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L’AfD prende il 44% e a sinistra si apre un tavolo di riflessione sul disagio degli elettori, mica dei suoi dirigenti

In Sassonia-Anhalt la partecipazione al voto è salita, eccome, e non bisogna essere analisti troppo ferrati per vedere che a incassarla è stata l’AfD, il partito nazista che l’ufficio per la protezione della Costituzione del Land classifica come estremista di destra accertato: 170mila voti sono arrivati da chi cinque anni fa era rimasto sul divano. Le proiezioni della Forschungsgruppe Wahlen…

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Sospendiamo Schengen e intanto perdiamo i ricercatori: su 421 progetti finanziati 50 vincitori sono italiani, ma ospiteremo solo 22 grant

L’Italia produce ricercatori che vincono in Europa e poi li guarda lavorare da un’altra parte. Ieri il Consiglio europeo della ricerca, l’Erc, ha assegnato gli Starting Grant per chi è a inizio carriera, 421 progetti finanziati con 705 milioni di euro e fino a 1,5 milioni a testa, e fra i vincitori si contano 50 italiani, secondi soltanto agli 84 tedeschi. Poi si guarda dove quei progetti andranno a stare, cioè in quale laboratorio quei soldi verranno spesi, e l’Italia scivola sesta, con 22 grant ospitati.

Sopra ci sono Germania, Regno Unito, Francia, Svizzera e Paesi Bassi, e la sola Germania si prende circa un quinto dei progetti. Il bando è stato il più affollato di sempre, 4.807 domande, e ne è passato l’8,8 per cento. Ventuno vincitori che oggi lavorano fra Stati Uniti e Canada hanno scelto di spostare la ricerca in Europa, primo effetto visibile di Choose Europe, il programma che l’Unione ha aperto nel 2025 perché chi scappa dalla stretta americana sui fondi trovasse dove atterrare. Il continente attrae. Qui da noi si forma e si saluta.

Sospendiamo Schengen ma perdiamo ricercatori

Le ragioni stanno nei conti. L’Istat misura l’intensità italiana di ricerca e sviluppo all’1,37 per cento del Pil, in calo rispetto all’1,41 del 2021, mentre Eurostat dà l’Unione al 2,2 per cento e la Germania al 3,1. L’Anvur, Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, nel rapporto del 2026 conta intorno al 6 per cento di studenti stranieri sugli iscritti, quando Francia, Germania e Regno Unito viaggiano fra il 10 e il 20 per cento. Il sesto posto è un risultato contabile, e i conti li ha scritti chi governa.

A Roma si abbassava l’offerta. Con il decreto legislativo 209 del 2023 si è riscritto il regime degli impatriati, e per chi trasferisce la residenza dal 1° gennaio 2024 il reddito esentato scende dal 70 per cento al 50, mentre il 90 riservato a chi sceglieva il Mezzogiorno è sparito. Si è ridotto l’incentivo al rientro esattamente mentre l’Europa alzava il suo, e insomma la promessa di riportare a casa i cervelli nasceva già scaduta.

Il confine sbagliato

Il governo, da parte sua, l’estate l’ha passata a un altro tavolo. Dal 1° agosto l’Italia ha sospeso Schengen con la Spagna dopo la crisi migratoria di Ceuta, controlli in aeroporti e porti, e il 31 agosto ha prorogato di quindici giorni, fino al 6 settembre. Davanti al Comitato Schengen, il 13 agosto, l’Italia ha messo a verbale il bilancio dei primi tredici giorni, tre arresti e ventuno respingimenti, e ha ricordato che nel 2026 gli sbarchi sono calati del 55 per cento, circa 17mila persone. Si sospende la libera circolazione europea proprio nell’anno in cui il fenomeno che dovrebbe giustificarla si è più che dimezzato.

I numeri veri stanno altrove e in prima pagina non arrivano. Fra il 2019 e il 2024, elaborando dati Istat, l’ufficio studi della Cgia di Mestre conta poco più di 78mila laureati italiani fra i 25 e i 34 anni trasferiti all’estero e quasi 88mila coetanei stranieri, laureati anche loro, che nello stesso periodo hanno preso la residenza qui, con un saldo positivo di 9.593 unità. A tenerlo in piedi sono proprio quelli che il dibattito pubblico archivia come questione di ordine pubblico.

