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Lo sproloquio (e i silenzi) degli indecenti

Gaza e la Palestina, dentro il genocidio e l’apartheid, ci fanno un regalo feroce: mostrano la natura delle persone e i tratti che una più facile diplomazia terrebbe coperti per sempre. Ieri è bastata una giurista sudafricana di 85 anni. Navi Pillay, Nobel per la pace 2026, ha guidato la Commissione d’inchiesta dell’Onu che nel settembre 2025 ha concluso che Israele a Gaza ha commesso un genocidio e appena premiata a Norimberga ha chiesto ai cronisti perché mai dovrebbe servire coraggio per dire la verità. Una domanda da niente.

Lo sproloquio degli indecenti

Subito si sono infiammati quelli che sparirebbero dalle loro poltrone apicali se vincesse la verità e dovrebbero restituire un’autorevolezza che spesso si sono appuntati da soli, come certe firme di giornale, e quelli che quel giorno siederanno in un tribunale a rispondere delle loro responsabilità o della loro complicità morale davanti alla storia. Il ministero degli Esteri israeliano ha tirato in ballo Goebbels che applaude dall’inferno, Donald Trump ha parlato di vergogna irreparabile. Lo stesso giorno il presidente americano Donald Trump ha sanzionato la Corte penale internazionale, stavolta la Corte intera, dove Pillay è stata giudice.

Travolge anche i nostri, quelli con l’orizzonte internazionale di un cortile. Giorgia Meloni a gennaio sperava di dare il Nobel a Trump, la Lega aveva depositato alla Camera una mozione per sostenerlo proprio nel 2026 e Antonio Tajani un anno fa spiegava in tv che il diritto internazionale vale fino a un certo punto. Il punto, insomma, l’ha messo Oslo.

Travolge Kaja Kallas, alta rappresentante dell’Ue per la politica estera, che nel suo messaggio parla di diritto internazionale sotto attacco e riesce a tacere su Gaza. Travolge Ursula von der Leyen, imbarazzata ma soprattutto imbarazzante, che elogia una donna che “non ha mai distolto lo sguardo” e nomina l’apartheid e il Ruanda, mentre lo sguardo da Gaza lo distoglie lei.

Cari signori, lo so che vi infastidisce. La realtà prima o poi irrompe nonostante i nutriti eserciti di lacchè, e ieri ve l’ha fatto vedere bene: aveva la faccia di un’ottantacinquenne che a Norimberga, sentita la notizia, pensava a uno scherzo.

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Bonus mamme, ma non per tutte: il caso di una colf dello Sri Lanka finisce alla Consulta. Dal beneficio, escluse le madri che puliscono le case

Le uniche madri che il governo di Giorgia Meloni ha deciso di lasciare fuori dal bonus mamme sono quelle che lavorano dentro le case degli altri. Colf e badanti, per capirci. Adesso una giudice del lavoro del Tribunale di Milano, Eleonora Palmisani, ha scritto in un’ordinanza del 7 ottobre che quell’esclusione può violare la Costituzione, e ha spedito gli atti alla Corte costituzionale.

La misura è piccola, ed è per questo che dice tutto. Il decreto-legge 95/2025 ha dato alle lavoratrici con almeno due figli 40 euro al mese per il 2025, diventati 60 nel 2026 con la legge di bilancio 199/2025, sotto un reddito da lavoro di 40.000 euro l’anno: dipendenti e autonome, professioniste comprese, tutte dentro, con un inciso che la maggioranza ha ricopiato identico in entrambe le norme, “con esclusione dei rapporti di lavoro domestico”.

A fare causa è una donna dello Sri Lanka, in Italia dal 2013, colf a tempo indeterminato per dodici ore a settimana, tre figli e un solo reddito, ben sotto la soglia. Il 20 aprile ha chiesto il bonus all’Inps, che nove giorni dopo le ha risposto picche, e con la legge in mano aveva pure ragione. Con lei hanno firmato il ricorso l’Asgi, Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, gli Avvocati per niente e la Cgil Lombardia.

