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torri gemelle

L’11 settembre. Oggi.

Non l’abbiamo mai digerito l’11 settembre. Dopo quindici anni è un boccone di sabbia che ci è rimasto incastrato in gola e non serve la tosse, non serve tentare di berci sopra tutto il resto del mondo e nemmeno sfondarci le vene per svuotarle. Quell’11 settembre, se dovessimo dargli una forma, quell’11 settembre è l’architettura di un tempo che si sbriciola, mica solo le Torri, no: lì in fondo abbiamo ascoltato una paura che non sapevamo che voce avesse, che abbiamo voluto pensare seppellita tra i libri di storia e che abbiamo sperato, pavidi, di non incrociare mai di persona.

Non c’è solo la questione politica. La politica che sbava su quei morti passerà come sempre dal giudizio della Storia. Quel crollo è il tatuaggio in bocca a un’intera generazione che ha dovuto imparare di corsa, come corrono di corsa gli spaventati per scappare dalla sensazione di disperazione, un nuovo vocabolario della paura. Sotto pelle ci si è infilato un terrore possibile che non abbiamo mai dovuto esplorare prima, l’11 settembre è stato l’incendio della sicurezza di un mondo convinto di essere protetto da un civiltà presunta che in questo orrido gioco non conta e non vale; l’incendio degli anziani che pensavano di avere estinto il proprio debito con la violenza e di meritarsi la pensione almeno dalla ferocia; l’incendio di chi aveva scelto di non occuparsi del mondo chiedendo al mondo di non occuparsi di lui; l’incendio di un giornalismo e di una narrazione che avevano già sprecato tutte le iperboli possibili e sono rimasti di sale, muti; l’incendio di chi ancora oggi vorrebbe indicare saccente una razza o una religione a forma di nemico e invece rimane smutandato, nel privato, esattamente come noi; l’incendio di chi s’è ubriacato con il mito del controllo del mondo e intanto banchettava nei camerini di una bugia; l’incendio degli ultimi, sì anche degli ultimi, che ancora una volta sono sprofondati nel rumore e neanche ora si sono presi la briga di spiegargli gli scricchiolii.

Pensavo, stamattina, se davvero siamo capaci, almeno quindici anni dopo, di prenderci quella paura in mano e provare a riconoscere la forma che ha. Come fanno i bambini quando si trovano un oggetto in mano e in quei primi secondi si sforzano per trovarne il lato del gioco: così, noi, quell’11 settembre, ce lo ritroviamo tutti gli anni in mezzo alle gambe e non sappiamo che farci. Non sappiamo nemmeno se davvero il mondo sia cambiato come ci aveva promesso di impegnarsi a cambiare: gli sceriffi hanno dovuto ripulire altro sangue in mezzo alle strade, con cadaveri che avevano parlato fino a un minuto prima lingue diverse dall’accento di New York eppure con le stesse pupille larghe di chi è morto senza averlo capito e, dall’altra parte, i minimizzatori professionisti che non sanno più cosa filosofeggiare.

(il mio editoriale per Fanpage continua qui)