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Calenda e la cronaca di un disastro annunciato

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Il disastro è servito. Non era per niente difficile prevedere che il “campo largo” di Enrico Letta fosse un progetto politicista – e non politico – che sarebbe costato il morire di tattica. Carlo Calenda ieri ha fatto il Carlo Calenda, com’è nella sua natura, ovvero si è dedicato a distinguere per distinguersi, rompere per racimolare macerie, mostrarsi in tutta la sua incompetenza politica mista a narcisismo.

Il disastro è servito. Ecco perché il leader di Azione, Carlo Calenda, ora finirà tra le braccia di Matteo Renzi

Prima ci sono state le 24 ore di silenzio su Twitter – una bolla che solo Calenda e qualcun altro può prendere talmente sul serio da confonderla con il mondo reale – che rientrano nella strategia “mi si nota di più se vengo o se non vengo”.

Poi, quello che vorrebbe insegnare la serietà in politica, si è seduto come ospite in televisione per potersi poi ammirare in tutto il suo splendore e ha rotto il patto che aveva siglato solo 6 giorni fa: «non c’è coraggio, bellezza, serietà e amore a fare politica così», ha recitato Calenda – che crescendo non è per niente migliorato come attore – con una frase che, come molte sue, non significa niente.

Il solito populismo delle élite, i soliti competenti “in niente” che riescono a essere classisti perfino con gli altri dirigenti politici. Così l’accordo che 6 giorni fa parlava esplicitamente di “patti legittimi” con “diversi partiti e movimenti politici del centrosinistra che entreranno a far parte dell’alleanza” ora per Calenda diventa «una coalizione che nasceva per perdere».

Poi con la solita bulimia che lo assale ogni volta che si ritrova sotto mezzo riflettore sputato Calenda ha anche avuto il coraggio di insegnare alla sinistra (lui che è di destra ma non ha il coraggio di confessarlo) come dovrebbe fare la sinistra (anche questa caratteristica l’ha ereditata da Forza Italia): a Letta manca il coraggio – dice Calenda – «rappresentare la sinistra senza correre dietro a Fratoianni».

Del resto Calenda la sinistra se la immagina con il suo faccione come leader assoluto, con Gelmini e Carfagna come portabandiera. E non si immagina così solo la sinistra, vede così anche il centro e anche la destra. Perché Calenda in fondo sogna un mondo in cui lui possa essere l’unico protagonista.

Ha detto giusto Enrico Letta che twitta: «Ho ascoltato @CarloCalenda. Mi pare da tutto quel che ha detto che l’unico alleato possibile per Calenda sia #Calenda. Noi andiamo avanti nell’interesse dell’Italia».

Solo che Letta avrebbe potuto accorgersene molto prima oppure avrebbe potuto smetterla di inseguire i “coerenti all’agenda Draghi” (un’altra espressione che non significa nulla, altro populismo senza nessun contenuto) e avrebbe potuto capire in fretta chi fossero i coerenti almeno con sé stessi. Il disastro, annunciato, consiste nell’avere concesso a Calenda di fare il Calenda.

E su questo il PD ha responsabilità enormi. Perfino Bettini risulta profeta in patria: «Calenda inaffidabile, io avevo avvertito durante la direzione Pd», ha scritto ieri. E ora Ora il progetto “per fermare le destre” è fallito. Bisogna avere i coraggio di dirselo. Calenda (che è riuscito perfino a litigare con +Europa) finirà abbracciato a Renzi. Forse ora è il tempo di fare politica, più che i fan di agende che non esistono?

Leggi anche: Carlo Calenda costretto a convivere con Renzi per necessità. Dopo la rottura con il Pd al leader di Azione servono le firme

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Ora si potrebbero appoggiare gli occhi di tigre e si potrebbe cominciare a parlare di diritti

Cosa insegna lo sfacelo che si è concesso a Calenda Siamo sempre al solito antico peccato originale del Partito democratico: la sua irrefrenabile voglia di annacquarsi a destra per accontentare una delle due anime che si sono unite alla fondazione del partito e che non sono mai riuscite a trovare una sintesi.

Una campagna elettorale persa completamente nella sua fase iniziale può essere rilanciata parlando dei temi: una transizione ecologica che no,  non è un “bagno di sangue” come furbescamente detto da Cingolani; diritti individuali e collettivi (ddl Zan, ius scholae e altro) che ora si possono proporre senza cercare la mediazione con chi più o meno apertamente li osteggia; un attacco sincero alle rendite che bloccano questo Paese e impoveriscono il welfare; un salario minimo che non sia delegato a chi i salari li ha scassati in questi ultimi anni; un Reddito di cittadinanza (chiamatelo come vi pare) che salvi le persone dalla povertà (partendo dal milione di persone salvate che tutti fingono di non vedere); una narrazione che si scosti dai frigni di imprenditori troppo furbi e che si focalizzi sulla mancanza di opportunità dignitose per chi un lavoro lo cerca; una progressività delle tasse com’è scritta nella Costituzione e che sia la destra che il centro vogliono continuare a violare; la cancellazione dei vergognosi patti con la Libia che hanno le impronte digitali di Minniti e la bava di Salvini e di Meloni.

