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La fabbrica delle Fake News. Nella guerra delle bugie la Russia di Putin non ha rivali. La propaganda di Mosca non dorme mai. Da 72 giorni è un bombardamento continuo

La bugia originale è “l’operazione speciale”. I media russi, fin dal primo giorno dell’invasione dell’Ucraina, hanno seguito pedissequamente l’ordine di Putin di non chiamare guerra la guerra, illudendosi così che potesse fare meno orrore e meno paura. Con il nome di “operazione speciale” la propaganda russa sperava di disinfettare i massacri.

A Mosca le televisione per i primi giorni di guerra hanno rivenduto l’invasione del’Ucraina come una veloce pratica da sbrigare che si sarebbe risolta nel giro di qualche giorno. Alcuni soldati di Vladimir Putinhanno raccontato di aspettarsi addirittura di essere accolti come eroi o “liberatori”. Infine il capolavoro: la “denazificazione”. Che una potenza militare rada al suolo un’intera nazione per liberarla da appartenenti a gruppi di estrema destra è la cosa più nazista che possa venire in mente.

Colpita e affondata. Altro che incendio a bordo. La Moskva centrata da un missile

Quando l’incrociatore missilistico russo Moskva è stato colpito da due missile antinave Neptune i canali di Stato russi hanno subito ripreso la dichiarazione del ministero della Difesa che parlava di un danneggiamento dovuto a un incendio a bordo causato dall’esplosione di munizioni a bordo. Poi, sempre le stesse televisioni, sono riuscite a compiere il capolavoro di smentirsi raccontando di un affondamento mentre la nave fenica rimorchiata da una tempesta. “Tutto l’equipaggio è vivo e vegeto”, hanno tuonato i giornalisti russi. Peccato ce poche ore dopo siano sbucate le madri che piangevano la scomparsa dei propri figli.

Sul set di Bucha. La strage dei civili ucraini spacciata per una montatura

Per la strage di Bucha i giornalisti che spalleggiano il Cremlino si sono inventati addirittura esperti cinematografici: si va da chi notava che i vestiti dei civili morti fossero «troppo puliti per essere in strada da giorni» (peccato che i corpi mostrassero chiari segni di decomposizione) e chi vedeva “corpi in movimento” che in realtà erano distorsioni dovute all’effetto specchio e alla bassa qualità delle immagini proposte. Il Ministero russo, manco a dirlo, ha rilanciato entusiasta la tesi del complotto. Poi sono arrivate le immagini ad alta definizione e quelli si sono ammutoliti. La prova della propaganda? La versione della Russia ha virato su omicidi compiuti dagli ucraini. Avete capito bene: prima erano vivi, poi era colpa degli ucraini.

Bombe sugli ospedali. Le donne incinte di Mariupol per Mosca sono modelle

A Mariupol il reparto di maternità dell’ospedale viene colpito dalle bombe. Le immagini di donne in gravidanza ferite attraverso i pezzi carbonizzati dell’ospedale fanno il giro del mondo. Le televisioni russe, non potendole nascondere, liquidano tutto come bufala. Poi, come al solito, ci dicono che sono stati gli ucraini. Poi cambiano idea e ci dicono che l’ospedale sarebbe stato il rifugio del battaglione Azov (che per la propaganda russa dovrebbe essere composto da un milione di soldati, visto che lo infilano un po’ dappertutto) e infine le televisioni hanno giocato sul fraintendimento di due donne diverse (una che ha partorito e una che è deceduta) raccontate come una stessa persona. Anche in questo caso versioni completamente diverse in pochi giorni.

Incendio alla centrale. I russi appiccano le fiamme. Ma scaricano la colpa su Kiev

Le forze russe a inizio marzo si sono avvicinate alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa. In uno scontro con le forze ucraine un incendio è divampato nel complesso. Zelensky ha addirittura ventilato (esagerando) la “fine dell’Europa” mentre al pubblico televisivo russo è stato raccontato che i soldati ucraini avessero incendiato l’edificio prima di fuggire. Un sabotaggio, in sostanza. La propaganda del Cremlino ha mostrato la centrale alcuni giorni dopo funzionare normalmente dicendo che “dipendenti di questo stabilimento mostrano un certo rispetto” e che i lavoratori “mantengono l’ordine e la disciplina nel loro lavoro”, rafforzando la dubbia argomentazione avanzata da Putin secondo cui le truppe russe sono state inviate per proteggere i cittadini ucraini.

