Vai al contenuto

michela murgia

Per l’8 marzo scriviamo alle donne un’altra storia

rectangleL’uomo è cacciatore. 
È da quando ho le orecchie per sentire che questo modo di dire ritorna inesorabile in ogni discorso in cui si voglia giustificare in un uomo l’attitudine all’incostanza sentimentale, l’insistenza ottusa nel corteggiamento o la frustrazione di chi si è visto sfuggire di mano la preda perché lei, rompendo le regole del gioco di ruolo, gli ha imposto un rifiuto netto e non previsto. Lo dicono i padri ai figli e le madri alle figlie; se lo ripetono tra loro gli amici ammiccanti con una pacca sulle spalle e lo mormorano le donne alle amiche con un’alzata di occhi al cielo, tutti con la stessa leggerezza: “he, che ci vuoi fare… L’uomo è cacciatore e la donna è preda”. 
Magari dopo averla detta sorridono. 
Non realizzano di avere dentro alla testa l’associazione micidiale tra seduzione e morte
Fanno finta di non ricordarsi che il cacciatore la preda la insegue per ucciderla.

Le donne in quella frase ascoltano una storia dove si dice loro che essere desiderate implica il rischio di essere uccise. 
Ogni volta che quella frase viene ripetuta, si consolida inconsapevolmente in chi ascolta la convinzione che quello che viene messo in scena a parole sia non solo accettabile, ma faccia addirittura parte della natura della cose: l’uomo insegue, la donna scappa, l’uomo spara, la donna muore, amico: che ci vuoi fare? Il linguaggio comune è pieno di espressioni simili. Chi le usa non pensa ai loro sottotesti, ma questi passano anche se chi li veicola non ne è perfettamente consapevole, perché le parole hanno un grande potere: confermano immaginari, consolidano visioni e generano realtà.

Il numero di donne uccise dagli uomini ogni anno in questo paese parla chiaro: per quanto si cerchi ancora di rubricarli come casi singoli di follia circoscritta, i femminicidi appaiono sempre più chiaramente come un fenomeno culturale, la radiografia di una società maschilista in crisi dove il prezzo della vita delle donne è messo in conto come danno collaterale alla perdita degli equilibri di ruolo. In questo processo di minimizzazione le parole che usiamo per raccontare gli uomini, le donne e le loro relazioni hanno un peso enorme e ancora troppo poco considerato da chi pratica parola pubblica e ha la responsabilità di renderne conto.

Una splendida e appuntita Michela Murgia, come sempre, da leggere piuttosto della mimosa.

Scrittori social

Si era affacciato anche José Samarago, suscitando anche un certo clamore tra fan e detrattori, alla rete aprendo un blog che usciva dal solito sito di scrittori basicamente informativo, confezionato dall’ufficio stampa e statico al di là delle nuove pubblicazioni (e nel migliore dei casi aggiornando l’agenda). Il caderno di Samarago (qui nella sua versione italiana) ha rotto l’incantesimo e il pregiudizio dello scrittore che deve essere una figura sparente e preoccuparsi di esserci poco e bene. L’amica Michela Murgia ha un blog che riempie di opinioni sulla letteratura, sulla politica e sulle diverse quotidianità. E non solo blog: su twitter o fb sono molti gli scrittori che decidono di avere un dialogo reale che non si fermi al “mi piace” o al retweet ma che risponda e interagisca davvero.

Giorgio Fontana è scrittore e editorialista sul web e ha provato ad analizzare il ruolo “sociale” di uno scrittore stilando alcune semplici regole di base presentate al workshop “Uno scrittore deve essere social?”, tenuto l’8 settembre per il ciclo Extralab al Festival Letteratura di Mantova.

La rete è un’occasione sociale se abitata con verità e interazione. Come al mercato quando le signore ti additano perché costa troppo la tua scorta e ne viene fuori una chiaccherata sulla sicurezza e le mafie che riempi mezza mattina e lentamente si forma un’agorà politica in mezzo alle verdure: il piacere del dialogo contrapposto all’esposizione. Quando saremo tutti abbastanza alfabetizzati da riconoscere finalmente la sincerità nonostante il mezzo ci sarà da divertirsi perché non stoneranno solo i dinosauri ma a ruota i paratelivisivi disabituati al dialogo. E sarà un buon momento. Mica per la rete. Per la socialità, appunto.

