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I ragazzi, le scuole e Santamamma

Quando si dice che sono loro la speranza, riferendosi ai ragazzi delle scuole, mi viene in mente la sensazione che mi coglie ogni volta che ho presentato Santamamma davanti a loro. Così curiosi, così brillanti, così affamati. E ogni volta me ne stupisco. Per questo non mi stupisce che poi, come i ragazzi del Liceo Poerio di Foggia, scrivano interviste e recensioni che profumano di buono in modo inarrivabile per tanti critici incensati. Grazie, ragazzi.

Ecco qui il numero del giornale della scuola dedicato a Santamamma, ecco come scrive questa generazione che qualcuno descrive come già fallita:

Cavalli-al-Poerio-1

Il colloquio di lavoro

(Ripensavo a un testo per questo primo maggio e per questo lavoro piuttosto deteriorato e mi è venuto in mente un capitolo del mio romanzo Santamamma. Ora, non è mai bello autocitare un romanzo, suona sempre come mossa promozionale, eppure è una scena che contiene molte delle cose che ho vissuto io che sono di quella generazione a cavallo tra il “lavoro” come lo intendevano i nostri genitori e poi il “lavoro” come sarebbe diventato. Eccolo qui)

«Carlo Gatti»

«Sì, buongiorno. Eccomi.»

«Titolo di studio?»

«Maturità classica.»

«E basta?»

«Già, sì.»

«Strano, una maturità classica senza università…»

«Ho preferito cominciare a lavorare.»

«Sì. Ma non ha cominciato a lavorare visto che è qui per il colloquio.»

«Ho fatto il benzinaio.»

«Con la maturità classica. Un po’ pochino, eh. Chissà come saranno stati fieri i suoi genitori.»

«Lavoro estivo. Una cosetta così.»

«Ma qui c’è scritto settembre aprile.»

«Intendevo estivo nell’interpretazione. Anche se d’inverno.»

«Ah, nell’interpretazione, pensa te. Speriamo che non interpreti anche di fare finta di lavorare, ahinoi.»

L’ufficio aveva piante finte in tutti gli angoli. Smorte comunque. Almeno una spolverata, pensavo, almeno quella ci vorrebbe. Lui rigirava una penna. Lo insegnano a tutti gli ingiacchettati: tenere qualcosa tra le mani evita la fatica di pensare dove metterle. Trucchetto curioso per chi dovrebbe ribaltare l’economia del mondo, ma tant’è. I colloqui di lavoro hanno tutti un filo comune: la recitazione da parte dell’esaminato di un bisogno ma non troppo, di un entusiasmo ma non troppo, di competenze ma non troppo, di umiltà ma non troppo, di troppa buona educazione e una combinazione d’abiti che non vedi l’ora di dismettere. L’esaminatore, invece, sfoggia l’abilità di esaminare ma non troppo, annusa che tu sia brillante ma che non possa fare ombra, gioca al caporale e tu la truppa e poi diventa servo se entra il capo. Al decimo colloquio di lavoro potresti farne la regia in un teatro da mille posti, disegnarne la radiografia. Che messinscena.

«Suona. Anche.»

«Suonavo. Ho studiato pianoforte fin da piccolo. E violoncello.»

«La mia figlia più piccola va a danza. Le maestre dicono che sia portata. Vedremo un po’. Quindi ha suonato alla Scala?»

«Alla Scala c’è una stagione sinfonica. Non concerti solisti.»

«Ho capito, ho capito. Suonava così. Per passione…»

«Ho studiato. Frequentavo anche il conservatorio.»

«Ah, è diplomato! Allora un giorno la invito a vedere mia figlia ballare così mi dice.»

«Non mi sono diplomato. Mi sono fermato al nono anno.»

«Gatti, Gatti… non è riuscito a finirne una…»

«Ho avuto un lutto in famiglia.»

«Oh, mi spiace.»

Almeno un limite di potabilità, me lo ero imposto. Almeno non farsi sbavare addosso. E il lutto è un jolly: funziona a scuola per l’interrogazione e funziona anche qui. Del resto sono tutti maestrini, questi qui.

«Le spiego. Lei sa di cosa ci occupiamo?»

«Ho preso alcune informazioni. Consulenza aziendale specializzata in logistica, mobilità e ottimizzazione.»

«Ha sfogliato il depliant. Almeno quello l’ha finito.»

«Mi informo sempre. Amo sapere con chi sto andando a parlare.»

«Va bene Gatti, adesso non esageriamo. Quello è il mio lavoro. Comunque: esistiamo dal 1949 e il fondatore era un piccolo padroncino che si occupava di consegne e spedizioni nella zona fino poi a coprire tutto il territorio nazionale. Quando l’azienda è passata di mano al figlio, il signor Monti che poi è quello che la pagherebbe se io decido che lei può andare bene, abbiamo deciso di internazionalizzare l’impresa e oggi siamo tra i leader in Europa nella consulenza per le più importanti aziende logistiche. Trattiamo bancali e container che partono dall’Islanda e viaggiano fino alla Nuova Zelanda. Spedizioni che fanno il giro del mondo. Mi segue?»

È forte questa cosa degli incravattati che ripetono manfrine sulla storia dell’azienda com’è scritta sui volantini. È la recita di natale che si ripropone nella versione adulta, solo che qui a noi tocca fare i parenti commossi.

