Emilia-Romagna

Fingeranno sempre di passare lì per caso

Il governo ha deciso di chiudere le piste da sci sulla base dei dati del Cts sui contagi. Apriti cielo. Da Salvini a Zingaretti si levano voci sdegnate. E a parlare così sono i politici di quegli stessi partiti che hanno ministri nell’esecutivo Draghi. Ecco cosa c’e dietro il “governo dei sogni”

Giornata interessante, quella di ieri. Giornata significativa anche per quelli che da qualche giorno sospirano petali di rosa sognanti per un Draghi taumaturgo che avrebbe il potere di cancellare i partiti, la politica, la mediocrità di certi leader e soprattutto i normali meccanismi democratici di un Parlamento.

Accade che il governo decida di chiudere le piste da sci che invece avrebbero dovuto aprire. Accade che lo faccia all’ultimo momento: l’ultimo momento del resto è il primo momento utile con i nuovi dati che arrivano dal Comitato tecnico scientifico e volendo ben vedere anche il primo giorno utile da un governo che è naufragato per regalarci il governo dei sogni, il governo dei migliori, il governo che avrebbe cambiato tutto. Accade che di fronte i dati dei nuovi contagi (perché la curva non si abbassa più e anzi in modo preoccupante tende a rialzarsi probabilmente a causa delle varianti del virus) si decide di tenere chiuse le piste sciistiche. Apriti cielo: ogni volta che qualcuno tocca un settore qualsiasi ovviamente (e giustamente) si levano voci sdegnate. Ma badate bene, qui non si tratta delle voci dei lavoratori, che si sono ritrovati nella pessima situazione di dover cancellare una riapertura programmata che è costata organizzazione, soldi, fatica e che inevitabilmente costa moltissimo in termini economici e di spirito. No, qui si levano le voci sdegnate dei politici.

«I ministri hanno la nostra fiducia. ma serve cambiare qualche tecnico – ha avvertito Salvini – La comunità scientifica è piena di persone in gamba». Il presidente di Regione Lombardia, il leghista Fontana dice: «Trovo assurdo apprendere dalle agenzie di stampa la decisione del ministro della Salute di non riaprire gli impianti sciistici a poche ore dalla scadenza dei divieti fin qui in essere, sapendo che il Cts aveva a disposizione i dati da martedì, salvo poi riunirsi solo sabato». «Sono allibito da questa decisione che giunge a poche ore dalla riapertura», dice il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio. Piste da sci aperte in Friuli Venezia Giulia dal 19 febbraio anche per gli sciatori amatoriali. Il governatore Massimiliano Fedriga ha firmato l’ordinanza urgente n. 4/2021 con cui apre anche agli sciatori amatoriali, a decorrere dal 19 febbraio e fino al 5 marzo, gli impianti nelle stazioni e nei comprensori sciistici. «Per noi viene prima di tutto la salute dei cittadini ma è raccapricciante e imbarazzante vedere un’ordinanza che proroga la chiusura degli impianti da sci pubblicata 4 ore prima di mezzanotte», dice il presidente veneto Luca Zaia. Ma badate bene, non è mica solo la Lega: «Il danno per l’economia dello #sci e della #montagna è davvero immenso. Il Governo si adoperi subito per indennizzi e ristori a chi è stato colpito. Questa è la priorità assoluta», spara il segretario del Pd Zingaretti. «Non posso non esprimere stupore e sconcerto, anche a nome delle altre Regioni, per la decisione di bloccare la riapertura degli impianti sciistici a poche ore dalla annunciata e condivisa ripartenza», dice il presidente dell’Emilia-Romagna e della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini. Italia Viva (figurarsi) chiede “un cambio di passo”. E via così.

Tant’è che a un certo punto si diffonde l’opinione che la decisione sia stata presa dal ministro Speranza, da solo rinchiuso nella sua stanzetta e che loro non ne sapessero niente. Peccato che a metà giornata Palazzo Chigi (quindi Draghi) fa sapere all’Agi che la decisione sugli impianti sciistici è stata adottata in base alle informazioni fornite dal Cts e condivisa dal governo e dal presidente del Consiglio Mario Draghi. Cioè la decisione è stata discussa con tutti i ministri e quindi si presume che i ministri abbiano avvisato i segretari del proprio partito e quindi si presume che sia tutta una posa, una finta sorpresa, un giochetto facile facile: questi fingeranno sempre di essere presi alla sprovvista perché appoggeranno il governo nella comoda posizione di chi comunque si sente un battitore libero. E continueranno a sparare cannonate perché Draghi potrà (forse) riuscire a tenere a bada i ministri e non i partiti, com’è normale che sia.

