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Garlasco e il caso delle intercettazioni di Sempio: quando il garantismo (selettivo) diventa un menu à la carte

Caso Garlasco. Andrea Sempio, solo in auto. È il 14 aprile 2025, una cimice registra. “Lei mi ha messo giù… Ah ecco, fai la la dura”. Il 6 maggio 2026 la procura di Pavia chiude le indagini per omicidio volontario pluriaggravato. Il 7 maggio quella frase è sui giornali, in tv, dentro il Tg1. Sono 212 intercettazioni e gli avvocati di Sempio non le hanno ancora ascoltate: gliele hanno lette a voce i pm. Il difensore Liborio Cataliotti lo dice in diretta: “Alla faccia del segreto istruttorio”. Dal ministro della Giustizia nessuna reazione.

Il punto è qui. Le stesse intercettazioni che, quando riguardano un politico, diventano a seconda della convenienza “tritacarne”, “porcheria”, “gogna”, quando riguardano Sempio diventano notizia da prima serata. Il garantismo è un taxi: si prende quando serve e si lascia quando piove.

Le frasi che valgono solo per i potenti

Settembre 2021, Matteo Salvini sull’inchiesta per droga al suo capo della comunicazione: “Sono disgustato dalla schifezza mediatica che condanna le persone senza che ci sia un giudice o un tribunale a farlo”. 8 maggio 2026, lo stesso Salvini in piena ondata Sempio: “I quotidiani hanno raccontato per anni che Stasi era colpevole. Io seguo le vicende giudiziarie”. Nessuna parola sui brogliacci pubblicati prima che la difesa li ascoltasse, nessuna parola sul “sistema che condanna prima del tribunale” quando il tribunale, stavolta, condanna un commesso di Garlasco.

Carlo Nordio, dicembre 2022, in aula al Senato: la diffusione di intercettazioni “non è civiltà, non è libertà, è una porcheria, una deviazione dei principi minimi di civiltà giuridica sulla quale questo ministro è disposto a battersi fino alle dimissioni”. Nel 2024 fa approvare la legge 114/2024: divieto di pubblicazione, anche parziale, del contenuto delle intercettazioni salvo quando “riprodotto dal giudice nella motivazione di un provvedimento o utilizzato nel corso del dibattimento”. Sempio è ancora in fase di indagini preliminari appena chiuse, né l’una né l’altra ipotesi. Maggio 2026, il ministro è occupato a rispondere al procuratore antimafia Giovanni Melillo che gli rimprovera la paralisi delle inchieste sui colletti bianchi, e a discutere dei costi delle intercettazioni saliti a 299 milioni. Sul caso Sempio, niente. Lo scorso ottobre, intervistato dal direttore del Giornale Alessandro Sallusti, su Garlasco aveva detto che dopo vent’anni “bisognerebbe avere il coraggio di arrendersi”.

Il garantismo a uso interno

Sallusti, intanto, ha intervistato Sempio nel suo programma “10 Minuti”. Il Giornale pubblica le intercettazioni del 14 aprile con titoli da svolta giudiziaria, mentre ospita come collaboratore Giovanni Toti, l’ex governatore della Liguria che nel 2024 sullo stesso quotidiano denunciava “intercettazioni a tappeto in cui non c’è confine tra la ricerca del reato e la curiosità morbosa”. Toti, dopo il patteggiamento, ha rilanciato la battaglia contro lo “strapotere delle toghe” e oggi firma editoriali. Per Sempio, invece, brogliacci in apertura di pagina.

Su Rai 2 il caso Garlasco fa il record di Ore 14 Sera con il 9,6% di share, su Rete 4 Quarto Grado al 9%. Si processano frammenti di audio definiti dagli stessi atti “non comprensibili”, trascritti male, registrati mentre l’indagato ascoltava un podcast sul caso Garlasco. La difesa parla di brogliacci, mai di trascrizioni ufficiali. Tutto fuori, prima del dibattimento, esattamente come la legge Nordio dovrebbe vietare. Il ministro della Giustizia ha taciuto. Il vicepremier ha commentato il merito.

