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Il programma di Futuro Nazionale, tra remigrazione e assimilazione: ecco le proposte (con relative criticità) di Vannacci

“Sottoscrivere una dichiarazione di assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana”. È il quarto requisito per diventare italiani nella Base Ideologica e Programmatica che Futuro Nazionale ha pubblicato l’11 agosto sul proprio sito. Gli altri tre: venti anni di residenza regolare, italiano di livello C1, esami scritti e orali. Il documento spiega anche perché quella firma serve, e lo fa citando la Costituzione: la cittadinanza implica il dovere di difendere la Patria, “articolo 52”. È l’unica volta in tutto il testo in cui un articolo viene chiamato per numero, e serve a imporre un obbligo.

Poche righe prima, nel capitolo economico, il partito di Roberto Vannacci aveva messo agli atti che “la Costituzione resta il riferimento fondamentale dell’azione pubblica”. Dichiarata la fedeltà, il programma procede per un centinaio di proposte che conviene leggere una per una.

Futuro Nazionale e la dichiarazione di fede

La Corte costituzionale, con la sentenza 203 del 1989, ha definito la laicità un principio supremo dello Stato. Dagli articoli 3 e 19 ha ricavato un doppio divieto: che i cittadini siano discriminati per motivi religiosi, e che il pluralismo comprima la libertà di non professare alcuna fede. La dichiarazione di assimilazione chiede l’esatto contrario. Chiede che una persona metta per iscritto l’adesione a una civiltà definita cristiana per ottenere un diritto. Un musulmano, un ebreo, un ateo la firmano mentendo, oppure restano stranieri a vita

Il documento lo scrive anche nei titoli. Una delle 22 misure del Piano di Remigrazione si intitola “Discriminazione culturale sulla migrazione regolare contingentata”, e stabilisce che si darà “preferenza ai Paesi a maggioranza cristiana” perché l’unità culturale sarebbe minacciata “in primis da un’invasione maomettana di massa”. Il capitolo estero parla apertamente di “sostituzione demografica” e cerca sponde in Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Austria e Polonia. Il criterio d’ingresso, insomma, è la religione prevalente nel Paese di partenza. Nel programma è il titolo del paragrafo.

La cittadinanza a scadenza

Poi c’è la revoca. Il testo estende la revoca della cittadinanza per naturalizzazione considerando “ogni crimine violento contro la persona e la società” una causa di revisione ex post “attestante che il soggetto non è stato realmente assimilato”. Così, scrive il partito, “anche il cittadino naturalizzato potrà essere remigrato con la procedura di espulsione”. Sono due cittadinanze: una piena e una in prova a vita. L’italiano di nascita che commette lo stesso reato sconta la pena e resta italiano. L’italiano naturalizzato sconta la pena e perde il Paese.

Lo schema torna sulle espulsioni. La pericolosità dello straniero che delinque “dovrà ritenersi presunta”, le valutazioni sull’integrazione lavorativa o sociale non potranno sospendere l’allontanamento, e l’espulsione si eseguirà “anche in deroga ai divieti legati ai legami familiari o alla presenza di figli minori sul territorio nazionale”. Il figlio minore diventa un ostacolo procedurale da derogare. Sul ricorso, poi, il partito propone che l’impugnazione non sospenda il rimpatrio e che l’interessato conservi “la facoltà di presentare ricorso giurisdizionale dal proprio Paese d’origine, successivamente all’esecuzione”. Il diritto di difesa resta garantito per lettera: viene solo spostato a migliaia di chilometri e a cose fatte.

Sui benefici sociali la franchezza è maggiore. Per escludere i non cittadini da edilizia popolare, bonus e sussidi, il programma mette in conto “anche una modifica costituzionale, se necessario”. È l’unico punto in cui il testo ammette da sé di sbattere contro la Carta, e lo risolve proponendo di cambiare la Carta. Quella strada la Corte costituzionale l’aveva già chiusa nel 2010. Con la sentenza 187 dichiarò illegittima l’esclusione degli stranieri regolari dall’assegno di invalidità, per contrasto con gli articoli 2, 3, 32, 38 e 117 e con l’articolo 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Le idee non si processano, i cittadini sì

Il capitolo sulla libertà afferma che “le idee non si processano” e impegna il partito ad abrogare “le leggi bavaglio, come la legge Mancino”. La legge 205 del 1993 punisce l’incitamento alla discriminazione e alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali e religiosi. Attua in Italia la Convenzione delle Nazioni Unite del 1966 contro ogni forma di discriminazione razziale, recepita con la legge 654 del 1975. Abrogarla cancella un obbligo internazionale che l’Italia ha firmato sessant’anni fa.