Il cambio di paradigma nell’alleanza elettorale del centrosinistra è un’opportunità se non ci si metterà in testa di inseguire gli elettori dei più draghiani di Draghi e se si smetterà di cercare gli elettori che poi sono gli stessi che esultano per la rottura di Calenda. E magari, una volta tanto, si potrebbe smettere di pensare che la politica funzioni con addizioni di partiti illudendosi di fare massa di elettori.

Questa è l’occasione. Come andrà, non so.

Buon lunedì.

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Amnesty accusa Zelensky: “Sta mettendo a rischio i civili”

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“Nel tentativo di respingere l’invasione russa iniziata a febbraio, le forze ucraine hanno messo in pericolo la popolazione civile collocando basi e usando armamenti all’interno di centri abitati, anche in scuole e ospedali. Queste tattiche violano il diritto internazionale umanitario perché trasformano obiettivi civili in obiettivi militari. Gli attacchi russi che sono seguiti hanno ucciso civili e distrutto infrastrutture civili”, lo scrive Amnesty International in un suo rapporto dedicato alla guerra in Ucraina.

Amnesty International: “Per respingere i russi le forze ucraine hanno messo in pericolo la popolazione civile”

“Abbiamo documentato un modello in cui le forze ucraine mettono a rischio i civili e violano le leggi di guerra quando operano in aree popolate”, ha affermato Agnès Callamard, segretario generale di Amnesty International. “Essere in una posizione difensiva non esenta l’esercito ucraino dal rispetto del diritto umanitario internazionale”.

I ricercatori di Amnesty International hanno trascorso diverse settimane in Ucraina a indagare sugli attacchi russi nelle regioni di Kharkiv, del Donbass e di Mykolaiv

Tra aprile e luglio, i ricercatori di Amnesty International hanno trascorso diverse settimane a indagare sugli attacchi russi nelle regioni di Kharkiv, del Donbass e di Mykolaiv. L’organizzazione ha visitato luoghi colpiti dagli attacchi, ha intervistato sopravvissuti, testimoni e familiari di vittime, ha analizzato le armi usate e ha svolto ulteriori ricerche da remoto. Durante queste ricerche, i ricercatori di Amnesty International hanno riscontrato prove che le forze ucraine hanno lanciato attacchi da centri abitati, a volte dall’interno di edifici civili, in 19 città e villaggi.

Per convalidare ulteriormente queste prove, il Crisis Evidence Lab dell’organizzazione per i diritti umani si è servito di immagini satellitari. La maggior parte dei centri abitati dove si trovavano i soldati ucraini era a chilometri di distanza dalle linee del fronte e, dunque, ci sarebbero state alternative che avrebbero potuto evitare di mettere in pericolo la popolazione civile.

Amnesty International non è a conoscenza di casi in cui l’esercito ucraino che si era installato in edifici civili all’interno dei centri abitati abbia chiesto ai residenti di evacuare i palazzi circostanti o abbia fornito assistenza nel farlo. In questo modo, è venuto meno al dovere di prendere tutte le possibili precauzioni per proteggere le popolazioni civili.

In cinque diverse località, i ricercatori di Amnesty International hanno visto le forze ucraine usare gli ospedali come basi militari. In due città decine di soldati stavano riposando, passeggiando o mangiando all’interno di strutture ospedaliere. In un’altra città i soldati stavano sparando nei pressi di un ospedale. Il 28 aprile un attacco aereo russo ha ucciso due impiegati di un laboratorio medico alla periferia di Kharkiv dopo che le forze ucraine avevano installato una base nelle immediate adiacenze.

Usare gli ospedali a scopi militari è un’evidente violazione del diritto internazionale umanitario. L’esercito ucraino colloca abitualmente le sue basi all’interno delle scuole dei villaggi e delle città del Donbass e della regione di Mykolaiv. Le scuole sono temporaneamente chiuse ma molte sono situate vicino a insediamenti urbani. In 22 delle 29 scuole visitate, i ricercatori di Amnesty International hanno trovato soldati o rinvenuto prove delle loro attività, in corso al momento della visita o precedenti: tenute da combattimento, contenitori di munizioni, razioni di cibo e veicoli militari.

Le forze russe hanno colpito molte delle scuole usate dall’esercito ucraino. In almeno tre città, dopo i bombardamenti russi, i soldati ucraini si sono trasferiti in altre scuole, mettendo ulteriormente in pericolo i civili. Amnesty International ha chiarito che il suo rapporto non mette minimamente in discussione la responsabilità della Russia nell’invasione dell’Ucraina. Del resto sono moltissimi i report in cui Amnesty ha denunciato i crimini di guerra commessi dall’esercito di Putin.

Com’era immaginabile però il report ha destato un vespaio di critiche. La direttrice di Amnesty in Ucraina, Oksana Pokalchuk, si è dissociata dalle conclusioni del rapporto. Il Partito Unico Bellicista ha affilato i suoi social per accusare addirittura di filoputinismo la ONG. “Perché il caso di Amnesty è significativo? – scrive l’inviato di guerra Nico Piro – Perché da ieri è in corso su spinta di studiosi, fellows, esperti e influencer ucraini, Nato, americani e opinionisti con l’elmetto in genere una campagna per bollare Amnesty come al servizio del Cremlino, chiedendo la testa della sua presidente.

Resta il dato di fatto, c’è il tentativo di silenziare una voce preziosa e soprattutto terza in una guerra che forse più delle altre è imbottita di propaganda, disinformazione, bugie. Stiamo assistendo ad un pericoloso trionfo del #PUB globale, frutto di mesi in cui il marketing della guerra ha massicciamente lavorato per ‘costruire il nemico’ demonizzando la Russia e per santificare l’Ucraina, in un tipico copione epico: il bene contro il male, la guerra giusta ed etica”.