«Noi ci occupiamo che la spedizione avvenga con tutti i crismi: velocità, cortesia, qualità e produttività, soprattutto. Produttività. Abbiamo due divisioni: slancio e controllo. La figura che cerchiamo è per il reparto di slancio.»

«Sì. Di slancio. Che sarebbe?»

«Molto semplice. Il cliente x dice che deve spedire il bancale y da Roma a Berlino. Lei ha i numeri telefonici dei camionisti che collaborano con noi e il nostro sistema le fornisce un’indicazione di prezzo che noi chiamiamo cuneo. Il suo lavoro è di trovare velocemente quale dei nostri trasportatori è disposto a fare la tratta al prezzo più basso. Sulla differenza tra il cuneo e il prezzo che lei è riuscito ad ottenere le spetta una provvigione del 2,5% fino a un abbassamento del 25%, una provvigione del 5% fino al 50% e addirittura del 10% se il cuneo supera il cinquanta. Sembra difficile ma è molto semplice: quel viaggio dovrebbe costare 10.000 euro ma lei riesce a venderlo a un camionista a 5000 e con una telefonata si  è guadagnato 500 euro puliti. Mica male, eh?»

«Eh.»

«Già.»

«Ma perché slancio?»

«Il nome? Perché questo nome?»

«Sì. Una curiosità.»

«Mi sembra facile. Iniettiamo soldi nel mondo del lavoro, creiamo economia, spostiamo merci, accontentiamo clienti e lavoratori. Se al camionista non arrivasse quella telefonata avrebbe il camion fermo in giardino per farci giocare il figlioletto con il clacson e la leva del cambio. Il suo lavoro è tenere tutte queste persone in circolo, con tutti i loro talenti.»

Qui sorrise con trentadue canini. Era evidente che aveva trovato una formula diversa dalla consuetudine intirizzente e ne era entusiasta. L’avrebbe raccontata ai colleghi, agli amici del golf e alla mogliettina simulatamente fiera che l’avrebbe ascoltato mentre sceglieva il sushi. Da noi, in quegli anni lì, il sushi era un marziano con il salotto aperto solo agli eletti.

«Ma lei capisce, signor Gatti, che la responsabilità del ruolo e il prestigio dell’azienda ci impone di scegliere persone con i giusti talenti.»

Daje, con i talenti. Mi venne in mente zio Paperone. Con i sacchi di talenti.

«Per questo ho bisogno di sapere tutto di lei e di protocollo le farò anche delle domande personali. Dobbiamo avere la certezza di affidare il nostro slancio a persone che insieme a noi vogliano cambiare il mondo, aperte a sfide nuove e capaci di interagire con il futuro dandogli del tu.»

«Ovvio.»

«Mi dica Gatti, perché è interessato ad entrare nel mondo della logistica e della grande distribuzione?»

«Perché amo la mobilità. Ecco.»

«Cioè?»

«Credo che il commercio sia la più alta realizzazione delle capacità umane e essere partecipe di un’organizzazione che riesce a dare del tu a tutti i continenti sia una bella sfida.»

«Perfetto. Molto bravo. Ha già capito il nostro spirito. Siamo esploratori, noi. Ha intenzione di farsi una famiglia?»

«Certamente. Pur rispettando la mia autonomia.»

«Appunto. Perché qui non si può fermare il mondo per un anniversario, lei mi capisce. Questo non è un lavoro…»

«È una missione.»

«Una missione. Esattamente. Vuole avere figli?»

«Per ora no. Una famiglia mi basterebbe. Vorrei prima concentrarmi sulla realizzazione personale

«È molto maturo per essere un musicista della domenica, Gatti. Anche se ha letto il greco e latino.»

«La ringrazio.»

«Qui c’è gente che si è presentata in braghe di tela come lei e ora si porta a casa dodici, quindici, diciotto milioni al mese. Ma bisogna crederci, essere all’altezza dei propri sogni, come dice il nostro capo tutti gli anni alla cena di natale. Mi dica Gatti, ma lei è all’altezza dei suoi sogni?»

«Oh certo.»

«Perché qui ha il dovere di sognare. Non so se mi capisce. Questo non è un lavoro, come dirle, è l’affiliazione a un sogno. Qui non ci sono orari e domeniche perché i nostri collaboratori hanno bisogno di venire in ufficio, hanno bisogno di ribassare il cuneo e sentono la necessità di dimostrare al mondo che è possibile spostare un bancale di mille chilometri a metà del prezzo che la società ci vorrebbe imporre. È un fuoco che senti dentro».

«Capisco bene.»

«Capisce, va bene, ma lei ce l’ha il fuoco? Me lo faccia vedere! Ce l’ha il fuoco dentro?»

Sai che forse ci credono davvero questi a quello che dicono? Francesco una volta mi disse che sì, che secondo lui succede che a forza di riempire di polpettone il tacchino qualche tacchino si convince di essere polpettone. Lui aveva suo padre che vendeva porte blindate, le porte blindate più blindate tra le porte blindate, e quando a casa di Francesco gli zingari gli sono entrati in casa per rubargli pochi spicci, le mozzarelle e cagargli sul divano anche quella volta lì suo papà disse che dovevano essere una banda di professionisti, rapinatori da musei e ministeri, se erano riusciti a debellare la sua porta blindata.