Hitler ebreo. Il revisionismo sul Führer per attaccare Zelensky

Del ministro degli Esteri russo Lavrov ospite della televisione italiana abbiamo letto dappertutto. Per giustificare l’antisemitismo di Zelensky ha raccontato al mondo che “anche Hitler era ebreo”. La stampa russa ha accusato l’Occidente di avere «strumentalizzato le parole del ministro». E poi? Poi è successo che il governo israeliano (ovviamente risentito per quella bufala che macchiava la memoria dell’Olocausto) scrive un comunicato in cui si legge “il primo ministro ha accettato le scuse del presidente Putin per le osservazioni di Lavrov e lo ha ringraziato per aver chiarito il suo atteggiamento nei confronti del popolo ebraico e della memoria dell’Olocausto”. Non si era mai visto qualcuno chiedere scusa per avere avuto ragione. La propaganda russa ci è riuscita. Ora a Lavrov conviene stare attento, visti i troppi russi che sono stati suicidati negli ultimi mesi.

Fermata della morte. Raid alla stazione dei bus. La balla dell’autoattacco ucraino

A Kramatorsk 50 civili muoiono per due missili che cadono in mezzo agli sfollati che tentavano di salire su un treno. In un canale filorusso si viene a sapere della strage ma la notizia sparisce nel giro di qualche minuto. Il Cremlino prova a buttarla sul tipo di missile che non “è prodotto da Mosca”, dicono, e che sarebbe stato lanciato dagli ucraini come “provocazione”. I missili SS21 (classifica Nato) sono assolutamente in uso tra le forze filorusse del Donbass, lo sanno tutti. Ma intanto la propaganda in Russia sembra funzionare.

A Mariupol viene bombardato il “Mariupol Drama Theater”. Ovviamente la propaganda parla di un’azione deliberata dell’esercito ucraino. Solo che l’esercito ucraino non ha i mezzi per bombardare da quell’altezza. Delle immagini satellitari mostrano tra l’altro delle enormi scritte in cirillico in cui viene segnalata la presenza di bambini nei rifiuti antiaerei all’interno del teatro. Maria Ponomarenko, giornalista di Rosnews (un networdk indipendente russo) viene arrestata per avere dato la notizia.

Cacciatore di bufale. Sfida alla disinformazione. La verità terrorizza il Cremlino

E a chi smonta le bufale cosa succede? Kostantin Ryzhenko è un giornalista ucraino molto noto che ogni giorno smonta sistematicamente gli annunci e le notizie diffuse dai russi. Loro dicono una cosa e lui replica con fact-checking che immancabilmente dimostrano il contrario, con prove inconfutabili a disposizione. E infatti Kostantin Ryzhenko, 28 anni, è in fuga permanente dalle parti di Kherson. I suoi famigliari sono stati minacciati dai russi e hanno la sua faccia a ogni ceck-point russo. L’equazione è molto semplice: a chi fa paura la verità? A chi non riesce a sostenerla.

(da La Notizia)

Il New York Times inguaia Biden. Lo scoop sui raid anti-russi di Kiev guidati dagli Usa è una lezione per l’informazione. In Italia lo avrebbero accusato di essere filo-putiniano

Il New York Times lancia la bomba (mediatica) e scrive nero su bianco (leggi l’articolo) che gli Usa hanno fornito all’Ucraina informazioni sulle unità russe che hanno permesso di uccidere molti dei generali russi morti un questi due mesi di guerra. A rivelarlo sono alti funzionari americani che raccontano come l’aiuto mirato sia parte di uno sforzo bellico ritenuto riservito dall’amministrazione Biden.

Il New York Times ha svelato i retroscena dei raid compiuti da Kiev grazie alle informazioni fornite dagli Usa

Le informazioni passate dagli Usa all’Ucraina includono la posizione e altri dettagli del quartier generale mobile dell’esercito russo, che si trasferisce frequentemente per non essere individuabile. Funzionari ucraini hanno combinato queste informazioni geografiche con la propria intelligence – comprese le comunicazioni intercettate che avvisano l’esercito ucraino della presenza di alti ufficiali russi – per condurre attacchi di artiglieria e altri attacchi che hanno ucciso ufficiali russi.

L’amministrazione Biden ha cercato di mantenere segreta gran parte dell’intelligence sul campo di battaglia, per timore che venga vista come un’escalation e provochi il presidente russo Vladimir Putin in una guerra più ampia. Del resto il mese scorso il segretario alla Difesa Usa Lloyd J. Austin III si era spinto a dire “vogliamo vedere la Russia indebolita abbastanza da non poter più pensare a un’invasione come quella in Ucraina”.

Una volontà ben diversa dal semplice supporto al popolo ucraino che Usa (e Ue) hanno ripetuto ostinatamente. A seguito delle informazioni del New York Times il portavoce del Pentagono ha risposto di “non voler parlare dei dettagli” riconoscendo comunque che gli Stati Uniti forniscono “all’Ucraina informazioni e intelligence che possono usare per difendersi”.

