Mentre si celebra la giornata della Memoria, in Libia i migranti muoiono nell’indifferenza generale

Le pietre di inciampo che continuiamo a calpestare senza rendercene conto sono in fondo al mare, sono congelati su barchini di fortuna e ai bordi dell’Europa. Celebrare la giornata della memoria senza rendersi conto che i campi di concentramento oggi sono in Libia, profumatamente pagati dal governo italiano, è la macchia sulle celebrazioni di questa giornata della Memoria.

Commemorare fingendo di non vedere che le donne vengano sistematicamente stuprate dalle milizie libiche, fingendo di non sapere che gli uomini vengono torturati per estorcere denaro fino ad essere uccisi, fingendo di dimenticare che in mezzo al nostro mare ciclicamente naufragano vite umane di cui veniamo a sapere solo se hanno la fortuna di galleggiare da morti, è l’ipocrisia più feroce che si possa applicare a una memoria giusta.

Mentre oggi ci fingiamo contriti i carcerieri della cosiddetta Guardia costiera libica continuano a ricevere i nostri bonifici, le nostre navi e i nostri addestramenti per temperare la crudeltà con cui raccattano di disperati per terra e per mare. La Libia in questo momento è un enorme campo di concentramento di persone che vengono spogliate dei loro diritti semplicemente per la loro provenienza geografica: che differenza c’è con il razzismo di chi riteneva alcuni indegni di appartenere all razza umana?

In Libia continuano i rastrellamenti illegali per incarcerare in prigioni di Stato uomini, donne e bambini che non hanno commesso nessun reato se non quello di essere nati nel posto sbagliato del mondo. Le vedete le assonanze? In Libia i morituri non arrivano e non partono per ferrovia ma il nostro binario 21 è largo come tutto il Mar Mediterraneo. 

Celebriamo la Giornata della Memoria mentre 439 persone stanno al freddo in mezzo alle onde sulla nave Geo Barents, lasciati alla mercé dopo quattro richieste di un porto sicuro. Abbiamo trasformato alcune persone in rifiuti, rifiutati come se fosse infetti di una razza europea da preservare pura. Allo stesso modo della Shoah (e ripetiamo “mai più”) immaginiamo un mondo in cui i bisogni e i dolori degli altri vengono valutati in base alla loro provenienza. Non usiamo la parola “razza” solo per un minimo di decenza ma il meccanismo è identico.

Ci vuole coraggio a celebrare la Giornata della Memoria con tutti questi brandelli di orrore che sono qui in giro, vivissimi e morenti. 

Ognuno è ebreo di qualcuno. Oggi il camino, addirittura, sono riusciti a farlo sotto il mare. O a casa loro. Buona giornata della memoria. E buona memoria applicata, se ci riesce.

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La memoria dimenticata

Esercitare la memoria non significa imparare perfettamente le date e i protagonisti degli eventi che furono. Esercitare la memoria significa tenere a mente i segnali degli accadimenti che furono e allenare le antenne per riconoscerli nel presente. Conoscere significa riconoscere gli eventi quando provano a ripetersi.

I morti della Shoah furono moltissimi perché intorno allo sterminio degli ebrei (e delle popolazioni slave delle regioni occupate nell’Europa orientale e nei Balcani, dei neri europei, dei prigionieri di guerra sovietici, oppositori politici, massoni, minoranze etniche come rom, sinti e jenisch, gruppi religiosi come testimoni di Geova e pentecostali, omosessuali e portatori di handicap mentali e/o fisici) si crearono le condizioni per essere ferocemente indifferenti e si instillò la normalizzazione degli eventi.

La normalizzazione delle morti oggi è una sindone laica che contiene il sangue dei profughi annegati nel mediterraneo (il vagone merci del binario 21 è stato sostituito da qualche barchino pericolante che affronta le onde), c’è il sangue dei bambini nello Yemen ammazzati dai sauditi considerati addirittura amici, c’è il sangue che scorre in Siria, ci sono i bambini congelati nel confine del Canada, c’è il sangue degli annegati nel canale de La Manica, ci sono i morti di freddo sulla rotta balcanica, c’è il sangue senza ossigeno degli emigranti che sono morti senza farsi trovare.

