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Ci è voluto un terremoto per ricordarsi dell’Afghanistan

Era il 30 agosto quando gli esponenti del governo italiano (e di tutti i governi europei) insieme alla grancassa dei media promettevano all’Afghanistan che non si sarebbero dimenticati di loro. Se ne sono ricordati ieri, sono bastati più di un migliaio di morti (numeri definitivi non ce ne sono) e 1.500 feriti per un terremoto che ha aggiunto dolore al dolore.

Il terremoto ha colpito poco dopo le 01:30 (21:00 GMT martedì) mentre la gente dormiva. Centinaia di case sono state distrutte dall’evento di magnitudo 6.1, che si è verificato a una profondità di 51 km (32 miglia). È il terremoto più letale che ha colpito l’Afghanistan in due decenni e una grande sfida per i talebani, il movimento islamista che ha ripreso il potere l’anno scorso dopo il crollo del governo sostenuto dall’Occidente. Il terremoto ha colpito a circa 44 km dalla città di Khost e si sono sentite scosse fino al Pakistan e all’India. Testimoni hanno riferito di aver sentito il terremoto sia nella capitale dell’Afghanistan, Kabul, che nella capitale del Pakistan, Islamabad. Funzionari talebani hanno chiesto alle Nazioni Unite di «sostenerli in termini di valutazione dei bisogni e risposta alle persone colpite», ha detto Sam Mort dell’unità Kabul dell’Unicef alla Bbc.

Parlando con l’agenzia di stampa Reuters, la gente del posto ha descritto orribili scene di morte e distruzione. «Io e i bambini abbiamo urlato», racconta Fatima. «Una delle nostre camere è stata distrutta. I nostri vicini hanno urlato e abbiamo visto le stanze di tutti». «Ha distrutto le case dei nostri vicini», ha detto Faisal. «Quando siamo arrivati c’erano molti morti e feriti. Ci hanno mandato in ospedale. Ho visto anche molti cadaveri». «Ogni strada che vai, senti persone piangere la morte dei loro cari», ha detto un giornalista nella provincia di Paktika alla Bbc. L’agricoltore locale Alem Wafa ha pianto mentre diceva alla Bbc che le squadre di soccorso ufficiali dovevano ancora raggiungere il remoto villaggio di Gyan – uno dei più colpiti. «Non ci sono operatori umanitari ufficiali, ma persone provenienti da città e villaggi vicini sono venute qui per salvare le persone», ha detto. «Sono arrivato stamattina e io stesso ho trovato 40 cadaveri». La maggior parte dei morti, ha detto, erano «bambini molto piccoli». L’ospedale locale semplicemente non aveva la capacità di affrontare un tale disastro, ha aggiunto l’agricoltore.

Intanto sono ancora bloccati i corridoi umanitari dall’Afghanistan. Persone in pericolo di vita per cavilli burocratici. Un’assurda vicenda che coinvolge 1.200 persone in attesa di partire: nelle ambasciate italiane mancano le macchinette per prendere le impronte digitali e si posticipano le partenze. Miraglia (Arci): «Aspettano da mesi, i visti stanno per scadere non possono tornare in mano ai talebani».

“Non vi dimenticheremo”, dicevamo.

Buon giovedì.

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Blaterano di meritocrazia e poi risparmiano sulla formazione

Sembra una notizia locale e invece è il termometro della deriva di questo Paese. In Lombardia, grazie a Letizia Moratti, dopo il super-infermiere sta per arrivare il vice-infermiere: Oss con 300 ore di corso post base potranno sostituire il professionista infermiere e a basso costo. Ciò che conta è avere manodopera poco formata che viva ogni occasione di lavoro come un privilegio, disposta a essere pagata sempre il meno possibile.