La pulizia che vale solo in proprio

L’ordinanza mette in fila un esempio che sembra una barzelletta da ufficio del personale. Una lavoratrice autonoma che pulisce abitazioni private il bonus lo prende, mentre una dipendente che fa le stesse pulizie, con lo stesso tetto di reddito e gli stessi figli, resta a mani vuote, e per la giudice la differenza poggia solo sulla qualificazione formale del rapporto, che con il sostegno alla maternità appare scollegata. Stesso straccio, stessi figli. Cambia il timbro sul contratto.

Calcolatrice alla mano, estendere il bonus alle domestiche peserebbe sui conti pubblici, e quindi, la necessità di contenere la spesa basterebbe a giustificare il taglio. La giudice la vede diversamente: quei documenti permettono di stimare il costo, eppure tacciono sul perché il risparmio debba passare dall’esclusione totale di una categoria invece che da criteri legati al reddito. Si taglia dove il taglio fa meno rumore, del resto.

Le madri che non votano

I numeri spiegano il silenzio. Secondo l’Osservatorio Inps sul 2025 i lavoratori domestici con almeno un contributo versato sono 804.464, le donne 713.538 (l’88,7 per cento), gli stranieri il 68,9 per cento, con una retribuzione media di 8.019 euro l’anno, mentre nel mercato del lavoro complessivo la quota di stranieri, ricorda l’ordinanza citando il ministero del Lavoro, si ferma intorno al 10,5 per cento. Per la giudice è discriminazione indiretta: una norma che sembra neutra e colpisce soprattutto donne straniere. Quasi sette lavoratori domestici su dieci, senza cittadinanza italiana, alle politiche non votano.

Nel 2013 l’Italia ha ratificato la Convenzione 189 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), che chiede di garantire ai domestici condizioni non meno favorevoli degli altri lavoratori anche sulla maternità. La maggioranza, che dalla manovra di fine 2023 a oggi la misura l’ha riscritta tre volte, l’esclusione delle colf l’ha conservata ogni volta.

Era l’ottobre 2019 quando Meloni gridava da piazza San Giovanni «sono una madre», e su quella maternità esibita ha costruito un’intera identità di governo: solo che la madre da premiare deve avere il contratto giusto, e possibilmente anche il passaporto. Quelle che entrano nelle case degli italiani a pulire, con tre figli e un permesso di soggiorno, per questa maggioranza restano personale di servizio, madri solo all’anagrafe.

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A Gaza un solo posto in più in terapia intensiva dal cessate il fuoco

Un letto. È quanto ha guadagnato in un anno di cessate il fuoco la terapia intensiva di Gaza, che secondo il rapporto pubblicato giovedì da Physicians for Human Rights Israel (Phri), i medici israeliani per i diritti umani, aveva 103 posti nell’ottobre 2025 e 104 nel luglio 2026. Dei 36 ospedali della Striscia 20 funzionano solo in parte e nessuno lavora a pieno regime.

Lo stesso giorno Medici del Mondo ha pubblicato il suo rapporto: l’84% dei bambini sotto i cinque anni si è ammalato negli ultimi tre mesi e il 93% delle donne incinte o in allattamento ha sintomi di anemia; ad aprile Amnesty International aveva scritto che, a sei mesi dalla tregua, Israele continuava i suoi atti di genocidio infliggendo deliberatamente a Gaza condizioni di vita calcolate per distruggere fisicamente i palestinesi. Le cure ha provato a portarle via mare la Global Sumud Flotilla. La sua missione di primavera, che secondo Amnesty portava una flotta medica di mille operatori sanitari, fu intercettata al largo di Creta. Giovedì il Consiglio di Yesha, citato dal Times of Israel, ha riferito che il ministro della Difesa Israel Katz ha ordinato di allontanare dalla Cisgiordania gli attivisti venuti per la raccolta delle olive, che secondo Yesha la Flotilla aiuta ad arrivare. Intanto i malati di Gaza muoiono in lista d’attesa.