La normalizzazione delle idee che portarono a quegli eventi sta nella “matrice” che qualche partito di destra insiste nel non voler scorgere, nei nuovi fascismi che oggi indossano l’abito della festa e fingono di essere illuminati, sta nell’antifascismo visto come sentimento di parte e non come sentimento di democrazia.

Veniamo da giorni in cui 7 migranti sono morti di freddo uccisi da un’Europa che appalta le frontiere, un dodicenne a cui è stato augurato il morire nei forni perché ebreo e un co-fondatore di Fratelli d’Italia che ha collezionato una bella quantità di voti per la presidenza della Repubblica.

C’è da fare, più che ricordare.

Buon giovedì.

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Non ce la fanno

Il senso di responsabilità del centrodestra sta tutto nelle giornate che abbiamo passato a sorbirci Silvio Berlusconi, intendo a cacciare il suo ultimo trofeo in carriera, inseguendo il Quirinale come se fosse l’ultimo e esclusivo modello imperdibile di un accessorio introvabile che avrebbe accresciuto il proprio prestigio.

Se qualcuno, ottimisticamente sbagliando, ha potuto pensare che quello stallo fosse il tributo dovuto al padrone ma poi si sarebbe finalmente tornati a fare sul serio (come prevederebbe la serietà e la responsabilità della Costituzione), ieri è stato smentito dal tris di proposte “di alto profilo” che ha partorito i nomi di Marcello Pera, Letizia Moratti e Carlo Nordio come papabili presidenti della Repubblica.

L’occasione è stata un’ottima opportunità fotografica anche per mostrare l’unità del centrodestra che non esiste (ma che serve in proiezione delle future elezioni) e per sentire spaventose parole in libertà di Salvini e Meloni, ormai talmente abituati a essere scollegati dalla realtà da dire che Moratti e Lombardia sono stati grandi protagonisti nella gestione della pandemia o che Pera potrebbe essere un ottimo presidente perché ha scritto un libro con il Papa. Di Letizia Moratti proprio su queste pagine abbiamo già raccontato la parabola (da ministra all’Istruzione e sindaca di Milano) che avrebbe teso qualsiasi credibilità politica se non fosse che tra la borghesia milanese la credibilità si può ricomprare al chilo potendoselo permettere. Di Carlo Nordio vale la pena, solo in tempi recenti, ricordare quando ci disse che la pedofilia è “un orientamento sessuale”. Ma si sa che dalle parti di Silvio normalizzare e invertire le sessomanie è un esercizio praticato da anni. Marcello Pera indicò la legge Zan come “un suicidio dell’Occidente” e da ministro durante un suo viaggio in Spagna bollò il matrimonio gay come “nessuna conquista ma solo un capriccio”.

Molti editorialisti concordano nel credere che il tris in realtà sia un bluff (sempre a proposito di responsabilità) per estrarre dal cilindro alla quarta votazione la presidente del Senato Casellati, quella che andò in televisione a giurarci che Ruby fosse la nipote di Mubarak e che ora vorrebbe giurare sulla Costituzione. La cifra politica e morale del centrodestra sta tutta qui, nella venerazione della mediocrità rivenduta come senso di appartenenza. I nomi che si bisbigliano dietro questo rumore di fondo sono Casini (il cui opportunismo molti scambiano per capacità di mediazione) e il solito Draghi che si è autocandidato esattamente come Berlusconi ma non ha nemmeno il peso di doversi confrontare con un partito poiché è circondato solo da ammiratori.

La giornata scorre così, in attesa di un presidente della Repubblica che possa non essere una bandierina di partiti ai blocchi di partenza per la prossima campagna elettorale ma che possa essere un garante nel suo ruolo (anche su questo noto una certa confusione). Di sicuro dopo la girandola di nomi in questi primi giorni, poiché le persone si abituano a tutto, alla fine scopriremo di ritenere accettabile anche ciò che era una sciagura fino a una settimana fa.

Buon mercoledì.

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Il dramma di Giacomo, malato psichiatrico sbattuto in cella: Italia condannata a risarcimento

Sono i tribunali a ricordarci ogni giorno come il sistema carcerario italiano navighi nell’illegalità ma a differenza delle sentenze che tornano utili da sventolare in politica quelle che riguardano il sistema penitenziario italiano non sembrano abbastanza degne da rientrare nel dibattito pubblico. Così è accaduto che ieri la Corte Europea abbia condannato l’Italia per la violazione dell’art. 3 della Convenzione Europea, ovvero per trattamenti inumani e degradanti: nonostante i tribunali nazionali e la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu) avessero ordinato il trasferimento in un centro dove potesse essere curato, un uomo con gravi problemi psichiatrici è stato trattenuto in carcere.