Lo scrive bene Assocarenews: «L’idea è dell’assessore al ramo Letizia Moratti, che già qualche settimana fa aveva introdotto la figura del super-infermiere o vice-medico, il professionista sanitario capace di sostituire il medico nelle cure primarie e di base. Insomma una confusione di ruoli e di responsabilità legate a presunte carenze da una parte di medici, dall’altra di infermieri. In realtà si cerca di risparmiare il più possibile attribuendo a figure come infermieri od Oss compiti di professioni più elevate. Pertanto il super-infermiere e il super-Oss servono a sostituire da una parte i medici di famiglia, dall’altra gli infermieri in Rsa e case di riposo e farlo a bassissimi costi. Da mesi si polemizza sul super-Oss in Veneto, ora la polemica si sposta in Lombardia dove anche la Federazione nazionale dei medici (Fnomceo) ha ribadito più volte che “un infermiere non potrà mai sostituire un medico”. Di contro la Federazione nazionale degli infermieri (Fnopi), ad oggi, non si è mai espressa direttamente contro la nascita del super-Oss. Eppure gli Infermieri restano insostituibili. Vedremo cosa accadrà, il rammarico resta e resta la sensazione che nel nome del dio denaro tutto è possibile, anche chiamare infermiere un operatore socio sanitario (senza laurea e con lo stipendio da Oss) o medico un infermiere (con laurea triennale, ma con stipendio da fame)».

Intanto sulla presunta “ripresa del mercato del lavoro” la Nota trimestrale sulle tendenze dell’occupazione pubblicata da Istat, ministero del Lavoro, Inps, Inail e Anpal ci dice che un terzo dei 2,1 milioni di contratti a termine (mai così tanti, osservando le serie storiche) attivati tra gennaio e marzo era per incarichi di meno di 30 giorni, il 9,2% un solo giorno. Solo il 27,5% da due a sei mesi e un piccolo 1% scavalla l’anno. Ma c’è di più: dalle Comunicazioni obbligatorie del ministero del Lavoro si rileva una crescita dell’incidenza dei contratti di brevissima durata sul totale delle attivazioni. Quelli fino a una settimana sfiorano il 20%, ossia il 2,9% in più rispetto al primo trimestre del 2021. E sono in aumento anche i lavoratori somministrati e quelli a chiamata. Insomma il precariato impazza e questi la chiamano occupazione.

Quando ci si renderà conto della piega che ha preso questo Paese diventeranno minuscole le beghe di partito con fuoriusciti e nuovi fondatori. Siamo un Paese che non ha speranza nei numeri e che continua a non accorgersene.

Buon mercoledì.

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A Verona si sostiene la destra nel nome di dio

Immancabile, a Verona, scende in campo il vescovo. Che accada in una delle città più neofasciste d’Italia (dove associazioni come Circolo Pink Lgbte Verona, Sat Pink Aps, Pianeta Milk Verona, Non una di Meno Verona, Yanez, Udu Verona, Rete degli Studenti Medi Verona, Eimì sono al fronte per difendere i diritti) non è un caso. Monsignor Giuseppe Zenti lo scorso 18 giugno ha preso in mano la penna per vergare una lettera ispirata da uno spirito tutt’altro che santo per ricordare a sé stesso «e ai fedeli di individuare quali sensibilità e attenzioni sono riservate alla famiglia voluta da Dio e non alterata dall’ideologia del gender, al tema dell’aborto e dell’eutanasia».

Al netto di questa spiritualità meschina l’invito è quello di votare al prossimo ballottaggio per le elezioni amministrative in città il sindaco uscente Federico Sboarina, candidato di Lega e Fratelli d’Italia, preferendolo all’ex calciatore Damiano Tommasi (sostenuto dal Pd, M5s e liste civiche). Del resto parliamo dello stesso vescovo che nel 2015 scrisse agli insegnanti di religione per condividere il programma elettorale di una candidata della Lega alle elezioni regionali. È lo stesso personaggio che sul ddl Zan disse che «l’omosessualità praticata non è un valore agli occhi di Dio» scrivendo, dimostrando di avere poca capacità di comprensione delle leggi, «auspichiamo che si possa continuare a dire, che non resti traccia nel ddl di bavagli o di possibili carceri. Sarebbero residuati da Gestapo».
Essere gretti nel nome di dio dovrebbe essere peccato, nel mondo dei comandamenti giusti. Il vescovo Zenti mostra tutto il suo buio nelle lettere che scrive e nei modi in cui le scrive.