Sostanzialmente, il garantismo finisce dove inizia il signor nessuno. Scatta per i potenti, scarica Sempio. E poi ci si chiede da dove venga la sfiducia nello stato di diritto. Viene da chi, di quel diritto, ha fatto un menù à la carte.

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Spari libici su Sea-Watch, le motovedette sono donate dall’Italia: concorso esterno anche in tentato omicidio

Quindici colpi contro una nave umanitaria che aveva appena soccorso novanta persone, due svenute. La motovedetta che spara è italiana: l’ha consegnata Roma a Tripoli col memorandum del 2017, l’equipaggio è addestrato con soldi italiani ed europei, la manutenzione passa per una nave officina della Marina militare ormeggiata nel porto libico. Quando la Sea-Watch 5 ha chiesto aiuto, lunedì…

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L’ottavo fronte di Netanyahu

L’ottavo fronte. Così Benjamin Netanyahu, premier israeliano, ha definito domenica sera nell’intervista a “60 Minutes” della CBS i social media. Il fronte dove Israele combatte «con la cavalleria polacca contro chi attacca con gli F-35». L’analogia è sua, citata dal transcript CBS del 10 maggio: il riferimento è alla disfatta polacca del settembre 1939.

Major Garrett gli chiede conto delle accuse della Corte Penale Internazionale per i crimini di guerra a Gaza. Il premier risponde: «In guerra gli eserciti a volte sbagliano e i civili muoiono. Sono errori, non azioni deliberate.» Errori. La parola arriva mentre l’analisi pubblicata ieri da Nove Colonne sui dati OHCHR rilanciati dall’ONU fissa le vittime accertate a 72.737. Mortalità del 3,46% sulla popolazione iniziale. L’80% non combattenti. Donne e minori il 70% dei decessi identificati. Feriti oltre 172.000. Operatori umanitari uccisi 560, i giornalisti 270.

Errori. Garrett mostra il sondaggio Pew: il 60% degli americani ha un’opinione sfavorevole d’Israele, venti punti in più in quattro anni. Netanyahu attribuisce il crollo «quasi al 100% all’ascesa geometrica dei social media». Diversi paesi, dice, «hanno manipolato i social. E questo ci ha danneggiati gravemente.»

Il rovesciamento è perfetto. Conta l’immagine del corpo, il corpo stesso conta meno. Quando il premier di uno Stato sotto procedura davanti alla Corte internazionale di giustizia per quello che la Corte definisce plausibile genocidio chiama “ottavo fronte” il proprio isolamento, sta dicendo che il problema sono le telecamere. Le macerie restano fuori inquadratura.

A Marmaris la Global Sumud Flotilla ha chiuso ieri l’assemblea internazionale; Saif Abukeshek e Thiago Ávila, espulsi domenica da Israele come «provocatori professionisti», sono il primo fronte.

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Voli militari da Pisa alla Libia, l’Onu ha chiesto spiegazioni (che Roma non ha dato) e ha dichiarato l’Italia “non conforme” all’embargo. La replica della Farnesina un mese dopo il report

C’è un aeroporto militare a Pisa da cui, fra il 28 ottobre 2024 e il 25 ottobre 2025, sono decollati trentotto voli di C-130J della 46ª Brigata Aerea diretti in Libia. Misurata soprattutto, qualcuno a Tripoli, qualcuno a Bengasi. Lo certifica un documento delle Nazioni Unite: il rapporto finale S/2026/224 del Panel di esperti incaricato di vigilare sull’embargo libico, trasmesso al Consiglio di sicurezza il 24 marzo 2026 e firmato dalla coordinatrice Salma Arka. L’allegato 20 elenca registrazioni, date, rotte e numeri di volo: dieci velivoli identificati uno per uno, dalle matricole MM62177 a MM62223. Il Panel ha chiesto all’Italia di chiarire la natura di quei voli.