Ora capite perché la favola del “governo tecnico” è una bufala? Questi continueranno a fingere di passare di lì per caso, in Consiglio dei ministri, rimanendo stupiti tutte le volte, ognuno per proprio tornaconto elettorale. Il “governo dei sogni” è un governo che ha messo sul palcoscenico tutte le mediocrità, nessuna esclusa, e che rende facilissima la vita agli “oppositori interni”, quelli che sfasciano tutto per sentirsi vivi. Un capolavoro, insomma.

Buon martedì.

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Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Elly Schlein a TPI: “Io segretario Pd? Sto bene dove sto. Sui migranti troppe ambiguità, ci vuole più coraggio”

Vicepresidente della Regione Emilia Romagna ed ex europarlamentare, Elly Schlein fondato le liste “Coraggiosa” hanno corso alle ultime elezioni amministrative con buoni risultati. TPI l’ha intervistata su Ue, politiche migratorie e futuro del governo.
L’Europa dice “superiamo gli accordi di Dublino” e poi esce con questa solidarietà invertita tra stati del Migration Pact. Che ne pensi?
È un errore strategico perché, al di là della dichiarazione del volere abolire il regolamento di Dublino, non risolve il nodo fondamentale che solo la riforma approvata dal parlamento nel 2017 risolveva: cioè un ricollocamento automatico per condividere equamente tra gli stati la responsabilità sull’esame delle richieste di asilo, valorizzando i legami delle persone. Quello è il tema. Mi sembra un piano deludente perché in questo modo mette da parte il lavoro fatto dal parlamento e approvato dalla maggioranza e che poteva essere utilizzato anche per convincere i governi dentro al consiglio a votare, anche a maggioranza qualificata. E invece ripropone l’idea molto vecchia della solidarietà flessibile. Un’operazione culturalmente molto pericolosa è mettere sullo stesso piano i ricollocamenti (e quindi la condivisione dell’accoglienza) e la sponsorizzazione dei rimpatri. Mi sembra che lasci le mani libere a quei governi che si sono dimostrati molto interessati alla solidarietà europea quando vuol dire fondi strutturali e assolutamente indisponibili quando si tratta di un’altra forma di responsabilità europea che è quella che già i trattati chiedono sull’asilo e sull’accoglienza. Mi sembra anche un errore strategico perché anziché farsi forte di una posizione già approvata dal parlamento si riparte da zero con una proposta che non risolve il tema della solidarietà obbligatoria.

L’Europa dice che è solidarietà obbligatoria perché comunque devi dare un contributo…
Cosa sceglieranno i paesi del blocco di Visegrad tra i ricollocamenti e tra il dare un po’ di soldi per fare i rimpatri o dare altro supporto operativo? C’è poi un’altra preoccupazione che sono le procedure accelerate alle frontiere che sembrerebbero aumentare il carico di lavoro ai paesi di confine come l’Italia e soprattutto non si capisce basate su cosa. La convenzione di Ginevra chiede un pieno esame individuale delle domande d’asilo e se tu fai una procedura accelerata – magari basata sul concetto molto discrezionale di paese terzo sicuro – rischi di costituire un filtro d’ingresso che nega il permesso di asilo a seconda del paese da cui provieni. Non mi sembra un passo avanti. Mi sembra un passo indietro. Perfino la commissione Junker, anche se con soglie altissime, faceva scattare un obbligo di ricollocamento per tutti i paesi europei. Al governo italiano spetta un difficile negoziato in cui trovare alleati sui ricollocamenti obbligatori.

In Italia qualche giorno fa hanno bloccato la Mare Jonio ed è la sesta nave ferma in porto per questioni burocratiche anche piuttosto discutibili. I decreti sicurezza rimangono sempre lì e Lamorgese ha parlato di possibili profili penali per le Ong. Come siamo messi qui da noi a criminalizzazione della solidarietà?
Evidentemente male. Mi sembra che ci sia ancora troppa ambiguità in relazione all’obbligo di ricerca e soccorso in mare e non mi sembra che si sia risolto il tema facendo la guerra a coloro che cercano di sopperire alle mancanze istituzionali. Non si sta discutendo di rimettere in mare un’operazione di ricerca e soccorso istituzionale come è stata Mare Nostrum, no, e a fronte di questo a maggior ragione è sbagliato criminalizzare chi si sta occupando di salvare vite in mare che è un obbligo giuridico e morale. Male.