Raggiunto telefonicamente Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, ci dice che “quelli che oggi sostengono che siamo caduti nella propaganda applaudivano 5 mesi fa quando denunciavamo crimini di guerra netti russi. Ora che pubblichiamo un rapporto che contesta la condotta ucraina sembra che abbiamo perso credibilità. È curva da stadio per il tifo. Esce la conclusione ovvia: in guerra ci può essere qualche eroe ma non ci sono santi. Noi dal 29 luglio – dice Noury – abbiamo mandato le nostre conclusioni al ministero della Difesa ucraino chiedendo commenti prima della pubblicazione ma fino a ieri non hanno risposto. Ora la viceministra della Difesa ci accusa di confondere aggredito-aggressore ma l’accusa è inaccettabile, è lo stesso negazionismo dei portavoce russi nei precedenti rapporti contro di loro”.

Noury: “Questa guerra ha fatto perdere il senso delle proporzioni”

Secondo Noury “questa guerra ha fatto perdere il senso delle proporzioni”. Intanto Paolo Brera, inviato di Repubblica, sul suo account twitter scrive che “questo rapporto conferma quello che ho visto e scritto. I giornalisti sul campo lo sanno benissimo: i soldati ucraini vicino al fronte occupano abitazioni e infrastrutture civili, e prima di scegliere il posto dove dormire controlliamo sempre chi sono i “vicini di casa”. A ranghi invertiti parleremmo senza mezzi termini di scudi civili. Credo sia doveroso farlo anche in questo caso (e l’ho fatto e scritto)”, scrive Brera.

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Panzironi si fa un partito. Continua il bestiario elettorale

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C’è confusione sotto al cielo, la situazione è grave ma non è seria. Siamo già al bestiario elettorale del sabato. Quasi spiace doversi fermare per il fine settimana.

MELONI E LA BATTAGLIA NAVALE
Eccallà. Prima o poi doveva arrivare il momento in cui Giorgia Meloni recitava la parte di Salvini. Ieri ospite a Studio Aperto ci dice che “il problema degli sbarchi si deve affrontare a monte” e qualcuno pensa che finalmente Meloni abbia la responsabilità di trattare un tema complesso come merita. Come lo vuole affrontare Meloni? “con quello che abbiamo sempre chiamato blocco navale”, dice la leader di FdI. Insomma, siamo ancora ai leader che giocano a fare gli sceriffi con metodi, tra l’altro, che hanno già fallito. B6, F2, colpito? Affondato?

EXIT DA ITALEXIT
Alternativa, il gruppo parlamentare formato soprattutto da ex del Movimento 5 stelle, ha annunciato di aver rotto l’accordo elettorale con Italexit, il partito anti euro dell’ex conduttore e senatore Gianluigi Paragone. Alternativa accusa Paragone di aver inserito nelle liste “esponenti vicini a movimenti neofascisti”. L’accordo tra le due formazioni era stato raggiunto mercoledì mattina. In 48 ore si sono innamorati e poi lasciati. Un partito di fulmine.

SALVINI SENZA PATENTE
Matteo Salvini ha trovato un’intelligentissima soluzione per sconfiggere il fenomeno delle baby gang. “Per arginare il fenomeno delle baby gang la Lega proporrà di ritardare il conseguimento della patente per i giovani coinvolti negli episodi di violenze. Se ti comporti male, non avrai la patente a 18 anni”, spiega Salvini sul social network. “Così a qualcuno passerà la voglia di fare il cretino“, aggiunge il leader del Carroccio. Del resto si sa che di solito i criminali sono terrorizzati dall’idea di non avere la patente e essere a posto con la revisione.

LA RIVOLUZIONE DI PANZIRONI
“Dobbiamo essere promotori di una rivoluzione che decapiti letteralmente l’attuale dirigenza sanitaria, per sostituirla con persone finalmente capaci e coscienziose”, recita un comunicato stampa che annuncia la nascita dell’ennesimo partito. Il simbolo è piuttosto inquietante: un cerchio tricolore, sormontato dal nome del leader e con, al centro, una ghigliottina, la lama affilata pronta ad abbattersi sui “condannati”. E, sulla parte bassa del cerchio, il claim “Per Rivoluzione Sanitaria”.

Chi è il leader della rivoluzione sanitaria Adriano Panzironi, il finto medico (che sarebbe un giornalista) che promette di vivere 120 anni e che è stato rinviato a giudizio per abuso della professione medica e denunciato per diffamazione dalla Società italiana di diabetologia (Sid) e dall’Associazione dei medici diabetologi (Amd) che sarebbero stati accusati di dare ‘consigli criminali’ ai pazienti diabetici.

Scrive l’Agcom: “Le informazioni pubblicitarie così veicolate sono state ritenute contrastanti con la normativa, in quanto potenzialmente lesive della salute degli utenti e in grado di diminuire il senso di vigilanza e di responsabilità verso i pericoli connessi al corretto uso dei farmaci. Anche le testimonianze appaiono idonee a diffondere un messaggio critico verso la medicina tradizionale, a favore degli integratori “commercializzati” da Panzironi, che prospetta la possibile guarigione anche da patologie gravi”. Benvenuto nel bestiario.