Per avere idea di come sia più arioso e libero il mondo basta buttare l’occhio sul documento politico del Comitato Verona Pride 2022: «La nostra Verona sta reagendo, stiamo costruendo una comunità democratica forte e coesa, le cui discussioni infervorano sempre di più gli spazi di confronto. Solo attraverso questo movimento politico possiamo aprirci a tutte le soggettività con le quali percorrere questo cammino.  “Casa nostra” è dove siamo. I nostri corpi sono “case nostre”. Tutto il mondo è “casa nostra”.  Ma se tutto il mondo è casa nostra, allora, anche la piazza lo è, e non possiamo più farci marginalizzare né accettare le violenze che ci infliggono. Dobbiamo continuare a ripopolare le piazze, a farle nostre, ed è compito di tuttз tenere il passo per vivere la città in una forma nuova. Plasmiamo la società che desideriamo, cominciando con l’educare chi – in buona o in malafede – non conosce l’Abc del vivere insieme. Ecco quindi che le nostre rivendicazioni devono essere intersezionaliste e vigili sulle esigenze collettive. Facciamo di Verona una grande piazza in cui insegnare a chi la vive come rispettare il diritto di tuttз all’autodeterminazione».
Il personale è politico, sempre. Se la Chiesa si butta in politica trascinata dalle idee mediocri di un monsignore non resta che combatterla.

Buon martedì.

Nella foto: Monsignor Zenti al Congresso delle famiglie, Verona, 29 marzo 2019

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A proposito di salari da fame (e delle notizie curiosamente taciute)

La Cgil è tornata in piazza. L’avete letto? Poco, sicuro. Figurarsi se ci si può permettere di rovinare la festa e la narrazione. Il sindacato di Landini è tornato in piazza del Popolo a Roma ma questi sono tempi in cui i sindacati non tornano utili per bastonare qualche nemico per cui non sono nemmeno attaccati, semplicemente si nascondono.

In piazza si sono ascoltate storie che dovrebbero finire sui giornali. E invece niente. Si è ascoltato Dario Salvetti, delegato Gkn della Fiom che ha raccontato che la lotta è gioia e cura. Perché sarebbe ora di educarci al conflitto, da sempre mezzo per ottenere diritti.

Ci sono stati gli studenti che hanno raccontato storie come quelle di «Nadia che lavora dai 16 anni ma sempre in nero o tirocinio e dopo 10 anni ha 3 mesi di contributi pensionistici». «Non siamo più disposti a farci calpestare: non abbiamo nulla da perdere e per questo che non potranno fermarci», dice uno studente universitario.

Auli ha raccontato la precarietà di Stato: «Noi 700 somministrati che lavoriamo per il ministero dell’Interno al servizio immigrazione: primo contratto 6 mesi, secondo 3 mesi, terzo 40 giorni. Poi grazie alla lotta con Nidil Cgil ora 9 mesi. La precarietà è soprattutto donna e io sono dovuta tornare a lavorare 48 ore dopo aver perso mio figlio in grembo».

Poi c’è Maurizio Landini che chiede alla politica di «cancellare le leggi folli sulla precarietà» che sono la «prima causa dei bassi salari dopo 20 anni di competizione giocata solo sulla loro compressione da parte degli imprenditori». E infine, sul salario minimo, un argomento tabù che qui da noi non accenna nessuno: l’estensione del Trattamento economico complessivo con diritti, ferie e tredicesima anche per le partite Iva.

Sarà un autunno caldo.

Buon lunedì.

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A proposito di Banca Etruria, ricordiamo anche le lacrime delle vittime

A proposito di lacrime e Banca Etruria forse è il caso di ricordare le lacrime di Luigino D’Angelo, suicida nel novembre del 2015. D’Angelo aveva perso 110 mila dei suoi risparmi e ha deciso di impiccarsi alla scala della sua villetta in via La Malfa a Civitavecchia. Quei 110 mila euro li aveva messi da parte con una vita fatta di lavoro e sacrifici e li ha persi a seguito dell’entrata in vigore del decreto salvabanche. «Chiedo scusa a tutti, il mio gesto non è per i soldi che abbiamo perso, ma per lo smacco subìto…», si leggeva nella lettera che aveva scritto 20 munti prima di suicidarsi. E poi ancora rivolgendosi alla moglie Lidia «denuncia il direttore e gli addetti ai titoli per comportamento scorretto, anzi, direi criminale».