Troppe ambiguità anche da parte di questa maggioranza. Spero possa risolverla in modo diverso anche con la modifica di questi decreti sicurezza che davvero stiamo aspettando da troppo tempo. Era il primo segnale necessario di discontinuità del governo Conte e ne stiamo parlando ancora dopo un anno. È importante che arrivi in fretta e che corregga non solo la criminalizzazione delle Ong ma anche gli altri profili gravissimi come quello che tendeva a smantellare l’unico sistema di buona accoglienza che è quello diffuso, che rifiuta la grande concentrazione di persone dove spariscono i diritti e spesso si infila l’ interesse economico, quello che privilegia le piccole soluzioni abitative distribuite sul territorio con adeguati servizi di inserimento nella società e con adeguati controlli da parte delle amministrazioni locali e con trasparenza sull’utilizzo dei fondi. Chi ha scritto i decreti sicurezza privilegiando le grandi concentrazioni rispetto all’accoglienza diffusa è proprio chi vorrebbe fare dell’accoglienza un business, calpestando i diritti. Con un po’ di coraggio in più questa maggioranza dovrebbe riscrivere complessivamente le leggi sull’immigrazione rimediando ai disastri delle destre che hanno prodotto irregolarità e ingiustizia, non certo inclusione e sicurezza per le comunità.

Molti ti vorrebbero segretaria del Pd ma le tue liste “Coraggiosa” hanno corso alle amministrative ottenendo ottimi risultati. Hai intenzione di continuare su questa linea o pensi che si possa pensare a un partito di centrosinistra che tenga insieme tutto?
Noi stiamo bene dove stiamo. Anzi, in una tornata che ha segnato dei risultati importanti ma non brillanti per le forze progressiste e la sinistra siamo rimasti positivamente sorpresi che le liste di coraggiosa abbiano avuto una crescita significativa. a Faenza abbiamo fatto il 7,22 per cento, a Vignola abbiamo avuto una crescita del 145 per cento rispetto alle regionali di 8 mesi fa. A Imola è andata bene, siamo cresciuti al 5 per cento. Quindi in una tornata in cui il centrosinistra si è difeso bene ma non c’è stata una crescita in valori assoluti, “Coraggiosa” è in controtendenza forse perché stiamo provando a dare una chiarezza di visione che in questo momento a livello nazionale manca. Stiamo cercando, dentro le coalizioni, di contribuire a fermare la destra ma qualificando la nostra proposta sui temi della lotta alle disuguaglianze e alla transizione ecologica, due temi su cui chi si sta mobilitando anche fuori dalla politica è stufo di titubanze e di ambiguità. Questo può essere anche uno spunto importante per le forze che formano questa maggioranza. Sui temi del clima, dell’immigrazione e del lavoro di qualità bisogna che si sblocchi questo governo. Su giustizia sociale e transizione ecologica questo governo può fare fronte comune e fare un balzo in avanti. “Coraggiosa” non ha mai avuto l’ambizione di essere un nuovo partito o una sigla in più, ha sempre avuto l’ambizione di scuotere l’intero campo delle forze ecologiste e progressiste pretendendo chiarezza nella visione condivisa di futuro. Unità sì ma non ha senso se non è accompagnata dalla coerenza di un progetto condiviso. Quindi per ora noi continuiamo a stare dove stiamo e continueremo su questa strada.

Come vedi il futuro del governo?
I risultati elettorali danno un respiro ampio ma non per stare fermi, guai a sedersi sui risultati. Quei risultati consegnano la responsabilità alle forze di governo di rilanciare in avanti. Abbiamo un’occasione straordinaria, le risorse in arrivo vanno utilizzate coinvolgendo i territori e le parti sociali, non è un sfida di governo, è una sfida che riguarda il paese. Quelle risorse ci danno l’occasione di ricostruire il paese su basi nuove, possiamo risolvere alcuni ritardi accumulati nei decenni.
Quali sono le priorità?
Transizione ecologica, su cui bisogna investire il 37 per cento delle risorse del Recovery Fund, la trasformazione digitale, su cui bisogna investire il 20 per cento e la coesione sociale. Le priorità indicate dalla commissione europea centrano proprio la congiunzione tra lotta alle diseguaglianze e transizione ecologica che sono i temi su cui insistiamo da tempo. Se il governo avrà la capacità di progettare il nuovo e non semplicemente aprire cassetti polverosi per accontentare qualcuno, si potranno spendere bene. Nei vecchi cassetti ci sono progetti scritti troppi anni fa per riuscire a interpretare i cambiamenti che servono. Io credo che la tenuta di questo governo si misurerà se le forze che lo compongono, piuttosto che continuare a distinguersi, proveranno a lavorare concretamente sui temi che li uniscono. E questi sono i temi su cui possono provare a fare un passo avanti insieme.

Transizione ecologica significa investire su un nuovo modo di spostarsi, una mobilità dolce e sostenibile puntando su ferro, intermodalità e ciclabili, vuol dire creare occupazione di qualità nelle rinnovabili, nell’efficientamento energetico degli edifici e nella prevenzione del dissesto, perché l’unica grande opera che serve al paese è la cura del territorio così colpito dai cambiamenti climatici. E poi investire sulla trasformazione digitale per rimediare i ritardi enormi che abbiamo a partire dalle pubbliche amministrazioni, ma vuol dire riuscire a governare anche processi di innovazione tecnologica per metterli al servizio delle persone, perché non governati hanno prodotto un’enorme concentrazione di ricchezze e saperi. Si dovrà assicurare pari accesso alla rete per chiudere i divari territoriali, e per il privato investire nel digitale vuol dire innovare e contribuire all’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese.