Oltre all’articolo 3 il nostro Paese è stato condannato anche per la violazione dell’articolo 5 comma 1, riguardante il periodo di detenzione illegittima; la violazione dell’articolo 5 comma 5, relativamente al mancato riconoscimento del diritto al risarcimento); dell’articolo 6 comma 1 (diritto a un processo equo) e l’articolo 34 (diritto di ricorso individuale).  Giacomo Seydou Sy è stato più volte accusato di molestie alla sua ex compagna, resistenza a pubblico ufficiale e furto. Ma di questi reati l’uomo, considerato “socialmente pericoloso”, è stato ritenuto consapevole solo parzialmente. Sia i tribunali nazionali che quello europeo ne avevano ordinato il trasferimento in una struttura ad hoc per curare il suo disagio psichico (soffre di turbe della personalità e bipolarismo) ma le autorità non lo hanno mai fatto. Così lo Stato è stato condannato e ora dovrà pagare un risarcimento di 36.400 euro.

È toccato al presidente di Antigone ribadire l’ovvio: «non si può tenere una persona in carcere senza titolo, se il suo stato di salute è incompatibile con la detenzione e se ha bisogno di cure. La decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è solo uno dei tanti casi simili pendenti che riguardano la questione delle persone con patologie psichiatriche nel circuito penale. E a giorni si aspetta anche la sentenza della Corte Costituzionale (ordinanza 131/2021)», ricorda Patrizio Gonnella, il cui lavoro, insieme a quello della società civile in generale, è stato molto intenso sul tema e viene esplicitamente citato dalla Corte nella sua decisione.

«È un provvedimento importante, che non contiene solo la risoluzione di un singolo caso, ma dà indicazioni su un percorso che Governo e Parlamento devono seguire per evitare altre condanne e nuove violazioni dei diritti fondamentali» ha sottolineato Gonnella. «La Cedu afferma due principi importanti: il primo, le carceri non sono luoghi di cura per la presa in carico di patologie psichiatriche gravi, vanno dunque immaginati nuovi modelli per la salute mentale, in stretto contatto con i servizi territoriali. E’ quello che vediamo tutti i giorni durante le visite dell’Osservatorio sulle condizioni detentive ed è ciò che la Cedu ribadisce. Il secondo principio è che le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems) sono uno dei luoghi dove il paziente psichiatrico autore di reato può essere destinato, ma non sono l’unico» afferma il presidente di Antigone. «Esistono altre soluzioni, di tipo comunitario o residenziale, che vanno prese in considerazione, perché questo è ciò che ribadisce la legge. È necessario che giudici e servizi di salute mentale si confrontino da subito e trovino soluzioni condivise, dal caso Sy viene fuori un cortocircuito istituzionale inaccettabile».

Sempre a proposito di diritti dei detenuti ieri anche la Corte Costituzionale con la sentenza n. 18 (redattore Francesco Viganò), ha accolto la questione di legittimità sollevata dalla stessa Cassazione chiarendo che la norma, contenuta nell‘articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario, che impone il visto di censura sulla corrispondenza tra il detenuto sottoposto al “carcere duro” e il proprio difensore viola il diritto di difesa sancito dalla Costituzione. La sentenza osserva che il diritto di difesa comprende – secondo quanto emerge dalla costante giurisprudenza della Corte costituzionale e della Corte europea dei diritti dell’uomo – il diritto di comunicare in modo riservato con il proprio difensore e sottolinea che di questo diritto è titolare anche chi stia scontando una pena detentiva, anche per consentire al detenuto un’efficace tutela contro eventuali abusi delle autorità penitenziarie. È vero che questo diritto non è assoluto e può essere circoscritto entro i limiti della ragionevolezza e della necessità – purché non sia compromessa l’effettività della difesa – qualora si debbano tutelare altri interessi costituzionalmente rilevanti. Ed è anche vero che i detenuti in regime di 41 bis sono ordinariamente sottoposti a incisive restrizioni dei propri diritti fondamentali, allo scopo di impedire ogni contatto con le organizzazioni criminali di appartenenza.