La questione è rilevante. La Libia resta sotto embargo dal 2011, in forza delle risoluzioni 1970 e 1973 del Consiglio di sicurezza. La risoluzione 2769 (2025) che disciplina oggi il regime sanzionatorio prevede un’eccezione precisa: gli aerei militari introdotti temporaneamente in territorio libico restano fuori dall’embargo solo se consegnano beni o agevolano attività esentate. Per beneficiarne, lo Stato di bandiera deve fornire spiegazioni. Cinque Paesi hanno operato voli verso scali libici nel periodo monitorato dal Panel: Russia, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti, Italia. Tre hanno risposto, in modo giudicato insufficiente dagli esperti. Due hanno taciuto davanti al Panel: Washington e Roma. Il Panel ha quindi dichiarato l’Italia «non conforme» ai paragrafi 24 e 25 della risoluzione 2769.

Gli aerei, le rotte, il silenzio italiano

Le matricole elencate nel rapporto sono tutte di C-130J Hercules dell’Aeronautica Militare in dotazione alla 46ª Brigata Aerea di Pisa-San Giusto, unico reparto italiano per il trasporto tattico aereo. Quasi tutti i voli atterrano a Misurata, città dove l’Italia ha un distaccamento permanente della Missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia (MIASIT). Alcuni a Tripoli. Tre a Bengasi, in Cirenaica, ossia nell’area controllata dal generale Khalifa Haftar, l’uomo forte dell’est libico che né l’Onu né l’Unione Europea né, ufficialmente, l’Italia stessa riconoscono come legittimo.

La Farnesina ha replicato il 21 aprile 2026, un mese dopo la pubblicazione del rapporto, con una nota stampa: «Restiamo convinti del concreto rispetto dell’impianto sanzionatorio da parte dell’Italia, anche considerando che le più recenti risoluzioni dell’Onu introducono delle misure di esenzione per le attività addestrative, pur da notificare preventivamente». Una replica a istruttoria chiusa, di fatto un comunicato. Il Panel attesta il silenzio italiano davanti alle richieste tecniche. La Farnesina, in quella stessa nota, sostiene di avere risposto. Le due versioni sono inconciliabili.

L’addestramento dei libici a Pisa e in Libia

Lo stesso rapporto Onu accerta una seconda violazione. Il 26 dicembre 2024, presso l’Accademia militare di Tripoli, si è concluso un corso di Metodo di Combattimento Militare condotto da istruttori del Centro Addestramento Paracadutismo (CAPAR) di Pisa e del 184° Reparto Comando «Nembo». Ventisette allievi ufficiali libici hanno ricevuto formazione su tecniche di combattimento corpo a corpo. Il Panel parla esplicitamente di «sessione di addestramento militare fornita ad attori armati libici in violazione del paragrafo 9 della risoluzione 1970 (2011)». La Farnesina respinge la qualifica e parla di «Forze Armate libiche», categoria potenzialmente esente. La differenza lessicale qui è giuridica: «attori armati» ricade nell’embargo, «forze statali» rientra nelle deroghe.

Il dato pesa di più se incrociato con un’inchiesta de Il Post del 24 luglio 2025. Le foto raccolte dall’account social Streaking Delilah documentano militari libici fedeli a Haftar fotografati al Centro Addestramento Paracadutismo della «Folgore» di Pisa e al settore militare dell’aeroporto militare San Giusto, gli stessi due luoghi da cui parte il flusso aereo verso la Libia. Una carta d’imbarco rilasciata dal Covi, il Comando operativo di vertice interforze, il certificato di brevetto firmato dal direttore del Capar, lo stemma dell’unità al-Saiqa, forze speciali fedelissime al generale della Cirenaica. La fonte della Difesa citata dal Post ha confermato.

Roma riconosce solo il governo di Tripoli. Roma forma militari del governo che ignora ufficialmente. Il Panel chiede spiegazioni. Roma tace.