Coesione sociale significa anche fare un enorme investimento sulla scuola, sul capitale umano, sulla formazione a partire dagli asili nido. Investire sui nidi vuol dire rendere più solidi i percorsi educativi contrastando povertà educative e dispersione scolastica, ma significa anche fare politiche di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro indispensabili per colmare il divario occupazionale delle donne, favorendo una migliore distribuzione del carico di cura. Dopo la crisi del 2008, le ricette hanno reso il lavoro più precario, specie per donne e giovani. Oggi dobbiamo evitare quegli errori e ricostruire su basi diverse. Non abbiamo più scuse, le risorse ci sono.

Leggi anche: TPI intervista Elly Schlein, campionessa di preferenze in Emilia-Romagna: “Vi racconto la nuova sinistra che può battere Salvini”

L’articolo proviene da TPI.it qui

Processo Aemilia: testimoni paurosi e minacce negate

Ne scrive David Marceddu:

C’è un giudice che promette di denunciare alcuni testimoni per falsa testimonianza. Ci sono testimoni portati in aula dai Carabinieri. Ci sono minacce telefoniche minimizzate. “Mi stai dicendo che mi vuoi sparare?” – “Per noi erano toni amichevoli”. E poi la deposizione dell’ex consigliere comunale del PdAntonio Olivo, che definisce un semplice incidente il rogo avvenuto in un suo cantiere: per i pm però altro non era che una ritorsione di uno degli imputati. Il processo Aemilia, uno dei più grandi dibattimenti di mafia nel nord Italia, va avanti ormai da sei mesi a Reggio Emilia in questo clima. Alla sbarra 150 imputati, gran parte dei quali accusati di avere fatto parte di una cosca di ‘ndrangheta tutta emiliana legata a Nicolino Grande Aracri, considerato capo dell’omonimo clan di Cutro, in Calabria.

Davanti al giudice stanno passando i testimoni dell’accusa, ma c’è chi, a pochi metri dalle sbarre dietro cui siedono gli imputati, si rimangia quanto detto in fase di indagine. C’è chi, dopo non essersi presentato, è stato accompagnato in aula dagli uomini dell’Arma. Una delle vittime di diverse estorsioni, un giocatore d’azzardo finito in debito con alcuni degli imputati, pare invece che sia scappato negli Stati Uniti e al proprio avvocato avrebbe dichiarato di non volere tornare in Italia per paura della propria incolumità. È anche a seguito di questi fatti che,durante una delle ultime udienze il presidente del collegio, Francesco Maria Caruso, si era addirittura riservato la possibilità di inviare alla Procura le posizioni di alcuni testimoni apparsi reticenti, per valutare un procedimento per falsa testimonianza.

Gran cornuto, dove sei… Scappi pezzo di merda… vado a scontare con tua moglie”. “Fu solo una battuta volgare”

Come nel caso di Salvatore Palmo Rotondo, un imprenditore cutrese attivo in Emilia, che nel 2012 si era ritrovato a dovere dei soldi di Gaetano Blasco e Antonio Silipo, entrambi considerati dai pm membri della cosca emiliana. In una intercettazione del 2012 Rotondo e Silipo si scambiano parole di fuoco: “Turù io non ho niente da perdere lo sai?”, diceva Silipo. “Tonino ma mi vuoi ammazzare? Vieni e sparami!”. La risposta dell’imputato: “Turù a me come mi vedi sono! io non ho niente da perdere!”. “Tonino ma mi stai dicendo che mi vuoi sparare? vieni e sparami Tonino!”. “Queste sono parole tue sono”. In aula davanti al giudice però Rotondo minimizza: “Era una discussione accesa, ma quelli sono i toni amichevoli che usiamo… Pensi che con Silipo sono andato a prendere il caffè finché non l’hanno arrestato. Per voi sarà una minaccia, per me no”. È a questo punto che il giudice Caruso lo avvisa: “Se la telefonata avrà tenore diverso andrà sotto processo per falsa testimonianza”.

Silipo, che è stato condannato in primo grado a 14 anni nell’abbreviato del processo Aemilia (tra le accuse anche l’associazione mafiosa), è stato assolto per questo fatto specifico. Ma anche le motivazioni dell’assoluzione sono interessanti: secondo il giudice infatti il reato da contestare non era estorsione (perché la somma chiesta a Salvatore Rotondo era effettivamente dovuta), ma quello di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con la minaccia. Però, secondo il giudice dell’abbreviato, siccome Rotondo non ha mai sporto querela, non si può procedere.