E lo stesso governo che sospende la libera circolazione ha firmato un decreto flussi da 497.550 ingressi fra il 2026 e il 2028, con quote costruite sui fabbisogni espressi dalle parti sociali. Sa che il paese ha bisogno di gente che arrivi. Solo che di quei posti 267mila riguardano il lavoro stagionale in agricoltura e nel turismo: la manodopera si convoca, il talento lo si lascia partire. Chi sceglie, sceglie Berlino. Il tema dell’immigrazione, quello che conta, è che l’Italia funziona da corridoio e si racconta come una meta, e ventidue ricercatori su quattrocentoventuno l’hanno già messo in cifre.

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Sospendiamo Schengen e intanto perdiamo i ricercatori: su 421 progetti finanziati 50 vincitori sono italiani, ma ospiteremo solo 22 grant

L’Italia produce ricercatori che vincono in Europa e poi li guarda lavorare da un’altra parte. Ieri il Consiglio europeo della ricerca, l’Erc, ha assegnato gli Starting Grant per chi è a inizio carriera, 421 progetti finanziati con 705 milioni di euro e fino a 1,5 milioni a testa, e fra i vincitori si contano 50 italiani, secondi soltanto agli 84 tedeschi. Poi si guarda dove quei progetti andranno a stare, cioè in quale laboratorio quei soldi verranno spesi, e l’Italia scivola sesta, con 22 grant ospitati.

Sopra ci sono Germania, Regno Unito, Francia, Svizzera e Paesi Bassi, e la sola Germania si prende circa un quinto dei progetti. Il bando è stato il più affollato di sempre, 4.807 domande, e ne è passato l’8,8 per cento. Ventuno vincitori che oggi lavorano fra Stati Uniti e Canada hanno scelto di spostare la ricerca in Europa, primo effetto visibile di Choose Europe, il programma che l’Unione ha aperto nel 2025 perché chi scappa dalla stretta americana sui fondi trovasse dove atterrare. Il continente attrae. Qui da noi si forma e si saluta.

Sospendiamo Schengen ma perdiamo ricercatori

Le ragioni stanno nei conti. L’Istat misura l’intensità italiana di ricerca e sviluppo all’1,37 per cento del Pil, in calo rispetto all’1,41 del 2021, mentre Eurostat dà l’Unione al 2,2 per cento e la Germania al 3,1. L’Anvur, Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, nel rapporto del 2026 conta intorno al 6 per cento di studenti stranieri sugli iscritti, quando Francia, Germania e Regno Unito viaggiano fra il 10 e il 20 per cento. Il sesto posto è un risultato contabile, e i conti li ha scritti chi governa.

A Roma si abbassava l’offerta. Con il decreto legislativo 209 del 2023 si è riscritto il regime degli impatriati, e per chi trasferisce la residenza dal 1° gennaio 2024 il reddito esentato scende dal 70 per cento al 50, mentre il 90 riservato a chi sceglieva il Mezzogiorno è sparito. Si è ridotto l’incentivo al rientro esattamente mentre l’Europa alzava il suo, e insomma la promessa di riportare a casa i cervelli nasceva già scaduta.

Il confine sbagliato

Il governo, da parte sua, l’estate l’ha passata a un altro tavolo. Dal 1° agosto l’Italia ha sospeso Schengen con la Spagna dopo la crisi migratoria di Ceuta, controlli in aeroporti e porti, e il 31 agosto ha prorogato di quindici giorni, fino al 6 settembre. Davanti al Comitato Schengen, il 13 agosto, l’Italia ha messo a verbale il bilancio dei primi tredici giorni, tre arresti e ventuno respingimenti, e ha ricordato che nel 2026 gli sbarchi sono calati del 55 per cento, circa 17mila persone. Si sospende la libera circolazione europea proprio nell’anno in cui il fenomeno che dovrebbe giustificarla si è più che dimezzato.

I numeri veri stanno altrove e in prima pagina non arrivano. Fra il 2019 e il 2024, elaborando dati Istat, l’ufficio studi della Cgia di Mestre conta poco più di 78mila laureati italiani fra i 25 e i 34 anni trasferiti all’estero e quasi 88mila coetanei stranieri, laureati anche loro, che nello stesso periodo hanno preso la residenza qui, con un saldo positivo di 9.593 unità. A tenerlo in piedi sono proprio quelli che il dibattito pubblico archivia come questione di ordine pubblico.

