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Quegli imprenditori che si lamentano se i lavoratori vogliono persino essere pagati

A volte basta annusare l’aria che tira per rendersi conto della narrazione che stanno costruendo. Il tema delle prossime settimane, vedrete, saranno ancora una volta “questi giovani sfaticati che non hanno voglia di lavorare”, qualcuno ci butterà dentro anche il reddito di cittadinanza e ci si lamenterà di un’Italia che potrebbe soffiare forte sulla ripresa e invece fatica per colpa degli indolenti.

Gli indizi ci sono già tutti e basta metterli in fila pere rendersene conto: di base c’è il solito refrain del reddito di cittadinanza che spingerebbe la gente a non lavorare, come se non fosse umiliante, illegale e indegno proporre un posto di lavoro che non riesce nemmeno a mettere insieme gli stessi soldi di un sussidio.

Poi, qualche tempo fa, il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca (uno abile a solleticare certi istinti) ha creato il collegamento perfetto mettendo in relazione l’estate che arriva con l’impellente bisogno di incassare dopo la pandemia e i lavoratori che non si trovano e che rovineranno ciò che non ha rovinato il virus.

In successione è arrivato il ministro al Turismo Massimo Garavaglia, che durante la sua visita in Veneto ci ha detto che “il turismo c’è tutto” ma “un tema è che si fa fatica a trovare i lavoratori, bisogna intervenire”.

I giornali e i telegiornali stanno facendo il resto: al Tg regionale della Lombardia c’è l’accorata intervista a un ristoratore che si indigna e strepita perché, dice, “trovare lavoratori è molto difficile” poiché, sempre a suo dire, “ti chiedono quante ore devono lavorare e quanti soldi gli dai”. L’idea che la carenza di lavoratori sia dovuta non alle loro domande ma alle sue riposte non lo sfiora nemmeno: come si permettono gli schiavi di non volere essere schiavi?

Su Facebook, nel gruppo “Quelli che lavorano in hotel”, l’imprenditore di Marina di Pietrasanta Alessio Maggi scrive: “Se a qualcuno, questa estate, nel caso mai riaprissimo, verrà in mente di venirla a menare con domande alla carlona tipo ‘quanto si lavora? Quanto mi dai? Qual è il giorno libero?’ vi dico con il massimo garbo possibile: non vi presentate. Siamo in emergenza e come tale deve essere gestita e elaborata. Se pensate di avere o pretendere come se non fosse successo nulla, datevi all’ippica”. Chiaro?

Quindi quest’estate tutti a Pietrasanta dal signor Maggi e, quando sarà il momento di pagare, gli diremo di accontentarsi di quello che decidiamo noi clienti in nome dell’emergenza che, come tale, deve essere gestita. E poi qualcuno ancora si chiede a cosa dovrebbe servire il salario minimo. Ancora.

Leggi anche: Mentre in Italia Draghi boccia la tassa di successione, Biden negli Usa dice: “Riprendiamoci i soldi dei ricchi” (di Giulio Cavalli)

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Beati i primi se li difendono persino gli ultimi

Ci deve essere nascosto in qualche parte un manuale con i segreti per diventare ricchi con un capitolo interamente dedicato al dovere di “sentirsi ricchi come primo passo per diventarlo” oppure devo essermi perso, per un’assenza, quella lezione a scuola in cui ci hanno insegnato che “leccare i ricchi” sia una forma di “riccanza omeopatica” che procura un misterioso piacere. È l’unica spiegazione possibile al riflesso pavloviano che si innesca ogni volta che qualcuno (sempre con quella faccia contrita come se stesse pronunciando una bestemmia) si permette di avanzare l’ipotesi di tassare l’1% ricco della popolazione e viene attaccato alla giugulare da quell’altro 99% che pure avrebbe solo da guadagnarci, che potrebbe perfino essere gratificato da una misura del genere eppure non riesce a trattenersi dalla difesa corporativa di un ceto che non è il suo.