La libertà, però, viene amministrata con criterio. Si abbassa a 12 anni la soglia di imputabilità dei minori, si riserva ai soli medici militari la certificazione dell’idoneità all’espulsione, si impone ai minori stranieri non accompagnati un accertamento radiografico “immediato e obbligatorio”, si introducono le “quote azzurre” nei concorsi pubblici. Sul femminicidio si chiede di cancellare la fattispecie e di proteggere il “patriarcato mediterraneo”, cioè la formazione di “maschi forti, capaci di dominare le emozioni e le passioni, proteggendo le donne e offrendo se stessi per la costruzione e la difesa della società”.  Il Ministero dell’Interno ha contato 97 donne uccise nel 2025: 85 in ambito familiare o affettivo, 62 per mano del partner o dell’ex. La casa del maschio forte è l’indirizzo in cui muoiono nell’87,6% dei casi.

I conti, come sempre

Resta l’aritmetica, che è sempre la parte più istruttiva. Il programma promette di finanziare il taglio del cuneo fiscale con “le risorse risparmiate grazie alle politiche di remigrazione di lungo termine”. La Fondazione Leone Moressa attribuisce agli occupati stranieri 177 miliardi di valore aggiunto nel 2024, il 9% del totale. Sempre la Fondazione Leone Moressa conta 12,6 miliardi di Irpef versati nel 2025 dai contribuenti nati all’estero, e un saldo positivo di 1,2 miliardi fra quanto lo Stato incassa da loro e quanto spende per loro in welfare. Insomma, un risparmio che si ottiene rinunciando all’incasso.

Poi c’è la logistica, che per un generale dovrebbe essere il primo capitolo. La Fondazione ISMU stima in 339mila le persone in condizione di irregolarità al 1° gennaio 2025. Il Ministero dell’Interno ha fissato con decreto del 21 maggio 2025 il costo medio di un rimpatrio a 3.637,87 euro. Per quella platea fanno 1,23 miliardi, e i rimpatri forzati eseguiti restano sotto i seimila l’anno. Al ritmo attuale servono cinquantasei anni: il piano decennale 2027-2037 finisce di eseguirsi nel 2083.

Il partito, intanto, promette di chiudere i “decreti flusso massivi” del governo che indica come alleato naturale. Quel governo, con il dpcm del 15 ottobre 2025, ha autorizzato 497.550 ingressi di lavoratori stranieri in tre anni, perché servono come “manodopera indispensabile al sistema economico e produttivo nazionale e altrimenti non reperibile”. C’è infine una misura che chiede la “riforma radicale dei sistemi di rilevazione statistica” sui reati, per superare “le attuali omissioni istituzionali”. Sei paragrafi prima, il testo aveva usato quelle stesse statistiche per sostenere che gli stranieri commettono il 30% degli omicidi. Si portano come prova gli stessi numeri di cui si denunciano le omissioni.

Un piano senza mezzi, senza tempi e senza trasporti si chiama desiderio. E per un desiderio dieci anni restano un preventivo generoso. Sullo sfondo, come sempre, quel nostalgico retrogusto di tempi andati.

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Gaza, l’elenco delle promesse mancate di Netanyahu: dagli ostaggi all’occupazione, una pietra sullo Stato palestinese

«Finché sarò primo ministro, non ci sarà alcuno Stato palestinese, né a Gaza né in Cisgiordania». Benjamin Netanyahu lo ha detto ieri, aprendo il gabinetto che ha respinto il documento in 15 punti del Board of Peace, il piano che lega il disarmo di Hamas al ritiro israeliano. Occhio, è lo stesso premier che il 10 novembre 2023 garantiva che Israele non voleva né governare Gaza né occuparla. Promesse sbriciolate: trentatré mesi dopo l’esercito è dentro, e ci resta.

Per due anni la difesa del governo israeliano è stata una sola: liberati gli ostaggi, la guerra finisce. Il 13 ottobre 2025 i venti ancora vivi sono tornati a casa dopo 738 giorni. Il 26 gennaio 2026 l’esercito ha recuperato il corpo di Ran Gvili, l’ultimo rapito, e ha annunciato che la restituzione era completa. Da allora i corazzati si sono mossi soltanto in avanti. La tesi era arrivata anche a Roma. Giorgia Meloni, all’Assemblea generale dell’Onu del settembre 2025, sosteneva che fosse Hamas a poter «far cessare le sofferenze dei palestinesi, liberando subito tutti gli ostaggi». Gli ostaggi sono usciti tutti. Le sofferenze invece sono rimaste esattamente dov’erano.

La linea che cammina

L’accordo di ottobre fissava un perimetro: ritiro dietro la “linea gialla”, il 53 per cento della Striscia in mano israeliana in attesa della seconda fase. Proprio quella linea ha cominciato a camminare verso il mare. A maggio la radio dell’esercito, Galei Zahal, la dava al 59 per cento; a luglio il gabinetto di sicurezza ha appreso che si arriva fino al 70, dopo l’ordine di Netanyahu di allargare. Sul tracciato sono intanto sorti 23 chilometri di terrapieno. I confini provvisori, quando si fortificano, hanno un altro nome.