Tuttavia, la Corte ha ritenuto che il visto di censura sulla corrispondenza del detenuto con il proprio difensore non sia idoneo a raggiungere questo obiettivo e si risolva, pertanto, in una irragionevole compressione del suo diritto di difesa. Da un lato, infatti, il detenuto può sempre avere – per effetto della sentenza della Corte del 2013, n. 143 – colloqui personali con il proprio difensore, senza alcun limite quantitativo e al riparo da ogni controllo sui contenuti dei colloqui stessi da parte delle autorità penitenziarie. Dall’altro, il visto di censura previsto dalla norma ora esaminata dalla Corte opera automaticamente, anche in assenza di qualsiasi elemento concreto che consenta di ipotizzare condotte illecite da parte dell’avvocato.

Ciò riflette, ha osservato la Corte, una “generale e insostenibile presunzione di collusione del difensore dell’imputato, finendo così per gettare una luce di sospetto sul ruolo insostituibile che la professione forense svolge per la tutela non solo dei diritti fondamentali del detenuto, ma anche dello stato di diritto nel suo complesso”. Nel Paese ideale la politica anticipa i tribunali migliorando le proprie leggi per tutelare i diritti senza bisogno di una condanna. Qui c’è da sperare che almeno prenda atto delle sentenze.

L’articolo Il dramma di Giacomo, malato psichiatrico sbattuto in cella: Italia condannata a risarcimento proviene da Il Riformista.

Fonte

Incontra i leader di partito, coltiva la sua autocandidatura e sceglie il suo successore: Draghi disposto a tutto per il Quirinale

Questo inizio di trattative per l’elezione del Presidente della Repubblica è un indizio di comportamenti che già conoscevamo. Mentre i partiti brigano per trovare un nome condivisibile e che possa mettere (quasi) tutti d’accordo il Presidente del Consiglio Mario Draghi, dal suo buen retiro, continua la campagna promozionale della propria candidatura, incontrando e trattando con i leader dei partiti come se fosse normale. Allora vale la pena tenere il punto: abbiamo in questo momento un Presidente del Consiglio che aspira (legittimamente) a diventare Presidente della Repubblica e si ritroverebbe a nominare il suo successore. L’uomo che avrebbe dovuto essere “super partes” lotta nel fango per raggiungere il Quirinale continuando a fingere in pubblico un distanziamento dalle cose della politica come se fosse materia infetta. Draghi ha dalla sua il privilegio di rappresentare solo se stesso (una bella seccatura, del resto, dover gestire tutti i processi democratici di un partito oppure dovere avere a che fare con il gradimento degli elettori) ma le trattative e con i partiti si giocano sullo stesso piano che il Presidente del Consiglio ha praticato in questi mesi: o con me o cade tutto, ripete Draghi ai partiti, ostaggi di chi avrebbe dovuto essere illuminato e invece gioca con la sicumera di chi dà le carte.

Già questo non è un bello spettacolo (spiace per i cultori dell’eleganza draghiana) ma a questo si aggiungono anche le voci (goffamente smentite) di una trattativa, in particolare con Salvini, che includerebbe perfino la formazione del prossimo governo, quello che la politica sarebbe costretta a formare dopo l’eventuale trasloco del Migliore. E qui la farsa diventa perfino pericolosa se è vero che un aspirante Presidente della Repubblica si ritroverebbe a discutere con un leader politico di un governo che si ritroverebbe a nominare inserendo la spartizione delle caselle come elemento di trattativa. Che non si scorga come tutto questo sia poco etico (oltre che poco costituzionale) e profondamente svilente per le istituzioni dello Stato è a dir poco curioso. I partiti, dal canto loro, mostrano la pochezza del proprio senso dello Stato vincolando la più alta carica della Repubblica ai prossimi mesi di slancio verso la campagna elettorale, concentrandosi sull’assetto più favorevole per la propria propaganda mentre parlano di “alte personalità”.

Abbiamo passato (giustamente) giorni a contestare l’autoproduzione di Silvio Berlusconi con un reclutamento marchettaro degno dei peggiori anni ’80 e nel frattempo normalizziamo la trattativa da mercanti che si consuma in queste ore.