Se i poveri difendono le ragioni dei ricchi invece di non essere più poveri allora la lotta di classe è finita

«Finché c’è in giro un solo ricco che rischia di essere tassato non mi sentirò mai completamente libero» è il nuovo comandamento morale che si è infilato nella narrazione imperante; è l’evoluzione successiva al fingersi ricco per bullarsi al bar del paesello (una roba che fa tanto Anni 80) che poi si è evoluto nel professarsi in qualche esotica vacanza inventata sul proprio profilo Facebook, che poi si è evoluto nelle foto da sboroni su Instagram e che ora è sfociato nel diventare sindacalisti dei ricchi per lasciare intendere di avere un appartamentino da un milione di euro che la nonna si prepara a lasciare in eredità. Non c’è che dire: se l’egemonia culturale è la propagazione artefatta di una chiave unica di lettura allora i poveri che ragionano come i ricchi (senza nemmeno pretendere furiosamente di non essere più poveri) è la chiara, definitiva vittoria della lotta di classe. Hanno vinto loro.

Gli aiuti economici per i poveri sono volgari ‘sussidi’, quelli riservati ai ricchi scintillanti ‘incentivi’

Per carità, che i ricchi si ingegnino per difendersi è un atteggiamento naturale e comprensibile, partiti e associazioni nascono per salvaguardare gli interessi di una precisa parte di persone dalla notte dei tempi, e che si ingegnino per proporre espedienti culturali è una componente delle strategia generale: non è un caso che qui dalle nostre parti da anni gli aiuti economici dati ai poveri vengano volgarmente chiamati sussidi (da pronunciare con con uno schifato sputacchiamento incorporato) mentre i soldi ai ricchi si siano meritati lo scintillante appellativo di “incentivi”. Anche la reazione dell’arco parlamentare era prevedibile: diventa sempre più attuale l’analisi che Noam Chomsky fece degli Usa e che vale anche qui, di un parlamento in cui c’è solamente un partito, il business party, diviso in varie fazioni per garantire il pluralismo formale, che sempre più spesso tutela gli interessi di una minoranza con politiche che vengono rivendute come soluzioni ai problemi di tutta la società.

L’indignazione per una normale tassa di successione fotografa un Paese che non ha concordanza con i numeri reali

Ma la levata di scudi contro il Reddito di cittadinanza affiancata alla popolosa indignazione per una normale tassa di successione fotografa un Paese che non ha nessuna concordanza con i numeri reali: o siamo un popolo di ricchi a nostra insaputa oppure si è incastrato qualche meccanismo di percezione della realtà. Oppure, più semplicemente, siamo ingolfati da una masnada di editorialisti che al pari di Marcello Sorgi possono andare in scioltezza in televisione e dire piacioni: «Chi di noi non ha vissuto in una casa da un milione di euro?». Senza nemmeno temere uno scapellotto dal Paese reale che viene evocato in ogni editoriale di imbiancati opinionisti rinchiusi nella torre d’avorio.

Le barricate della politica alla proposta vagamente di sinistra scappata a Enrico Letta

Così si chiude questa settimana in cui ogni utente Twitter ha avuto la sua occasione di quindici minuti di fama accolto nell’esercito di quelli che ha sempre sognato di riuscire a frequentare. Enrico Letta, a cui è scappata per distrazione una proposta vagamente di sinistra, si è ritrovato a difendersi anche dal fuoco amico (deve essere nel karma di Letta, è evidente).

Il resto è il solito gioco di tutte le settimane: Salvini ha risposto con una bella foto in cui beve una spremuta condita da un intenso ragionamento politico («Per me spremuta d’arancia, per Letta spremuta di tasse … Buon venerdì Amici»), nel Pd qualcuno ha puntualizzato che l’imposta di successione è solo un’idea per il governo successivo (dimenticandosi di buttare un occhio ai sondaggi), Draghi ha fatto il Draghi. Ma il capolavoro deve essere avvenuto nella testa del presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana che avrà sicuramente dormito malissimo all’idea di dover pagare un’imposta di successione a sua insaputa. Buon fine settimana.

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