Il secondo impegno erano gli aiuti: 600 camion al giorno, il livello precedente alla guerra. Quella soglia è rimasta sulla carta, e il 6 giugno l’Ocha rilevava che l’inasprimento delle restrizioni ostacola l’intera operazione umanitaria. E il cessate il fuoco continua a sparare: 1.257 palestinesi uccisi da ottobre secondo il ministero della Salute di Gaza, dentro un totale di 73.377 morti. Save the Children ha calcolato che nei primi sei mesi di tregua i bambini uccisi o feriti sono stati almeno due al giorno.

Beirut e Jenin, stesso metodo

In Libano il copione si ripete. La tregua del 27 novembre 2024 prevedeva il ritiro israeliano in sessanta giorni; il 18 febbraio 2025 Israele ha comunicato che restava su cinque postazioni “strategiche”, e ci è rimasto. Unifil ha registrato circa 9.200 violazioni dello spazio aereo libanese fino al 28 gennaio 2026. Poi, dal 2 marzo, l’offensiva vera: 4.328 morti al 19 luglio secondo il ministero della Salute libanese, 430 mila persone ancora fuori casa nonostante l’accordo quadro di Washington del 26 giugno.

Sulla Cisgiordania la parola data agli americani era che l’annessione non ci sarebbe stata, per salvare gli Accordi di Abramo. Il 22 ottobre 2025 la Knesset ha approvato in via preliminare la legge sulla sovranità, 25 voti contro 24. L’operazione “Muro di ferro”, aperta nel gennaio 2025, ha sfollato circa 40 mila palestinesi dai campi del nord: diciannove mesi dopo nessuno è tornato ad abitarci. L’Ocha conta per il 2026 una media di sei attacchi di coloni al giorno e oltre 3.200 sfollati; dall’ottobre 2023 i palestinesi uccisi in Cisgiordania superano il migliaio, un quarto minorenni.

Resta la promessa fatta in casa. Nel novembre 2025, alla Knesset, Netanyahu ha assicurato che l’inchiesta sul 7 ottobre ci sarebbe stata, con ampio consenso. La commissione statale indipendente si è persa per strada, e il 6 luglio i deputati hanno approvato in prima lettura una commissione di tre membri nominati tutti dalla maggioranza, 59 sì e opposizione fuori dall’aula. Chi ha mancato ogni scadenza si è scritto da solo il verbale. Ieri ha giurato che finché comanda lui uno Stato palestinese non nascerà: è l’unica promessa che sta rispettando.

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Vannacci, l’uomo forte al comando in attesa di una telefonata della padrona di casa. Ma da Meloni finora tutto tace

Lunedì mattina, al mercato di Lido di Camaiore, Roberto Vannacci è arrivato in bicicletta a un gazebo e ha distribuito il kit di gadget del suo partito: una paletta, un secchiello e una pistola ad acqua. Serve a difendere case e aziende, ha spiegato, e sulla card pubblicata dai suoi c’era scritto che è l’unica corsa al riarmo che approvano. Nelle stesse ore usciva la sua intervista a La Verità, e lì il generale in congedo dice la cosa che vale più dell’intera giornata in spiaggia: aspetta una telefonata di Giorgia Meloni. Con i membri dell’esecutivo, ammette, di interlocuzioni non ce n’è stata nessuna.

L’aggettivo esatto lo sceglie lui: «Considero Giorgia Meloni la padrona di casa». Lui sta all’ingresso e aspetta che la padrona parli con chi si trova sull’uscio. Matteo Salvini ha sbattuto la porta a fine giugno da Milano Marittima, con una battuta da bar: «Mi freghi una volta ma due anche no». Roberto Occhiuto (Forza Italia), presidente della Calabria, ha ripetuto il no dalle colonne del Foglio, tenendo la linea di Marina Berlusconi, che gli estremisti dentro la coalizione non li vuole. Resta il silenzio di Palazzo Chigi, e un generale che tiene il conto delle telefonate mai arrivate.

L’aritmetica che non basta

I numeri, intanto, gli darebbero ragione da mesi. La Supermedia YouTrend-Agi del 3 agostoFuturo Nazionale al 7,1%, in crescita di 0,6 punti, davanti alla Lega ferma al 5,9%. Fratelli d’Italia scende al 26,7%, uno dei dati più bassi della legislatura. E il centrodestra senza i vannacciani si ferma al 41,6%, sotto quel 42% che la nuova legge elettorale ha fissato come soglia del premio di maggioranza. A luglio YouTrend ha misurato pure gli elettori: il 53% di quelli di Fratelli d’Italia vuole il patto col generale, contro il 36% di contrari. La padrona di casa ha letto tutto e ha lasciato squillare il telefono.