L’incendio si è provocato da solo, colpa della guaina. Il rapporto dei Vigili del fuoco? Non l’ho letto”

Anche frasi del tipo: “Gran cornuto, dove sei… Scappi pezzo di merda… Mi sa che vado a scontare con tua moglie adesso”, in aula sono state minimizzate. “Ma quella non è una minaccia, solo una volgare battuta rivolta a mia moglie”, ha asserito un altro testimone. Il pm aveva appena riportato un passaggio di una intercettazione telefonica del 2011 in cui Antonio Valerio, imputato per associazione mafiosa, estorsione e usura, discuteva con l’uomo per un prestito di poche centinaia di euro non restituito.

Infine, come riportato dalle cronache della Gazzetta di Reggio, anche la testimonianza di Antonio Olivo, ex consigliere comunale del Partito democratico, ha fatto molto discutere: “L’incendio si è provocato da solo, colpa della guaina”, ha risposto Olivo al pm Marco Mescolini, che non aveva fatto in tempo nemmeno a fare la domanda su quel rogo del 2005. Secondo l’accusa il fuoco fu appiccato da uno degli imputati, Gaetano Blasco, che voleva vendicarsi per non essere stato coinvolto in alcuni cantieri. Alla domanda poi se avesse letto il rapporto dei vigili del fuoco su quell’incendio, rapporto portato da Olivo alle assicurazioni, il testimone ha spiegato in aula di non avere letto se la causa fosse o meno dolosa.

Per ‘incoraggiare’ i testimoni cinque sindaci della provincia di Reggio Emilia si sono presentati al processo

Olivo, originario di Cutro, oltre a essere stato in consiglio comunale a Reggio Emilia per 10 anni è un imprenditore edile affermato in città. Il suo nome compare nella carte dell’inchiesta Aemilia non solo per quel rogo. Olivo (che non è mai stato indagato) fu infatti intercettato dai Carabinieri nel 2011 al telefono con Romolo Villirillo. Quest’ultimo, condannato nel 2016 in primo grado per associazione mafiosa nell’abbreviato di Aemilia, è accusato di essere stato uno dei capi promotori della cosca emiliana. Olivo peraltro è lo stesso che nel 2012 – assieme all’allora sindaco e oggi ministro Graziano Delrio (che sarà presto anche lui fra i testimoni) e ad altri consiglieri comunali di origine calabrese – andò a parlare con l’allora prefetto di Reggio Emilia Antonella De Miro. La delegazione si mosse su iniziativa dei consiglieri comunali che lamentavano una criminalizzazione dell’intera comunità cutrese in città (circa 10mila persone) dopo le interdittive antimafia che il prefetto stava emettendo nei confronti delle imprese ritenute legate alla ‘ndrangheta.

Proprio per ‘incoraggiare’ i testimoni, nei giorni scorsi cinque sindaci della provincia di Reggio Emilia si sono presentati nell’aula speciale del processo. Emanuele Cavallaro di Rubiera, Nico Giberti di Albinea, Andrea Carletti di Bibbiano, Andrea Tagliavini di Quattro Castella e Enrico Bini di Castelnovo Monti, accompagnati da alcuni dei loro assessori e da una consigliera provinciale hanno presenziato a una delle udienze. “Il pubblico dà fastidio. Spesso capita di ricevere insulti dai parenti degli imputati. Ma non mollo: bisogna esserci per fare sentire la presenza delle istituzioni”, racconta Bini a ilfattoquotidiano.it. “Continueranno a venire a seguire i processi anche le scuole. Per questo abbiamo voluto che il processo si svolgesse qui e non in un’altra città”.

L’avvocato della difesa: “Dai testimoni risposte imprecise, calabresi accusati a prescindere”

Intanto però arriva una nota dell’avvocato Francesco Miraglia, che difende diversi degli imputati nel processo Aemilia: “In un Paese come il nostro, in cui vale per la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio, stiamo assistendo in queste ore a un processo mediatico che dipinge già come colpevoli gli imputati in un procedimento giunto soltanto alla fase dibattimentale, tutt’ora in corso, ben lontano da una sentenza”. Tuttavia, secondo Miraglia, i testimoni dell’accusa hanno risposto alle domande “con risposte imprecise, indefinite e per sentito dire”: “Che si tratti di affiliati alla ‘ndrangheta e di operazioni legate alle attività criminose è quindi tutto ancora da dimostrare – ha detto l’avvocato riferendosi agli imputati – e mi pare pertanto che si sia partiti da un presupposto di territorialità, che faccia dei calabresi dei delinquenti a prescindere”.