Il filo che porta al Copasir e ad Almasri

L’aereo di Stato che il 21 gennaio 2025 ha riportato in Libia Osama Almasri Njeem, colpito da mandato della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, partiva nello stesso periodo in cui da Pisa si moltiplicavano i voli elencati nel rapporto Onu: il primo è del 28 ottobre 2024, gli altri si distribuiscono per tutto il 2025. È la stessa Libia dove il 29 aprile 2026 il Copasir, presieduto da Lorenzo Guerini (Pd), ha incontrato a Tripoli Abdulhamid Dabaiba, Mohamed Takala e Aguila Saleh discutendo di gas, immigrazione e «cooperazione in settori vitali», con il direttore di Eni Libia presente in ambasciata prima degli incontri politici. Lo stesso comitato che nella relazione di febbraio 2025 aveva definito «proficui» i rapporti con i servizi libici, e aveva annotato come in Tripolitania «le diverse fazioni e milizie presenti si dividono il controllo delle varie città coinvolte in questo traffico» di esseri umani.

I trentotto voli da Pisa restano una scatola nera. Il Panel non dice cosa trasportassero: registra invece la scelta italiana di occultarne il contenuto. La risposta esiste e qualcuno la conosce. Il governo italiano preferisce custodirla. L’Onu prende atto.

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Strategia antiterrorismo Usa: “Vi troveremo e vi uccideremo”. Anarchici e antifascisti equiparati a cartelli e jihadisti

A pagina tre della 2026 United States Counterterrorism Strategy, sopra la firma di Donald Trump, c’è una frase che vale la pena leggere due volte: “We Will Find You and We Will Kill You”. Vi troveremo e vi uccideremo. È la chiusura della Presidential Foreword del documento pubblicato dalla Casa Bianca il 6 maggio 2026, sedici pagine firmate dal presidente e materialmente redatte da Sebastian Gorka, Senior Director for Counterterrorism al Consiglio di sicurezza nazionale. Una minaccia di morte stampata sopra la firma del capo di Stato dentro il documento che fissa le priorità di sicurezza nazionale del secondo mandato.

I tre nemici

La strategia individua “tre principali tipi di gruppi terroristici”: “narcoterroristi e gang transnazionali”, “terroristi islamisti classici”, e “estremisti violenti di sinistra, inclusi anarchici e antifascisti”. L’ordine è gerarchico. I cartelli messicani vengono prima di al-Qaeda e dell’ISIS. Al terzo posto, equiparati ai jihadisti, ci sono cittadini americani che protestano: “gruppi politici secolari violenti la cui ideologia è anti-americana, radicalmente pro-transgender e anarchica”. Il governo userà “tutti gli strumenti costituzionalmente disponibili” per “mapparli in patria, identificarne i membri, mappare i loro legami con organizzazioni internazionali come Antifa”.

Il punto giuridico è quasi criminale: negli Stati Uniti manca qualsiasi autorità legale per designare un gruppo come “organizzazione terroristica domestica”. Lo ha ricordato Faiza Patel del Brennan Center: manca lo statuto. Esiste solo per le organizzazioni terroristiche straniere, gestite dal Dipartimento di Stato. Cosa fa quindi l’amministrazione? Designa quattro gruppi europei come “Antifa-linked” tra novembre e dicembre 2025, fabbrica un nesso estero, e usa quel nesso per sorvegliare cittadini americani.

Il precedente NSPM-7

Il documento di maggio si appoggia su NSPM-7, il memorandum di sicurezza nazionale firmato il 25 settembre 2025, tre giorni dopo l’omicidio di Charlie Kirk e l’ordine esecutivo che designava Antifa “organizzazione terroristica domestica”. È il provvedimento più radicale dai tempi del Patriot Act e la stampa mainstream l’ha quasi ignorato. Identifica come “indicatori” di terrorismo una lista di opinioni: “anti-americanismo, anti-capitalismo, anti-cristianesimo”, “estremismo su migrazione, razza e genere”, ostilità verso le “visioni tradizionali americane su famiglia, religione e moralità”. Opinioni protette dal Primo Emendamento, ora segnali di pericolo.

Il memorandum dirige le Joint Terrorism Task Force dell’FBI, circa 200 strutture sul territorio, a investigare “tutti i partecipanti a queste cospirazioni”: nonprofit, fondazioni, donatori, attivisti, chiunque “fomenti” violenza politica prima che si verifichi. Il principio del pre-crimine è esplicito. Stephen Miller l’ha definito “il primo sforzo nella storia americana di smantellamento del terrorismo di sinistra”. La sproporzione si misura con un dato che NSPM-7 omette: il 6 gennaio 2021, l’unico recente assalto al sistema democratico americano, è assente.