La norma contra Vannacci

Il riconoscimento, in realtà, è arrivato in forma di comma. Il 16 luglio la Camera ha approvato lo Stabilicum con 217 voti, primo firmatario Galeazzo Bignami (Fratelli d’Italia). Dentro c’è una norma che esonera dalla raccolta delle firme soltanto i partiti con un gruppo parlamentare costituito entro il 31 dicembre 2025. Futuro Nazionale nasce a febbraio 2026 e a Montecitorio ha quattro deputati dentro una componente del Misto, così fuori restano loro e +Europa, che dovranno raccogliere le firme come una lista qualsiasi. Da via della Scrofa fanno sapere che non si tocca. Meloni riconosce il generale nel punto esatto in cui gli costa, e in nessun altro.

Da parte sua l’ex comandante della Folgore l’esistenza se l’è costruita altrove. A luglio, dal suo profilo Instagram, è passato un video fatto con l’intelligenza artificiale. Lui è imperatore in un’arena romana, e sugli spalti guardano lo spettacolo gli avatar della presidente del Consiglio e di Ignazio La Russa (Fratelli d’Italia). In mezzo, legati al palo in attesa dell’esecuzione, ci sono Elly Schlein e Giuseppe Conte. La premier si è dissociata il giorno dopo con un lungo post sui social. Ci scrive di esserci stata inserita “a mia insaputa”, e che quel video non appartiene al suo modo di intendere il confronto politico. L’alleanza esisteva dentro il video e si fermava lì.

Il partito, intorno, è una rete di comitati dove chiunque parla a nome del generale e si fa smentire il giorno dopo. A Milano va avanti da settimane l’attivismo di Roberto Jonghi Lavarini, il “barone nero”, senza ruoli dentro il partito. Così ogni settimana bisogna alzare il tiro. Sabato 8 agosto, dal palco della Versiliana, Vannacci ha presentato il suo candidato sindaco per Milano, il generale dei carabinieri in congedo Carmelo Burgio, e ha assicurato che saprebbe «rastrellare Rogoredo». Il telefono, intanto, resta muto. L’uomo forte aspetta sull’uscio, con la pistola ad acqua in mano.

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Cisgiordania, una campagna di pulizia etnica autorizzata dallo Stato

Un ordine firmato dal capo del Comando centrale israeliano ha chiuso Taybeh, ultimo villaggio interamente cristiano della Cisgiordania occupata. Al municipio non è mai arrivato: il sindaco Suleiman Khouria ha raccontato all’agenzia palestinese WAFA di averne saputo dai giornali.

L’esercito lo ha confermato il 9 agosto, zona militare chiusa con ingresso vietato a israeliani e stranieri, esclusi i residenti palestinesi. Il portavoce militare l’ha motivata “a causa di alcuni attacchi violenti di israeliani nella regione”. I giornalisti restano ammessi salvo che i soldati giudichino la loro presenza una minaccia. Khouria ha definito l’ordine «un tentativo di stringere ulteriormente il cappio attorno agli abitanti più che una misura per proteggerli», e ha ricordato che un villaggio si protegge fermando chi lo attacca.

Nel 2026 il ministero della Salute di Ramallah conta 87 palestinesi uccisi da coloni o soldati. Il 24 luglio a Tell, a sud-ovest di Nablus, quattro uomini della stessa famiglia sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco. In un solo fine settimana gli esperti delle Procedure speciali dell’ONU hanno registrato oltre venti pogrom in Cisgiordania, e il 10 agosto hanno scritto che “il terrore dei coloni non è spontaneo: opera con la protezione, e spesso con la partecipazione, delle forze di occupazione israeliane”.

Srinivasan Muralidhar, presidente della Commissione d’inchiesta dell’ONU sui territori palestinesi occupati, ha contato davanti al Consiglio dei diritti umani quindici palestinesi uccisi e 1.296 feriti dai coloni fra il primo gennaio 2025 e il 30 aprile 2026. Il rapporto parla della scomparsa di fatto della distinzione fra coloni e soldati. Il 10 giugno Amnesty International ha chiamato lo sfollamento dei palestinesi in Cisgiordania una campagna di pulizia etnica autorizzata dallo Stato.

L’ordine che chiude Taybeh porta la firma del comando che quei soldati dispiega. A Taybeh non è arrivato.