Fra l’ottobre 2023 e il 2 luglio ne sono morti almeno 1.570, fra cui 264 bambini, secondo il ministero della Sanità di Gaza citato da Phri, mentre dal 2023 Israele vieta di trasferirli negli ospedali di Gerusalemme Est e della Cisgiordania. A luglio l’Alta Corte israeliana ha rifiutato di intervenire su quel divieto e, secondo il Times of Israel, ha dato allo Stato tempo fino al 21 dicembre per un aggiornamento: settantadue giorni da oggi, per chi aspetta un letto oltre il confine.

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Extraprofitti dei colossi energetici, FdI e FI bocciano a Strasburgo la tassa che il governo italiano chiede all’Europa

A Roma la tassa sugli extraprofitti dei petrolieri è una bandiera del governo, a Strasburgo diventa un emendamento da affondare. Martedì il Parlamento europeo ha respinto con 347 voti contrari, 247 favorevoli e 38 astensioni l’emendamento alla relazione di Kinga Kollár sull’imposta sulle società che chiedeva alla Commissione di proporre “senza indugio” un prelievo sugli utili in eccesso delle grandi compagnie del petrolio e del gas, con il ricavato destinato a famiglie e piccole imprese. Fra i contrari ci sono i 24 eurodeputati di Fratelli d’Italia e sette di Forza Italia. I sei della Lega si sono astenuti. Ed è proprio il partito del ministro che quella tassa la chiede per lettera da sei mesi.

Extraprofitti, due lettere e un emendamento affondato

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti di lettere ne ha firmate due, la prima il 3 aprile con gli omologhi di Germania, Spagna, Portogallo e Austria, indirizzata al commissario Wopke Hoekstra, e la seconda a fine agosto, con la Polonia in più, alla presidenza irlandese dell’Ecofin.

Poi ha alzato il tono fino all’auspicio da sveglia mattutina, «spero che anche il resto d’Europa si svegli», mentre la vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Augusta Montaruli applaudiva la richiesta “per permetterci di arginare i prezzi della benzina”. Martedì il resto d’Europa si è svegliato con 247 voti. A rigirarsi nel letto sono rimasti i colleghi di partito di Montaruli. Il conto, del resto, è semplice: con i 31 sì di FdI e FI l’emendamento sarebbe caduto lo stesso, 278 a 316, quindi quel voto era gratis e lo hanno speso per dire no.

Il doppio fondo ha una data. Il 25 agosto una portavoce della Commissione ha ricordato che tassare gli extraprofitti è competenza degli Stati, liberi di agire con leggi nazionali, e in quelle ore, ha scritto il Corriere della Sera, nella maggioranza parlava solo il ministro dell’Ambiente.

A settembre il commissario Valdis Dombrovskis lo ha ripetuto da Dublino, così che l’alibi europeo è caduto da sei settimane e il governo che a Bruxelles invoca la tassa in Italia si guarda bene dall’introdurla. Il vicepremier Antonio Tajani la porta l’ha chiusa da sé, spiegando a fine agosto che l’extraprofitto «nel diritto non esiste» e definendola il 1° settembre, al Corriere della Sera, «una tassa da cultura comunista», dopo averla già chiamata “tassa sovietica” al Meeting di Rimini. Il Giano di Palazzo Chigi ha quattro facce. Giorgetti firma, Tajani irride, Fratelli d’Italia boccia, la Lega si astiene sul proprio ministro.

Le accise mobili e il tetto dei petrolieri

Alla pompa vale lo stesso metodo. Il 16 settembre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva garantito in conferenza stampa che «il 5 ottobre non si va a zero», perché sarebbero scattate le accise mobili, un meccanismo che lei stessa definiva «pienamente operativo», eppure il 6 ottobre il decreto mancava e il gasolio ha perso lo sconto. Operativo sulla carta.

Mercoledì, come ha scritto L’Indipendente, Meloni ha detto di avere circa 170 milioni e di chiedersi se spenderli adesso, visto che la scelta dipende anche dalla tenuta del cap, il tetto volontario ai prezzi deciso dalle compagnie. Insomma il governo affida il prezzo del gasolio alla generosità delle stesse compagnie che si è rifiutato di tassare, proprio lì dove servirebbe la mano pubblica. E quella generosità ha già un listino, visto che secondo Radio Radio il tetto di Eni sul gasolio è salito a 2,25 euro al litro, mentre Transport & Environment stima in 7,5 miliardi gli extraprofitti incassati in Europa da otto grandi compagnie nel primo semestre 2026.