Nel 2026 è stato costituito il NSPM-7 Joint Mission Center, struttura interforze dell’FBI con dieci agenzie federali integrate per “analisi finanziaria, supporto operativo e intelligence”. Un centro di sorveglianza politica col timbro del terrorismo. Il Tesoro indaga sui flussi delle nonprofit. L’IRS verifica la Open Society Foundations. La strategia di maggio assorbe questo perimetro e lo amplia: gli “estremisti di sinistra” diventano categoria ufficiale di terrorismo nazionale. Quando le etichette politiche diventano minacce alla sicurezza nazionale, il bersaglio cambia da un giorno all’altro. Oggi i cartelli, domani i dissidenti. La frase sopra la firma presidenziale è il manifesto operativo. Resta da capire chi deciderà, di volta in volta, chi va trovato.

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Giuli usa Regeni per regolare i conti con Fazzolari

L’8 aprile Alessandro Giuli era alla Camera a spiegare perché il ministero aveva negato i fondi al documentario di Simone Manetti su Giulio Regeni: «Non condivido né sul piano ideale né morale la scelta. Ma il ministero non può intervenire senza violare il principio di terzietà». La commissione, ha ripetuto, è tecnica e indipendente. Orientarla sarebbe stato un reato. Il 10 maggio lo stesso Giuli…

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L’inferno dei bimbi di Gaza

Di notte i topi mordono i bambini nelle tende mentre dormono. È la frase del bollettino UNRWA del 5 maggio, riferita al monitoraggio nella Striscia di Gaza. L’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi documenta infestazioni di roditori nelle strutture sanitarie di Khan Younis. L’Ocha ha rilevato roditori e parassiti nell’81% degli oltre 1.600 siti per sfollati valutati a Gaza. Il 90% delle infrastrutture idriche è distrutto. Il 60% delle famiglie non ha acqua sufficiente.

Reinhilde Van de Weert, rappresentante Oms a Gaza, il 5 maggio ha dichiarato: «Questa è solo la sfortunata ma prevedibile conseguenza di una situazione in cui le persone vivono in un ambiente al collasso.» Nei primi quattro mesi del 2026 l’OMS conta 17.000 infezioni da ectoparassiti. I nati morti sono aumentati del 140% rispetto al 2022. La carenza di rodenticidi aggrava il rischio di leptospirosi. Israele ha consentito l’ingresso di mille trappole per topi. 680.000 minori vivono in campi dove roditori e parassiti sono strutturali. Le tende che avrebbero dovuto essere riparo temporaneo sono residenza permanente: Israele ha bloccato la ricostruzione.

Il Board of Peace di Donald Trump ha ricevuto 100 milioni dagli Emirati per addestrare 27.000 agenti di polizia palestinesi in Egitto e Giordania. Lo riporta il Times of Israel, citando un funzionario americano. Le reclute — inclusi gli ex funzionari civili di Hamas — devono essere approvate dallo Shin Bet. Il governo tecnico palestinese istituito per sostituire Hamas non ha ancora ricevuto da Israele il permesso di entrare nell’enclave.

Le flotte della Global Sumud Flotilla si muovono da Creta verso Marmaris, in Turchia. La detenzione di Thiago Ávila e Saif Abukeshek è prorogata fino al 10 maggio.

Di notte i topi mordono i bambini nelle tende mentre dormono.

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Italia paese del gioco d’azzardo: 165 miliardi, tre milioni di dipendenti. E un mercato illegale parallelo dove operano 147 clan

Centosessantacinque miliardi di euro. È la raccolta del gioco d’azzardo in Italia nel 2025, nuovo record confermato dalla Relazione ufficiale trasmessa alle Camere il 14 aprile dal Ministero dell’Economia. Più della spesa sanitaria pubblica. Per ogni euro che lo Stato incassa, qualcuno ha già scommesso venti su una probabilità costruita per perdere.