Il profilo di rischio dietro cui i funzionari si sono nascosti

A febbraio del 2020 la moglie Lidia Di Marcantonio in aula per l’udienza del crac Etruria ha raccontato quei giorni ed è una storia che merita di non essere dimenticata: «Mio marito diceva sempre al suo consulente di custodire il ‘gruzzoletto’ per la nostra pensione. Un giorno ci propose di investire tutto in un buon prodotto e noi ci fidammo. A luglio 2015 arrivò una lettera che ci diceva che il nostro investimento non era adeguato al nostro profilo. Siamo tornati in banca e un altro impiegato ci ha detto che era una lettera che mandavano di routine. Siamo andati via tranquilli. A settembre è arrivata un’altra lettera simile. Siamo tornati in banca e siamo stati tranquillizzati un’altra volta. Luigino disse di voler disinvestire. Parlò con il direttore e lui ci tranquillizzò che aveva investito anche lui così. Mio marito iniziò a informarsi fino a quando sentimmo a Canale 5 che il presidente del Consiglio Renzi aveva firmato il decreto salvabanche. Mio marito è rimasto con le fettuccine in mano dicendo abbiamo perso tutto». A proposito del “profilo di rischio” dietro cui i funzionari della banca si sono nascosti Lidia ha detto al giudice: «Non sapevamo neppure cosa fossero i profili di rischio, forse eravamo ignoranti noi. Alla fine abbiamo capito che il nostro profilo di rischio era stato modificato».

A proposito di Banca Etruria, ricordiamo le lacrime delle vittime
Protesta contro il crack di Banca delle Marche, Banca Etruria, Cassa di Risparmio di Ferrara e Cassa di Risparmio della Provincia di Chieti nel 2015 (Getty Images).

I dipendenti in uno slalom di bugie, rassicurazioni e risposte evasive

Forse sarebbe il caso di ricordare le parole di Marcello De Benedetti, l’ex impiegato della banca Etruria di Civitavecchia ora finito a montare caldaie che a Repubblica disse: «Avevamo l’ordine di convincere più clienti possibili ad acquistare i prodotti della banca, settimanalmente eravamo obbligati a presentare dei report con dei budget che ogni filiale doveva raggiungere. L’ultimo della lista veniva richiamato pesantemente dal direttore». Racconta De Benedetti: «Eravamo tutti in una sorta di sudditanza psicologica. Dal 2007 al 2014 le azioni sono crollate da 17 euro e rotti a 1 euro e 50 e questo era indicativo del fatto che dovevamo dirottare le entrate su altri prodotti e che dovevamo fare acquistare la qualunque, anche le subordinate. Avendo ingolfato i creditori medio-piccoli tutti noi convincevamo i più danarosi assicurandogli che sarebbe stato un bene per loro, un affare seguendo i nostri consigli. E poi via con lo slalom di bugie, rassicurazioni e risposte evasive».

Dietro la vicenda giudiziaria di Banca Etruria c’è stata un’utile carne da macello

Dietro alla vicenda giudiziaria su Banca Etruria c’è un’umanità che di finanza e economia non ne sa e non è interessata a saperne eppure è l’utile carne da macello. Al di là della vicenda giudiziaria e dei suoi strascichi politici ci sono le lacrime che non finiscono sui giornali. I risparmi di Banca Etruria sono andati in fumo – era già accaduto e accadrà ancora – e noi siamo anestetizzati sulle ricadute che la finanza poco etica ha sull’ordinarietà delle persone. Sembriamo non avere nemmeno le parole per scrivere dei fallimenti affettivi che stanno dietro ai decreti. Forse conviene riportarle in superficie, le lacrime di Luigino.