Se i partiti vogliono Draghi come Presidente della Repubblica se ne assumano pubblicamente la responsabilità e svincolino l’elezione da qualsiasi piccolo interesse personale. Se Draghi aspira al Quirinale giochi la sua partita slegandola da promesse future. In politica la forma è sostanza e forse qui fuori c’è qualcuno che si indigna più per ciò che sta accadendo fuori scena rispetto ai nomi divertiti sputati sulle schede. Essere seri significa comportarsi seriamente. Fatelo, per favore.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

«Ho già venduto le mie figlie, ora il mio rene»

Poiché dalle nostre parti i giornali stranieri si leggono solo quando parlano di noi (e soprattutto se parlano bene di mister Draghi) vale la pena recuperare un articolo del The Guardian, a firma di M Mursal e Zahra Nader, che racconta le vicissitudini della famiglia afghana Rahmati che vive in una capanna di fango con un tetto di plastica in uno dei bassifondi della città di Herat.

La temperatura anche da quelle parti sta scendendo sotto lo zero e Delaram Rahmati lotta quotidianamente per dare da mangiare ai suoi figli. La siccità ha reso il loro villaggio invivibile e i terreni impraticabili. Non c’è lavoro. Ma la 50enne Delaram ha le spese ospedaliere per pagare due dei suoi figli, uno dei quali è paralizzato e l’altro che ha una malattia mentale, oltre alle medicine per il marito.

«Sono stata costretta a vendere due delle mie figlie, una di otto e sei anni», racconta. Rahmati dice di aver venduto le sue figlie alcuni mesi fa per 100mila afgani ciascuna a famiglie che non conosce. Le sue figlie rimarranno con lei fino al raggiungimento della pubertà e poi saranno consegnate a estranei. Non è raro in Afghanistan organizzare la vendita di una figlia in un futuro matrimonio, ma crescerla a casa fino al momento della sua partenza. La carestia in atto però sta provocando un abbassamento dell’età in cui i bambini vengono venduti.

Vendere le figlie però non le è bastato e così Delaram Rahmati è stata costretta a vendere un proprio rene per racimolare un po’ di denaro. Il commercio di reni in Afghanistan è in crescita da tempo. Ma da quando i talebani hanno preso il potere, il prezzo e le condizioni in cui avviene il commercio illegale di organi sono cambiati. Il prezzo di un rene, che una volta variava da $ 3.500 a $ 4.000, è sceso a meno di $ 1.500 . Ma il numero dei volontari continua a crescere. Rahmati ha venduto il suo rene destro per 150mila afgani ma la sua guarigione dall’operazione non è stata buona e ora, come suo marito, anche lei è malata, senza soldi per farsi visitare da un medico.

«Sono passati mesi dall’ultima volta che abbiamo mangiato il riso. Difficilmente troviamo pane e tè. Tre sere a settimana non possiamo permetterci di cenare», racconta Salahuddin Taheri, che vive nello stesso quartiere della famiglia Rahmati. Taheri, un 27enne padre di quattro figli, raccoglie abbastanza soldi per cinque pagnotte di pane ogni giorno raccogliendo e vendendo rifiuti riciclati ma sta cercando un acquirente per il suo rene. «Sono molti giorni che chiedo agli ospedali privati ​​di Herat se hanno bisogno di reni. Ho anche detto loro che se ne hanno bisogno urgente, posso venderlo al di sotto del prezzo di mercato, ma non ho avuto risposta», dice Taheri. «Ho bisogno di sfamare i miei figli, non ho altra scelta».

Cercare un rene a buon mercato nelle zone più povere di Herat è ormai una pratica comune, benché illegale, nell’Afghanistan che secondo l’Onu, sta «vivendo la peggiore crisi umanitaria della sua storia contemporanea». La siccità, il Covid-19 e le sanzioni economiche imposte dopo la presa del potere dei talebani nell’agosto 2021 hanno avuto conseguenze catastrofiche sull’economia. I drammatici aumenti dell’inflazione hanno portato all’impennata dei prezzi dei generi alimentari. La fame nel Paese ha raggiunto livelli davvero senza precedenti. Quasi 23 milioni di persone, ovvero il 55% della popolazione, stanno affrontando livelli estremi di fame e quasi 9 milioni di loro sono a rischio di carestia.

Buon martedì.