Gioco d’azzardo, il profilo della dipendenza

Sono 18 milioni gli italiani che nell’ultimo anno hanno tentato la fortuna almeno una volta, secondo l’Istituto Superiore di Sanità. Di questi, 1,5 milioni sono giocatori patologici, il 3% della popolazione adulta. Altri 1,4 milioni a rischio moderato. Per ogni giocatore patologico, altre sette persone sono coinvolte. Il dossier “Azzardomafie” di Libera stima che 20,4 milioni di cittadini subiscano l’”azzardo passivo”.

L’industria non vende intrattenimento: vende rinforzo intermittente. Ricompense casuali che mantengono alta l’aspettativa, lo stesso meccanismo che la letteratura scientifica associa alle dipendenze da sostanze. Slot machine, app, bonus, cashback: ogni elemento è progettato per prolungare l’esposizione. Chiamarlo “gioco” è una manomissione semantica. L’azzardo industrializzato è un condizionamento operante pensato per impedire di smettere.

Province povere e quartieri periferici registrano densità più alta di slot e perdite pro capite più pesanti. Prato nel 2024 ha toccato 4.298 euro di spesa per abitante, bambini compresi. I conti online attivi sono passati da 11 milioni nel 2020 a quasi 16 milioni nel 2024. Nel 2025 il canale digitale ha assorbito il 61% della raccolta, contro il 35% del 2019.

Centoquarantasette clan

Poi c’è il mondo del gioco sommerso e illegale. Le relazioni della DIA e della Direzione Nazionale Antimafia documentano 147 clan attivi in 16 regioni, sotto 25 Procure antimafia. Camorra, ‘Ndrangheta, Cosa Nostra, Sacra Corona Unita, reti transnazionali: rendimenti elevati, rischi penali contenuti, riciclaggio dentro lo stesso circuito che genera il denaro sporco. Secondo la Dia, il gioco ha superato il narcotraffico come prima fonte di guadagno della criminalità organizzata italiana.

Nel primo semestre 2025, l’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia ha ricevuto 6.433 segnalazioni sospette dal settore scommesse, per 728 milioni di euro, un incremento del 37% rispetto allo stesso semestre del 2024. Tra il 2023 e il 2025, 21 attentati e incendi a sale gioco. Il mercato parallelo vale tra i 20 e i 25 miliardi l’anno, secondo Agic e Luiss Business School.

Lo Stato biscazziere

Tornando al gioco legale, lo Stato è contemporaneamente concessionario, regolatore e beneficiario fiscale. Con la legge n. 41 del 2024 è stata istituita la Consulta permanente dei giochi pubblici al Ministero dell’Economia, con partecipazione diretta dei concessionari: i vigilati dentro l’organo di vigilanza. La legge di bilancio 2025, all’articolo 66, ha soppresso l’Osservatorio sul gioco d’azzardo patologico del Ministero della Salute, nato nel 2016, e il fondo vincolato di 50 milioni l’anno per prevenzione e cura. Le risorse sono confluite in un fondo generico in cui alla voce azzardo spetta il 34,25%.

La Corte dei Conti nel 2024 aveva segnalato le incongruenze tra volumi del giocato, gettito erariale e costi sociali. Nessuna correzione. Il direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha dichiarato che la linea è “mantenere un equilibrio costante tra regolazione, innovazione e tutela dell’interesse erariale.” L’interesse erariale: 11,4 miliardi a fronte di 165 di raccolta. Meno di 7 euro ogni 100 giocati.

L’azzardo cresce dove arretrano i salari, dove il welfare è debole, dove la mobilità è bloccata. Il profilo del giocatore abituale si sovrappone a quello del lavoratore povero, del precario cronico, del pensionato con assegno insufficiente. Dove lo Stato smette di assicurare certezza, il mercato vende l’illusione della sorte. Solo che l’illusione è un prodotto industriale, calibrato per essere persa.

