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Giulio Cavalli per brevità chiamato artista

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Armi all’Ucraina, tra Pd e M5S-Avs la mediazione passa dagli aggettivi: il rebus delle formule per trovare una sintesi

Da Belgrado, dove ieri faceva l’osservatore per l’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, il senatore della segreteria dem Alessandro Alfieri (Pd) ha spiegato a Repubblica che dopo il congresso della Lega la maggioranza di Giorgia Meloni sull’Ucraina «non c’è più», perché Matteo Salvini, rieletto domenica con 465 voti contro i 146 di Massimo Garavaglia, ha promesso di chiedere in Consiglio dei ministri lo stop ai fondi per Kiev. Nella stessa intervista si è girato verso casa: con gli alleati «le posizioni si sono avvicinate», e il Partito democratico è pronto a discutere «senza compromessi al ribasso». Le due frasi reggono insieme solo fino a che nessuno chiede dove stia il punto d’incontro.

La distanza, del resto, si misura. A settembre, all’evento Nova del Movimento 5 Stelle, il 91,7 per cento degli iscritti votanti si è schierato contro l’invio di altre armi a Kiev. Il riformista Lorenzo Guerini (Pd) risponde che «guai a mettere in contrapposizione la diplomazia col sostegno militare». E il Parlamento ha già messo a verbale quattro volte la stessa fotografia: sui decreti di proroga degli aiuti militari del 2023, del 2024, del 2025 e del 2026 il Pd ha votato sì e i Cinque Stelle no, ogni anno.

Questo articolo è uscito su La Notizia il 26 ottobre 2026.

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