PRESIDENZIALISMO PER GIORGIA
Dice Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia: “Noi continuiamo ad essere convinti di una riforma in senso presidenziale: rapporto diretto tra i cittadini e il governo, cinque anni di stabilità per fare le cose”. Lo sappiamo da tempo: repubblica presidenziale con lei presidente. Del resto si comincia così.

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Elezioni, il pasticcio del Pd e le contraddizioni di Letta

Se la campagna elettorale nella testa di Enrico Letta doveva basarsi fin dall’inizio su una grande alleanza «per fermare le destre» e per mandare un segnale di «unità della parte responsabile del Paese» allora, almeno finora ovviamente, è miseramente fallita. Non solo è fallita ma ha anche tutti i prodromi di una campagna fallimentare.

Può il non aver fatto cadere Draghi essere il collante per una alleanza

Non è colpa solo di Letta, sia chiaro. Letta, comunque, è quello che si è messo in testa che il «non aver fatto cadere il governo Draghi» fosse un collante funzionale a un’alleanza elettorale. Che da parte del segretario del Partito democratico ci fosse nei confronti di Draghi un’adorazione che sfiorava il complesso di inferiorità era evidente ma che poi fossero talmente avventati da prolungare questa mania fino a 50 giorni prima del voto è tristemente sorprendente. Da “bimbi di Draghi” si possono comportare Matteo Renzi e Carlo Calenda, gente a cui torna utile agitare il santino dell’autorevolezza internazionale per recuperare il voto emozionale di chi è sfranto dalla scarsa qualità della classe politica attuale. Il Partito democratico, per sua natura, si affida alla complessità e allo spessore di organi di partito di diversi livelli che non hanno bisogno (si spera) di un “papa straniero” per coprire le sue falle. A questo aggiungeteci anche che Mario Draghi, serafico come tutti coloro che sono alla fine di un ciclo, ha smontato in poche parole il feticcio dell’agenda Draghi rispedendola al mittente. Rimane quindi la sensazione di assistere all’isteria di chi si accanisce su un giocattolo rotto.

Elezioni, il pasticcio del Pd e le contraddizioni di Letta
Benedetto Della Vedova, Enrico Letta e Carlo Calenda (da Instagram).

Letta è riuscito nell’impresa di gonfiare Calenda e rendere simpatico Renzi

Enrico Letta in pochi giorni di campagna elettorale è riuscito a gonfiare Calenda (che non aveva certo problemi di sobrietà) nei numeri, nelle parole e negli atteggiamenti. Non immaginare che Calenda si sarebbe mangiato il palcoscenico che il Pd gli ha offerto (per «senso di responsabilità», dicono loro) è una sciocchezza per di più irresponsabile. La perspicacia dovrebbe essere il prerequisito di ogni buon politico ma l’abitudine di lasciare spazio ai propri sabotatori è una sindrome di Stoccolma. Poi c’è la chiarezza che manca. Non è chiaro perché Renzi non abbia potuto stare in un’alleanza che cova così dolcemente Calenda. È una questione di posti richiesti dal leader di Italia Viva Allora perché non dirlo? È Emma Bonino che non ha digerito la sua esclusione al ministero degli Esteri sotto il governo Renzi? Se così fosse, perché non dirlo serenamente? È Calenda che tra le sue molteplici richieste ha aggiunto anche l’espulsione di Italia Viva Perché nessuno si prende la responsabilità di dirlo? Letta e Calenda stanno riuscendo nell’inimmaginabile operazione di rendere Renzi autorevole nella sua narrazione (che nessuno smentisce) e addirittura “simpatico” per un’esclusione che non è spiegabile con gli elementi politici a discussione.

Elezioni, il pasticcio del Pd e le contraddizioni di Letta
Matteo Renzi (da Instagram).

L’incomprensibile gratitudine dem nei confronti di Di Maio

È sempre Enrico Letta che ha appoggiato l’abbraccio incondizionato a Luigi Di Maio. L’evoluzione politica di Di Maio in questi ultimi mesi meriterebbe una domanda che nessuno si sente di fare: perché verso Di Maio c’è questa irrefrenabile gratitudine? Anche in questo caso la sensazione (e ahimè non è solo una sensazione) che qualcosa di non detto, di osceno (ovvero avvenuto fuori dalla scena) leghi il Pd è un pessimo attributo da presentare in campagna elettorale.

No al M5s ma sì a Sinistra Italiana: le contraddizione del Pd

Ripete Letta che bisogna fare «tutto il possibile per costruire un fronte in grado di sconfiggere la destra». La sconfitta dell’avversario in politica è un fine poco nobile e poco interessante per gli elettori ma si sa che da quelle parti il voto utile ormai è un genere letterario. Ma se avere un voto in più della destra è il risultato da inseguire a tutti i costi come si spiega l’esclusione del Movimento 5 stelle? «Ha votato contro Draghi», dicono loro. Ma Sinistra Italiana non ha liberamente negato la fiducia a Draghi per quasi tutta la durata del governo? Anche in questo caso la domanda è la stessa: quindi dove sta la differenza Enrico Letta, lo sappiamo, si è assunto l’impegno improbo di un’impresa difficilissima: tenere insieme anime diverse e pazientemente cucire a ricucire. Ne apprezziamo la sapiente pazienza. Ma è mai stato sfiorato dal dubbio se serva Fin qui, lo possono riconoscere anche gli elettori democratici più fedeli, è stato un gran pasticcio.