E lo stesso governo che sospende la libera circolazione ha firmato un decreto flussi da 497.550 ingressi fra il 2026 e il 2028, con quote costruite sui fabbisogni espressi dalle parti sociali. Sa che il paese ha bisogno di gente che arrivi. Solo che di quei posti 267mila riguardano il lavoro stagionale in agricoltura e nel turismo: la manodopera si convoca, il talento lo si lascia partire. Chi sceglie, sceglie Berlino. Il tema dell’immigrazione, quello che conta, è che l’Italia funziona da corridoio e si racconta come una meta, e ventidue ricercatori su quattrocentoventuno l’hanno già messo in cifre.

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Abbandono scolastico, il record che si ferma a Catania: il 26,5 per cento dei giovani tra i 18 e i 24 anni non va oltre la licenza media

Sono il 68,6 per cento i giovani con cittadinanza non italiana che a Catania si sono fermati alla licenza media fra i 18 e i 24 anni, e contando tutti si sale al 26,5 per cento, il più alto dei quattordici capoluoghi metropolitani nei dati Istat per la Commissione periferie ripresi da Openpolis. Cifre del 2021, e servono a leggere quelle nuove, perché nel 2025l’abbandono scolastico italiano è sceso all’8,2 per cento, sotto il 9 che l’Unione europea aveva fissato per il 2030, e il governo ha intestato il risultato alle sue politiche scolastiche. Il record c’è. Poi si guarda dentro la media e si vede benissimo chi è rimasto fuori.

La media intanto capovolge la geografia europea, perché nell’elaborazione di Openpolis su dati Eurostat l’uscita precoce nelle città dell’Unione scende all’8 per cento e sale al 9,6 nelle aree rurali, mentre qui da noi vale il 9,5 in città contro il 7,3 delle aree intermedie. Il monitoraggio della Commissione europea, con i dati 2024, dava il Mezzogiorno all’11,3 per cento e le isole al 15.

Abbandono scolastico, quello che la media non dice

Sul dato nazionale pesa poi la cittadinanza, visto che fra gli studenti stranieri l’abbandono nel 2025 vale il 26,2 per centoe che nelle città metropolitane arriva al 60 per cento a Bari nei numeri di Openpolis. La risposta politica sta scritta nel codice penale, perché il decreto Caivano ha introdotto con la legge 159 del 2023 l’articolo 570-ter, che punisce con la reclusione fino a due anni chi non iscrive il figlio a scuola e fino a un anno chi ne tollera le assenze oltre i quindici giorni. E si sospende l’Assegno di inclusione. Lo Stato ha studiato il problema e ha deciso di togliere il sussidio a chi lo subisce.

Nel frattempo la rete si accorcia, perché il dimensionamento fissa un coefficiente di 938 alunni per istituzione autonoma e a gennaio 2026 la Sardegna commissariata ha perso altre nove autonomie dopo le 38 dei tre anni precedenti. Succede proprio lì dove l’abbandono, nelle isole, resta al 15 per cento. Anche i soldi che quel record lo hanno prodotto sono finiti, perché l’investimento 1.4 del Pnrr, un miliardo e mezzo e il tutoraggio di 820mila ragazzi, si è chiuso il 31 agosto, una settimana prima della campanella.

Tre cose che l’Europa ha già provato

I Paesi Bassi nel 2024 stavano al 7 per cento e ci sono arrivati contando. Dal 1994 il paese è diviso in 39 regioni Rmc, i punti regionali di segnalazione e coordinamento che tengono il registro di ogni ragazzo fino a 23 anni uscito dal sistema e hanno il compito di riportarlo dentro, mentre ogni studente ha un numero identificativo che permette a scuola, comune e servizi sociali di leggere lo stesso elenco di nomi. In Italia l’obbligo di istruzione si ferma a 16 anni e l’anagrafe serve a certificare, non a inseguire.

La Finlandia ha alzato l’asticella e ha pagato il conto, perché dal 1° agosto 2021 l’obbligo arriva a 18 anni e la secondaria superiore è gratuita, con libri, materiali e trasporto oltre i sette chilometri compresi. Il Portogallo ha scelto le persone e nei Teip, i territori educativi di intervento prioritario, tiene psicologi, assistenti sociali e mediatori nelle scuole dei quartieri più fragili, e fra il 2015 e il 2025 ha abbattuto l’abbandono di 7,4 punti, secondo Eurostat.

