presidente del Senato Pietro Grasso: “Abolendo del tutto la delibera del 2015 si spalancano nuovamente le porte del vitalizio non solo ai senatori condannati per corruzione ma anche per mafia o terrorismo. Spero proprio che non sia un effetto voluto, ma solo una distrazione”. Forse sarebbe ora di abbandonare la battaglia “formale” per prendere una decisione sostanziale: siete contro il ripristino del vitalizio ai condannati? Non fingete di non sapere quali siano i passaggi che servono per applicare la vostra decisione. È una questione di credibilità, oltre che di vitalizio.

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L’odio disumano contro Luna, la volontaria che ha osato abbracciare un migrante

È così ogni giorno di più, dentro una gola in cui si è scivolati usando le parole come coltelli e fingendo di non sapere che le parole contribuiscono a creare un clima. Viene difficile perfino scriverlo, che una foto di una volontaria della Croce Rossa, Luna Reyes a Ceuta, ha incendiato un conato di odio, di offese, di cattivismo e di minacce.

Siamo in questo tempo qui, in cui un abbraccio di una volontaria e un derelitto appena scampato dal mare provoca le reazioni isteriche di una società incivile e incattivita, in giro tutto il giorno con i denti di fuori a cercare una preda più disperata di loro da poter azzannare, pensando di lenire la propria disperazione.

“Vedeva che stavano ributtando in acqua gli altri e voleva uccidersi. L’ho cercato di calmare, continuava a piangere… gli ho dato dell’acqua”, ha spiegato Reyes alla televisione Rtve.

Luna Reyes è stata sommersa dall’odio e dalle minacce, costretta a scappare dai social per non soffocare con tutta quella merda che le è arrivata addosso. Soccorrere un bisognoso sta scritto nelle Costituzioni di tutto il mondo, sta scritto nei testi sacri di tutte le religioni ed è un categorico imperativo morale che viene ripetuto in tutte le buone educazioni, eppure questo è il tempo in cui essere umani già significa avere esagerato con la bontà, con il “buonismo” come lo chiamano i feroci falliti che bevono odio perché solo nell’odio riescono a racimolare una propria identità.

Questo nostro tempo sarà ricordato come l’epoca dei lupi, lupi affamati che ringhiano in gabbia pregando che un nemico riempia il loro stomaco, che abbaiando passi la loro paura. E per perdonarci istituiremo ancora più giornate della memoria. Ululeremo una giornata della memoria al giorno per sentirci assolti.

Bisognerete avere anche il coraggio di dirci che questi odiano i disperati perché sono disperati che sperano di evitare di guardarsi, calpestando le disperazioni degli altri. Si consolano professando una Patria che non esiste, per loro solo l’Io è la loro patria, rancidi in un sovranismo che è largo al massimo lo spazio che c’è tra il loro stomaco e i loro sfinteri.

Odiano il bene perché sono incapaci di farlo, di elaborarlo, di pensarlo e rantolano nella loro miseria che possono solo sputare sotto forma di odio. Se questo è un tempo in cui un abbraccio riesce a sollevare tutta questa marea nera, però, significa anche che con gesti minimi ci si può prendere la responsabilità di fare la propria parte in questa battaglia. Pensateci: è anche un’occasione per parteggiare facilmente, decidere da che parte stare, basta un abbraccio.

Leggi anche: Il soccorritore del neonato a Ceuta: “Era gelato e pallido, non sapevo se fosse vivo o morto”

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Dal bacio di Biancaneve a «è una vergogna signora mia…»

Era inevitabile ed è accaduto: a furia di moltiplicare iperboli per leccare anche l’ultimo clic indignato sul fondo della scatola perfino Enrico Mentana decide di dire la sua sulla “cancel culture” con due righe veloci, di passaggio, sui social paragonandola niente popò di meno che ai roghi dei libri del nazismo, con annessa foto di in bianco e nero di un rogo dell’epoca perché si sa, l’immagine aumenta a dismisura la potenza algoritmi del post.

Una polemica partita da un giornalino di San Francisco

La settimana delle “irreali realtà su cui pugnacemente dibattere” questa settimana in Italia parte dal bacio di Biancaneve cavalcato (in questo caso sì, con violenza amorale) da certa destra spasmodicamente in cerca di distrazioni e si conclude con gli editoriali intrisi di «è una vergogna, signora mia» di qualche bolso commentatore pagato per rimpiangere sempre il tempo passato. Fa niente che non ci sia mai stata nessuna polemica su quel bacio più o meno consenziente al di là di una riga di un paio di giornaliste su un quotidiano locale di San Francisco: certa intellighenzia Italiana si spreme da giorni sull’opinione di un articolo di un giornalino oltreoceano convinta di avere diagnosticato il male del secolo, con la stesa goffa sproporzione che ci sarebbe se domani un leader di partito dedicasse una conferenza stampa all’opinione di un avventore del vostro bar sotto casa. Un ballo intorno alle ceneri del senso di realtà per cui si son agghindati tutti a festa, soddisfatti di fare la morale a presunti moralisti di una morale distillata dall’eco dopata di una notizia locale.

