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michele sindona

33 anni fa, Giorgio Ambrosoli

33 anni fa moriva Giorgio Ambrosoli. 33 anni fa Milano era già Milano come non si vuole ancora oggi immaginare. La politica, mafia, finanza e Vaticano si esibivano in ammucchiate oscene. 33 anni fa avevo 2 anni e Giorgio Ambrosoli scriveva a sua moglie la sua lettera che è un testamento, un invito alla lealtà, la narrazione della giustizia. Quella maiuscola.

Anna carissima,

è il 25.2.1975 e sono pronto per il deposito dello stato passivo della B.P.I. (Banca Privata Italiana ndr) atto che ovviamente non soddisfarà molti e che è costato una bella fatica.

Non ho timori per me perché non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Verzotto e il fatto stesso di dover trattare con gente di ogni colore e risma non tranquillizza affatto. È indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese.

Ricordi i giorni dell’Umi (Unione Monarchica Italiana ndr), le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant’anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito.  Con l’incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato – ne ho la piena coscienza – solo nell’interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perché credono di aver avuto solo quello che a loro spettava: ed hanno ragione, anche se, non fossi stato io, avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo.

I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie.  Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo.  Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto […] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa.

Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell’altro […]

Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi.

Hai degli amici, Franco Marcellino, Giorgio Balzaretti, Ferdinando Tesi, Francesco Rosica, che ti potranno aiutare: sul piano economico non sarà facile. ma – a parte l’assicurazione vita –  […]

Giorgio

Andreotti: le bugie non muoiono mai

Mi sono imbattuto per caso nella bella intervista di Paolo De Chiara a Mario BaroneMario Barone. Siciliano, collaboratore stretto di Andreotti, ex ufficiale di marina, ex amministratore delegato del Banco di Roma. Si conoscono dal dopoguerra, precisamente dal 1946. “Subito dopo la sua nomina – si legge nel saggio ‘Il Caffè di Sindona’ – Barone come responsabile del settore esteri del Banco appose la sua firma a un prestito di 100 milioni di dollari che l’Istituto erogò a Sindona attraverso la filiale di Nassau”. Con Barone, che ha confermato il prestito, abbiamo affrontato anche questi argomenti. “Sono il custode dell’archivio di Andreotti” ha tenuto a precisare, sottolineando che oggi ricopre anche il ruolo di presidente del Comitato Andreotti.

Nell’esercizio malato de L’Innocenza di Giulio si raggiungono vette vertiginose:

Andreotti per 10 anni è stato fuori dalla vita politica, assorbito completamente da processi che per fortuna si sono risolti in maniera positiva. Lui ha avuto il coraggio, a differenza di altri, di affrontarli a viso aperto. Lui fu tradito dal suo stesso partito al momento delle elezioni della Presidenza della Repubblica, quando venne fuori Scalfaro. Si eliminarono a vicenda lui e Forlani. Da allora è rimasto un pò fuori, meno interessato a quello che succedeva.

Andreotti con il suo partito non ha mai avuto un incarico. Era l’uomo più potente, ma non faceva parte del gruppo che comandava il partito. E il partito, quando Andreotti era il candidato naturale, gli mise tra i piedi Forlani, che si fece prendere da questa idea. Poi venne fuori il compromesso e presero Scalfaro. In Italia c’è l’abitudine che qualunque cosa succede è colpa della mafia. Io non lo so se la mafia era tanto potente. Io sono siciliano e faccio parte della Sicilia buona e non di quella cattiva. Credo che fu una lotta interna al partito. La politica, i giornali vivono di queste voci, io non lo credo. Certamente alcuni uomini del partito democristiano avevano legami con la mafia in Sicilia.

[Su Sindona] Una persona di grande genialità finanziaria. Poi, probabilmente, si fece prendere la mano dall’ambizione. Sindona era socio di Cuccia, aveva una società insieme a Cuccia. Era uno dei protetti di Cuccia, forse un giorno verrà fuori un pò di verità. Non posso parlarne né bene né male. Il suo fu un peccato d’orgoglio e si mise in un sentiero sbagliato.

A volte mi prende la paura che ce lo meritiamo, questo Paese.