Un’anagrafe che chiama per nome, un obbligo più lungo pagato dallo Stato e adulti stabili nelle scuole difficili costano personale e bilancio ordinario. L’Italia intanto destina all’istruzione l’8 per cento della spesa pubblica, ultima in Europa contro il 14,3 della Svezia, come ha riportato Eunews dalla relazione della Commissione europea. Qui si è preferito il codice penale per i genitori e la calcolatrice per le autonomie. Il resto lo ha pagato Bruxelles. Lunedì riapre Bolzano e il 15 settembre tocca a Catania, dove la campanella suonerà uguale anche nei quartieri in cui più di un ragazzo su quattro ha smesso di sentirla.

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Abbandono scolastico, il record che si ferma a Catania: il 26,5 per cento dei giovani tra i 18 e i 24 anni non va oltre la licenza media

Sono il 68,6 per cento i giovani con cittadinanza non italiana che a Catania si sono fermati alla licenza media fra i 18 e i 24 anni, e contando tutti si sale al 26,5 per cento, il più alto dei quattordici capoluoghi metropolitani nei dati Istat per la Commissione periferie ripresi da Openpolis. Cifre del 2021, e servono a leggere quelle nuove, perché nel 2025l’abbandono scolastico italiano è sceso all’8,2 per cento, sotto il 9 che l’Unione europea aveva fissato per il 2030, e il governo ha intestato il risultato alle sue politiche scolastiche. Il record c’è. Poi si guarda dentro la media e si vede benissimo chi è rimasto fuori.

La media intanto capovolge la geografia europea, perché nell’elaborazione di Openpolis su dati Eurostat l’uscita precoce nelle città dell’Unione scende all’8 per cento e sale al 9,6 nelle aree rurali, mentre qui da noi vale il 9,5 in città contro il 7,3 delle aree intermedie. Il monitoraggio della Commissione europea, con i dati 2024, dava il Mezzogiorno all’11,3 per cento e le isole al 15.

Abbandono scolastico, quello che la media non dice

Sul dato nazionale pesa poi la cittadinanza, visto che fra gli studenti stranieri l’abbandono nel 2025 vale il 26,2 per centoe che nelle città metropolitane arriva al 60 per cento a Bari nei numeri di Openpolis. La risposta politica sta scritta nel codice penale, perché il decreto Caivano ha introdotto con la legge 159 del 2023 l’articolo 570-ter, che punisce con la reclusione fino a due anni chi non iscrive il figlio a scuola e fino a un anno chi ne tollera le assenze oltre i quindici giorni. E si sospende l’Assegno di inclusione. Lo Stato ha studiato il problema e ha deciso di togliere il sussidio a chi lo subisce.

Nel frattempo la rete si accorcia, perché il dimensionamento fissa un coefficiente di 938 alunni per istituzione autonoma e a gennaio 2026 la Sardegna commissariata ha perso altre nove autonomie dopo le 38 dei tre anni precedenti. Succede proprio lì dove l’abbandono, nelle isole, resta al 15 per cento. Anche i soldi che quel record lo hanno prodotto sono finiti, perché l’investimento 1.4 del Pnrr, un miliardo e mezzo e il tutoraggio di 820mila ragazzi, si è chiuso il 31 agosto, una settimana prima della campanella.

Tre cose che l’Europa ha già provato

I Paesi Bassi nel 2024 stavano al 7 per cento e ci sono arrivati contando. Dal 1994 il paese è diviso in 39 regioni Rmc, i punti regionali di segnalazione e coordinamento che tengono il registro di ogni ragazzo fino a 23 anni uscito dal sistema e hanno il compito di riportarlo dentro, mentre ogni studente ha un numero identificativo che permette a scuola, comune e servizi sociali di leggere lo stesso elenco di nomi. In Italia l’obbligo di istruzione si ferma a 16 anni e l’anagrafe serve a certificare, non a inseguire.