Ma l’imbarazzo è innegabile se è vero che la portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale Adrienne Watson ha provato a parare il colpo dicendo che la collaborazione non è stata fornita agli ucraini “con l’intento di uccidere i generali russi” (fingendo di non sapere che in guerra le informazioni servono proprio per quello) e la Casa Bianca si è scagliata contro il quotidiano definendolo “irresponsabile”.

Quello che non è successo, a differenza della dinamica strabica tutta italiana, è che qualche leader di partito o qualche arguto commentatore americano si sia sognato di accusare un quotidiano nazionale (e il suo giornalista) di essere filoputiniano o di voler aiutare la Russia o di essere un traditore. L’informazione semplicemente svolge il suo ruolo, è cane da guardia dei poteri senza distinzioni tra poteri utili o inutili, giusti o sbagliati, scapicollandosi per ottenere le notizie che il potere non vorrebbe che fossero pubbliche.

Non è un caso che gli Usa siano quel Paese che, senza Wikileaks e Julian Assange, oggi potrebbero rivendersi come esportatori di democrazia e rispettosi dei diritti in tempo di pace e delle regole internazionali in tempo di guerra. Per questo risulta risibile come qui.

Da noi la politica (e molti media al seguito) sembrano concentrati più a combattere il giornalismo di guerra che a spiegare la guerra che avrebbero in mente. Ore di trasmissioni e palinate di giornali che si interrogano sulla giustezza di intervistare il ministro russo Lavrov piuttosto che incalzare il Governo per riferire in Parlamento quale sia la strategia: far cessare la guerra o sconfiggere la Russia?

I due obiettivi sono profondamente diversi e inevitabilmente hanno ricadute differenti sul piano geopolitico. Nel polverone del dibattito italiano assistiamo all’amministratore delegato della Rai Carlo Fuortesche in Commissione di Vigilanza Rai che solo in tempo di guerra valuta una policy per regolare la presenza degli opinionisti sulla televisione pubblica (specificando di essere favorevole alla mancata remunerazione della partecipazione di un giornalista) e solo ora si accorge che nei suoi talk show non si fa informazione ma si insegue l’audience e lo spettacolo.

Si continua, insomma, a scambiare il ruolo dei giornalisti per quello dei portavoce della linea del Governo dimenticando che sono proprio i giornalisti quei professionisti pagati per sbugiardare la propaganda, smascherare le bugie e raccontare l’indicibile. E come il New York Timesla regola vale per la propaganda russa e vale allo stesso modo per la propaganda di casa nostra. Magari, vedrete, la gente tornerà anche a comprare i giornali e ad averne fiducia.

(da La Notizia)

Ormai l’antimafia non tira più. Ed è colpa della politica. Falcone e Borsellino dimenticati. Citati soltanto per fare polemiche

Nemmeno il trentennale dell’omicidio di Falcone e Borsellino è riuscito a rivitalizzare l’antimafia in Italia, un pensiero ormai dormiente sotto le ceneri di ciò che è stato e che si limita a essere pura commemorazione senza avere le energie per alzare gli occhi e guardare al futuro investigando senza sconti sul presente.

Nemmeno il trentennale dell’omicidio di Falcone e Borsellino è riuscito a rivitalizzare l’antimafia in Italia

La spinta antimafia di questo Paese, quell’energia che non molti anni fa riempiva i convegni, sfilava per le città, non aveva paura di stare al fianco di magistrati coraggiosi in pericolo (Nino Di Matteo e Nicola Gratteriper citarne alcuni) e costringeva la politica ad affrontare il tema addirittura inserendolo come priorità nei propri programmi elettorali ormai è diventata materia buona solo per gli studiosi (e ne abbiamo tanti e bravi) e per gli appassionati del genere (che sono tanti ma sempre più soli).

La maxi inchiesta che aveva travolto la Lombardia colonizzata dalla ‘Ndrangheta (Crimine-Infinito) e che aveva travolto la politica regionale si è diluita in qualche libro ma non ha minimamente cambiato gli equilibri e gli scenari, come se la vicinanza con i boss fosse solo un normale inciampo nell’attività politica da scrollarsi di dosso con un’alzata di spalle.

L’inchiesta Aemilia in Emilia Romagna ha farcito i giornali solo nei giorni degli arresti, sempre con i particolari piccanti di una mafia raccontata come fenomeno di costume da presentare come estraneo a quello che siamo, mentre il suo processo che ha mostrato un’aberrante collusione tra ‘Ndrangheta e politica e imprenditoria e giornalisti è diventato cronaca locale.