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Sinistra italiana e Verdi barattano la faccia con le poltrone

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Roba da bambini dell’asilo. Le calendiadi non accennano a esaurirsi e nella coalizione di Enrico Letta si vive un’altra giornata persa dietro a veti incrociate e attacchi personali. Si parte fin dal mattino con l’affondo del segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni che fa notare come “l’agenda Draghi” sventolata compulsivamente in questi primi giorni di campagna elettorale non esista: “Agenda Draghi? Non esiste. Lo ha detto #Draghi stesso.

Calenda fa la voce grossa e Letta mette in riga i Verdi, che pur umiliati entrano nella coalizione di Letta, precedendo Sinistra Italiana che oggi farà lo stesso

Povero Calenda, deve correre in cartoleria a comprarsene un’altra. Noi intanto lavoriamo per un’Italia più giusta e più verde”, scrive. A stretto giro di posta Carlo Calenda risponde piccato chiedendo al PD l’esclusione di Sinistra Italiana dalla coalizione: “Direi che abbiamo raggiunto un punto di chiarezza. – scrive Calenda – Mi pare del tutto evidente che c’è una scelta netta da fare per il Partito Democratico che ha siglato un patto chiaro con noi che dice l’opposto. A queste condizioni per quanto ci concerne non c’è spazio per loro nella coalizione”.

Lo spettacolo è talmente indecoroso che il ministro Dario Franceschini lancia un appello (“fermatevi!”). In nome di “una sfida più grande dell’interesse dei nostri partiti: evitare che l’Italia finisca in mano a una destra sovranista e incapace”.

Passa qualche minuto e Calenda invece di fermarsi vede uno spiraglio per meritarsi qualche altro minuto di gloria: “Dario, – scrive rivolgendosi a Franceschini – il terzismo alla volemose bene con noi non funziona. Avete firmato un patto. Nato, rigassificatori, equilibrio di bilancio, revisione rdc, agenda Draghi. Dall’altro lato c’è una dichiarazione al minuto contro tutto questo. Chiarite. Punto”.

Nello sconquasso generale si inserisce Luigi Di Maio che almeno evita i social e scrive un comunicato stampa. Scrive il ministro: “Sorprende, però, che alla fine proprio Calenda – che si innalza a paladino dell’anti-grillismo – nelle sue dichiarazioni e nei suoi tweet sia diventato il più estremista di tutti”.

Via con le sportellate, ancora, alla faccia dell’unità e della responsabilità che Letta ha predicato fin dal primo minuto di una campagna elettorale che peggiora di ora in ora. Prova a smorzare i toni il coordinatore dei sindaci PD Matteo Ricci, chiarendo che nessuno chiede a Calenda di allearsi con Fratoianni, si tratta di accordi bilaterali fatti dal Pd. Nello scontro interno alla coalizione di centrosinistra interviene anche Bruno Tabacci, alleato di Luigi Di Maio nella lista Impegno Civico – Centro Democratico.

“Avendo una certa età mi permetto di suggerire a tutti coloro che non vogliono regalare il Paese alla destra di smetterla con critiche, fatwe e attacchi reciproci”, scrive Tabacci in una nota. Intanto la comunicazione dell’alleanza Sinistra Italiana/Verdi che avrebbe dovuto arrivare nel pomeriggio (ne aveva parlato il segretario dei Verdi Angelo Bonelli in mattinata) non arriva. Non arriverà, dicono.

È quasi sera quando da Sinistra Italiana fanno sapere che un eventuale accordo con il Partito democratico dovrebbe passare al vaglio degli iscritti di Sinistra italiana. “è un passaggio previsto nello statuto del partito”, conferma lo stesso segretario Nicola Fratoianni. La votazione potrebbe tenersi nel fine settimana.

I Verdi però approvano un documento in cui precisa “che l’unica alleanza che possa contrastare efficacemente la destra estrema in Italia sia quella, pur con tutte le differenze che sono note, di un fronte democratico a partire dal Pd”.

A battersi sul serio per aiutare la povera gente e l’Ambiente resta solo Conte

“Non è percorribile un’alleanza con il M5S”, scrivono i Verdi nel loro documento. Dall’altra parte Fratoianni deve gestire i suoi che chiedono un accordo con il Movimento Cinque Stelle di Giuseppe Conte. Letta intanto incontra Calenda. Nessuna dichiarazione. La giornata è finita.

Leggi anche: I progressisti sul Titanic. “Follia aver rotto con i 5 Stelle”. Fassina (Leu): L’agenda Draghi è una via senza ritorno. La coalizione tra dem e Azione è scoperta a sinistra

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Salvini e Berlusconi bugiardi incalliti. Continua il bestiario elettorale

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Nemmeno l’avvicinarsi del fine settimana spinge il bestiario elettorale ad andare in vacanza. Così, inevitabile, la nuova puntata è già pronta semplicemente sfogliando le agenzie di stampa.