La Finlandia ha alzato l’asticella e ha pagato il conto, perché dal 1° agosto 2021 l’obbligo arriva a 18 anni e la secondaria superiore è gratuita, con libri, materiali e trasporto oltre i sette chilometri compresi. Il Portogallo ha scelto le persone e nei Teip, i territori educativi di intervento prioritario, tiene psicologi, assistenti sociali e mediatori nelle scuole dei quartieri più fragili, e fra il 2015 e il 2025 ha abbattuto l’abbandono di 7,4 punti, secondo Eurostat.

Un’anagrafe che chiama per nome, un obbligo più lungo pagato dallo Stato e adulti stabili nelle scuole difficili costano personale e bilancio ordinario. L’Italia intanto destina all’istruzione l’8 per cento della spesa pubblica, ultima in Europa contro il 14,3 della Svezia, come ha riportato Eunews dalla relazione della Commissione europea. Qui si è preferito il codice penale per i genitori e la calcolatrice per le autonomie. Il resto lo ha pagato Bruxelles. Lunedì riapre Bolzano e il 15 settembre tocca a Catania, dove la campanella suonerà uguale anche nei quartieri in cui più di un ragazzo su quattro ha smesso di sentirla.

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Vertice spaziale di Parigi, Trump vende ma non condivide: se compri sicurezza americana, l’interruttore resta a Washington

Si può pretendere che gli alleati portino la spesa militare al 5 per cento del Pil e insieme telefonare alle proprie aziende perché non si siedano allo stesso tavolo con quegli alleati. Alla Casa Bianca è bastato poco più di un anno per dimostrarlo. Il 27 agosto l’Office of Science and Technology Policy, l’ufficio scientifico della presidenza americana, ha convocato una call con le imprese spaziali che avevano in agenda il vertice di Parigi del 9 e 10 settembre, spiegando che presentarsi al Grand Palais poteva somigliare a un sostegno tacito alle posizioni europee: lo ha raccontato Politico, lo ha confermato Reuters su quattro fonti. Il 3 settembre il ministero francese dell’Istruzione superiore, della Ricerca e dello Spazio ha registrato le rinunce di SpaceX, Blue Origin, Stoke Space e Starcloud.

Il portavoce del ministero ha detto all’Agence France-Presse che il collegamento con le voci di pressione è difficile da evitare, e che Parigi vuole continuare a lavorare con i partner americani anche quando i cambi di rotta complicano il compito oltre il necessario. Tradotto: è successo quel che sembra. Il funzionario americano, sempre secondo la ricostruzione di Politico, aveva accusato la Francia di aver organizzato tutto senza Washington, aveva parlato di “pratiche anticoncorrenziali” e si era detto preoccupato per la presenza cinese al tavolo.

Vertice spaziale, il conto lo pagano gli alleati

Al vertice dell’Aia del 24 e 25 giugno 2025 i 32 paesi della Nato si sono impegnati a portare la spesa militare al 5 per cento del Pil entro il 2035, 3,5 punti di difesa in senso stretto e 1,5 di infrastrutture e resilienza. Da luglio dello stesso anno gira il Purl, il meccanismo con cui gli alleati versano denaro al Pentagono perché compri armi americane e le spedisca a Kiev, e in dodici mesi ventinove paesi ci hanno messo 5,8 miliardi di euro. Il Sipri misura il resto: il 64 per cento delle importazioni di armi dei paesi europei dell’Alleanza fra il 2020 e il 2024 arrivava dagli Stati Uniti, quota scesa al 58 per cento nel quinquennio successivo. Sei punti in tre anni di allarmi.

Su quel versante Washington non ha mai avuto esitazioni: le fatture partono, i Patriot arrivano, i contratti si firmano. La difesa dell’Europa ha smesso di essere una spesa americana ed è diventata un mercato americano, il modo educato per dire che Donald Trump ha trasformato la garanzia atlantica in un listino.

La sicurezza come scaffale

Sull’altro versante, quello in cui la sicurezza si condivide invece di vendersi, il registro cambia di colpo. Nel marzo 2025 l’amministrazione ha sospeso la condivisione di intelligence con l’Ucraina, e Maxar ha confermato che la National Geospatial-Intelligence Agency aveva disattivato gli account ucraini sul Gegd, il portale delle immagini satellitari commerciali comprate dal governo americano. Il rubinetto è rimasto chiuso finché è servito. Promemoria recepito. Chi compra sicurezza americana si porta a casa anche l’interruttore, e l’interruttore resta a Washington.