Il dossier era atteso all’Ecofin di Lussemburgo, dove Giorgetti avrà potuto di nuovo pregare l’Europa di svegliarsi. I suoi alleati, a Strasburgo, le hanno appena rimboccato le coperte.

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Preferenze finte sulla legge, vittimismo sulla Ciociaria

Martedì, scaduto lo sconto di 6,1 centesimi, il gasolio al self costava in media 2,244 euro al litro, la luce per i clienti vulnerabili era salita del 37,3% e l’inflazione di settembre era volata al 4,2%, con l’Istat, l’istituto di statistica, a ricordarci che nel 2025 quasi una famiglia su tre aveva tagliato sul cibo. Intanto a Taranto si ferma l’altoforno dell’ex Ilva e la spesa sanitaria è…

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La memoria di Gaza, una scena del crimine a cielo aperto

Da mercoledì un rifugio antimissile è un’antichità. Lo ha deciso il ministro israeliano del Patrimonio Amichai Eliyahu(Otzma Yehudit), che ha usato la legge sulle antichità del 1978, scritta per i reperti anteriori al 1700, per dichiarare antichità i rifugi della Route 232 dove il 7 ottobre 2023 secondo Ynet furono uccise 90 persone, e adesso demolire o ridipingere i rifugi senza permesso è vietato perché restino, scrive Ynet, una “testimonianza vivente”.

Mercoledì l’Associated Press ha pubblicato le immagini satellitari di Planet Labs: Rafah, che aveva un quarto di milione di abitanti, è stata cancellata e a tratti l’esercito ne ha spianato perfino le macerie. Di Shujaiya, a Gaza City, restano isolati di case rase al suolo. Aveva ottocento anni. E le demolizioni continuano senza sosta anche dopo il cessate il fuoco di un anno fa, e lo stesso giorno in Cisgiordania i soldati israeliani abbattevano a Nablus cinque monumenti ai “martiri” e a Yaabad un memoriale, secondo l’agenzia France-Presse.

Il 7 settembre la relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese aveva scritto che le macerie di Gaza sono “una scena del crimine, un cimitero” che contiene resti umani e prove per le indagini sui presunti crimini internazionali, genocidio compreso, e che chi distrugge quelle prove rischia responsabilità penali internazionali. Una dirigente della Global Sumud Flotilla ha raccontato a Türkiye Today di alberi spezzati e caffè nei motori delle barche in riparazione ad Antalya. Il ministro che vincola i rifugi è lo stesso che il 5 novembre 2023 a Radio Kol Berama indicava la bomba atomica su Gaza come “una delle possibilità”, e che il primo ministro Benjamin Netanyahu (Likud) sospese dalle riunioni di governo “fino a nuovo avviso”. Oggi siede al governo e decide lui quale testimonianza resta in piedi.

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Legge elettorale, già pronti i ricorsi in tutte le Corti d’appello contro il Melonellum. Ecco gli scenari possibili

Il ricorso è già scritto, aspetta soltanto il numero della legge in Gazzetta Ufficiale. Lo ha preparato la Rete per un voto libero e uguale, più di trenta organizzazioni coordinate dal costituzionalista Roberto Zaccaria, che da luglio tiene pronti gli atti e che lunedì, come ha raccontato Lettera43, insieme a Enrico Grosso annuncerà ricorsi presso tutte le Corti d’appello. Basta che un solo giudice ne accolga uno e la legge di Giorgia Meloni finisce davanti alla Corte costituzionale.

La strada è battuta da dodici anni. Nel 2014 la sentenza 1 smontò il Porcellum partendo dall’azione di un gruppo di elettori, e nel 2017 la sentenza 35 cancellò il ballottaggio dell’Italicum e la scelta libera del capolista eletto in più collegi, dopo che i tribunali di Messina, Torino, Perugia, Trieste e Genova avevano mandato gli atti alla Consulta su una legge mai applicata. Alla Camera il governo ha chiuso la partita con tre fiducie, per sottrarsi ai franchi tiratori che a luglio avevano mandato sotto la maggioranza 188 a 187 sulle preferenze, il metodo di chi teme i propri deputati. Alla Consulta niente fiducia.