Nella foto: Una famiglia fuori della propria casa. Una delle ragazze è stata venduta dal padre per sfamare i suoi cinque figli, Herat, 16 dicembre 2021

Per approfondire, Left del 24 dicembre 2021

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Due, tre cose sul Presidente

Un pessimo Parlamento non poteva che mostrarci un pessimo avvicinamento all’elezione del presidente della Repubblica. Lo spettacolo era talmente prevedibile che avremmo potuto scriverne la sceneggiatura già da mesi e quando si tratta di non rischiare di smentire la propria mediocrità lo schieramento parlamentare riesce sempre a essere campione.

Così sono passati giorni assistendo alla monopolizzazione del dibattito da parte di Berlusconi, uno che di monopolii se ne intende per vocazione, uno che aspira nella vita a cacciare tutto il cacciabile (che siano donne, influenze giudiziarie, senatori per fare cadere governi, giudici per condizionare sentenze, protezioni mafiose) come se fosse roba potabile. Per aggiungere un tocco di farsa alla tragicommedia abbiamo avuto anche Vittorio Sgarbi nel ruolo di procacciatore per conto del Cavaliere.

Berlusconi si ritira ma nella sua lettera di commiato alle proprie ispirazioni chiarisce di non volere Draghi, non è roba da poco: il predestinato rischia di non arrivare a destinazione e qualcuno riesce addirittura in queste ore a scrivere seriamente che senza Draghi saremo invasi dalle cavallette. Un Paese che sia impiccato su un presidente del Consiglio che dovrebbe diventare presidente della Repubblica per rispettare una cambiale (non si sa firmata esattamente da chi) e che dovrebbe nominare il suo successore che dovrebbe essere il suo sicario senza troppo farsi notare è una stortura che molti vedono dirigibile. Beati loro. Sfortunati noi.

Era prevedibile anche una certa ignoranza istituzionale: il presidente della Repubblica non è una bandierina da piantare per potersela rivendicare ma fino a poche ore prima dell’inizio delle votazioni l’immaturità dei partiti sembra non averlo capito. Così si leggono in giro nomi di politici (più o meno di valore) che nella vita sono stati “di rottura”. Evidentemente ai più sfugge che un Presidente debba essere una figura autorevole e riconosciuta da tutti, abile nelle mediazioni, capace di “tenere insieme” il Paese. Se abbiamo un nostro Presidente “preferito” perché è stato bravo ad affossare l’avversario probabilmente non ha le caratteristiche per diventare Presidente. Sarebbe ora di diventare adulti.

Sfugge a molti anche che il Parlamento sia in maggioranza di centrodestra, altrimenti non sarebbe caduto il secondo governo Conte. Anche fare i conti con la realtà aiuterebbe l’ecologia del dibattito. Siamo una repubblica parlamentare, piaccia o meno, e il Parlamento dei Ciampolillo, degli Sgarbi, dei Renzi, dei transfughi, di Lega e Fratelli d’Italia che guidano la maggioranza nelle Camere, è chiamato a eleggere un Presidente. Confidiamo nel miracolo.

Di sicuro c’è che ancora una volta assistiamo sotto mentite spoglie all’unico esercizio prioritario di questi partiti: provare a garantirsi l’autopreservazione. Iniziamo la conta.

Buon lunedì.

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Stage degli innocenti

Circola insistentemente una certa arguzia immorale, ringalluzzita dalle posizioni dominante acquisite da gente che l’arguzia l’ha sempre usata come condimento della propria autorevolezza. Essere arguti è, per troppi, il modo migliore per uscire dalle crisi, per snellire le criticità, per smontare la montante lotta di classe (che gli arguti chiamano brigatismo) e perfino per uscire dalla pandemia. L’arguzia immorale ieri (21 gennaio, ndr) si è scatenata contro quelli che si sono permessi di notare come sia penoso un Paese che schiaccia un ragazzo di 18 anni sotto una trave in un’azienda che avrebbe dovuto corroborare la sua istruzione e la sua educazione alla protezione e che invece l’ha restituito ai genitori in un bara. Che l’alternanza scuola-lavoro non possa e non debba essere l’occasione per un tirocinio sul campo di morti sul lavoro dovrebbe apparire chiaro perfino al più cinico e padronale dei commentatori, ma anche lo sdegno e il dolore sono stati visti come un pericolo incalzante.

Un giovane in tirocinio (foto Getty Images).