La Francia, dal canto suo, il 12 novembre 2025 a Tolosa aveva annunciato 4,2 miliardi di euro in più per lo spazio militare fra il 2026 e il 2030, portando a 10,2 miliardi l’impegno complessivo: proprio lì dove un alleato prova a costruirsi una capacità sua, l’alleato grande preferisce che i suoi fornitori restino a casa. Al Grand Palais i funzionari del Dipartimento di Stato, del Commercio, della Nasa e della stessa Ostp ci saranno lo stesso, davanti alle circa 120delegazioni convocate da Emmanuel Macron, mentre le aziende danno forfait. Washington manda i diplomatici a parlare di cooperazione e tiene i venditori lontani dal banco, perché la sicurezza è uno scaffale e lo scaffale rende finché il cliente resta cliente. L’Europa, che quel conto lo paga per intero, si presenta comunque con la lista della spesa in mano.

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Soldi ai Paesi che accolgono i gazawi, by Ben-Givr

Sta scritto in una riga di spesa: Israele pagherà i Paesi che accolgono i palestinesi di Gaza, e li pagherà in proporzione alle persone accolte. Si intitola “Disimpegno 710” ed è il programma con cui Itamar Ben-Gvir, ministro israeliano della Sicurezza nazionale, si presenta al voto del 27 ottobre. Il titolo unisce il ritiro da Gaza del 2005 e il 7 ottobre 2023.

Ogni obiettivo ha una scadenza: 250.000 persone fuori da Gaza il primo anno, 1,11 milioni entro tre, 1,86 milioni entro sette, su una popolazione che il Times of Israel stima in 2,3 milioni. Otto residenti su dieci. A chi accetta il partito Otzma Yehudit promette un “pacchetto di accoglienza” di ventiquattro mesi con viaggio, primo alloggio, formazione professionale e lavoro, mette a preventivo 10 miliardi di shekel per avviare la macchina e fino ad altri 50 miliardi legati alla partecipazione internazionale, e indica come destinazioni Turchia, Etiopia, Congo e paesi arabi che il partito lascia senza nome.

Ben-Gvir insiste che tutto questo è emigrazione volontaria. E pretende un ministero apposta come condizione per entrare nella prossima maggioranza, dopo aver riassunto la proposta in conferenza stampa il 3 settembre: «Tempo di fare le valigie». L’articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra vieta i trasferimenti forzati di persone protette fuori dal territorio occupato “quali che siano i motivi”, e la Corte internazionale di giustizia, nel parere consultivo del 19 luglio 2024, ha ricordato che Gaza resta territorio occupato. Il precedente lo ha nominato lui: Rehavam Ze’evi, fondatore nel 1988 di Moledet, il partito che chiedeva il trasferimento dei palestinesi verso i Paesi arabi in cambio di incentivi economici. Trentotto anni dopo quel trasferimento ha un pacchetto di accoglienza e una scadenza annuale.

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Il discorso che Meloni non ha letto ieri sera a Bari

«Buonasera, Bari. Sono 1.413 giorni che governiamo e nessuno prima di noi ha resistito tanto, e siccome un record va onorato per intero stasera vi leggo l’altra metà dell’opuscolo, quella rimasta fuori dalle 28 pagine dove stanno soltanto i record che ci piacciono.

Il discorso che Meloni non ha letto ieri sera a Bari

Partiamo dal lavoro, che è la nostra bandiera: occupati ai massimi storici e disoccupazione ai minimi, e stipendi reali più bassi del 6,1 per cento rispetto al 2021, il record peggiore fra le grandi economie dell’Ocse, che l’ha tradotto in venti giornate di lavoro gratis all’anno per ogni italiano. Abbiamo messo l’Italia al lavoro e poi l’abbiamo pagata meno, e anche questo è un record. Sulle tasse abbiamo restituito 21 miliardi agli italiani, sta scritto nell’opuscolo, e negli stessi anni la pressione fiscale è salita al 43,1 per cento del Pil nel 2025, dal 41,7 del 2022.