Legge elettorale: il nodo delle firme

Il punto più esposto sono le firme. Chi non ha un gruppo parlamentare costituito entro il 31 dicembre 2025 dovrà raccoglierne 6.000 in ogni collegio plurinominale, contro le 1.500 che bastano a chi in Parlamento c’è già, e su 75 collegi fanno 450 mila sottoscrizioni: in Molise e in Basilicata, come ha ricostruito il Post, si supera l’1 per cento degli elettori. Nessun Paese europeo pretende tanto, ha verificato Pagella Politica. È uno sbarramento occulto scritto da chi sta dentro per chi resta fuori, e un giudice dovrà dire se l’articolo 49 e l’articolo 51 valgono anche per chi oggi non siede a Montecitorio.

Poi c’è il listone del premio, 70 deputati e 35 senatori decisi a livello nazionale dalla coalizione e spezzettati sulle schede per circoscrizione, così che ognuno veda solo i nomi del proprio territorio e alla fine passino tutti. Il Post l’ha definita una “ripartizione di comodo”, costruita per schivare la Corte che dal 2014 pretende candidati riconoscibili. Al Senato l’espediente rischia di rompersi sull’articolo 57, che vuole l’elezione su base regionale, perché il premio porterebbe a Palazzo Madama senatori anche delle regioni dove la coalizione ha perso, ed è esattamente lì che, secondo il Post, giuristi non tutti ostili al governo si aspettano la sforbiciata.

Il premier sul modulo, le donne fuori dai capilista

Il nome del candidato premier va depositato insieme al simbolo, pena l’inammissibilità delle liste, e i 120 professori di diritto costituzionale della lettera di maggio, come riportò l’Espresso, lo ritengono in contrasto con l’articolo 92, che affida al Quirinale la nomina del governo. Le candidate perdono la quota del 40 per cento fra i capilista bloccati, i primi a entrare, e secondo le simulazioni riprese dal Post la presenza femminile in Parlamento scenderebbe dal 33 a circa il 15-20 per cento. Grosso, in audizione alla Camera il 13 maggio, aveva richiamato il Codice di buona condotta in materia elettorale della Commissione di Venezia, che sconsiglia di toccare l’impianto del voto nell’anno che precede le elezioni: qui da noi lo si riscrive a meno di un anno dalle urne. E con la fiducia.

Resta il calendario. La sentenza potrebbe arrivare entro febbraio, prima di elezioni attese fra primavera e autunno (per l’Italicum, dalla prima ordinanza di Messina all’udienza del 24 gennaio 2017, passarono undici mesi). Tecnicamente, ci sarebbero i tempi per rimediare, correggendo la legge sulla scorta della decisione della Consulta. Sempre che il Presidente della Repubblica non abbia già sciolto le Camere. Per questo, la data del voto diventa una questione cruciale. Comunque vada, la maggioranza ha speso un anno a blindare la legge contro i propri deputati e l’ha lasciata scoperta proprio lì dove nessuna fiducia arriva. Il ricorso aspetta da luglio, e chiamarla Stabilicum è stato un atto di fede.

Leggi anche: Via libera alla nuova legge elettorale. Le opposizioni gridano alla truffa

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Gaza, giornalisti e terroristi: la lista delI’Idf sbiadisce alla prova dei fatti. Zero prove su almeno 113 cronisti uccisi

Per l’esercito israeliano anche il fratello di un uomo picchiato da Hamas militava in Hamas. Omar Abd Rabou, a Gaza, è un critico dichiarato del movimento islamista e l’anno scorso, stando a quanto ricostruisce +972 Magazine, sarebbe stato rapito e aggredito da uomini legati all’organizzazione. Suo fratello Mohammed, giornalista iscritto al sindacato di categoria, scrive Omar, adesso è uno dei 170 nomi di The Press Files, la lista dei giornalisti uccisi e bollati come terroristi che l’esercito ha messo online il 1° ottobre: sulla sua pagina mancano necrologi, foto e tessere militari, resta la formula “sulla base di molteplici fonti di intelligence”. Insomma, fidatevi.