Riscrivere i femminicidi: l’etica e il giornalismo

Prendete una notizia di Repubblica:

Notizia originale di oggi su Repubblica.it

Fano, uccide la moglie in un raptus di gelosia

L’uomo, di origini albanesi, ha accoltellato la donna, che ha tentato di difendersi inutilmente, dopo un violento litigio davanti ai quattro figli. Poi ha chiamato la polizia che lo ha arrestato

Un albanese ha ucciso la moglie questo pomeriggio, poco prima delle 16, a Fano, nell’abitazione della coppia in via Goldoni. Sembra che l’omicidio sia da attribuire alla gelosia dell’uomo nei confronti della vittima. L’uomo, che è un muratore di 40 anni, incensurato, ha accoltellato la moglie, 32 anni, al culmine di un litigio. La coppia ha 4 figli. L’albanese subito dopo l’omicidio si è costituito alla polizia. Ora è in commissariato in stato d’arresto. La vittima si chiamerebbe Mariola e l’aggressione sarebbe avvenuta davanti ai figli della coppia. L’uxoricida avrebbe infierito più volte con un coltello sulla vittima, che ha cercato inutilmente di difendersi.

Ora immaginatela riscritta con etica e responsabilità. Magari così:

Fano, giovane donna uccisa a coltellate davanti ai suoi figli.

Arrestato l’autore del violento femminicidio: era il marito.

Mariola F. aveva 32 anni e faceva la casalinga. Aveva quattro figli piccoli ed è proprio davanti a loro che oggi alle 16 suo marito S. F. l’ha assassinata alla fine di un litigio per futili motivi, accoltellandola ripetutamente mentre lei cercava senza esito di difendersi. Dopo aver compiuto l’efferato femminicidio l’assassino, un muratore di 40 anni, si è costituito alla polizia e ora si trova in stato di arresto al commissariato di Fano. I figli della coppia sono stati affidati ai nonni materni. Le donne che subiscono violenza psichica o fisica, fuori o dentro le mura di casa, possono denunciare chi le minaccia al numero 06.37.51.82.82 dell’associazioneTelefono Rosa, dove troveranno protezione e supporto legale e psicologico.

L’ha fatto Michela Murgia. E sarebbe un paese più civile. Sicuro.

 

Fillus de anima

Fillus de anima.
È così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra. Di quel secondo parto era figlia Maria Listru, frutto tardivo dell’anima di Bonaria Urrai.
Quando la vecchia si era fermata sotto la pianta del limone a parlare con sua madre Anna Teresa Listru, Maria aveva sei anni ed era l’errore dopo tre cose giuste. Le sue sorelle erano già signorine e lei giocava da sola per terra a fare una torta di fango impastata di formiche vive, con la cura di una piccola donna. Muovevano le zampe rossastre nell’impasto, morendo lente sotto i decori di fiori di campo e lo zucchero di sabbia. Nel sole violento di luglio il dolce le cresceva in mano, bello come lo sono a volte le cose cattive.

(Michela Murgia, Accabadora, Einaudi, 2009)

Lìberos.

Domenica sarò a Gavoi, in Sardegna, per il IX festival della Letteratura. Ma non è questo il punto. In Sardegna l’infaticabile Michela Murgia ha deciso di uscire dalla penna e costruire relazioni che pensino a un mercato più etico, più responsabilizzante e sicuramente più consono alle parole che ci stanno dentro ai libri, piuttosto che intorno. Ed è un passo che parte dalla scrittura (da dove altrimenti, se non nella piazza dei narratori?) ma sicuramente si allargherà (e in molti si stanno già ripensando). La crisi in tutte le sue forme non sarà passeggera. Non solo quella finanziaria e lavorativa. La crisi nella cultura dà l’occasione di accendere la fantasia. E provare ad osare sul serio, perché quello che credevamo certo e vero forse non lo è. Qui un estratto del pezzo di Michela Murgia per Repubblica:

Il festival di Gavoi, che in questi giorni celebra nel cuore dell’isola la sua nona edizione con nomi come Chiara Valerio, Giulio Cavalli e David Riondino, è l’esempio di come in Sardegna il movimento culturale intorno ai libri non accenni a fermarsi, nemmeno ora che i rivoli del denaro pubblico vanno assottigliandosi fino all’aridità.