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Il ministro dei ritardi chiede di fermare Ranucci

Intercettato dai cronisti, che in questa storia è il verbo giusto, Matteo Salvini ieri ha spiegato che Sigfrido Ranucci dovrebbe prendersi una pausa. Il denaro pubblico degli italiani, dice, non deve più finanziare qualcuno coinvolto in una vicenda “oscura e preoccupante”. Coinvolto: il giornalista al quale hanno fatto esplodere un ordigno sotto casa e che per la gip è la vittima manipolata da Valter Lavitola, arrestato lunedì come presunto mandante. Non c’è nessun elemento di accordo fra i due, sta scritto nell’ordinanza. E la testa che si chiede è quella del destinatario della bomba.

Del resto sulle pause Salvini avrebbe parecchio da raccontare. Ha attraversato quelli che lui stesso ha chiamato “cinque anni di processo” per sequestro di persona restando vicepremier, ministro e stipendiato dagli italiani, e ci mancherebbe: la presunzione d’innocenza vale anche per lui. Nel 1999 una condanna a trenta giorni (con la condizionale) per oltraggio a pubblico ufficiale se l’era già presa, uova contro Massimo D’Alema e qualche divisa sporcata. Nemmeno allora gli venne in mente di fermarsi.

Intanto, però, il Ponte sullo Stretto è fermo dalla bocciatura della Corte dei conti dell’ottobre 2025. Le ruspe, ferme. In aula ha rivendicato il 77,7% di puntualità sull’alta velocità, poi l’Osservatorio sui conti pubblici italiani della Cattolica ha contato tutti i ritardi e la puntualità vera è scesa fra il 63 e il 66%. Uno su tre arriva tardi. Il Po a Cremona è a 8,40 metri sotto lo zero idrometrico, e lui ha trovato il tempo di cimentarsi nel palinsesto di Rai3.

Un compito che – almeno quello – consegna in orario. La pausa di Ranucci l’aveva già messa sul tavolo l’8 luglio Paolo Corsini, direttore degli Approfondimenti Rai: Report nel palinsesto c’è, poi magari lo conduce Giorgio Mottola o un altro. Salvini ha solo alzato il volume, e con la Lega al 4,9% contro il 7,6 di Roberto Vannacci nel sondaggio YouTrend per Sky Tg24, il volume è l’unica cosa che gli resta.

A proposito: ieri Salvini parlava dal cantiere della stazione Pigneto, a Roma. Doveva aprire a giugno, ad aprile l’hanno spostata a fine dicembre. Una fermata dei treni slittata di sei mesi, e lui intanto pensa a chi deve condurre Report.

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Un altro uomo si uccide nel Cpr, mentre la legge si preoccupa di tenere fuori dai Centro rimpatri i telefoni con fotocamera

Si muore in luoghi che quasi nessuno può guardare. Ieri sera, nel Centro di permanenza per i rimpatri di Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza, un cittadino tunisino di 32 anni si è tolto la vita, e nella struttura è esplosa la protesta. Sono arrivati il 118, i vigili del fuoco, le forze dell’ordine e Carmen D’Anzi, garante provinciale delle persone private della libertà personale. Secondo i primi accertamenti l’uomo aveva avuto problemi psichiatrici nelle ultime settimane. Era trattenuto, cioè privato della libertà, senza aver commesso reati: l’irregolarità amministrativa basta e avanza, e dal 2023 può costare 18 mesi di reclusione.

Della vicenda si leggerà pochissimo, e la ragione sta nell’architettura del sistema. Nei Cpr non si entra: l’ingresso dei giornalisti fu chiuso da una circolare del 2011, e oggi passa da un’autorizzazione discrezionale della prefettura, secondo la direttiva ministeriale del 19 maggio 2022. Il resto lo misura il XIII rapporto dell’associazione Carta di Roma, sui media italiani da gennaio a ottobre 2025. La politica parla nel 24% dei servizi sulle migrazioni, le persone migranti nel 7%. Emergenza, crisi, allarme, invasione: 5.925 occorrenze fra il 2013 e il 2025. Chi finisce lì dentro arriva al lettore già colpevole di esistere.

Cpr, il conto dei morti

ActionAid e il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Bari contano oltre trenta decessi nella storia della detenzione amministrativa italiana, tre soltanto fra il 2024 e i primi mesi del 2025. Moussa Balde, guineano, è morto in isolamento nel Cpr di Torino il 23 maggio 2021: per quella morte, l’11 febbraio 2026, il tribunale ha condannato a un anno l’allora direttrice del centro e assolto il responsabile sanitario. Lo stesso giorno, nel Cpr di Bari-Palese, moriva un uomo di 25 anni. A Palazzo San Gervasio era già toccato a un diciannovenne, il 5 agosto 2024.

