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In Italia non si può criticare il decreto Minniti – Orlando: siamo a un passo dal reato di opinione


Mette i brividi la scena del poliziotto che a Roma, durante la manifestazione per la Giornata Mondiale del rifugiato, chiede al portavoce di Amnesty Riccardo Noury di dissociarsi dalle parole pronunciate da un manifestante contro il decreto Orlando-Minniti. Ma è anche una scena utile per tutti quelli che credono che uno Stato di Polizia possa essere una soluzione.
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La prossima marcia dell’accoglienza va organizzata in Africa: anche l’Italia costruisce muri. Ma sottovoce.

Un post (terrificante) di Stefano Catone, che per Possibile da tempo studia i numeri piuttosto che rilanciare sensazioni:

Manderemo dei soldati in Africa con lo scopo di rafforzare il confine sud della Libia. Lo aveva anticipato Repubblica alcuni giorni fa, lo aveva smentito il ministero della Difesa (con una smentita che non smentisce, dato che parla di «normale attività addestrativa»), lo ha confermato il ministero dell’Interno, con tanto di foto a corredo dell’accordo raggiunto tra i governi italiano, della Libia (che non si capisce che poteri abbia), del Ciad e del Niger.

L’accordo si pone gli obiettivi di «assicurare la sicurezza dei confini, sostenere la formazione ed il rafforzamento delle guardie di frontiera, sostenere la costruzione in Niger e Ciad e sostenere la gestione in Libia dei centri di accoglienza per migranti irregolari, conformemente agli standard umanitari internazionali, promuovere lo sviluppo di una economia legale». Tradotto: manderemo militari con lo scopo di «sigillare la frontiera a sud della Libia, che significa sigillare la frontiera a sud dell’Europa», parole di Marco Minniti, ministro dell’Interno con la tessera del Partito Democratico in tasca.

Tradotto meglio: le persone devono restare nei luoghi dai quali vorrebbero scappare e, dato che l’accordo con la Libia si sta rivelando inefficace e inattuabile, spostiamo sempre un po’ più a sud i nostri confini. Siamo arrivati al Ciad e al Niger. Perché lo facciamo? Perché non possiamo respingere i migranti in mare, non possiamo sparare ai barconi, non possiamo costruire un muro sulle nostre coste: siamo persone civili, noi. Possiamo, però, delegare ad altri, lautamente finanziati, il tentativo di controllare gli oltre quattromila chilometri di confine terrestre della Libia. Fare un muro nel deserto di queste dimensioni non è semplice: è molto più semplice addestrare militari e costruire campi di accoglienza, dove concentrare i migranti.

Quando parliamo del Ciad parliamo di un paese in cui vige lo stato di emergenza a causa delle condizioni in cui versa l’omonimo lago, in cui è al potere la stessa persona dal 1990, in cui «a seguito di diverse manifestazioni di protesta, le forze dell’ordine sono intervenute con conseguenze a volte tragiche» e in cui è consigliabile «viaggiare in convoglio, tenere le porte chiuse a chiave e portare con se stessi carburante di riserva».

Quando parliamo del Niger, invece, parliamo di un paese in cui «il 3 marzo 2017 è stato proclamato lo stato di emergenza nella regioni di Diffa, Tillaberi e di Tahoua a causa dell’aumento degli attacchi terroristici nel Paese», in cui i terroristi assaltano i campi profughi, in cui la schiavitù è stata abolita nel 2003 (ma rimane un problema preoccupantee, inoltre, di un paese «soggetto ad instabilità politica, insicurezza alimentare cronica e crisi naturali, in particolare siccità, inondazioni e infestazioni di locuste».

Della Libia sia sufficiente ribadire che è un paese che non ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati, e cioè la più importante convenzione internazionale in materia.

Quando ci indigniamo per il muro al confine tra Serbia e Ungheria, quando ci indigniamo per il muro di Trump e il Muslim Ban, quando ci indigniamo per i muri e quando invochiamo un mondo senza muri, dovremmo ricordarci che il governo italiano a guida Partito Democratico è uno dei principali sponsor e attuatori della strategia dei muri, che in questo caso non hanno natura fisica (solo perché la geografia non ce lo permette, penseranno i maligni), ma natura politica e diplomatica. Saranno altri a respingere, saranno altri a sparare, saranno altri a detenere i migranti. Lontani da questi luoghi migliaia di chilometri noi stiamo solamente armando gli aguzzini.