Quelle vittime sul lavoro che sporcano la venerazione del profitto

«Qualcuno sarà morto agli scout o alla gita dell’Arci, no? Che vogliamo dire di quelli?», ha twittato uno dei cantori della Dea economia di cui non vale nemmeno la pena fare il nome (ché gli farebbe branding, alla fine). Anche la morte di un ragazzo, se rischia di sporcare la venerazione del profitto, è un accidente collaterale che dobbiamo accettare. A questi cantori del libero mercato (dove “libero” sta per scevro da ogni responsabilità morale e etica) non sfiora l’idea che gli scout o gli Arci non accumulino profitto sulla morte delle persone perché loro sono fatti così: inseguono il profitto ma se ne vergognano e lo nascondono nei loro ragionamenti. È la stessa arguzia immorale che per mesi ha trasformato i percettori del reddito di cittadinanza come sconfitti che non meritano un premio di consolazione, gli stessi che disprezzano i dipendenti pubblici dalla loro scrivania ricevuta in eredità dal paparino, sono gli stessi che venerano Mario Draghi come rassicurante tappo di eventuali rivendicazioni sindacali, sono gli stessi che hanno avuto la brillante idea di nascondere il numero dei morti per non dover parlare dei morti.

Foto Getty images.

La superficialità immorale sulla morte di Lorenzo Parelli

La nuova arguzia immorale riesce a essere peggio dell’arguzia egoista che fu nei tempi del berlusconismo. Quello che Silvio bisbigliava sotto forma di battuta questi lo sventolano come geniale intuizione. Siamo passati dal nascondimento dell’egoismo alla sua esibizione come qualità. Non c’è differenza tra gli arguti immorali e i sovranisti, dietro c’è la stessa egomania che sogna un mondo che risponda solo alle proprie esigenze disfandosi dei bisogni degli altri, perfino disfandosi degli altri se sono un disturbo. Così ci si stupisce per l’immorale superficialità con cui oggi si tratta Lorenzo Parelli, morto nel pomeriggio del 21 gennaio a causa di un incidente sul lavoro nello stabilimento della Burimec mentre era solo uno studente, ma non ci si era stupiti di quando il 19 novembre scorso il ministro Patrizio Bianchi (con la stessa indecente leggerezza) disse che «la triade impresa scuola azienda va potenziata […] Le imprese hanno bisogno oggi di persone che siano specializzate ma anche molto flessibili […] Bisogna accompagnare fin dalla scuola media gli studenti nelle imprese». In fondo per gli arguti immorali l’alternanza scuola-lavoro deve servire proprio a questo: essere resilienti a un mondo del lavoro di cui bisogna rassegnarsi di essere vittime. E ringraziare, pure. Non hanno il coraggio di dirlo apertamente per quel briciolo di senso pudore che gli è rimasto eppure si evince da ogni loro singola parola. Vivi, ammalati, guarisci in fretta, produci, consuma, crepa.

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Leonardo ci riprova: far passare le armi come icona dello sviluppo sostenibile

Ci mancava la transizione ecologica armata. Eppure nel gioco grande del greenwashing, ecologismo di facciata utile per non perdere le posizioni acquisite e per non dover fare i conti con un mercato destinato (se decidiamo di cambiare sul serio) a modificarsi, la transizione ecologica armata è l’ultima trovata di Leonardo, il gruppo italiano dell’aerostazione della difesa, che invita la Commissione europea a etichettare l’industria bellica come sostenibile piuttosto che socialmente dannosa.

Bruxelles si sta preparando a pubblicare il suo sistema di classificazione per gli investimenti aree affinché gli investitori siano più consapevoli e alcune aziende (tra cui Leonardo) sono molto preoccupate per le eventuali conseguenze per i finanziamenti futuri. “Se l’industria della fiera viene messa nella lista dei cattivi… i soldi andranno altrove”, ha detto Alessandra Genco, Chief Financial Officer di Leonardo. E per convincere l’Europa a vedere la sostenibilità nelle armi Genco ha posto l’accento su “migliaia di piccole e media imprese in Europa che hanno meno potere contrattuale con le banche rispetto ai grandi gruppi come Leonardo”.

Leonardo lo scorso 20 dicembre aveva dichiarato di avere firmato una nuova linea di credito del valore di 600 milioni di euro rendendo sostenibile la metà delle fonti di finanziamento del gruppo. “Vogliamo espandere – ha affermato Greco – ulteriormente la quota dei nostri finanziamenti legati ai criteri ESG verso il 100 per cento, ma questo sarà possibile solo se la difesa sarà considerata tra le attività sostenibili”.