(fonte)

Due puntualizzazioni su “San Errani” e la ricostruzione in Emilia

Ne scrive Giovanni Tizian per l’Espresso:

«A  luglio del 2012 il commissario per l’emergenza Vasco Errani, aveva stanziato l’ingente somma di 56 milioni di euro, al fine di ricostruire entro la fine di settembre, edifici scolastici temporanei, a seguito della rovina di quelli esistenti. Ecco comparire di nuovo la società di San Felice (finita sotto sequestro e adesso gestita da un’amministratore giudiziario per conto del tribunale), guidata all’epoca da Augusto Bianchini – ora imputato per concorso esterno. In questo caso è sospettata di aver smaltito amianto in alcuni cantieri della ricostruzione. Nelle strade, ma anche in una scuola di Reggiolo. È emerso, inoltre, dall’indagine Aemilia che nei cantieri di Bianchini lavoravano maestranze assunte grazie all’intermediazione dei boss delle ‘ndrine emiliane. Trattati come schiavi. Con il salario decurtato per pagare il “pizzo” ai padroni delinquenti. Sfruttatamento in piena regola, che ha spinto i sindacati a costituirsi parte civile nel maxi processo in corso a Reggio Emilia.

In Emilia, dunque, la ricostruzione è stata inquinata. Non sveliamo nulla riportando un’intercettazione tra due affiliati che nei giorni successivi al sisma ridono alla grande, e sui morti, per le opportunità di lavoro che si prospettavano. Come fu per L’Aquila, anche qui gli affaristi hanno visto nelle macerie nuove opportunità.»

(l’articolo è qui)

L’antimafia gratis e per le scuole. Pensa te.

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Sono i golpisti antimafiosi dell’Emilia Romagna. In una regione calabrizzata insistono nel fare i nomi e i cognomi, ritagliano frammenti di bellezza, sperimentano nuove modalità di propagazione civile e  si impegnano a costruire una “cassetta degli attrezzi” che insegni ai concittadini come procacciarsi i diritti e come riconoscerli e non accontentarsi si averne la pancia piena. Sono fondamentalmente dei pescatori di anime salve che non sapevano da cosa salvarsi e poi, istruite, sono entrati a comporre la bella famiglia dei consapevoli. Sono riuniti nelle associazioni AdEstGruppo Antimafia Pio La Torre e Gruppo dello Zuccherificio e si dedicano all’attività antimafiosa con brio, professionalità e l’impeto degli scassaminchia. E tutto questo lo fanno gratis. Pensa te. A proposito di questi tempi cupi di un’antimafia sotto tiro. Gratis.

Ora hanno preparato un fumetto per i ragazzi delle scuole in cui con i disegni di Gea la percezione diventa un tendine da allungare per vedere la mafia intorno a sé, nel quotidiano di ognuno. Un manuale delle giovane marmotte antimafiose in cui la curiosità diventa un culto obbligatorio per resistere alla criminalità organizzata. E nel fumetto ci sono gli argomenti che sembrano così ostici per fior di sindaci, prefetti e presidenti di regione. Ed è bellissimo il lavoro di questi Antoine de Saint-Exupéry che regalano le copie del loro lavoro (gratis, sì) e si preparano ad una tournée di etica e bellezza nelle scuole. E siccome qualcuno starà già bisbigliando che “ci vogliono le competenze, mica i fumetti” allora sappia che il lavoro per le scuole è figlio di un dossier (“Emilia Romagna cose nostre – storia di un biennio di mafie in Emilia Romagna”) che è studio, analisi, lavoro. Io non so voi ma io sono fiero di avere concittadini così. Altro che.

(Per ricevere gratuitamente una copia cartacea del fumetto, scrivete a gruppodellozuccherificio@gmail.com e qui potete scaricarlo)

In Emilia il grande onore di ricevere il boss

Roberta Tattini

Roberta Tattini

Nel suo personale e presunto gioco di mafia, che di virtuale non sembra avere un granché, era previsto che Roberta si esaltasse fino alla pelle d’oca nel vedere il boss cutrese Nicolino Grande Aracri fare irruzione a sorpresa nel suo ufficio bolognese di consulente finanziaria («Il sanguinario! Un grande onore perché lui non va…, anche per ragioni di sicurezza…» dice intercettata al telefono con voce rotta dall’emozione). O che prendesse lezioni di arma da fuoco da un altro pezzo grosso della cosca che spadroneggiava in Emilia, Antonio Gualtieri («Quando ti capita di sparare a qualcuno – le dice il boss nell’insolita veste di istruttore -, spara così…»; e Roberta, che frequenta il poligono di tiro: «Però dà un contraccolpo notevole…»).