«Io ce l’ho il fuoco. Me lo sento che brucia.»

«Perché questo è il punto di partenza essenziale. Senza quello io e lei non facciamo neanche questo appuntamento, altrimenti. Perché è lei che vuole venire con noi. Ma come lei ce ne sono migliaia. E bisogna scegliere bene chi ci prendiamo in famiglia.»

«Certamente. La sua è una bella responsabilità, mi immagino.»

«Lo può dire forte, Gatti! Lo può scrivere mille volte sulla lavagna! Ma lei cosa vuole fare da grande?»

«Essere in squadra per una grande impresa

«Molto bene.»

«Grazie.»

«Guardi questo test, guardi qui. Deve mettere una croce. È alla guida di un treno e c’è una biforcazione. Se continua sulla sua direzione troverà sei persone sui binari e inevitabilmente sarò costretto a ucciderli però può azionare lo scambio e decidere di prendere l’altra biforcazione dove sui binari c’è un uomo solo. Da che parte va, lei, Gatti?»

«Non è facile.»

«Non c’è tempo Gatti! Non ha troppo tempo! Non si può spegnere lo slancio!»

«Ne uccido uno solo, forse.»

«Ma è colpa sua, così!»

«Beh, non credo che se uccido gli altri sei mi facciano patrono del paese…»

«Sa qual è la risposta giusta?»

«No.»

«La risposta giusta anche se non c’è il quadretto della risposta giusta?»

«Mi dica.»

«La strada più breve. La più breve è la risposta giusta.»

«Ah, ok.»

«Ha qualche domanda?»

«Niente in particolare. Volevo chiedere, nel caso in cui io possa andare bene, l’inquadramento. Lo stipendio.»

«Le do un consiglio Gatti. Al di là di questo nostro incontro e che poi venga o no a lavorare con noi. Le do un consiglio. Parlare di soldi a un colloquio di lavoro è terribilmente inelegante».

«Sì, questo lo so».

«Però ci è ricascato. Pensi lei se io dovessi essere così rozzo da raccontarle che dispendio di soldi, tempo e energie è per noi fornirle una postazione, occuparci del telefono, le cuffie, il computer, i programmi, il suo armadietto, il badge, la mensa. Pensi quanto mi costa impiegare qualche collega esperto, di quelli che hanno lo slancio dentro, per spiegarle come funziona. Pensi a uno della nostra squadra che piuttosto che iniettare economia deve istruire uno appena arrivato. Gliene ho parlato? Forse mi ha sentito che le faccio pesare il fatto che qui da noi sapere sviolinare il pianoforte conta come il due di picche quando briscola è bastoni? È cambiato il mondo per voi giovani. Io vi invidio. Avete di fronte un futuro aperto a tutte le possibilità: la domanda che dovete fare non è «quanto mi pagate» ma «quanto valgo, io?». Io non le do niente, io non voglio essere come una volta il padrone della sua vita, io sono qui perché lei mi dica quanto guadagnerà. Sono io che glielo chiedo. Quanto guadagnerà Gatti?»

«C’è un rimborso spese?»

«Sono duecentocinquantamila lire di anticipo di provvigioni per i primi sei mesi. Volendo vedere c’è anche un milione di computer sulla sua scrivania, ottocentomila lire di media di bolletta telefonica per ogni collaboratore, la cancelleria e soprattuto questa azienda che vede, che il proprietario ha voluto bella e accogliente più di casa sua.»

«Ho capito. Mi è tutto chiaro.»

«Lei mi piace Gatti. Glielo confesso perché mi piace. Magari mi sbaglio anche se in tutta la carriera non mi sono sbagliato mai ma sento il suo fuoco. Mi prendo il rischio, via: se vuole domani ci vediamo alle 7 e iniziamo. Non lo dica a nessuno che l’ho deciso così su due piedi ma ogni tanto voglio fidarmi del mio istinto. Forse si è perso un po’ con la musica e la scuola ma le posso raccontare di un collega che non sapeva nemmeno parlare in italiano e ora è un caporeparto con la Golf aziendale e uno stipendio da favola. Non le dico il nome solo perché sarebbe inelegante ma lei ha quella luce negli occhi. Se lo prende qui da noi il diploma, si laurea in slancio. Eh?”

«Domani però non posso. Domani.»

«E perché?»

«Ho avuto un lutto.»

«Mi dispiace tanto.»

«Però vi chiamo. Vi chiamo io.»

«Va bene Gatti. Va bene. L’aspettiamo. Come una famiglia!»