Giornalisti terroristi, la lista Idf alla prova dei fatti

La lista l’ha smontata Muhammad Shehada, analista di Gaza e visiting fellow dell’European Council on Foreign Relations, su +972 Magazine, e i numeri fanno il lavoro da soli: 59 pagine sono prive di qualsiasi prova, in altri 42 casi la prova è inconsistente, in 19 la prova è una foto con un fucile in mano, come se una posa bastasse a fare un combattente. Per Anas al-Sharif l’esercito presenta documenti che lo fanno capogruppo nel 2019, poi soldato semplice “sospeso” nel 2023 e poi incursore d’élite con l’udito compromesso, e per Ismail al-Ghoul i primi documenti dicevano che era un combattente a dieci anni, i nuovi dicono che è stato reclutato a diciassette. Perfino un ricercatore di HonestReporting, che da anni accusa i giornalisti di Gaza, ammette che per 102 nomi su 170 i dettagli crollano.

Poi c’è l’aritmetica, ed è lì che la propaganda si inceppa. Le prove più solide sono 49 necrologi attribuiti a Hamas e alla Jihad islamica, e dei 170 nomi soltanto 78 compaiono nel database del Committee to Protect Journalists (Cpj), che ne conta 191: anche prendendo per buona ogni riga della lista restano almeno 113 giornalisti uccisi contro cui l’esercito ha zero accuse.

La grancassa italiana

Da noi la lista è arrivata con il timbro dell’ufficialità. Il 6 ottobre Mosaico, il giornale della Comunità ebraica di Milano, titolava “Tzahal rivela” e rilanciava come notizia le “prove verificate” rivendicate dall’esercito. Il terreno lo aveva arato il 2 luglio il Foglio, con un titolo che faceva ammettere al Cpj di aver contato “terroristi con la pettorina Press” e la formula del ministero degli Esteri israeliano riportata senza obiezioni, “giornalisti di Gaza = terroristi”. Peccato che il 24 settembre il Cpj abbia chiuso la revisione: 22 nomi tolti, 6 reintegrati, Israele ancora responsabile di gran lunga della maggioranza delle uccisioni di giornalisti nel mondo dal 2023. Bella ammissione.

Gli appelli e la sedia vuota

Le associazioni che contano lo ripetono da tre anni, inascoltate. A gennaio il Cpj e Reporters sans frontières hanno scritto ai ministri degli Esteri di 29 governi per sostenere la Foreign Press Association, che dal settembre 2024 chiede alla Corte suprema israeliana di aprire Gaza alla stampa straniera e ha incassato quella che Al Jazeera ha contato come la nona proroga concessa al governo. Qui l’Ordine dei giornalisti ha raccolto le firme dei direttori per l’accesso a Gaza e l’Usigrai ha dovuto annotare che in Rai aveva aderito il solo Tg3.

L’Italia, del resto, quella richiesta l’ha firmata: nell’agosto 2025, con altri 26 Paesi della Media Freedom Coalition, ha esortato Israele a consentire “l’accesso immediato ai media stranieri indipendenti”. Quattordici mesi dopo il divieto entra nel quarto anno. E l’esercito che lo impone pubblica liste di colpevoli che nessun giornalista straniero può andare a controllare. Nei giorni scorsi, racconta +972 Magazine, un portavoce militare atteso da Piers Morgan per un confronto con Mehdi Hasan ha disertato e Hasan ha parlato a una sedia vuota: la stessa su cui siedono, con la firma in tasca, i governi che dovevano pretendere che Gaza fosse aperta.

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Altro record di Meloni: 130 fiducie, top tra i governi politici. Pure sulla legge elettorale per la quale la premier gridava al bavaglio

Per far approvare una legge che ha voluto chiamare Stabilicum, il governo Meloni ha messo in palio la propria sopravvivenza tre volte in due giorni, e il bersaglio delle tre questioni di fiducia votate martedì e ieri alla Camera dei deputati sedeva nei banchi della sua stessa maggioranza. Sulla fiducia si vota per appello nominale, a viso scoperto. A luglio, nel segreto dell’urna, l’emendamento di Fratelli d’Italia sulle preferenze era caduto per un voto, 188 a 187, con una parte della destra a votare contro la premier. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni il 16 settembre l’ha chiamata «un fatto di chiarezza». È una conta dei suoi, ed è umiliante.