E perché mai stupirsi, allora, anzi la cosa sembra procurarle brividi proibiti, se un giorno dell’aprile 2012 uno dei fratelli del grande capo Nicolino Grande Aracri, l’avvocato Domenico, sale con lei in auto con un gingillo vagamente inquietante, «… m’hanno portato il detonatore C4 dietro in macchina…», roba utilizzata per gli esplosivi? Il «War game» della consulente finanziaria bolognese Roberta Tattini, 42 anni, è finito in una gelida alba di qualche giorno fa quando, arrestata nella maxi retata di fine gennaio che ha scoperchiato le mille ramificazioni di una ‘ndrangheta a lungo sottovalutata in Emilia, è finita in carcere con l’accusa di concorso in associazione mafiosa.

Tipetto particolare, questa signora brillante, affascinante e spregiudicata, ma terribilmente chiacchierona e di un’ingenuità che lascia allibiti. Dalle sue intercettazioni, gli inquirenti della Dda di Bologna hanno attinto più informazioni che in un confessionale. Un vulcano, Roberta. Al marito Fulvio Stefanelli (indagato), che la invita «a stare attenta», lei replica entusiasta: «Ma ragazzi! Domani è un affare che guadagno un milione di euro!!». E al vecchio padre, pure lui preoccupato, risponde in gergo bolognese: «Oh ragazzuoli, funziona così!!». E come funzionassero le cose, pareva saperlo bene Roberta, stando al quadro che fanno di lei gli inquirenti. «Pur senza farne parte – scrivono -, la consulente bolognese ha contribuito alla realizzazione degli scopi dell’organizzazione mafiosa, mettendosi a completa disposizione di Antonio Gualtieri (cutrese, 51 anni, uno dei capi tra Reggio e Piacenza in stretti legami con la casa madre di Cutro, ndr.), fornendo consulenze e partecipando anche in loro vece ad incontri di gestione di affari del sodalizio in Emilia, Lombardia e Veneto nella totale consapevolezza di dare un apporto a un gruppo organizzato appartenente alla ‘ndrangheta».

Ma è la carica emotiva che impressiona. Come se quel mondo popolato di boss dal curriculum truce e da riti tribali innervati da logiche criminali avesse su di lei l’effetto di una droga. Parla e si muove come in una fiction. Al padre che le chiede con chi abbia a che fare, risponde di getto: «E’ il numero 2 della Calabria, della ’ndrangheta… Comanda tutto a Reggio… Sono imprenditori che rappresentano 140 aziende, no, non droga, sono diversi, però lo sgarro a loro non si fa…».

Adesso rischia grosso, Roberta. Il suo avvocato, Girolamo Mancino, si augura che «la sua posizione possa ridimensionarsi». E cercherà di far passare la linea difensiva della non partecipazione della signora alle logiche del clan («Ha solo seguito alcune pratiche dal punto di vista professionale»). La stessa Roberta, d’altronde, era consapevole della situazione. Con i suoi sodali in affari era stata chiara: «Ricordatevi bene, visto che siete uomini d’onore! Perché ho paura che con il mio sto dentro vent’anni… Io voglio i vostri avvocati, però mi tirate fuori, ebbè, è il minimo…».

(clic)

‘Ndrangheta: trema l’Emilia Romagna

Sopraggiunta l’alba, in Emilia è arrivata la bufera. La grande retata antimafia ha fatto terra bruciata attorno alla ‘ndrangheta emiliana: 117 arresti e beni per svariati milioni di euro sequestrati. Così gli uomini del comando provinciale dei carabinieri di Modena, Reggio Emilia Parma e la Direzione investigativa antimafia bolognese, coordinati dalla procura antimafia di Bologna hanno inferto un duro colpo alla ‘ndrangheta emiliana. Già, la definizione che i pm utilizzano è proprio questa. E la utilizzano per descrivere una cellula semi autonoma della mafia calabrese nella ricca Emilia Romagna. I reati contestati vanno dall’associazione mafiosa all’usura al riciclaggio. Altri 46 fermi invece sono stati emessi dalle procure di Brescia e Catanzaro per gli stessi reati.

Mille i militati impegnati nell’operazione, che dopo l’operazione Crimine-Infinito sulle cosche lombardo-calabre (300 arresti nel luglio 2010) e Minotauro, sulla ‘ndrine piemontesi (142 fermi) è la seconda più ampia realizzata negli ultimi dieci anni. E per l’Emilia domani non sarà un giorno normale. Perché dai nomi degli arrestati e dalla qualità dei business in mano ai padrini si intuisce che l’organizzazione ha fatto il salto di qualità proprio in Emilia Romagna.

A essere finito sotto inchiesta è uno dei casati mafiosi più ricchi e potenti della Calabria, con ramificazioni in Germania e Francia: il clan Grande Aracri. Originario di Cutro, provincia di Crotone, da decenni la maggior parte dei suoi membri vivono tra Modena, Reggio Emilia, Parma e Piacenza. Non solo. Perché nel tempo hanno allungato i loro tentacoli fino alla vicina provincia mantovana, cremonese e veronese. Insomma, hanno seguito l’autostrada del Brennero e oltrepassato il Po in direzione Nord Est.