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/05/01/il-colloquio-di-lavoro/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

«Io in fondo al buco»: la mia intervista a Vanity Fair #Santamamma

(Recuperato con un po’ di ritardo ecco la mia intervista su Santamamma per Vanity Fair)

IO, IN FONDO AL BUCO

Qualcosa mancava dentro di lui. Era il nome della mamma che lo aveva lasciato. Poi, GIULIO CAVALLI ha scoperto le proprie radici. E ha capito anche il perché di una scorta

Vanity Fair (Italy)10 May 2017di MARINA CAPPA

La sua nuova vita parte da un trolley azzurro. È con questa unica compagnia che Giulio Cavalli arriva in treno da Roma a Milano. Fino a poco tempo fa, non sarebbe stato possibile: per dieci anni, è stato sotto scorta ed era inimmaginabile che si muovesse da solo. Drammaturgo, attore, consigliere regionale, scrittore (è appena uscito il suo libro Santamamma, dove racconta la propria storia di bambino adottato e la ricerca della madre naturale): Cavalli a quasi 40 anni ha tante anime. Ma, in un gioco di specchi, ognuna riflette l’altra. Quanto c’è di autobiografico in Santamamma? «Il sentimento è molto autobiografi…co, i fatti sono in parte trasfi…gurati. Scriverlo mi è servito più del Prozac». È per curare il «buco» che l’accompagna da sempre che ha deciso di scrivere? «Un giorno, mentre ero in Consiglio regionale, ricevo una telefonata: l’orfanotrofi…o di Milano in cui vivevo prima dell’adozione era diventato la sede della Provincia, qualcuno aveva scoperto i miei documenti, e voleva 500 euro per farmeli avere. Li avrei pagati, poi li ho avuti in altro modo». Che cosa c’era dentro? «Il nome di mia madre, che è quello scritto nel libro: Maria Roberta Gatti, pensare che i miei genitori adottivi sono Cavalli… Sono andato a cercarla, scappando dalla scorta, non l’ho trovata ma ho scoperto che è una disperata, ha avuto 7-8 gli da un altro uomo che – altro paradosso – è un pregiudicato del 41 bis. Di mio padre invece so solo che era un macellaio, nato a Bari». Quando ha saputo di essere adottato? «I miei genitori me l’hanno sempre detto». Si sentiva diverso dagli altri bambini? «No. La questione mi è esplosa con la nascita del mio primo figlio (Cavalli è padre di Tommaso, Leonardo e Martino, 11, 8 e 5 anni, ndr). Fino ad allora mi ero convinto che i legami di sangue non contassero, e invece mi sono accorto che le radici, l’identità hanno un senso». Lei adotterebbe? «Non so se ne avrei la forza. L’adozione per me è come un dolore piccolo ma cronico, che ogni tanto torna». Quando? «Quando ho fatto la mia prima tournée, con Linate 8 ottobre 2001, avevo il terrore di incontrare mia madre in giro, su un treno, senza riconoscerla, o di arrivare in un paese e a mia insaputa passare vicino alla casa dove lei vive. Sono sempre stato maniaco del controllo, e questo dubbio mi mandava in tilt. Oggi so dove abita, ho anche il numero di cellulare, ma non intendo chiamare». Invece, quando ha scoperto di avere un fratello, lo ha cercato. «Giuseppe ha un anno meno di me ed è l’unico fratello “pieno”: è il pezzo che mancava della mia famiglia, abbiamo vissuto le stesse cose nello stesso posto, passando dalle stesse mani. Ci siamo visti, lui è un architetto, ma il nostro rapporto è ancora molto a distanza». Dell’orfanotrofio ha ricordi? «È un buco nero. Mia madre dice che, quando ci è entrata, i bambini le si attaccavano alle ginocchia, supplicandola di portarli via. Come un canile». Quanta rabbia ha provato? «È arrivata con gli anni, e l’ho fatta scontare a mamma e papà». Come ha preso il fatto che la sua madre naturale sia una donna «disperata»? «Questo ha come certificato che l’adozione è stata la scelta giusta. E mi ha sollevato dal dubbio lancinante di essere stato strappato a una famiglia che avrebbe potuto allevarmi». Strappato? «Le istituzioni sono irrispettose degli a etti, lo dico perché io sono stato eroso dallo Stato che voleva proteggermi e negli ultimi 10 anni ho vissuto una vita che non c’entra nulla con la realtà. Mi sono trovato cucito addosso il personaggio dell’eroe che denuncia tutto, ma non lo volevo. Quindi, alla ne questo è il libro di un pervertito anafettivo». Com’è andata l’«erosione»? «Io nasco regista, ma Paolo Rossi mi manda in scena al posto suo. Penso sia un giro di giostra, poi però faccio Linate e divento il teatrante civile. La ’ndrangheta si interessa a me, e io per legittima difesa accetto di fare politica (nel 2010 è eletto consigliere regionale in Lombardia per l’Italia dei Valori, poi passerà a Sinistra Ecologia Libertà, ndr)». In che senso per legittima difesa? «In Italia essere sotto scorta e uomo di teatro è una colpa che imbarazza lo Stato, e chi ti protegge te la fa scontare. Così finisco a occuparmi di criminalità organizzata per meritarmi la scorta». Quando è arrivata la scorta? «Nel 2005, facevo una storia sulla ma a siciliana che voleva uccidere Crocetta e a una famiglia gelese di Lodi non è andata giù. Quando arriva la scorta gli antimafiosi mi cannibalizzano: perché lui sì e il magistrato no? E io sbaglio, alzo il tiro, racconto la ma a in Lombardia, così le minacce crescono. Mi sentivo il Saviano da discount milanese. In più, il mondo letterario mi aveva disconosciuto per via della politica, e la politica mi delegittimava in quanto teatrante. Volevo scappare». Che rapporti aveva con gli uomini che la proteggevano? «Bellissimi, ma appena diventavamo amici li spostavano. Con i loro superiori invece ho un pessimo rapporto. La mia prima foto con Miriana esce perché un paparazzo ha dato 50 euro a un uomo della mia scorta per farsi dire dov’ero. Mi capitava anche di non poter entrare in un ristorante semivuoto perché stavo sulle palle al caposcorta. Miriana l’hanno fatta tornare in treno a Roma perché non era formalmente mia moglie». La donna di cui parla è Miriana Trevisan, ex velina e valletta di Mike Bongiorno. Come vi siete conosciuti? «Mi ha scritto perché aveva letto il mio Nomi, cognomi e infami. Io l’ho presa per il culo: una velina che legge un libro così… Era il periodo più basso della nostra vita, lei aveva problemi fisici, io ero una brutta persona, prepotente, egoriferito, terrorizzato dal fatto di poter essere ricattato…». Ricattato? «Quando vivi circondato da persone che di te sanno tutto, che ascoltano ogni tua telefonata, e ti si piazzano attaccati se parli con qualcuno questa paura ti viene». Alla fine però la scorta gliel’hanno tolta. «Non proprio. È che sono andato via da Milano, con la mia compagna. Adesso sono quattro anni che stiamo insieme: Miriana è una donna buonissima». Ma il buco di cui parla nel libro, che deriva dall’essere stato adottato, è inne riuscito a colmarlo? «Non è colmo, ma adesso ha un fondo. La vera guarigione è stata scoprire che mio fratello ha lo stesso buco, e che io sono stato all’altezza di ciò che mi è capitato». Oggi si parla molto di adozioni: lei che cosa vorrebbe aggiungere? «Non si insiste abbastanza su quanto è destabilizzante non sapere da dove vieni. I forum di persone adottate che cercano i genitori sono un horror, un mondo di feriti che non guariscono più. Io penso che l’essere stato adottato ha amplificato quello che mi è successo poi. E per anni mi sembrava di non interpretare una vita autentica, che una parte di me fosse stata sbianchettata, e io dovevo recuperare ciò che avevano provato a cancellare. Era come essere spettatore di me stesso. Poi, a un certo punto, ho notato che non ero mai stato gentile con nessuno: quello è stato lo snodo, rendermi conto che ognuno combatte la propria eroica battaglia. Ci vuole coraggio a essere buoni, e forse questo è oggi il mio compito».