Restituiamo con una mano e incassiamo con l’altra, e lo scrive l’Istat, mica l’opposizione. Rivendico la povertà assoluta: 5,7 milioni di persone e 1,28 milioni di minori, l’incidenza più alta dal 2014. Rivendico la sanità, dove nel 2024 hanno rinunciato a curarsi 5,8 milioni di italiani contro i 4,5 milioni dell’anno prima, perché le liste d’attesa si accorciano anche così, convincendo i malati a lasciar perdere.

Rivendico Gjadër: 74,2 milioni di contratti per i centri in Albania, 400 posti a oltre 153mila euro l’uno, quando gli stessi posti a Porto Empedocle ne costavano 21mila. Nelle carceri a fine luglio c’erano 64.741 persone dentro 46.343 posti veri, affollamento al 139,7 per cento e 38 suicidi in sette mesi: la nostra idea di certezza della pena. Il 23 marzo vi ho chiesto di votare sì alla riforma della giustizia e il 53,74 per cento ha votato no. Grazie lo stesso».

Questo è il discorso che ieri sera al porto non avete sentito da Giorgia Meloni ma è l’unico che si potrebbe leggere con onestà intellettuale, perché sono gli stessi quattro anni e le stesse fonti. Cambia soltanto la pagina da cui si copiano i numeri. Ieri mattina la presidente del Consiglio ha scritto che “la stabilità non è un record da esibire”. Ha ragione lei e infatti quello che ha esibito ieri davanti alle persone e a un corridoio di luminarie è l’unica cosa che le è riuscita per intero in 1.413 giorni, cioè il tempo. Ma con quello non si mangia, non si lavora, non si sopravvive.

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Il discorso che Meloni non ha letto ieri sera a Bari

Partiamo dal lavoro, che è la nostra bandiera: occupati ai massimi storici e disoccupazione ai minimi, e stipendi reali più bassi del 6,1 per cento rispetto al 2021, il record peggiore fra le grandi economie dell’Ocse, che l’ha tradotto in venti giornate di lavoro gratis all’anno per ogni italiano. Abbiamo messo l’Italia al lavoro e poi l’abbiamo pagata meno, e anche questo è un record. Sulle tasse abbiamo restituito 21 miliardi agli italiani, sta scritto nell’opuscolo, e negli stessi anni la pressione fiscale è salita al 43,1 per cento del Pil nel 2025, dal 41,7 del 2022.

Restituiamo con una mano e incassiamo con l’altra, e lo scrive l’Istat, mica l’opposizione. Rivendico la povertà assoluta: 5,7 milioni di persone e 1,28 milioni di minori, l’incidenza più alta dal 2014. Rivendico la sanità, dove nel 2024 hanno rinunciato a curarsi 5,8 milioni di italiani contro i 4,5 milioni dell’anno prima, perché le liste d’attesa si accorciano anche così, convincendo i malati a lasciar perdere.

Rivendico Gjadër: 74,2 milioni di contratti per i centri in Albania, 400 posti a oltre 153mila euro l’uno, quando gli stessi posti a Porto Empedocle ne costavano 21mila. Nelle carceri a fine luglio c’erano 64.741 persone dentro 46.343 posti veri, affollamento al 139,7 per cento e 38 suicidi in sette mesi: la nostra idea di certezza della pena. Il 23 marzo vi ho chiesto di votare sì alla riforma della giustizia e il 53,74 per cento ha votato no. Grazie lo stesso».

Questo è il discorso che ieri sera al porto non avete sentito da Giorgia Meloni ma è l’unico che si potrebbe leggere con onestà intellettuale, perché sono gli stessi quattro anni e le stesse fonti. Cambia soltanto la pagina da cui si copiano i numeri. Ieri mattina la presidente del Consiglio ha scritto che “la stabilità non è un record da esibire”. Ha ragione lei e infatti quello che ha esibito ieri davanti alle persone e a un corridoio di luminarie è l’unica cosa che le è riuscita per intero in 1.413 giorni, cioè il tempo. Ma con quello non si mangia, non si lavora, non si sopravvive.

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Vannacci, il partito con le divise dentro

Si sorprende solo chi non ha mai aperto un libro di storia: dopo l’esposto del Sindacato dei Militari di Luca Marco Comellini, la Procura militare di Roma ha aperto accertamenti preliminari sui militari in servizio che siedono nella struttura di Futuro Nazionale, il partito del generale Roberto Vannacci. Il procuratore Marco De Paolis cerca “fatti di propria stretta competenza”.

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