Cosa non torna nel piano sull’immigrazione dello sceriffo Minniti

(Lo scrive con un’invidiabile chiarezza Filippo Miraglia, vice presidente Arci, che merita di essere letto con attenzione)

Il Ministro Minniti ha finalmente presentato in Parlamento il suo piano sull’immigrazione. Un piano che non si occupa delle questioni critiche che riguardano la presenza in Italia, a vario titolo e per ragioni diverse, di persone di origine straniera.

Per lo più le proposte rispondono alla retorica rappresentazione pubblica che dell’immigrazione viene data. Non abbiamo letto invece una parola su come le persone possano evitare di mettersi nelle mani dei trafficanti, rischiando la vita e pagando un prezzo elevatissimo, per attraversare le frontiere, sia per chiedere protezione che per cercare lavoro.

Non un accenno al decreto flussi, che non riguarda più i lavoratori e le lavoratrici a tempo indeterminato dal 2010 e quindi impedisce a qualsiasi azienda o famiglia di assumere regolarmente un operaio o una baby sitter.

Non un cenno alla riforma della legge sulla cittadinanza. E la lista delle questioni importanti ma assenti potrebbe continuare ed è molto lunga. Quel che invece c’è nel piano Minniti è proprio ciò di cui non si sentiva il bisogno. Per esempio diminuire i tempi dell’attesa per chi è arrivato in Italia e chiede protezione va bene, ma non a scapito delle garanzie e dei diritti. Non è questa la strada.

Una scorciatoia sbagliata e pericolosa, palesemente in contrasto con la nostra Costituzione. Di fatto si vuole introdurre una procedura meno garantista, discriminante, proprio per un gruppo socialmente molto debole. Oggi i tempi sono lunghi soprattutto fino al giudizio di primo grado e non è quindi saltando l’appello, abbassando le garanzie, che si risolverà alcunché.

Ci sono migliaia di richiedenti asilo che hanno aspettato mesi per poter compilare la domanda d’asilo, più di un anno per avere un colloquio con la Commissione Territoriale (ottenendo, nel 60% dei casi, un esito negativo, frutto troppo spesso dell’incompetenza di chi gestisce l’accoglienza e dovrebbe preparare le persone ai colloqui e dell’incompetenza di chi fa parte delle Commissioni), altri mesi, a volte un anno, per conoscere l’esito del colloquio (davvero non si capisce il perché di questo ritardo) e poi, in caso di diniego e successivo ricorso, uno o due anni per avere una sentenza non definitiva che, stando ai dati del Viminale (in particolare della Commissione Nazionale) con risposte favorevoli ai ricorrenti nel 70% dei casi.

Una percentuale, questa sì, che dovrebbe allarmare il ministro Minniti e suggerire una riforma delle Commissioni e del sistema d’accoglienza, non una riduzione delle garanzie. Peraltro è facile calcolare che il 70% del 60% dei dinieghi è pari a un altro 40% delle domande. Il che porta all’80% la percentuale di persone che, prima o poi, ottengono un titolo di soggiorno. Senza che questo abbia a che fare con l’appello che si vuol cancellare.

Concentrarsi sul 20% di persone che rimangono senza un titolo di soggiorno, aumentando il numero dei Cie (che cambierebbero nome), ci sembra guardare il dito senza accorgersi della luna. Sui Cie invece, che cambiando nome ma non cambiano ruolo, perché la legge rimane invariata, bisognerebbe far notare al ministro Minniti che in questi anni l’aumento o la diminuzione dei posti disponibili e dei tempi di detenzione non ha inciso in maniera sensibile sull’esito dei provvedimenti di rimpatrio forzato attraverso i Cie. Chiamarli CPR e distribuirli in tutte le regioni non consentirà di ottenere un numero più alto di rimpatri, ammesso che questo sia il problema principale.

E ancora, se è apprezzabile la preoccupazione di non lasciare inattivi per anni i richiedenti asilo in attesa di una risposta definitiva, si poteva fare di meglio che imporre lavori socialmente utili da svolgere in modo gratuito. Noi suggeriamo, per esempio, di allargare il Servizio Civile a tutti i richiedenti asilo, quale strumento per favorire l’integrazione sociale, attraverso progetti specifici delle organizzazioni sociali e degli enti pubblici, con una strumentazione e una procedura già sperimentata e funzionante.

Se si vuole intervenire utilmente, anche senza modifiche legislative, per migliorare la condizione di migranti e rifugiati c’è la possibilità di farlo. Riproporre il binomio immigrazione-sicurezza, insieme a vecchi schemi e a vecchie formule, che hanno già dimostrato di non funzionare, se non per produrre sprechi e alimentare il razzismo, non è la strada giusta.

(fonte)