La parte più bella del mio libro sono i miei lettori #Santamamma

Mi chiedono “perché scrivi”? Perché altrimenti come potrei ricevere lettere belle così:

 

“Caro Giulio, A pranzo, oggi, appena sono entrata a casa mia c’era odore di vaniglia: un profumo fantastico. Ero tutta sporca della “polverina che si crea quando graffi con la carta rossa contro un muro” insomma quella cosa lì. Mi chiamo xxxx, per gli amici semplicemente Bri. Faccio il primo superiore, sono piccolina insomma. Partecipo a Leggo Quindi Sono e mi è capitato di avere tra le mie mani il suo libro. Le dico la verità: a me piace leggere e quindi ho detto alle altre che prendevo l’ultimo libro, “quello che non voleva nessuno”. Semplicemente il suo libro dalla copertina e dal titolo non ispirava nessuno. Molti dei miei amici si sono pentiti dei libri presi perché “senza senso”. Io non ho mai letto un libro che non mi è piaciuto, ci sono solo libri che ti appassionano più di altri; non credo nei libri “cattivi”. Fatto sta che ho letto il vostro libro, che mi ha colpito dalla prima all’ultima pagina. So di essere un po’ piccola e che quindi, magari il suo libro non l’ho capito davvero. Ma ci ho provato. L’ho interpretato a modo mio e l’ho adattato alla mia vita. E quindi le dico grazie, perché mi ha svegliato da un letargo durato troppo per i miei gusti. Ha cambiato col suo libro un po’ della mia realtà. Mi ha permesso di vivere tutte le sue parole. E quindi le dico grazie. Questo 2017 è stato un anno duro per me. Potevo perdere mio padre, ho combinato tanti casini agli scout e a scuola non ne parliamo. Sono sempre stata una ragazza sveglia e solare, cantavo sempre (anche se sono stonata) e non mi abbattevo mai. Quella era una sera abituale, come tutte le altre. Giocavamo a carte in sede, tra una risata e l’altra; ma qualcosa era diverso, c’eravamo noi: il nostro gruppo. Che poi ora si è molto aperto, siamo diventati tantissimi:17. Quella sera eravamo forse in 7 o poco più e c’era aria di cambiamenti: ero scesa per parlare con un ragazzo che mi piaceva molto ed ero finita a ridere col suo migliore amico innamorato di me. Credo che se fosse stato in un altro momento adesso staremmo insieme, ma non posso saperlo. In realtà il cambiamento è stato tutt’altro che in amore. Insomma si è rotto un vetro e la nostra amica poteva farsi molto male: la sera prima che stava per partire per la Spagna. Dopo quella sera ci hanno cacciato dagli scout, avevano tanti motivi. Non siamo mai stati cattivi, solo pasticcioni. Facevamo di tutto. Lo scoutismo per noi era tutto. Dopo quella sera siamo tutti cambiati: uno di noi ha smesso d’impegnarsi e di far ridere (durante le scenette avevamo occhi solo per lui, ci faceva troppo ridere),  un altro ha smesso di corteggiare la mia amica, una di noi rischiava di rimanere incinta. Io beh, io mi sono spenta. Ci siamo spenti tutti. Abbiamo perso la voglia di fare. E ormai non sapevamo più perché continuavamo ad andare in associazione. Dopo quella sera per me, si è aperta una grande parentesi col fumo, che però si è chiusa, poi. Dopo quella sera abbiamo perso tutto. Non ne ho fatto un dramma all’inizio, poi ho letto il suo libro. Poi ho capito che l’inizio della fine è stato quel vetro. Il suo libro mi ha svegliato da un letargo durato mesi. Il suo libro mi ha fatto capire che è stato inverno per troppo tempo. Ho ritrovato la voglia, lo spirito e ho ritrovato il perché di me stessa. Ho iniziato a cercare un modo per trascinare anche gli altri,per svegliarli e ci riuscirò. Ne siamo usciti cambiati quest’anno. Io soprattutto. Ho conosciuto la luce e il buio e me ne sono innamorata. So che nessuna delle due potrebbe esistere senza l’altra. Oggi c’erano altre due del reparto che aggiustavano un tavolo in sede, e le ho aiutate. Mi sono fermata a pensare e…Oggi appena sono entrata a casa e c’era odore di vaniglia avevo voglia di fare qualcosa, qualsiasi cosa che facesse la differenza. Così ho tagliato i capelli e le ho scritto per dirle grazie. Ho pensato ad un piano. Poi mi vedo con quei vecchi amici e gli invoglio. E poi ritroviamo il senso. Faremo qualcosa. Io faccio qualcosa. Ci riusciremo. Sono una persona sensibile e spesso è di difficile esprimermi, spero che lei mi capisca. Quel buco, l’ho sentito anch’io un po’. Ma mi impegno a non sprecare la mia vita, partendo da oggi. Le dico grazie perché forse senza di lei non avrei mai capito qual era il problema è adesso non starei cercando di risolverlo. Mi sento in debito verso di lei, ecco perché le ho scritto,come se lei mi avesse un po’ salvato. Beh lo ha fatto. Le scrivo di getto e col cuore in mano. Non avrei mai creduto che un libro così brutto all’apparenza potesse diventare la risposta che cercavo. L’aiuto che cercavo. I grandi non capiscono queste cose e non posso aiutarti quando sei triste e non vuoi mangiare, ma i libri si. Potrei scriverci un libro su ma sarebbe scontato no? Non ho detto tutto quello che volevo in questo messaggio, semplicemente perché non ne sono ancora capace oppure non ho abbastanza tempo, comunque la ringrazio, col cuore