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Scapperanno in 100 milioni

L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati ha dichiarato che 100 milioni di persone in tutto il mondo sono state costrette ad abbandonare le proprie case nell’ultimo anno. Questo è il numero più alto di sfollati registrato dalla seconda guerra mondiale.

L’Ucraina ha vissuto la crisi dei rifugiati più grande e in più rapida crescita da quando l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) è stato istituito nel 1951, ha affermato l’organismo nel suo Global Trends Report. Insieme all’invasione russa dell’Ucraina, la crisi in Afghanistan è stata anche uno dei maggiori eventi che hanno contribuito al “drammatico traguardo” di 100 milioni. Il rapporto scrive che nell’ultimo decennio c’è stata una tendenza al rialzo ogni anno.

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi, ha affermato che questa tendenza continuerà, fino a quando la comunità internazionale non si sarà attivata per risolvere i conflitti e trovare soluzioni. La guerra in Ucraina ha creato una crisi di sicurezza alimentare, che costringerà più persone a fuggire dalle loro case nei paesi più poveri, ha affermato l’UNHCR. «Se hai una crisi alimentare oltre a tutto ciò che ho descritto – guerra, diritti umani, clima – questa accelererà la tendenza», ha detto ai giornalisti Filippo Grandi, descrivendo le cifre come «sbalorditive». Ha anche affermato che le risorse si stanno concentrando in Ucraina, mentre altri programmi in tutto il mondo sono rimasti sotto finanziati. «L’Ucraina non dovrebbe farci dimenticare altre crisi», ha detto, ricordando il conflitto in Etiopia e la siccità nel Corno d’Africa.

Grandi ha affermato che la risposta dell’Unione europea alle crisi dei rifugiati è stata “disuguale”. Questo sullo sfondo della generosità con cui sono stati accolti i profughi ucraini, qualcosa che Grandi vorrebbe che fosse concesso a tutti coloro che cercano rifugio. “Certamente si rivela un punto importante: rispondere agli afflussi di profughi, all’arrivo di disperati sulle coste o ai confini dei Paesi ricchi non è ingestibile”, ha affermato. Grandi ha detto che sempre più persone stavano fuggendo dalla regione africana del Sahel per sfuggire a aumenti di carburante, crisi climatiche e violenze. Questi sfollati potrebbero dirigersi a nord verso l’Europa per sfuggire alla crisi. Ha affermato che la regione ha già affrontato anni di siccità e inondazioni, disparità di reddito, scarsa assistenza sanitaria e malgoverno. La crescente crisi della sicurezza alimentare ha aggravato i problemi. “Sono molto preoccupato per il Sahel. E non penso che si parli abbastanza di questa regione che è, tra l’altro, così vicina all’Europa. E penso che l’Europa dovrebbe essere molto più preoccupata”, ha detto.

100 milioni di persone costrette a spostarsi per sopravvivere saranno il carburante per il prossimo sovranismo. E mai una volta che si abbia il coraggio di affrontare la questione alla radice.

Buon venerdì.

Per approfondire, Left del 10 giugno 2022 

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A Gaza un’intera generazione in trappola, da 15 anni

A 15 anni dall’inizio del blocco israeliano su Gaza, ancora 2,1 milioni di persone vivono recluse, in quella che di fatto è una prigione a cielo aperto. Un’intera generazione di giovani palestinesi, oltre 800mila, hanno trascorso la loro intera vita in questa situazione, senza conoscere nient’altro.

È la denuncia lanciata da Oxfam alla vigilia del quindicesimo anniversario dall’inizio delle restrizioni imposte sulla Striscia, di fronte ad una situazione di cui non si intravede nessuna soluzione negoziata tra le parti, nonostante gli sforzi umanitari sostenuti dalla comunità internazionale e dalle Nazioni Unite, che fino ad oggi hanno stanziato 5,7 miliardi di dollari in aiuti.