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Vannacci e Calenda, confronto-scontro sull’Ucraina. Ecco il fact checking del botta e risposta: hanno torto tutti e due

L’Ucraina come randello. Il 6 maggio, su Rete 4, Roberto Vannacci e Carlo Calenda si sono seduti uno di fronte all’altro per parlare dell’Ucraina. Hanno parlato di loro stessi. Vannacci ha detto che l’Unione europea ha “regalato 90 miliardi” all’Ucraina, sottraendoli agli ospedali italiani. Calenda ha risposto che è un prestito garantito dagli asset russi congelati. Poi si sono accusati di mentire.

Pagella Politica ha ricostruito la vicenda. Il quadro è più scomodo di quanto entrambi vogliano ammettere.

Vannacci contro Calenda: scontro sull’Ucraina

Il 23 aprile 2026 il Consiglio dell’Unione europea ha adottato l’atto finale per il prestito da 90 miliardi all’Ucraina. La decisione era stata approvata dal Consiglio europeo il 18 dicembre 2025, bloccata dal veto di Viktor Orbán e sbloccata dopo la vittoria di Péter Magyar il 12 aprile, che ha chiuso sedici anni di governo orbaniano. I 90 miliardi sono un prestito emesso sui mercati tramite debito comune europeo: 30 miliardi al bilancio ucraino, 60 alla difesa. Il servizio del debito lo copre il bilancio europeo: un miliardo per il 2027, tre all’anno dal 2028. Su questo Calenda ha ragione. Solo che poi esagera.

Il rimborso è legato alle riparazioni che la Russia dovrà corrispondere all’Ucraina. Finché non paga, Kiev non restituisce nulla. I 210 miliardi di asset russi congelati sono una garanzia possibile, non automatica. Lo ribadisce Pagella Politica: l’utilizzo degli asset è un’ipotesi. Vannacci non sbaglia quando dice che il rimborso è incerto. Sbaglia a chiamarlo regalo: il costo reale oggi è il servizio del debito.

Vannacci semplifica per eccesso, Calenda per difetto. Entrambi usano i numeri come clava.

Il cortile

Sui tecnicismi del Regolamento europeo la questione è aperta. La cosa interessante è perché abbiano scelto di litigare su questo, in questo modo.

Vannacci è europarlamentare e fondatore di Futuro Nazionale, partito lanciato il 3 febbraio 2026 dopo aver abbandonato la Lega. Si rivolge a chi percepisce i soldi europei per Kiev come soldi sottratti agli italiani. L’argomento dei “13 miliardi sottratti agli ospedali” è un’emozione impacchettata in un numero. Chi controlla che gli ospedali siano sottofinanziati per il prestito all’Ucraina e non per trent’anni di tagli?

Calenda è senatore e segretario di Azione. Il sostegno a Kiev è per lui un marcatore identitario, una separazione dal “populismo” di destra e di sinistra. Quando corregge Vannacci, lo fa per costruire la scena del “serio contro il demagogo”, non per precisione tecnica. Solo che la sua versione presenta come certa una garanzia che il regolamento descrive come eventuale. Il risultato è che due politici hanno discusso di una guerra usando i morti ucraini come sfondo per una lite di cortile.

Gli ucraini

L’Ucraina è un paese sotto attacco dal febbraio 2022, con infrastrutture distrutte e civili sfollati. I 90 miliardi serviranno anche a pagare stipendi di insegnanti e medici in un paese il cui bilancio è tenuto in piedi dagli alleati perché la guerra assorbe risorse che in tempo di pace andrebbero ai servizi. Discutere se siano un “regalo” o un “prestito” senza menzionare a cosa servano è espungere gli ucraini dalla conversazione. Ridurli a occasione contabile.

Vannacci li espunge per ideologia: confini e interessi nazionali. Nessuna solidarietà transnazionale. Calenda li espunge per eccesso di tecnicità: talmente concentrato a smontare l’avversario che il paese aggredito diventa il pretesto, non il soggetto. Entrambi parlano come se lì non ci fosse nessuno. Quando la guerra viene presentata solo come un costo, qualcuno inizia a chiedersi se valga la pena pagarlo. La risposta che forniscono è la stessa: dipende da quanto ci costa. Gli ucraini muoiono. Ma quello, in fondo, è affare loro.