P.S. darle del lei mi fa sembrare una bimba piccola e stupida”

Dove sono questa settimana: dalle parti di Bergamo a presentare Santamamma e a leggere Sciascia. E lunedì in scena a Pavia.

Questo fine settimana, se vi va, mi tocca fare cose molto interessanti, se vi va di venire con me.

 

Sabato 14 ottobre per la decima edizione di “Presente Prossimo” presento il mio romanzo Santamamma alle 18 alla biblioteca di Albino (BG). L’evento è qui.

 

Domenica 15 ottobre per la bellissima rassegna “Fiato ai libri” leggo “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia a Montello (BG) presso l’auditorium comunale. Mi accompagna alla fisarmonica l’insostituibile Guido Baldoni. E c’è bisogno di Sciascia, di questi tempi. L’evento è qui.

 

Lunedì si torna in scena. Con “Mafie maschere e cornuti” sono a Pavia per la XIII edizione del ciclo di conferenze “Mafie, Legalità ed Istituzioni” 2017, dedicato alla memoria del Prof. Grevi e riguardante i temi della lotta alla MAFIA. Ci vediamo in Università, aula del ‘400. Ingresso gratuito.

 

Tutti i miei appuntamenti li trovate qui.

Faccio il lavoro più bello del mondo. E non sopporto lo sventolio della scorta.

Anche stasera. A San Didero, che è un comune a forma di gioiello pendente appeso al collo della Val di Susa. Qui dove la montagna è una religione laica da indossare con un certa fierezza. Essere montanari significa avere a cuore la propria terra, qui. La questione TAV non è una disquisizione tra tifosi, qui ti mangia il giardino e, se ti va male, la casa, anche.

Siamo andati in scena con Mafie Maschere e Cornuti davanti a un pubblico che non si aspettava mica uno spettacolo che schiaffasse in faccia quello che non vediamo per stare tranquilli. Qui, anche qui, si aspettavano di vedere “l’animale minacciato”, un tipico esemplare di personaggio televisivo che facesse il triste. E invece no.

In fondo, ci pensavo adesso che sto andando a dormire, faccio il lavoro più bello del mondo: racconto storie e mi diverto nell’appoggiarle in modo inaspettato. Dall’inaspettato, se siamo bravi, si accende la sorpresa e poi la sorpresa partorisce la meraviglia.

Non so dire bene quando mi sono messo intesta di smetterla di fare “l’uomo lupo”, prodotto circense da portare in tournée per sfruttare il filone degli scortati.

Io sono io. Non sono le mie minacce (ho provato a raccontarlo in Santamamma). E ogni volta che qualcuno, sorpreso, mi dice che lo spettacolo è stato un bello spettacolo e che lo spettacolo non ero io mentre lo recitavo mi convinco di avere reso onore al privilegio che mi è capitato: raccontare storie.