In queste zone, spiegano gli inquirenti, la ‘ndrangheta ha assunto una nuova veste colloquiando con gli imprenditori locali.

(clic)

Emilia-Romagna – cose nostre (Cronaca di un biennio di mafie)

In Emilia Romagna c’è da anni una rete antimafia che è diventata adulta: riesce ad essere inclusiva, adotta seri parametri di analisi e difficilmente cerca il sensazionalismo o il sentimentalismo acritico. Per questo vi invito a leggere il loro nuovo dossier che ha il profumo delle cose fatte bene, prese terribilmente sul serio. Il pdf è Schermata 2015-01-03 alle 22.34.05qui.

Alcune note per spiegare al lettore cos’è ”Emilia-Romagna – cose nostre”. Questo lavoro non è un’opera letteraria, né un esauriente testo universitario che tratta il tema delle ”mafie” con carattere scientifico, perché pensiamo che altri abbiano qualità migliori delle nostre per realizzare quel tipo di ricerca. Le pagine che andrete a leggere sono semplicemente uno strumento. Una ”cassetta degli attrezzi” che vuole fornire, a chi accosta il tema della criminalità organizzata nella nostra Regione, un motivo in più per decidere di dedicare una quota del suo tempo al contrasto alle mafie. Abbiamo voluto assemblare quindi i fatti che hanno attraversato il biennio 2012/2014, privilegiando le indagini che si sono svolte in Romagna. Il motivo è semplice: mentre il racconto della presenza mafiosa in Emilia (Modena, Reggio Emilia, Bologna) grazie a giornalisti come Giovanni Tizian ha, anche a fatica, un minimo di rilevanza mediatica, la Romagna sembra essere circondata da un ovattato muro di gomma in cui le notizie, anche quelle più dirompenti, finiscono per rimbalzare per poi disperdersi nei mille rivoli di un’informazione silente e devota. Il lavoro è suddiviso in quattro parti. Nella prima proveremo a disegnare con le parole la cornice di un quadro dove il protagonista, le mafie, si sono arricchite al limite dell’opulenza. Nella seconda racconteremo la triste sequela dei morti per droga. Lì abbiamo fatto una scelta: raccontare il particolare, Bologna, per non perdere nel complessivo l’impatto sul tema. La terza sezione del Dossier è dedicata al filo conduttore che lega 40 anni di mafia in Emilia-Romagna: il gioco d’azzardo e le bische clandestine. In conclusione troverete il rapporto completo di tutte le operazioni effettuate dalla magistratura e dalle forze dell’ordine in Riviera. Un lavoro certamente non esaustivo della ”marea di mafie” che si è abbattuta sulla nostra Regione, ma che regala spunti su cui poter costruire collegamenti, reti e collaborazioni. Il dossier ha un taglio militante perché rispecchia il nostro modo di essere. Siamo consapevoli che per alcuni di noi (non tutti per fortuna!) questo ha implicato un prezzo da pagare: dalla gomma tagliata, alla mail intimidatoria, ai Pc o strumenti tecnologici violati da parte di quei ”signori” che non capiscono il perché questi ragazzi vogliono tenere pulito il loro ”piccolo angolo di mondo”, passando per tentativo di isolamento da parte di quei ”professionisti dell’antimafia” per i quali il contrasto alla criminalità potrebbe fermarsi all’utilizzo di fondi pubblici distribuiti a iosa. Quindi lasciamo a voi aprire questa cassetta per gli attrezzi e speriamo che nell’arco di poco tempo anche voi vorrete metterci qualcosa dentro.

Gaetano Alessi, Massimo Manzoli, Davide Vittori

I negazionisti in Riviera

Avevo scritto di un piccolo assessore imbecille e invece gli amici del GAP (Gruppo Antimafia Pio La Torre) mi scrivono che la specie è vasta e (purtroppo per noi) in ottima salute. Il negazionismo è un male oscuro che si rivela non solo nelle negazioni grette e nette di qualche cretino ma galleggia anche tra i moderati per indole, posizione o professione che attraverso il “benaltrismo” o l’idiozia prêt-à-porter riescono a scalare l’argomento tra le cose poco importanti. Questo Paese si è salvato con gli allarmisti, miei cari: dal Peppino Impastato esibizionista e buffone, il Pippo Fava idealista, donnaiolo e complottista, dal Beppe Alfano che vedeva mafia dappertutto o dal Giovanni Falcone che faceva antimafia per fare carriera. Riflettiamoci, va.

Qui i piccoli imbecilli in Riviera schedati dal GAP.