Bestiario elettorale, Schiaffi a raffica: Letta bersagliato anche da Di Maio. Posti in tribuna. Chi ce li ha e chi se li sogna

BOMBA O NON BOMBA RENZI A ROMA
Matteo Renzi ha detto di avere ricevuto l’offerta di Enrico Letta del ‘diritto di tribuna’ candidandosi nelle liste del Pd: “Cosa è il diritto di tribuna Un posto garantito come capolista del Pd a tutti i leader dei partiti in coalizione. Così sono sicuri di entrare in Parlamento. Lo hanno proposto anche a noi”, ha detto Renzi. Dal Nazareno smentiscono la ricostruzione: nessuna offerta di diritto di tribuna a Renzi, che del resto non è mai entrato (e nemmeno ci sono state trattative) nella coalizione del centrosinistra. L’unica offerta che gli è stata fatta era di incontrarsi. E quindi? Quindi il Bomba ha detto una bugia. La milionesima.

ENRICO E LUIGI
Non basta l’umiliazione subita ad opera di Carlo Calenda in una trattativa che è sembrata più un furto senza scasso e non bastano le turbolenze con Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli: Enrico Letta ha dovuto subire anche le sculacciate di Di Maio che ieri con i suoi si è lamentato che “non esistono alleati di serie A e di seria B”. “Nelle prossime ore bisogna capire dove vuole andare questa coalizione e che coalizione si vuole costruire”, ha detto il ministro. Del resto va così: quando l’ammaestratore è troppo molle anche le pulci hanno la tosse.

BERLUSCONI A SUA INSAPUTA
Dopo avere promesso un milione di alberi, dentiere per gli anziani, dopo avere detto che ottenere il Pnrr è stato un suo merito (era all’opposizione) Silvio Berlusconi ci regala l’ennesima perla (e non sarà l’ultima) di una campagna elettorale sempre in bilico sul ridicolo: “Voglio escludere ogni responsabilità di Forza Italia nella fine del Governo Draghi”. Berlusconi insomma si è dimenticato che Forza Italia non ha votato la fiducia. L’insaputismo ormai è a uno stadio veramente avanzato, non c’è che dire. Del resto Silvio è sempre stato bravo a dimenticare, soprattutto nelle Aule.

COS’È LA SINISTRA COS’È LA DESTRA
Enrico Letta: “Io sono stato accusato di aver spostato a sinistra il Pd. Sono convinto delle mie battaglie”. Sì Enrico, ma sei stato accusato dalla destra.

SI SBARCA
Salvini, come si poteva facilmente immaginare, ha deciso di lucrare ancora un po’ sui migranti. All’aeroporto di Lampedusa è stato accolto da alcuni contestatori con fischi e urla. Si trattava di turisti che attendevano di partire. Il leader della Lega si trovava nella sala arrivi dello scalo. Gli è andata comunque bene: se avesse trovato gente come lui starebbe per una quindicina di giorni al largo. Contrappasso mediterraneo.

LO SCERIFFO SALVINI
Giorgia Meloni l’aveva detto chiaramente: “Salvini al Viminale? È capace ma non si decide prima”. Niente da fare. Salvini insiste con quella sembra essere diventata un’ossessione e da Lampedusa rilancia:”Io conto che al Viminale ci sia un uomo o una donna della Lega, perché i decreti sicurezza li abbiamo scritti noi. Io vado dove mi mandano gli italiani”. Viene il dubbio che abbia dimenticato in qualche cassetto qualcosa di importante. Non osiamo immaginare cosa.

CARFAGNA OTTIMA ALLIEVA
Mara Carfagna: “Forza Italia è diventata una corrente della Lega”. Carfagna sta imparando in fretta il calendismo: abbandona un partito ma continua a parlarne come se fosse il tuo.

IL POPULISTA
Dice Calenda al TG1: “Quando uno inizia credendo di avere la vittoria in tasca normalmente finisce andandosene a casa”. E poi conclude: “Vinceremo”. Contraddirsi in 19 secondi deve essere il nuovo record del mondo.

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«L’Agenda Draghi non esiste»: parola di Draghi

Toh, cade il populismo delle élite. E poiché questa campagna elettorale è frastornante per la stupidità a far crollare tutta la retorica ascoltata fin qui è proprio Mario Draghi, il santino sventolato per non dover parlare di programmi e per puntare ai voti fideistici stropicciando la politica. «Io non ho iniziato il governo con una Agenda Draghi, è fatta di riforme e interventi. È difficile dire esista una agenda Draghi», ha detto ieri Mario Draghi, assestando un bel colpo a Calenda, Renzi, Letta e Bonino che da giorni non fanno altro che parlare di un’agenda politica affiliandola a un governo tecnico.

Come se non bastasse Draghi aggiunge: «I nostri provvedimenti hanno caratteristica di urgenza». Certo: il governo Draghi era nato per fare ciò che serviva per uscire dalla pandemia e per sistemare le carte del Pnrr. Ora, sinceramente, votereste un partito che vi dice «usciremo dalla pandemia e sistemiamo le carte»?. No, certo che no. Indipendentemente dalla vostra posizione politica, destra o sinistra, liberale o meno, sarebbe troppo poco.

Quindi cosa ci dicono le parole di Draghi? Che la campagna elettorale fin qui è stata piena di niente, una spartizione di posti rivenduta come scontro di idee. Così accade di doverci sorbire perfino Di Maio che dà lezioni di dignità a una coalizione illudendosi che qui fuori non si sappia che è scontento di non poter offrire niente agli ex grillini che l’hanno seguito alla ricerca di un posto al sole. Ci tocca vedere Calenda rivenduto come potabile per una sbiadita idea di centrosinistra mentre svuota per l’ennesima volta l’dea di centrosinistra per riempire il suo granaio.