Quel che accade dentro lo raccontano gli organismi che hanno titolo per entrare. Nell’aprile 2024 il Comitato europeo per la prevenzione della tortura ha visitato quattro dei nove Cpr allora attivi. Ne è uscito un elenco: maltrattamenti fisici, uso eccessivo della forza, psicofarmaci non prescritti e “diluiti nell’acqua”, registrati proprio nel centro di Potenza. Altreconomia ha ricostruito che nei primi sette mesi del 2022, con una presenza media di 70 persone, lì sono state comprate oltre 2.800 fra compresse e capsule di psicofarmaci. Sulla gestione del centro la Procura di Potenza ha iscritto 27 indagati.

La macchina che non rimpatria

Il sistema, intanto, fallisce la cosa per cui esiste. Nel 2024 dai Cpr è stato rimpatriato il 10,4% delle persone colpite da un provvedimento di allontanamento. Il 41,8% degli ingressi si è chiuso con un rimpatrio, il minimo dal 2014. Il costo della detenzione per stranieri fra il 2018 e il 2024 supera i 188 milioni di euro. Il Tavolo Asilo e Immigrazione ha contato 546 trattenuti nei centri visitati fra settembre e dicembre 2025, meno dello 0,2% delle persone irregolari stimate in Italia. Con la sentenza 96 del 2025 la Corte costituzionale ha rilevato che i modi di quella detenzione restano affidati a regolamenti e atti amministrativi, lì dove l’articolo 13 della Costituzione pretende una legge. Questi centri esistono dal 1998.

Il governo ha risposto moltiplicando. Una circolare del 20 gennaio 2026 chiede a prefetture e questure di trattenere in via prioritaria gli stranieri ritenuti socialmente pericolosi. Il decreto legge 23 del 2026, poi convertito, deroga al codice dei contratti pubblici fino al 31 dicembre 2028 per costruire e ristrutturare i centri. Il disegno di legge licenziato l’11 febbraio 2026, ancora fermo in Parlamento, prevede che i trattenuti possano usare telefoni senza fotocamera. Proprio lì dove muore un uomo di 32 anni, la norma si preoccupa che nessuno scatti una foto.

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Pronto soccorso, record storico dei turni scoperti: dai medici d’urgenza al personale infermieristico

L’articolo 4 c’era, e adesso non c’è più. Nella bozza di decreto legge arrivata al Consiglio dei ministri del 4 agosto stava la proroga fino al 30 giugno 2027 della facoltà di affidare a terzi i servizi di emergenza-urgenza. Nel testo licenziato lo stesso giorno la norma è sparita. L’avevano chiesta le Regioni, il ministero della Salute aveva opposto le sue riserve, ed è rimasto il vuoto. Intanto la deroga che consentiva ai reparti in affanno di impiegare medici dalle cooperative si è chiusa il 31 luglio. Nella settimana più calda dell’estate il governo ha scritto una norma sui pronto soccorso e l’ha cancellata in poche ore.

Pronto soccorso e medicina d’urgenza

Poi ci sono i numeri, che il ministero conosce da anni. Secondo la Simeu, Società italiana di medicina d’emergenza-urgenza, nel 2026 mancano circa 5.000 medici dell’emergenza-urgenza, che d’estate diventano 6.000 e ad agosto sfiorano i 7.000. Nel 70% dei pronto soccorso la scopertura va dal 25 al 70 per cento degli organici. Il 6 agosto tutte e 27 le città sorvegliate dal ministero della Salute sono finite insieme in bollino rosso, per la prima volta nel 2026. Gli accessi estivi salgono di almeno il 15%, calcola Pierino Di Silverio dell’Anaao Assomed, e a presentarsi sono anziani e malati cronici rimasti soli in città. Proprio lì dove il servizio pubblico dovrebbe reggere l’urto, si assottiglia.

Il mercato che doveva sparire

Il divieto di comprare turni dalle cooperative sta nel decreto legge 34 del 2023. È scattato il 31 luglio 2025, con una sola deroga di dodici mesi. Tre anni dopo l’annuncio, un’indagine della Fadoi, la federazione dei medici internisti ospedalieri, ha trovato esternalizzazioni nel 54% dei pronto soccorso. Le aziende sanitarie hanno impegnato 1 miliardo e 64 milioni per liberi professionisti nel biennio 2024-2025, e il solo 2025 è cresciuto del 15 per cento. Il presidente della Simeu Alessandro Riccardi lo chiama «male necessario». 

Sul versante infermieristico il conto è più pesante. Il primo Rapporto sulle professioni infermieristiche della Fnopi, presentato nel 2025 con la Scuola superiore Sant’Anna, stima una carenza di almeno 65mila infermieri: 6,5 ogni mille abitanti, contro la media europea di 8,4 rilevata dall’Ocse. Il vuoto si copre con prestazioni aggiuntive, doppi turni e riposi saltati. Il lavoro usurante e il riposo biologico per chi sta in emergenza-urgenza erano stati chiesti per l’ultima manovra, e l’ultima manovra li ha lasciati fuori.