E niente. Ve ne sono grato. Ecco. E fanculo le minacce e la scorta. Tutto qui.

 

Questa settimana Asti, Cuneo, Roma, Crotone, Lucca. Basta così?

Sono sul treno che oggi mi porta in Piemonte per un doppio appuntamento. Alle 18 sono con i compagni di Possibile a Casa Delfino in corso Nizza 2 a Cuneo per discutere di cultura e territorio con il candidato sindaco Nello Fierro. Alle 21.15 sono a Asti nella Sala Platone del Comune con il candidato sindaco Beppe Passarino.

Domani (mercoledì) a Roma presento Santamamma alle 19.30 al Circolo Sparwasser in via Del Pigneto 215. L’evento fb è qui.

Giovedì e venerdì sarò in Calabria per discutere delle ultime operazioni antimafia, del porto di Gioia Tauro e per la prima tappa del nostro tour della curiosità antimafiosa, insieme a Andrea Maestri, deputato di Possibile. Nei prossimi giorni mettiamo tutti i dettagli.

Sabato si torna in scena. A Seravezza in occasione di Memofest torna Mafie maschere e cornuti in una ricca giornata con Ilaria Cucchi e Piercamillo Davigo. Il programma è qui.

«Santa Mamma, un libro che non ti aspetti»: la recensione di Articolo21

(di Salvo Ognibene, fonte)

Forse è meglio che mi presenti ma non sono mai stato forte, vi confesso, né con gli inizi e ancora meno con i finali: solitamente finisco dentro qualcosa da cui mi sfilo vigliaccamente nel modo più indolore possibile. Cerco il protagonismo e poi ne soffro. Ogni volta ci ricasco. Deve essere per questa mia ossessione di scrivermi un inizio. Sono Carlo Gatti e sono nato con un buco” Ecco chi è il protagonista di “Santa Mamma”. Un bambino adottato all’età di tre anni che, alla soglia dei 70 anni, racconta la sua storia  con un’indole poetica e narrativa che solo la penna di Giulio Cavalli poteva raccontare. In Santa Mamma ci ricorda il valore degli affetti e non nasconde le debolezze dell’uomo che ogni tanto viene sopraffatto dal peso di una società troppo egoista per vedere al di là del proprio naso.

Un romanzo legato a storie del presente che segue “Mio padre in una scatola da scarpe” (Rizzoli, 2015) e “L’innocenza di Giulio. Andreotti e la mafia” (Chiarelettere, 2012). Un libro sull’essere figli e genitori, sull’importanza della scuola e delle insegnanti che ci mettono il cuore, l’anima e la testa. Una storia che stupisce, intima a tal punto da far provare vergogna a chi legge e dove non manca uno schiaffo all’antimafia che “non scende il naso”, che non incide. Restituisce dignità a chi immancabilmente fa bene il proprio lavoro, anche quello del clown Exupéry, che per il solo fatto di far bene il suo mestiere (far ridere la gente) si ritrova a vivere sotto scorta.

Impossibile non notare le diverse coincidenze biografiche tra il protagonista del romanzo ed il suo autore: dalla data del giorno di nascita fino a giungere ad una vita sottoscorta. Dettagli che in una storia densa e avvolgente come questa cadono in secondo piano ma che lasciano il segno.

A Giulio Cavalli il riconoscimento di aver saputo raccontare una storia difficile e che lo toglie da quell’imbarazzo di chi non vorrebbe scrivere un libro perchè “ogni lettore annoiato su una storia che è costata sangue e cuore è una doppia dannazione e io, scusatemi, sono troppo fragile per correre questo doppio rischio”.

E rimane il sorriso,  di chi, nonostante tutto, continua a farcela.

Leggetelo, vi farà bene.

«Santamamma, un libro che doveva essere scritto»: la recensione di Lara Cardella

(Lara Cardella, scrittrice, scrive di Santamamma nel suo blog, qui)

Ci sono libri che vanno al di là delle categorie del “bello” e del “brutto”, io li definisco i “libri che devono essere scritti” e, perciò, letti. “Santamamma” è uno di questi libri. L’autore, Giulio Cavalli, è noto per la sua lotta contro la mafia e, in questa veste, l’ho conosciuto. In questi abiti l’ho intervistato, anni fa, l’ho ammirato e seguito nelle sue instancabili denunce contro ogni malaffare. In questi panni, l’ho ritrovato in tutti i libri che ha scritto e che ho letto, inserendolo nel mio personale album degli “eroi”, gente profondamente onesta e coraggiosa che, in ogni loro lotta, non esitano a metterci faccia, mani, vita tutta. Ma quei vestiti sono subito risultati strettissimi quando mi sono ritrovata a leggere   “Santamamma”: lo stile è certamente il suo, inconfondibile, ma non si trattava di un saggio, era la storia di più vite. La sua, certamente. Abilmente travestita (al punto da chiederti dove arrivi la finzione letteraria), si spalanca attraverso quel dolore, quella domanda che aleggia per tutto il romanzo e che mai viene espressa:”Perché mamma non mi ha voluto? Perché mi ha abbandonato?”.