L’agenda Draghi non esiste ma soprattutto non esiste una campagna elettorale che ancora una volta utilizza l’arma stolta del “voto utile” come unico spunto. Sono già passati diversi giorni e siamo ancora qui. Intanto a sinistra Unione Popolare deve raccogliere firme e trovare i pochi certificatori che non avevo prenotato le ferie semplicemente per avere la dignità di poter correre. Intanto Salvini, Meloni e Berlusconi stanno scegliendo il catering per i festeggiamenti.

Sembra quasi che l’urgenza non sia ancora abbastanza urgente, a 50 giorni dal voto. Una volta si diceva “fate qualcosa di sinistra” ora ci accontenteremmo di un “fate qualcosa” che non sia discutere di posti. E rimettete via quella “Agenda Draghi” con cui vi siete coperti le pubenda.

Buon venerdì.

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Biden ci sta riuscendo. Ora rischiamo la guerra globale

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Il 2 agosto in un’intervista all’Observer il professore Wang Wen dell’Università Renmin rispondendo al giornalista che gli chiedeva se il tentativo dell’amministrazione Biden di prendere le distanze dal viaggio a Taiwan di Nancy Pelosi evidenziasse quanto quella visita fosse “effettivamente stupida” o quanto gli Usa stessero fingendo di essere stupidi rispose così: “Gli Stati Uniti si stanno comportando da stupidi, ed effettivamente lo sono. Fingendo di esserlo significa che sanno quali sono gli interessi della Cina sulla questione di Taiwan e la sua linea rossa. Ma, nonostante questo, la calpestano ripetutamente”.

L’obiettivo non dichiarato degli Usa è la fine del regime comunista in Cina

Oggi si è avverato ciò che tutti sapevano (e molti nascondevano): gli Usa hanno aperto una crisi molto grave accelerando una destabilizzazione globale. Lucio Caracciolo lo scrive senza mezzi termini: “Cina e Stati Uniti – scrive il direttore di Limes – sono su un piano inclinato che porta alla guerra. Questione di tempi e di modi. L’unica via per impedirla è che entrambi riconoscano il pericolo e accettino di regolare per via negoziale le loro dispute. Ne siamo più lontani che mai. Il provvisorio bilancio della visita lampo a Taiwan di Pelosi, presidente della Camera americana, ha il merito di svelare che la recita della’“Cina Unica’ è finita”.

Il tilt politico sta nell’accoglienza calorosa della Repubblica della Cina (che gli Usa non riconoscono) mentre l’altra Cina (che la Casa Bianca ufficialmente riconosce) allestiva un blocco navale. La sconsiderata visita di Pelosi tra l’altro mette a rischio gli equilibri della guerra in Ucraina (che non è finita, benché sia scivolata molto in basso nei giornali). Se davvero alla Casa Bianca interessa che gli ucraini abbiano la possibilità di invertire la rotta dell’invasione russa serve che i rapporti con la Cina non implodano.

Negli scorsi mesi Biden e il suo consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan hanno avuto una serie di incontri con il governo cinese, implorando Pechino di non entrare nel conflitto in Ucraina fornendo assistenza militare alla Russia, in particolare ora, quando l’arsenale di Putin è ridotto da cinque mesi di guerra.

Biden, secondo le parole di un alto funzionario statunitense raccolte dal New York Times, avrebbe detto personalmente al presidente Xi Jinping che se la Cina entrasse in guerra in Ucraina al fianco della Russia, Pechino rischierebbe l’accesso ai suoi due mercati di esportazione più importanti: gli Stati Uniti e l’Unione Europea (la Cina è uno dei migliori paesi al mondo nella produzione di droni, che sono esattamente ciò di cui le truppe di Putin hanno più bisogno in questo momento).

La Cina avrebbe risposto non fornendo aiuti militari a Putin, in un momento in cui gli Stati Uniti e la Nato hanno fornito all’Ucraina supporto dell’intelligence e un numero significativo di armi avanzate che hanno causato gravi danni alle forze armate di Russia, apparente alleato della Cina. Thomas L. Friedman, editorialista del NYT, scrive: “Perché mai la presidente della Camera dovrebbe scegliere di visitare Taiwan e provocare deliberatamente la Cina ora, diventando la funzionaria statunitense più anziana a visitare Taiwan dai tempi di Newt Gingrich nel 1997, quando la Cina era molto più debole economicamente e militarmente? Il tempismo non potrebbe essere peggiore. Caro lettore: la guerra in Ucraina non è finita. E in privato, i funzionari statunitensi sono molto più preoccupati per la leadership ucraina di quanto non facciano intendere. C’è una profonda sfiducia tra la Casa Bianca e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, molto più di quanto riportato”.

“Nel frattempo, – scrive Friedman – alti funzionari statunitensi credono ancora che Putin sia abbastanza preparato a prendere in considerazione l’utilizzo di una piccola arma nucleare contro l’Ucraina se vede il suo esercito affrontare una sconfitta certa. In breve, questa guerra in Ucraina non è così finita, così non stabile, così non senza pericolose sorprese che possono spuntare in un dato giorno. Ma in mezzo a tutto questo rischiamo un conflitto con la Cina per Taiwan, provocato da una visita arbitraria e frivola del presidente della Camera”.