Se la battaglia “progressista” si ispira a Trump

Chissà se i democraticissimi e presunti progressisti che si sono autoconvocati al fronte di questa battaglia sono consapevoli di avere come angelo ispiratore l’odiatissimo Donald Trump, il migliore in tempi recenti a utilizzare la strategia retorica del politicamente corretto per spostare il baricentro del dibattito dai problemi reali (disuguaglianze, diritti, povertà, discriminazioni) a un presunto problema utilissimo per polarizzare e distrarre. Nel 2015 Donald Trump, intervistato dalla giornalista di Fox Megyn Kelly su suoi insulti misogini via Twitter («You’ve called women you don’t like fat pigs, dogs, slobs and disgusting animals…») rispose secco: «I think the big problem this country has is being politically correct». Che un’arma di distrazione di massa venisse poi adottata dalle destre in Europa era facilmente immaginabile ma che si attaccassero a ruota anche disattenti commentatori e intellettuali (?) convinti di purificare il mondo era un malaugurio che nessuno avrebbe potuto prevedere. Così la convergenza di interessi diversi ha imbastito un fantasma che oggi dobbiamo sorbirci e forse vale la pena darsi la briga di provarne a smontarne pezzo per pezzo.

La banalizzazione delle lotte altrui è un modo per disinnescarle

C’è la politica, abbiamo detto, che utilizza la cancel culture per accusare gli avversari politici di essere ipocriti moralisti concentrati su inutili priorità: se io riesco a intossicare la richiesta di diritti di alcune minoranze con la loro presunta e feroce volontà di instaurare una presunta egemonia culturale posso facilmente trasformare gli afflitti in persecutori, la loro legittima difesa in un tentativo di sopraffazione e mettere sullo stesso piano il fastidio per un messaggio pubblicitario razzista con le pallottole che ammazzano i neri. La banalizzazione e la derisione delle lotte altrui è tutt’oggi il modo migliore per disinnescarle e il bacio di Biancaneve diventa la roncola con cui minimizzare le (giuste) lotte del femminismo come i cioccolatini sono stati utili per irridere i neri che si sono permessi di “esagerare” con il razzismo. Il politicamente corretto è l’arma con cui la destra (segnatevelo, perché sono le destre della Storia e del mondo) irride la rivendicazione di diritti.

Correttori del politicamente corretto a caccia di clic

Poi c’è una certa fetta di artisti e di intellettuali, quelli che hanno sguazzato per una vita nella confortevole bolla dei salottini frequentati solo dai loro “pari”, abituati a un applauso di fondo permanente e a confrontarsi con l’approvazione dei propri simili: hanno lavorato per anni a proiettare un’immagine di se stessi confezionata in atmosfera modificata e ora si ritrovano in un tempo che consente a chiunque di criticarli, confutarli e esprimere la propria disapprovazione. Questi trovano terribilmente volgare dover avere a che fare con il dissenso e rimpiangono i bei tempi andati, quando il loro editore o il loro direttore di rete erano gli unici a cui dover rendere conto. Benvenuti in questo tempo, lorsignori. Poi ci sono i giornalisti, quelli che passano tutto il giorno a leggere certi giornali americani traducendoli male con Google e il cui mestiere è riprendere qualche articolo di spalla per rivenderlo come il nuovo ultimo scandalo planetario: i politicamente correttori del politicamente corretto è un filone che garantisce interazioni e clic come tutti gli argomenti che scatenano tifo e ogni presunta polemica locale diventa una pepita per la pubblicità quotidiana. A questo aggiungeteci che c’è anche la possibilità di dare fiato a qualche trombone in naftalina e capirete che l’occasione è ghiottissima. Infine ci sono gli stolti fieri, quelli che da anni rivendicano il diritto di essere cretini e temono un mondo in cui scrivere una sciocchezza venga additato come sciocchezza. Questi sono banalissimi e sono sempre esistiti: poveri di argomenti e di pensiero utilizzano la provocazione come unico sistema per farsi notare e come bussola vanno semplicemente “contro”. Chiamano la stupidità “libertà” e pretendono addirittura di essere alfieri di un pensiero nuovo. Invece è così banale il disturbatore seriale. Tanti piccoli opportunismi che hanno trovato nobiltà nel finto dibattito della finta cancel culture.

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La sinistra si scalda per i processi a Salvini e ignora i migranti: 500 morti in 4 mesi (+200%)

Il Mediterraneo continua ad essere un cimitero liquido e il campo di battaglia di emergenze che spuntano solo quando tornano comode alla sfida politica. L’ipocrisia dei partiti sta tutta in quei numeri che diventano roncole quando servono per attaccare l’avversario e poi scompaiono se richiedono senso di responsabilità. Fra qualche mese, sicuro, comincerà di nuovo la fanfara degli sbarchi incontrollati come accade ciclicamente tutte le estati (con il miglioramento delle condizioni atmosferiche e quest’anno anche con l’allentamento del virus) e intanto sembra impossibile riuscire a costruire una chiave di lettura collettiva su cui dibattere e da cui partire per proporre soluzioni.