Che le armi possano diventare un’icona dello sviluppo sostenibile farebbe ridere se non fosse che per i produttori questo 2022 in Italia si preannuncia un’occasione ghiottissima: la spesa militare per il 2022 supererà il muro dei 25 miliardi di euro (25,8 miliardi), secondo le stime del rapporto Milex. Nei mesi scorsi il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha sopporto all’approvazione del Parlamento un numero senza precedenti di programmi di marmo: diciotto, di cui ben tredici di nuovo avvio, per un valore già approvato di 11 miliardi di euro e un onere complessivo previsto di 23 miliardi. Il tutto con il silenzio della politica. Il ministro Guerini, del resto, ha una strana idea della trasparenza, qualcosa che si avvicina di più all’invisibilità.

La richiesta di Leonardo all’UE è la perfetta fotografia della transizione ecologica così come la intendono le lobby: cambiare la narrazione per poter continuare a fare le stesse cose. “Puoi avere un ambiente sano senza Co2, ma se vivi in un posto sotto attacco terroristico, mi dispiace ma non ti farà molto bene”, ha detto detto Genco, per conto di Leonardo. Da Bruxelles si rifiutano di commentare e anche a noi non vengono le parole.

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Ve lo ricordate l’Afghanistan?

Vi ricordate tutte le belle parole sull’Afghanistan quando arrivarono i talebani e quando tutto il mondo si dichiarava pronto ad accogliere le persone in difficoltà, persino i più ostici sovranisti? Per sapere cosa stia facendo l’Italia si può leggere l’ordinanza del Tribunale di Roma che già il 21 dicembre ha sancito il diritto di entrare in Italia per proteggersi dal rischio di diritti umani gravemente compromessi. ll caso riguarda due afghani che erano giornalisti sotto il precedente governo in Afghanistan e impegnati in varie attività culturali.

L’Associazione italiana per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) ha scritto un comunicato durissimo: «Nonostante la chiarezza dell’ordinanza, la Farnesina sta opponendo una strenua quanto inaccettabile resistenza, proponendo dapprima ai ricorrenti di entrare a far parte dei corridoi umanitari (che ancora devono essere attivati e dunque attendendo mesi se non anni!) e poi di dimostrare con idonea documentazione il percorso di accoglienza e integrazione in Italia con adeguata copertura finanziaria», ha affermato l’Asgi. Le richieste sono inaccettabili perché «fingono di ignorare non solo che già una cittadina italiana ha offerto la propria disponibilità ad ospitare i due giovani afghani, ma anche che ogni richiedente asilo, nel momento in cui diventa tale, ha diritto all’accoglienza pubblica se privo di risorse proprie ed è un obbligo dello Stato renderlo effettivo».

Il Tribunale di Roma ha accolto poi lo scorso 14 gennaio il nuovo ricorso dei due riconoscendo che la Farnesina aveva tentato di eludere il suo precedente provvedimento. In sostanza un tribunale riconosce che un Ministero non rispetta la legge. Tutto questo accade nei confronti degli afghani che il governo si prometteva di “salvare”.

L’associazione ha affermato che «i giovani afgani hanno subito chiesto ancora una volta al tribunale di Roma di sapere esattamente come sarebbe stata attuata l’ordinanza di dicembre [e] il 14 gennaio 2022 il tribunale ha ritenuto che il ministero avesse tenuto un comportamento elusivo dell’ordinanza giudiziaria e ordinato il rilascio di visti umanitari entro dieci giorni». L’Asgi sottolinea anche come i due afgani potevano beneficiare del visto italiano «esclusivamente sulla base di ragioni umanitarie o obblighi internazionali [che] non possono essere collegati a condizioni aggiuntive». L’associazione sostiene infine che «con tale decisione [del tribunale] viene di fatto respinto il tentativo del ministero di imporre una privatizzazione dell’accoglienza di chi fa ingresso in Italia con visti per motivi umanitari accollandola interamente sui privati, nonostante tale accoglienza sia un obbligo per lo Stato in forza di precise disposizioni europee, che la finanziano»

Insomma, ve lo ricordate l’Afghanistan?

Buon venerdì.

In foto, persone accalcate all’esterno di un ufficio passaporti del governo afghano a Kabul

Per approfondire, Left del 24 dicembre 2021

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