Il conto lo ha fatto Pagella Politica: dal 22 ottobre 2022 l’esecutivo ha posto 130 questioni di fiducia, una ogni 11 giorni, e dal 2008 hanno fatto peggio soltanto i governi di Mario Monti e Mario Draghi, con una fiducia ogni 8 e ogni 10 giorni. Erano governi tecnici retti da maggioranze cucite fra partiti che il giorno prima si combattevano, e la fiducia teneva insieme la stoffa. Meloni guida invece la coalizione che ha vinto le elezioni del 25 settembre 2022, eppure fra i governi sostenuti da maggioranze politiche è la prima, ha calcolato ancora Pagella Politica, davanti al secondo governo di Giuseppe Conte.

Governo record di fiducie

Sulle fiducie altrui la destra ha scritto una piccola antologia, e Pagella Politica l’ha messa in fila: il 7 maggio 2014 Meloni accusava il governo di Matteo Renzi con un “Renzi imbavaglia il Parlamento” alla sesta fiducia in tre mesi, mentre il quarto governo di Silvio Berlusconi, di cui era stata ministra, nei primi tre mesi del 2008 ne aveva chieste 5; il 30 aprile 2015, sull’Italicum, il capogruppo Fabio Rampelli (FdI) bollava come «pacchiano» il ricorso alla fiducia e il deputato Gaetano Nastri (FdI) avvertiva l’aula che «l’abuso dello strumento della fiducia denuncia una debolezza politica gravissima». Rampelli oggi è vicepresidente della Camera, e la debolezza politica gravissima ha solo cambiato indirizzo.

Il 10 ottobre 2017, quando Paolo Gentiloni blindò il Rosatellum, Ignazio La Russa (FdI) alzò in aula un cartello con scritto “Hablamos?” e, secondo le ricostruzioni di Pagella Politica e de La Notizia, Meloni trovava “semplicemente scandaloso” approvare con la fiducia una legge elettorale “impedendo al Parlamento di discutere”, e chiedeva dove fosse il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La Russa oggi presiede il Senato. Il 21 settembre 2021, davanti a 4 fiducie di Draghi in 48 ore, la leader di FdI ripeteva, registrò Pagella Politica, che «il Parlamento è mortificato».

Le fiducie di Draghi, con dentro i ministri

Gli alleati hanno una memoria ancora più corta. Lega e Forza Italia, i partiti guidati da Matteo Salvini e Antonio Tajani, sedevano con i loro ministri proprio nell’esecutivo Draghi, quello da un voto blindato ogni dieci giorni. Il Post raccontò che nell’ottobre del 2014, durante la fiducia al Jobs Act, il capogruppo Gian Marco Centinaio (Lega) lanciò il regolamento addosso al presidente del Senato Pietro Grasso. Nel 2021 Centinaio è diventato sottosegretario all’Agricoltura di Draghi e dal 2022 è vicepresidente di Palazzo Madama.

Il precedente che pesa di più però è un altro. Nel 2017 fu il capogruppo del Partito democratico Ettore Rosato a chiedere la fiducia sul Rosatellum per sottrarre il testo ai franchi tiratori nei voti segreti sugli emendamenti, cioè per la stessa ragione che oggi muove la premier: allora era la fragilità di un accordo trasversale, adesso è quella di una maggioranza che ha vinto le elezioni e teme i suoi stessi eletti. Nastri, del resto, la diagnosi l’aveva già scritta.

Così il voto finale, a scrutinio segreto, rimaneva l’unico passaggio della settimana in cui i deputati della destra potevano dire cosa pensano della legge della loro presidente del Consiglio senza che nessuno li conti. Hablamos, appunto: al buio.