Le case aperte e il personale che manca

Il 30 giugno scadeva il target del Pnrr sulle Case della comunità, i presidi che dovevano alleggerire i pronto soccorso. Schillaci ha dichiarato l’obiettivo raggiunto, con oltre 1.150 strutture operative. L’intesa che porta i medici di famiglia dentro quelle Case è arrivata il 26 giugno, quattro giorni prima della scadenza. Il monitoraggio dell’Agenas sul decreto ministeriale 77 del 2022, aggiornato al 31 dicembre 2025, contava 66 Case pienamente funzionanti sulle 1.715 programmate, il 4%: le uniche con tutti i servizi e il personale al completo. 

Il resto è aritmetica. Il Documento di finanza pubblica 2026 tiene la spesa sanitaria ferma al 6,4% del Pil fino al 2029, e la Fondazione Gimbe calcola in 30,6 miliardi il divario con il finanziamento pubblico nel triennio 2027-2029. Fratelli d’Italia intanto rivendica sul proprio sito un “record storico” di risorse. Nel 2024, secondo l’Istat, 5,8 milioni di persone hanno rinunciato a curarsi. Ad agosto il conto lo paga chi in corsia ci lavora doppio, insieme a chi arriva in barella e aspetta il ricovero in corridoio. Del governo, in tutto questo, resta un articolo 4 comparso in una bozza e sparito dal testo definitivo nel giro di una mattinata.

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Ranucci: il carcere per il mandante, il sospetto per chi ha subito

Centonovantotto pagine di ordinanza per dire una cosa sola: Sigfrido Ranucci è la persona offesa. Ieri i carabinieri hanno portato in carcere Valter Lavitola, indicato come il mandante dell’ordigno esploso il 16 ottobre 2025 davanti a casa sua, a Pomezia, con l’aggravante del metodo mafioso. La gip Iole Moricca mette agli atti che il giornalista è stato “vittima della manipolazione dell’indagato”…

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Green Deal smontato, e l’Italia paga il conto due volte

Fa caldo, vero? Allora facciamo due conti. Due miliardi di tonnellate di anidride carbonica in più: il conto è di Carbon Market Watch e del Wwf. Tanto può liberare la revisione dell’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione, che la Commissione europea ha presentato il 17 luglio. Le quote gratuite ai settori esposti alla concorrenza estera slittano al 2038. Il ritmo di riduzione dei permessi scende dal 4,4% annuo al 3,7% fra il 2031 e il 2035, poi all’1,7% fino al 2040. La riserva che assorbe le quote in eccesso passa dal 24% al 12%. La Commissione di Ursula von der Leyen ripete che il traguardo del meno 90% al 2040 non cambia. Resta dov’era, senza più gli attrezzi per raggiungerlo.

Green Deal, la demolizione a rate

Il metodo ha un nome tecnico e un effetto politico. Da febbraio 2025 Bruxelles ha presentato dieci pacchetti “omnibus”, che riaprono più leggi insieme e le alleggeriscono in blocco. Il 13 novembre 2025 il Parlamento europeo ha svuotato gli obblighi di rendicontazione di sostenibilità e di dovuta diligenza delle imprese, con i voti del Ppe, dei conservatori e dell’estrema destra. È la prima volta che il gruppo di maggioranza relativa porta a casa una legge di peso scavalcando gli alleati centristi. La direttiva contro le pubblicità verdi ingannevoli è stata ritirata a giugno 2025, e il regolamento contro la deforestazione ha incassato un primo rinvio a fine 2024 e un secondo nell’autunno del 2025. E il 17 dicembre 2025 è caduto il divieto di immatricolare auto a motore termico dal 2035, sostituito da un taglio delle emissioni del 90% invece che del 100%.

Sul bersaglio grosso il compromesso è arrivato lo stesso. Il 10 febbraio 2026 l’Eurocamera ha approvato in via definitiva l’obiettivo climatico al 2040, meno 90% rispetto al 1990, con 413 voti a favore e 226 contrari. Dentro ci sono fino a 5 punti di crediti di carbonio comprati fuori dall’Unione dal 2036. E il rinvio dell’Ets2 su edifici e trasporti al 2028, con una clausola di revisione periodica del traguardo. La valutazione d’impatto della Commissione raccomandava “almeno” il 90%, con la possibilità di spingersi al 95%, e taceva sui crediti internazionali. La relazione sul dossier, a luglio 2025, era finita al gruppo di estrema destra Patrioti per l’Europa.

Il conto arriva comunque

Intanto la crisi climatica presenta la fattura, e ignora i calendari legislativi. L’Agenzia europea dell’ambiente quantifica in 822 miliardi di euro le perdite provocate nell’Unione dagli eventi estremi fra il 1980 e il 2024. All’Italia ne toccano più di 145, seconda soltanto alla Germania. L’Osservatorio Città Clima di Legambiente ha censito 376 eventi meteorologici estremi con danni nel 2025, il 5,9% in più dell’anno precedente.