Il salto di qualità non può che essere quello di prendersi sul serio, riconoscendo le proprie sane condizioni relazionali e provando a farle diventare un sistema; la Sardegna lo ha fatto e il nome di questo sistema è Lìberos, parola sarda che significa sia libri che liberi. Lìberos è un network che mette insieme i lettori e tutti gli attori della filiera editoriale: dai librai ai bibliotecari, dagli editori agli scrittori, fino alle associazioni culturali e agli agenti letterari. L’atto fondativo di Lìberos è un codice etico, espressione di decine di confronti con tutte le categorie coinvolte, limato fino a trovare l’equilibrio che garantisse condizioni di vantaggio sia sociale

che commerciale, ma comunque collettivo. Il patto è fatto di pochi, chiari punti: gli editori che non smettono di investire sulle scritture giovani, rischiose per definizione, potranno contare sugli autori affermati, che garantiscono azioni di maternage nei confronti degli esordi. I librai che offrono iniziative dedicate ad autori ed editori del circuito ottengono speciali condizioni economiche e presenze autoriali più frequenti. I bibliotecari che aprono ancora di più le porte al territorio beneficiano delle stesse dinamiche, diventando riferimento per i movimenti che ruotano intorno alla lettura, ma che finora hanno faticato a riconoscere nelle biblioteche il loro crocevia naturale. I lettori, vero cardine del sistema Lìberos, attraverso un apposito social network ricevono un riconoscimento ogni volta che movimentano il circuito, collezionando non punti da supermercato, ma “crediti di relazione” che possono essere escussi in forma di esperienza (e mai di sconto): posti riservati agli incontri più ambiti, anteprime dei libri, giornate in casa editrice per vederne il backstage e contatti diretti con gli autori. Se funziona, potrebbe essere una piccola controrivoluzione relazionale in un momento in cui i grossi soggetti del sistema editoriale vanno in direzione contraria e cercano in ogni modo la disintermediazione. Esperienze come Lìberos dimostrano che le relazioni non sono il problema, ma la soluzione. Perché sia chiaro, il social network di Lìberos viene presentato oggi per la prima volta proprio al  festival di Gavoi (e dove altro?).    

Le donne, la violenza e le parole che sono importanti

Michela Murgia oggi sul suo blog in difesa del linguaggio anti violenza:

La prima rivoluzione anti-violenza è quella dei linguaggi. Stamattina su Repubblica l’ennesimo femminicidio viene raccontato così: A scatenare l’ira dell’omicida sarebbe stata la gelosia. Lei lo aveva lasciato perché stanca dei maltrattamenti subiti. Lui, furioso, si è presentato ieri sera nell’appartamento della donna, nella cittadina altoatesina. Dopo una violenta discussione, è volato qualche schiaffo. Secondo quanto avrebbero accertato gli inquirenti, lo straniero ubriaco avrebbe poi tirato fuori un coltello, ferendo la donna con quattro colpi, alcuni dei quali nella regione cardiaca.

Capito? Non è stato un pestaggio. 
Erano gli schiaffi che volavano. 
Come le farfalle, come gli uccelli, come gli aerei. 
Erna Pirpamer non è stata picchiata, ma è entrata in collisione con uno stormo di schiaffi volanti che era lì di passaggio. Minimizzare le botte come cose che volano, cioè scappano, sfuggono, si alzano per caso durante una discussione, è aggiungere la violenza delle parole a quella delle mani e dei coltelli. Chiamare la violenza, le botte e i pestaggi con il loro nome è la prima forma di rispetto e protezione dovuta alle donne che li ricevono.

Vale per i giornalisti e vale per i pubblicitari.

Cosa ci dicono i rimpianti

Bronnie Ware è un’infermiera australiana che ha trascorso diversi anni in un reparto di cure palliative, occupandosi di pazienti con appena tre mesi di vita davanti. Ha registrato le confessioni in punto di morte in un blog chiamato Inspiration and Chai, che ha ricevuto così tanti contatti da spingerla a riportare le sue osservazioni in un libro intitolato: “I cinque principali rimpianti del morente”, dove racconta dell’impressionante chiarezza di visione che le persone manifestano alla fine della loro vita e di come sia possibile che anche noi impariamo dalle loro consapevolezze. “Quando vengono interpellati a proposito dei propri rimpianti o di quello che avrebbero voluto fare in modo diverso” – dice Ware – “ci sono temi comuni che ritornano”. Eccoli tradotti da Michela Murgia. Il punto 5 è avrei voluto permettere a me stesso di essere felice.