Una domanda che non appartiene soltanto a chi è stato rifiutato e costretto a crescere in un istituto, ma che può cogliere ognuno di noi in qualsiasi momento della nostra vita: di fronte a un’incomprensione, un diniego, una separazione. Il “buco” di cui Carlo, l’alter ego di Giulio, parla lo accompagna sempre, anche se viene adottato da una famiglia che lo ama, che si prende cura di lui; rimane la ferita dei “non amati”, diventa ricerca di verità, ma anche scontrosità, incapacità ad aprirsi e regalarsi le gioie semplici di una frase gentile, come se temesse di lasciare scoperta una parte di pelle dalla corazza che s’illude lo possa proteggere da nuovi abbandoni. Carlo attraversa la sua vita quasi con incoscienza, lasciando che le cose gli accadano, scegliendo solo per rifiutare: accadrà così che si troverà eroe per caso, simbolo della lotta contro la mafia, in mano ad agenti speculatori. E s’intravede tutta la stanchezza di Giulio, costretto da anni a vivere sotto scorta come Carlo; e finalmente si comprende il suo rifiuto per la retorica dell’eroe, la pesantezza di essere costretto in quei panni di cui parlavo prima: è un attacco, durissimo, alla società, a noi, a chi lo vuole identico a sé stesso e immutabile.

E’ la rivendicazione di un uomo che chiede di essere come vuole, di non assecondare nessuno, libero. E per riprendersi questo suo diritto abbandona lo show osceno di chi gioca con la sua volontà di poter essere sé stesso. Cerca le sue radici, fa i conti con quell’ombra, la mamma che tutto divora, decide di sapere. Un atto di coraggio, in ogni caso. Spogliarsi della sua veste di eroe per tornare ad essere  solo Giulio,per trovarsi e presentarsi al lettore con le proprie debolezze,fragilità, forze insospettate, scavi interiori crudeli innanzitutto verso sé stesso ché Giulio nulla si perdona. Con uno stile spezzato, frammentato, amore per la parola mai banale, Giulio Cavalli offre al pubblico un racconto in cui ogni personaggio è animato da pulsioni vere, chiede di essere letto con attenzione, perché il suo non è un libro che si fa dimenticare.

Ti accosti, allora, con pudore a questa storia, vergognandoti di quelle domande che, inevitabilmente ti si presentano (ma gli è successo davvero?), le cacci perché sai che ha già dato tutto in quel romanzo, che gli deve essere costato più di quanto si possa chiedere a qualunque autore (a cominciare dalla dedica). Ci sono libri che devono essere scritti. E, perciò, devono essere letti. Anche con dolore, ma devono essere letti.

«La densità di ogni parola scava un solco profondo nel cuore di tutti». #Santamamma secondo Monica D’Angelo

(di Monica D’Angelo)

Figurandosi a tratti di uscire dal proprio corpo e vedersi vivere, Carlo Gatti tenta di ricucire gli strappi della sua memoria di bambino adottato. Vuol tappare quel buco nel cuore che lo ha sempre fatto sentire un “appaltato” della vita, ripulirsi di quella placenta che lo imprigiona ancora, nonostante l’amore grande dei genitori. Protagonista a volte tenero a volte sarcastico del proprio dolore, fino quasi a compiacersene per sopravvivergli, si incammina nella ricostruzione della sua identità smembrata, a partire dal ricordo del primo pianto tra le braccia della maestra, primo di una serie di pianti accidiosi e solitari. Inizia così una personale sceneggiatura della sofferenza insieme ad un’ impari battaglia sui luoghi comuni, le ipocrisie, le apparenze di cui ognuno, inevitabilmente, si nutre. E’ la macchina della retorica, la finta comunicazione che stritola il suo mondo interiore. Un universo dal vocabolario ricchissimo, ma che la recita del “fuori” comprime e mortifica.

Carlo, musicista mancato, sceglie di fare il clown in un circo di infimo ordine, provocatoria metafora della vita. Per caso e inconsapevolmente diventa un eroe nazionale. Lontano dai suoi genitori, vive sotto scorta, appiattito dall’angoscia e dalla solitudine. Le luci della ribalta lo infastidiscono e diventano solo un monotono “sguazzare nel brodo degli altri”; tuttavia egli entra in un circuito opprimente che confonde cura e malattia, in un gioco delle parti che sostiene a volte con ironia a volte con vena malinconica e amara. Ma la ricerca delle sue radici, all’origine dell’abbandono, diventa una via di fuga e si trasforma in un riscatto, possibilità, forse, di una rinascita: autoassolversi dalla paura della propria inadeguatezza al cospetto della verità.

La scoperta di avere un fratello, anche lui adottato, gli fa conoscere la gioia di condividere il proprio sangue e l’innocenza della sua condizione, nel tentativo vano di ripulirsi dalle sporcizie del mondo. Con questo romanzo Giulio Cavalli ci fa entrare nella sacralità del suo silenzio e ci regala tutte le sfumature di un’anima inquieta, spigolosa e dolce, aspra e poetica. La densità di ogni parola scava un solco profondo nel cuore di tutti, inchiodandoci a leggerlo e assaporarlo d’un fiato.

(Monica D’Angelo è una scrittrice e socia della bella libreria IoCiSto a Napoli, dove sarò martedì 9 maggio per presentare Santamamma, qui c’è l’evento fb)