Però nel Mediterraneo un’emergenza c’è già, innegabile, e sta tutta nello spaventoso numero di morti in questi primi mesi dell’anno: mentre nel 2020 furono 150 le vittime accertate nel Mediterraneo quest’anno ne contiamo già 500, con un aumento quasi del 200%. A lanciare l’allarme è stata Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr, che ha partecipato al briefing con la stampa del Palais des Nations di Ginevra dal porto di Trapani in Sicilia, dove circa 450 persone stavano sbarcando in seguito al salvataggio da parte della nave della ONG Sea Watch: «Dalle prime ore di sabato 1 maggio – ha spiegato Sami – sono sbarcate in Italia circa 1.500 persone soccorse dalla Guardia Costiera italiana e dalla Guardia di Finanza o da Ong internazionali nel Mediterraneo centrale. La maggior parte delle persone arrivate è partita dalla Libia a bordo di imbarcazioni fragili e non sicure e ha lanciato ripetute richieste di soccorso».

Sami ha anche tracciato un primo quadro degli sbarchi nel 2021: «Mentre gli arrivi totali in Europa sono in calo dal 2015, – ha spiegato Sami – gli ultimi sbarchi portano il numero di arrivi via mare in Italia nel 2021 a oltre 10.400, un aumento di oltre il 170 per cento rispetto allo stesso periodo del 2020. Ma siamo anche profondamente preoccupati per il bilancio delle vittime: finora nel 2021 almeno 500 persone hanno perso la vita cercando di compiere la pericolosa traversata in mare lungo la rotta del Mediterraneo centrale, rispetto alle 150 dello stesso periodo del 2020, un aumento di oltre il 200 per cento. Questa tragica perdita di vite umane sottolinea ancora una volta la necessità di ristabilire un sistema di operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale coordinato dagli Stati».

L’agenzia Onu «sta lavorando con i suoi partner e con il governo italiano nei porti di sbarco per aiutare ad identificare le vulnerabilità tra coloro che sono arrivati e per sostenere il sistema di accoglienza dei richiedenti asilo» ma Sami sottolinea come continuino a mancare «percorsi legali come i corridoi umanitari, le evacuazioni, il reinsediamento e il ricongiungimento familiare devono essere ampliati» mentre «per le persone che non hanno bisogno di protezione internazionale, devono essere trovate soluzioni nel rispetto della loro dignità e dei diritti umani». L’incidente più grave finora è quello del 22 aprile, quando un naufragio ha causato la morte di 130 persone sollevando i prevedibili lamenti che ogni volta vengono spolverati per l’occasione. Solo una questione di qualche ora, come sempre, poi niente. La zona continua a essere completamente delegata alla cosiddetta Guardia costiera libica: «Nell’ultimo naufragio si parla di almeno 50 morti, noi abbiamo la certezza solo di 11 persone.  Quello che sappiamo è che erano in zona una nave mercantile e un’altra barca e che non sono intervenute, nonostante sia stato lanciato l’sos. E questo è molto grave: se c’è un natante in distress si deve intervenire, perché l’imbarcazione può affondare in qualsiasi momento. Ma ormai questa sembra essere una prassi consolidata: nessuno interviene in attesa che arrivi la Guardia costiera libica e riporti le persone indietro. Questo ci preoccupa molto», ha spiegato Carlotta Sami.

Secondo le stime dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) siamo al 60% di persone che tentano la traversata in mare e che vengono sistematicamente riportate indietro: «Almeno una su due è matematicamente riportata in Libia – spiega Flavio Di Giacomo, portavoce Oim, a Redattore Sociale -. Dopo l’ultimo naufragio abbiamo lanciato un appello all’Ue perché si rafforzi il sistema di pattugliamento in mare e si evitino altre tragedie, ma è caduto nel vuoto. C’è un silenzio politico assordante su questo tema. Si parla solo genericamente di un aumento degli arrivi: ma attenzione a evitare narrazioni propagandistiche perché nonostante la crescita i numeri restano bassi. Non esiste un’emergenza in termini numerici ma solo un’emergenza umanitaria, di morti e dispersi in mare».

Sempre a proposito di proporzioni poi ci sarebbe da capire perché le eventuali (gravi) responsabilità penali di Salvini quando fu ministro e lasciò alla deriva le navi delle Ong debbano infiammare più di questo spaventoso numero di morti che sembra non avere responsabili. Forse anche il centrosinistra, se vuole davvero occuparsi di diritti umani e non solo di dialettica politica, dovrebbe avere il coraggio di ripartire da qui.

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