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Cause bavaglio, perfino la Bulgaria batte l’Italia: recepita oltre il minimo previsto la direttiva Ue anti-Slapp sulle liti temerarie

Settantunesima su 180 nell’indice della libertà di stampa di Reporter senza frontiere (RSF), la Bulgaria è il Paese dove un cronista di Burgas ha ricevuto dieci cause per diffamazione dello stesso imprenditore in due giorni lavorativi e si è visto congelare i conti, come ha denunciato RSF ad aprile.

Eppure è stata proprio la Bulgaria, il 30 settembre, a votare la legge contro le cause bavaglio (le Slapp, azioni legali strategiche contro la partecipazione pubblica) estendendo la tutela alle cause tutte interne e ai processi già in corso, oltre il minimo della direttiva. Stava nell’elenco dei 14 Stati messi in mora dalla Commissione europea il 15 luglio. Ha risposto con una legge. L’Italia, nello stesso elenco, ha risposto con un decreto che chiede il passaporto al querelante.

Cause bavaglio, la tutela con la dogana

La direttiva (Ue) 2024/1069 andava recepita entro il 7 maggio 2026 e il governo di Giorgia Meloni ha presentato lo schema di decreto solo il 9 luglio, con la tutela più stretta possibile: vale per le sole cause civili transfrontaliere, mentre l’articolo 17 lascia fuori i processi già in corso. La scelta era annunciata, perché già a gennaio la presidente del Consiglio aveva parlato di un recepimento per i soli casi transfrontalieri. Peccato che le cause transfrontaliere siano state il 9,4% dei casi europei fra il 2010 e il 2023, secondo l’Ordine dei giornalisti sui dati della Coalition Against Slapps in Europe (Case). Insomma, è protetto il cronista querelato da un’impresa con sede all’estero. Chi finisce in tribunale per mano del sindaco che ha raccontato ovviamente si arrangia.

Per Case Italia, con questo testo oltre il 90% delle Slapp italiane resta senza alcuna protezione. La rete con Article 19 ha definito la proposta una trasposizione “simbolica, tardiva e inefficace”, l’Ordine dei giornalisti ha scritto alla Camera di “un’occasione persa” e perfino la presidenza della commissione Giustizia del Senato ha chiesto al governo che il criterio transfrontaliero sia ricalibrato, ha riportato il consorzio Media Freedom Rapid Response (MFRR). Ad agosto, ha scritto Transparency International Italia, le commissioni hanno chiuso il loro parere, che non vincola nessuno, e il testo è tornato al governo per il via libera definitivo.

Quindici posti in tre anni

Secondo i rapporti di Case l’Italia è il Paese europeo con più Slapp per il secondo anno di fila. E a querelare, annota l’Mfrr, sono troppo spesso alte cariche pubbliche, cioè proprio chi il giornalismo dovrebbe controllare. Nel 2025 l’osservatorio Ossigeno per l’informazione ha contato 93 giornalisti colpiti da cause che erano palesemente infondate, e su dati del ministero della Giustizia l’80% delle querele e delle cause per risarcimento finisce in archiviazione o assoluzione: nel frattempo un freelance da 17.000 euro lordi l’anno si vede chiedere spesso dai 100.000 euro al milione, riferisce l’Ordine. Il conto lo paga chi scrive, anche quando vince.

Nell’indice di RSF letto da Pagella Politica l’Italia era 41ª nel 2023 con 72,05 punti ed è 56ª nel 2026 con 65,16: quindici posti persi in tre edizioni, tutte uscite con Meloni a Palazzo Chigi. Il Rapporto sullo Stato di diritto 2026 della Commissione registra l’assenza di progressi sulla riforma della diffamazione e il monitoraggio 2025 dell’MFRR conta 118 violazioni. Poi c’è la premier. Roberto Saviano è stato condannato a 1.000 euro di multa per averla diffamata nell’ottobre 2023, e Domani ha scritto che il suo avvocato chiedeva 75.000 euro di risarcimento e che la querela è rimasta in piedi anche quando lei era già al governo.

A Burgas un cronista con i conti congelati ha appena ottenuto dal suo Parlamento una legge che lo tutela. A Roma il governo scrive una legge che tutela chi viene querelato da oltre confine. La querelante più celebre del Paese intanto siede a Palazzo Chigi.

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