«Siamo di fronte ad una crisi divenuta cronica, che costringe organizzazioni come Oxfam,  da anni operativa sul campo, a lavorare per garantire la mera sopravvivenza di una popolazione sfinita, eppure straordinariamente resistente  – ha detto Paolo Pezzati, policy advisor di Oxfam per le emergenze umanitarie – In questo momento 7 persone su 10 a Gaza dipendono dagli aiuti umanitari per far fronte ai bisogni essenziali di ogni giorno. Il controllo di Israele sulla Striscia è pressoché totale e si spinge a livelli paradossali e punitivi nei confronti della popolazione. Pensiamo alle regole sull’esportazione di pomodori, che di fatto impediscono ai produttori di vendere ciò che hanno coltivato. Rivolgiamo un appello al Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, affinché una revoca immediata del blocco su Gaza divenga prioritaria nell’agenda internazionale».

«Molte restrizioni israeliane hanno ragioni politiche, non certo di sicurezza. Le famiglie palestinesi di Gaza subiscono collettivamente una punizione illegale – ha aggiunto Pezzati – Israele impedisce l’esportazione di pasta di datteri, biscotti e patatine fritte, ha interdetto l’uso del 3G e del 4G sui cellullari, non c’è PayPal. Certamente questo non è un Paese per giovani».

Non sarebbe ora di consegnare alla storia questi 15 anni di blocco? Ora che sono diventati tutti esperti di invasi e di invasori non è il momento di volgere lo sguardo anche qui?

Buon giovedì.

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Giorgia Meloni ovvero la normalizzazione dei reazionari

Giorgia Meloni vola in Andalusia per sostenere la candidata di Vox. Impugna il microfono e comincia a strillare: «Non ci sono mediazioni possibili, o si dice sì o si dice no. Sì alla famiglia naturale, no alla lobby Lgbt, sì alla identità sessuale, no alla ideologia di genere, sì alla cultura della vita, no a quella della morte». Poi continua a modo suo: «Sì all’universalità della croce, no alla violenza islamista. Sì ai confini sicuri e no all’immigrazione di massa. Sì al lavoro dei nostri cittadini, no alla grande finanza internazionale. Sì alla sovranità del popolo, no ai burocrati di Bruxelles. Sì alla nostra civiltà e no a coloro che vogliono distruggerla».

Il pubblico bela qualche olé a tempo, una televendita dal vivo solo che al posto delle pentole e la bicicletta in omaggio qui si celebrano i “patrioti d’Europa”. Scandalo dalle nostre parti. È comprensibile, a forza di normalizzare Giorgia Meloni per inginocchiarsi al prossimo probabile potentato d’Italia molte penne italiane ce l’hanno rivenduta come una simpatica canaglia che sembra cattiva ma in fondo non è pericolosa.

Giorgia Meloni è pericolosa, eccome. Nelle sue parole, nel suo programma, tra le sue idee si trovano pericolosi ritorni. Ha ragione Lia Quartapelle (Pd) quando dice che «nel deserto che sta diventando la destra, la Meloni sembra quella con le idee chiare, quella meno peggio degli altri. Ma la realtà è che, sotto sotto, lei è sempre la stessa cosa: parole d’ordine fasciste e un passato che non è mai passato». Quartapelle prosegue: «Quando la Meloni parla di lobby Lgbtq, di trame della finanza, di famiglia naturale come se ci fossero famiglie innaturali, quando definisce “l’abisso della morte” i legittimi diritti delle donne ad abortire, sta usando le parole d’ordine della destra estrema. Inoltre, si rifà a una politica dell’identità come se ci fosse un attacco alla tradizione. Ma io di attacchi non ne vedo da nessuna parte. La politica dell’identità si fa quando non sai cosa fare sulle politiche sociali o del lavoro».

Giorgia Meloni se l’è presa per le parole dell’esponente Pd. Sapete cosa ha negato? Di aver preso soldi dalla Russia. Sul resto, evidentemente è d’accordo, se non fiera. Se poi Meloni riuscirà a prendersi in mano il Paese e mostrerà i suoi lati neri vedrete che gli stessi che oggi contribuiscono alla sua potabilità lanceranno l’allarme.

Che danni procura il giornalismo al servizio del potente. Che Paese sempre pronto allo sbando è quello in cui il potere è una virtù.