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Azione, Sonia Alfano molla Calenda: il leader nomina un commissario regionale e in Sicilia il partito si sgretola

A Palazzo dei Normanni la conferenza stampa dell’addio ha la forma di un regolamento di conti. Sonia Alfano, già europarlamentare, già presidente della Commissione speciale antimafia del Parlamento europeo, figlia di Beppe Alfano, il giornalista assassinato da Cosa Nostra a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1993, legge la sua uscita da Azione con la precisione di chi ha imparato a pesare le parole in ben altre aule. Carlo Calenda non le ha neanche risposto al telefono. E la frase con cui ha aperto la conferenza vale come sentenza: «Doveva commissariare la Sicilia e ha finito per commissariare se stesso».

Dentro c’è tutto: la pretesa verticistica, la nomina che ha fatto esplodere la crisi. Azione in Sicilia non si sgretola per una questione di caratteri. Si sgretola perché i dirigenti locali non riconoscono più la direzione politica come propria. Quando hai costruito tutto sulla legalità e sulla distanza dal centrodestra siciliano, nomi e silenzi diventano manifesti politici.

Con Alfano lasciano Vincenzo Faraone, dirigente della sezione palermitana, e Damiano Motta, segretario provinciale di Ragusa. Il gruppo di Trapani sarebbe già sull’uscio. Azione perde in un pomeriggio quasi tutta la propria classe dirigente regionale, a un anno dall’avvio della campagna per le Regionali 2027.

Il commissariamento che ha scatenato tutto

La nomina che ha rotto gli argini è quella di Francesco Italia, sindaco di Siracusa, a commissario regionale di Azione. La direzione nazionale ha formalizzato la scelta circa due settimane prima. Italia è in Azione dal 2019, fa parte del comitato promotore del partito in Sicilia fin dall’inizio. Per i dirigenti uscenti la nomina rimane «inspiegabile».

Il punto è dove si colloca Azione rispetto al governo regionale di Renato Schifani. Per mesi, Calenda aveva riempito i propri social di critiche alla gestione della sanità siciliana. Poi il silenzio. I dirigenti aspettavano l’opposizione che avevano costruito. Trovavano il vuoto. Alfano: «Non ho più visto nel partito quei valori e quella linearità che ci avevano convinto ad aderire. Sono state abbandonate battaglie che avevano alimentato speranze ed entusiasmo».

C’è poi la questione interna. Il vertice, secondo Alfano, «impedisce di fare politica libera». Un partito che si presentava come alternativa alla politica dei notabili, gestito con la stessa verticalità che contestava negli avversari. Calenda, durante un viaggio in Sicilia, avrebbe preferito «un bagno a mare» a incontrare i dirigenti. Una metafora che i fuoriusciti non hanno lasciato cadere.

La dichiarazione d’amore e il mercato dei profughi

In sala stampa è presente Ismaele La Vardera, deputato regionale, fondatore di Controcorrente e candidato alla presidenza della Regione, che rivolge ad Alfano una «dichiarazione d’amore» politica: «Può essere la tua casa naturale». Alfano chiede «qualche ora di riflessione». Faraone e Motta escludono un assorbimento in blocco. La scena racconta un mercato in movimento: ogni fuoriuscita apre una contrattazione. Solo che Alfano viene da una storia in cui la legalità è una biografia, non un posizionamento.

La «furbizia di Schifani» sta qui: allontanare le elezioni sgonfia la pressione accumulata dopo il referendum di marzo, in cui il no aveva superato il 60% in Sicilia. Più tempo c’è, più i pezzi si disperdono. Controcorrente è fuori dal tavolo del campo progressista da gennaio. Azione perde i suoi dirigenti. Italia Viva di Davide Faraone non sfonda. Il centro siciliano che dovrebbe raccogliere il voto anti-Schifani è, sostanzialmente, ancora un titolo di giornale.

Calenda non risponde al telefono. La Sicilia anticipa qualcosa che si capirà tra qualche mese. Non è detto che sia qualcosa di buono.

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