L’obiettivo non dichiarato degli Usa è la fine del regime comunista in Cina, che favorisca magari la nascita di diversi Stati e che indebolisca il blocco che sta sorpassando gli Stati Uniti su diversi fronti. Come spesso accade non si prendono la responsabilità di innescare un conflitto ma sperano che la questione cinese si risolva da sola, anche al costo di alimentare le logoranti tensioni tra Stati.

Un dato è certo: alzare la tensione aumenta il consenso. E di consenso Biden ne ha terribilmente bisogno

Che Taiwan sia o meno in grave pericolo (l’Occidente sembra essersene convinto ancora di più dopo lo scoppio della guerra in Ucraina) un dato è certo: alzare la tensione (con un viaggio come quello di Pelosi) e mostrare i muscoli (come il missile che ha schiantato Al Zawahiri) aumenta il consenso. E di consenso Biden ne ha terribilmente bisogno con le elezioni di metà mandato che si annunciano catastrofiche. Aumentare il consenso interno (e esterno) sulla pelle degli altri per gli Usa è un vizio difficile da sradicare.

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Sinistra e Verdi hanno capito chi è Letta. Ma anche Conte ha capito che è meglio correre da solo

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Non è ancora tempo per cominciare a parlare di programmi nella coalizione che ha in testa Enrico Letta. Il duo Fratoianni-Bonelli ancora non scioglie la riserva e inevitabilmente nella giornata si sono inseguite voci di rottura e di riappacificazione.

Non è ancora tempo per cominciare a parlare di programmi nella coalizione che ha in testa Letta

Nel primo mattino il segretario di Sinistra Italia in un’intervista apre a Conte: “Mi pare che tutti sono disponibili al dialogo – dice a un giornalista del Il Giorno – ma poi non si capisce mai dove lo si costruisce. Se giudicheremo impraticabile o inefficace un accordo con il Pd, e ne discuteremo anche con Europa Verde, per quanto mi riguarda tutte le strade sono aperte. Vedremo”.

Meno possibilista appariva il leader dei Verdi che invita a verificare “se ci sono le condizioni per il dialogo con il Pd” ribadendo l’impegno di “parlare di giustizia sociale e climatica e – spiega – sentiamo la responsabilità verso il Paese e per fermare le destre estreme che vogliono cambiare la Costituzione”.

Calenda vorrebbe dettare i temi e i tempi e manda un messaggio minatorio a Letta

Carlo Calenda, al solito, vorrebbe dettare i temi e i tempi e manda un messaggio minatorio a Letta ribadendo che Azione non è disposta a compromessi: “No – ha spiegato Calenda – Per Azione, la situazione più conveniente era andare da soli, ma avrebbe determinato la vittoria della destra a tavolino, senza partita. Non me la sono sentita, però ho chiesto condizioni molto stringenti a Enrico Letta, una lista precisa dell’Agenda Draghi, e che neanche un voto di Azione andasse a Di Maio o Fratoianni”.

Calenda ha spiegato che “è un patto elettorale con due leadership, quella mia e quella di Letta, distinte. Se non c’è chiarezza su cosa vogliamo fare non si va da nessuna parte. L’Agenda Draghi per noi è un perno irrinunciabile”. Anche Emma Bonino sa bene come mettere in crisi l’alleanza tra Pd e Sinistra Italiana/Verdi: “L’accordo +Europa/Azione e Pd è chiaro: Europa, Nato e agenda Draghi”, dice in un’intervista a La Stampa aggiungendo “poi i diritti, i rigassificatori necessari per sganciarci dal gas russo e il termovalorizzatore per risolvere la questione dei rifiuti di Roma”, gli elementi perfetti per spingere sulla rottura.

Giuseppe Conte chiede di non essere usato “per negoziare con il Pd”

Non male per essere un’alleanza che vorrebbe presentarsi credibile alle elezioni. Mentre nel Pd Laura Boldrini si espone per evitare la rottura (“Considero fondamentale che Sinistra Italiana ed Europa Verde siano parte dell’alleanza elettorale con piena dignità”, scrive su Twitter) mentre dal Movimento Cinque Stelle Giuseppe Conte chiede di non essere usato “per negoziare con il Pd”.

Siamo al pomeriggio quando esce un comunicato in cui si annuncia un documento congiunto di Sinistra Italiana e Verdi in cui verranno messi nero su bianco alcuni punti “imprescindibili” di programma. Si vuole sostanzialmente ripetere la scenetta (poco edificante) di Calenda che torna con lo scalpo di Letta da offrire ai suoi.

Dentro c’è il no al nucleare che invece Calenda sostiene. In serata dopo la riunione con Letta Bonelli dice: “Dal segretario del Partito democratico abbiamo ottenuto segnali di apertura, abbiamo posto alcuni punti, ora aspettiamo risposte”.

“Nelle prossime ore la nostra alleanza si confronterà. Discuteremo e poi faremo le nostre valutazioni e, spero in tempi rapidi, entro 48 ore, capiremo se ci sono le condizioni” per un’alleanza: “Ora comincia una riflessione e ci aspettiamo una riflessione anche nel Pd”, spiega Fratoianni di Sinistra Italiana. “Abbiamo rappresentato un disagio, non solo nostro ma nel Paese – ha aggiunto Bonelli dei Verdi – e il Pd deve farsi partecipe e carico di questo disagio”. Si ritorna al punto di partenza.

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