Buon mercoledì.

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In Francia ha vinto Mélenchon

La Nuova unione popolare ecologista e sociale guidata da Mélenchon è la vera vincitrice del primo turno delle elezioni francesi. Ha ottenuto gli stessi voti di Macron (il 25,7%) e ha distanziato di 8 punti Marine Le Pen. Il risultato è straordinario e se dalle nostre parti ci fosse anche solo una goccia di sinistra nel sedicente partito di centrosinistra ieri avremmo dovuto assistere almeno a qualche timido assaggio. Dal Pd invece si scorge addirittura una certa preoccupazione. È comprensibile: Mélenchon è la dimostrazione plastica che qualsiasi timidezza nell’attuare pratiche realmente di sinistra non sia una “mediazione” ma sia una calcolata ricerca del compromesso.

Mélenchon ha costruito uno schieramento che non si limita a proclamarsi di sinistra ma si oppone nettamente anche al liberismo fintamente progressista. È andato oltre all’idea di “partito” tenendo insieme movimenti, sindacati, malesseri organizzati e organizzazioni. Ha interpretato i conflitti, piuttosto che negarli, facendosene carico anche nel renderli pubblici parlandone ovunque. Non si è messo in testa una fantomatica “unità della sinistra” che avrebbe inglobato storie inconciliabili con i valori di cui si fa portatore: è fiero della propria radicalità. Una parola che da noi suona come una bestemmia.

Quello che qui in Italia qualche penna definisce «exploit del populismo gauchiste di Mélenchon» (che teneri i nostri editorialisti spaventati da chi smodatamente vorrebbe rovesciare i soliti poteri) è semplicemente un programma che non consente smussature. Potrebbe funzionare qui? Resta ovviamente tutta da vedere la declinazione italiana di un’esperienza politica francese. Siamo fin troppo abituati al giochetto deludente del papa straniero. Ma come osserva Nicola Fratoianni la scelta di Mélenchon «ha consentito alla sinistra e agli ambientalisti francesi di bucare il tetto di cristallo del voto utile, che li aveva sempre penalizzati in precedenza». Se leggete il programma elettorale di Mélenchon vi accorgerete che esiste una visione del mondo che non rimane imbucata nella cassetta degli idealisti e ottiene enorme consenso popolare. Ognuno tiri le somme.

Buon martedì.

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Non vediamo l’ora di assistere al referendum sul Reddito di cittadinanza

In un Paese normale, dove questi presunti leader politici avrebbero un buon amico che gli direbbe di smettere di vivere nella loro bolla, oggi dovremmo avere tutti i leader di partito nelle piazze per un tour di comizi al contrario. Ascoltare invece di parlare, tastare il polso di un Paese che mentre questi discutono delle loro alleanze vere, finte e presunte è pieno di persone che guardano con enorme preoccupazione il proprio futuro.

Saprebbero, ad esempio, che l’unica lista che interessa davvero non è quella dei presunti amici di Putin buoni per giornali che – come i referendum – hanno più opinionisti che lettori ma la lista della spesa che soffre negli ultimi giorni del mese, in attesa spesso del salario da fame del mese successivo.

Saprebbero, i nostri politici, che esistono preoccupazioni che riguardano il domani, subito qui, e che con l’autorevolezza (vera o presunta) del presidente del Consiglio non riescono a impolpare il proprio conto corrente. Saprebbero anche che mentre si discute di diritti con la frivolezza di influencer con stipendi da senatori c’è gente che è nata in Italia e non riesce a ottenere la cittadinanza, scoprirebbero che la comunità LGBTQ+ continua a contare feriti nel bollettino quotidiano, scoprirebbero che la precarizzazione del lavoro ha precarizzato anche le speranze, scoprirebbero che la povertà aumenta mentre certa imprenditoria ingrassa, scoprirebbero che in Italia si riesce a essere poveri anche lavorando.

Ma non lo capiranno, vedrete, e faranno peggio. Anzi, non vediamo l’ora di assistere al referendum sul Reddito di cittadinanza.

Buon lunedì.

 

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