Poi ci sono le cifre di domani. Uno studio dell’Università di Mannheim stima in 11,9 miliardi di euro i danni italiani del 2025 da ondate di calore, siccità e alluvioni, e li proietta a 34,2 miliardi entro il 2029. Il Cmcc, Centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici, con Deloitte e lo European University Institute, calcola che al 2050 il prodotto interno lordo italiano sarà fra l’1,6% e il 6% più basso rispetto a un’Italia senza danni climatici. Sempre il Cmcc chiama “spread climatico” i 42-46 punti base in più che il debito pubblico pagherebbe negli scenari a danni elevati. Il clima ignora le flessibilità.

A Roma il conto si paga due volte

Su un fronte il governo italiano ha lavorato benissimo. Al Consiglio Ambiente del 4 novembre 2025 il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha giudicato «largamente insufficiente» la quota di crediti internazionali proposta da Bruxelles. E ne ha chiesta un’altra del 5%, “solo se necessario”. Il Consiglio ha ceduto proprio lì dove la valutazione scientifica taceva. L’11 marzo 2026, davanti alle Camere, Giorgia Meloni ha chiesto all’Unione di «sospendere urgentemente l’applicazione dell’Ets» al termoelettrico. Il ministro delle Imprese e del made in Italy Adolfo Urso aveva già invocato uno stop temporaneo dell’intero sistema.

Sul fronte interno il registro cambia. Dei ricavi delle aste delle quote di emissione l’Italia ha certificato di averne spesi per il clima il 9%, secondo il think tank Ecco, contro un obiettivo del 50%. Le rinnovabili installate nel 2025 sono state 7,2 gigawatt, il 6% meno del 2024. Il totale si ferma a 81,7, e ne mancano 49 per i 131 che il Pniec promette entro il 2030: di questo passo, calcola Legambiente, l’Italia ci arriverà con 5,7 anni di ritardo. La bolletta elettrica intanto viaggia a 130,5 euro per megawattora contro i 42,5 della Spagna.

Nel 2022, alla Camera, la presidente del Consiglio prometteva di difendere la natura «con l’uomo dentro», contro l’«ambientalismo ideologico». Quattro anni dopo l’uomo dentro c’è, e paga. Nelle raccomandazioni del Semestre europeo di giugno 2026 la stessa Commissione che smonta la mitigazione scrive all’Italia che servono oltre 10 miliardi di euro l’anno in adattamento fino al 2050. Per firmare quella cifra il governo deve smentire quattro anni di comizi. I due miliardi di tonnellate, intanto, arrivano lo stesso.

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Il disarmo non è cominciato, ma il cantiere per spianare Gaza sì

Le case mobili restano fuori da Gaza almeno fino a novembre 2026. Cioè dopo le elezioni israeliane. Lo ha riferito il 9 agosto la radio dell’esercito, nel servizio che ha rivelato il cantiere: due settimane fa Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno autorizzato senza annuncio i lavori infrastrutturali di “Rafah verde”, a est di Rafah, dentro la Linea Gialla. È stata spianata e bonificata, e adesso è vuota.

L’ufficio del primo ministro ha replicato che il servizio “distorce i fatti e ricicla informazioni vecchie” e che si tratta di un progetto pilota emiratino per alloggi temporanei “liberi” dal dominio di Hamas. Le reti di elettricità, acqua e fognature non saranno posate da imprese di Gaza e resteranno sotto supervisione militare israeliana. Gli operai sarebbero palestinesi di Gaza sotto vaglio dello Shin Bet, e serve un nulla osta dei servizi israeliani per scavare le fondamenta delle case in cui altri palestinesi andranno ad abitare.

A gennaio Netanyahu aveva insistito sul fatto che la ricostruzione sarebbe stata consentita solo dopo il disarmo di Hamas. Il disarmo non è cominciato e il cantiere sì. Lo stesso 9 agosto il premier ha respinto in Consiglio dei ministri il documento in 15 punti del Board of Peace, il cui punto 15 affida la ricostruzione al Board e al comitato palestinese di amministrazione.

L’8 e il 9 agosto, mentre la notizia del cantiere usciva, l’artiglieria israeliana bombardava il campo profughi di Bureij e i carri armati colpivano al-Shakush, a nord di Rafah. Lo riferiscono l’agenzia palestinese Palinfo e Al Jazeera, riprese da ANSA e AGI.

Il 19 luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia ha stabilito che la presenza israeliana nei territori palestinesi occupati è illecita e va fatta cessare al più presto. Dentro la linea tracciata da quella presenza si costruiscono case su un terreno che l’emittente militare definisce bonificato.

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