MM2 intervista Giulio Cavalli

Articolo di Emanuela Meucci N°4 27 Gennaio 2010

«La mia Milano è quella di Giorgio Ambrosoli, assassinato per aver liquidato la Banca Privata Italiana di Michele Sindona, di Emilio Alessandrini e Guido Galli, giudici uccisi dai terroristi di Prima Linea». A parlare è Giulio Cavalli, 32 anni, attore, regista e direttore del teatro Nebiolo di Tavazzano, a pochi chilometri da Melegnano. Il suo è un teatro civile che vuole tenere viva la memoria.
Dopo aver scritto uno spettacolo sulle 118 vittime della strage di Linate dell’8 ottobre 2001, quando due aerei si scontrarono sulla pista d’atterraggio provocando il più alto numero di morti in un incidente aereo in Italia, nel 2008 ha portato in scena Do ut des, pièce tragicomica sui riti mafiosi. L’ironia di Cavalli ha colpito nel segno, tanto che da dieci mesi vive sotto scorta dopo le minacce della criminalità organizzata. Il «Saviano del Nord» ha risposto con A cento passi dal Duomo, un monologo in cui racconta le infiltrazioni dell’ndrangheta in Lombardia scritto insieme a Gianni Barbacetto de Il Fatto quotidiano. E l’Italia dei Valori lo ha candidato alle prossime Regionali.
«La mia storia inizia in viale Piceno. Dove oggi c’è una sede della Provincia, negli anni ‘70 c’era un orfanotrofio: lì ho vissuto fino a due anni. Per questo con Milano ho un rapporto di amore-odio. Da quando sono sotto protezione i miei movimenti sono molto limitati e per me è difficile girare liberamente, ma se cammino per strada e mi guardo intorno mi chiedo sempre dove sono nato. Ogni casa potrebbe essere la mia». Cresciuto a Tavazzano, Giulio ha studiato recitazione al Centro di ricerca per il teatro. «E per me, come per tutti quelli che fanno il mio mestiere, la città è soprattutto un palcoscenico e un camerino».
La sua attenzione è rivolta soprattutto al mondo del teatro. «Sembrano esistere solo la Scala e il Piccolo. Il giorno della “prima” si accendono i riflettori e si stende il tappeto rosso. Ma vorrei che, di tanto in tanto, qualcuno si ricordasse delle decine di spettacoli in cartellone ogni giorno. E del lavoro di scenografi e costumisti che c’è dietro ad ogni spettacolo. I grandi numeri sono
solo un placebo, nel settore della cultura è importante impegnarsi con costanza». Fra i piccoli palcoscenici poco conosciuti, Cavalli ne sceglie tre. Il Pim Spazio Scenico, in via Tertulliano, il Teatro della Cooperativa, in via Hermada, e l’Atir – Teatro Ringhiera, in via Boifava. «Qui c’è ancora gente che lavora, si impegna e fa “artigianato culturale”, interpretando il vero spirito lombardo». Il problema, prosegue, è che «Milano, dopo aver inventato la pubblicità, ne è rimasta schiava e si è plastificata. Quello che serve è più sostanza. La città non è un prodotto, ma un insieme di persone».
Ma si sente milanese o no? «Quando sento la città coltivare la sua memoria e stringersi intorno alle vittime, come cerco di fare con i miei testi, allora sento anch’io di farne parte».
Come è successo quando è andato in scena Linate 8 ottobre 2001: la strage. «In quell’occasione», racconta, «ho sentito l’abbraccio di tutti i cittadini che si sono fatti carico della tragedia. In un certo senso, i funerali di Stato in Duomo rappresentano una risposta a quelli di Giorgio Ambrosoli, celebrati il 14 luglio 1979, dove non si presentò nessun rappresentante delle Istituzioni». Ed è proprio dall’omicidio di Ambrosoli che parte A cento passi dal Duomo, per attraversare tutta la metropoli e il suo hinterland. Da Buccinasco (rinominata la «Platì del Nord») all’Ortomercato controllato dalle cosche, fino agli aperitivi del centro, frequentati dai figli dei vecchi boss. «La città ha bisogno di reagire. È un simbolo di operosità, piena di persone che si dedicano al lavoro. Quando racconto queste storie non lo faccio per rovinarle l’immagine». Ma per metterla in guardia dalla criminalità organizzata in giacca e cravatta che potrebbe infiltrarsi negli appalti dell’Expo. «Che non è per forza un male, ma non va neanche santificato. È un’occasione, a patto che non si trasformi in un evento isolato. Mi sembra però che manchino progetti concreti».
Piazze, strade e ristoranti. Per Giulio, per via dell’adozione, non è sempre facile parlare di Milano. Ma vuole ricordare il Bosco di faggi nel parco di via Forlanini, lungo il vialone che porta a Linate. Centodiciotto giovani alberi piantati per ricordare i morti dell’8 ottobre, con al centro la scultura «Dolore infinito» dell’artista svedese Christer Bording, ispirata ai monoliti usati nella tradizione scandinava per commemorare i defunti.
«Un luogo conosciuto da pochi. Sarebbe bello se questo parco della memoria si trovasse in centro, e non seminascosto in periferia».