A Catanzaro il maxi processo Rinascita-Scott messo in piedi da Gratteri (il più imponente processo dopo il maxi-processo di Falcone e Borsellino) viene tirato in ballo da qualche politico o commentatore solo per delegittimare il lavoro della Procura o per alimentare la tesi secondo cui chi si occupa di magia oggi in Italia nel 2022 sia solo un allarmista in cerca di notorietà.

Lo scorso 8 aprile la presentazione della relazione semestrale della Dia (la Direzione Investigativa Antimafia) in Parlamento fatta dalla ministra Cartabia ha meritato solo qualche singhiozzo. Eppure là dentro si dice che solo nel primo semestre del 2021 sono stati effettuati sequestri per oltre 93 milioni di euro e confische per circa 130 milioni di euro. Ci sono state in 6 mesi 455 interdittive antimafia e 68.534 le segnalazioni per operazioni sospette.

Trent’anni dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino la mafia sembra ben organizzata

Ma l’antimafia non “tira più”, come direbbero i valenti spin doctor che hanno trasformato la politica in un’interminabile flusso di emozioni senza contenuti. L’associazionismo si è spento sotto il peso di una sigla regina che sul territorio nazionale ha il monopolio delle iniziative. E così, 30 dopo Falcone e Borsellino, la mafia sembra ben organizzata (tanto da permettersi di essere silente) e l’antimafia molto meno.

(da La Notizia)

Petrocelli incollato alla poltrona. Con l’alibi dell’etica in politica. Il caso del presidente della Commissione Esteri. Ma è uno tra i tanti che squalificano chi ci rappresenta

In commissione Esteri iniziano ad arrivare le dimissioni in massa per provare a chiudere il caso Vito Petrocelli, il presidente senatore espulso dal Movimento 5 Stelle che è balzato agli orrori delle cronache per la sua vicinanza a Putin e per la sua aderenza a tesi negazioniste della guerra in Ucraina.

Vito Petrocelli è balzato agli orrori delle cronache per la sua vicinanza a Putin e per le tesi negazioniste sulla guerra in Ucraina.

Petrocelli dal canto suo fa spallucce e annuncia di voler fare ricorso alla Corte costituzionale: “Sentirò il mio legale di fiducia”, dice serafico ai giornalisti confondendo la politica con la giustizia. La tesi di Petrocelli sarebbe quella di essere stato “bollato” come filo-Putin solo per avere votato contro l’invio delle armi all’Ucraina, fingendo di non sapere (o di non capire) che qui non si tratta di “far decadere un esponente della maggioranza che non si riconosce più della maggioranza”, come ci dice, ma di avere contezza del proprio ruolo politico e della responsabilità che la politica, ahilui, comporta.

Non serve nemmeno andare troppo per il sottile sulle tesi di Petrocelli sulla guerra per capire che un ruolo come quello di presidente di una commissione (o qualsiasi altro ruolo in cui un parlamentare svolge un compito dirigenziale a nome di un partito) resta vincolato alla fiducia che quel partito gli riconosce.

L’autorevolezza delle presidenze di commissione, in un Paese normale, dovrebbe derivare proprio dal partito che si rappresenta. Ogni parlamentare risponde alla propria coscienza e al proprio mandato ma che un espulso dal proprio partito pretenda di presiedere una commissione rende perfettamente l’idea dello scriteriato narcisismo.

Davvero può pensare Petrocelli (e i tanti Petrocelli che affollano il nostro Parlamento) di avere la credibilità e la rappresentatività politica di guidare la commissione Esteri al Senato? Dai, non scherziamo. Sarebbe curioso seguire un processo in cui Petrocelli spiega alla corte di essere rappresentativo di un pezzo qualsiasi di Paese senza essere passato per le elezioni solo con il proprio cognome.

Il punto, bisogna avere il coraggio di dircelo, è che in un Parlamento di parvenu (di tutti i partiti, di tutti i parlamenti, di tutte le legislature) ci ritroviamo ciclicamente di fronte a gente che non avrebbe mai sognato di arrivare lì dov’è arrivata e mica per niente ha come prima e unica preoccupazione quella di mantenere intatte le proprie posizioni acquisite, completamente concentrata sull’autopreservazione fregandosene del ruolo pubblico e della funzione sociale. Immaginate Petrocelli senza la sedia da presidente, rinchiuso nel suo profilo Facebook a lanciare strali contro il suo ex partito o a concimare la sua fanbase.

Tornerebbe uno dei tanti appesi ai like senza nessuna rilevanza politica. Sbaglia Petrocelli quando definisce la sua situazione una “questione politica”. La politica se n’è andata nel momento in cui il capo del suo partito l’ha salutato invitandolo alla porta. Ora siamo nel campo dell’etica e della morale. Se non ci si sente più rappresentati dal proprio partito semplicemente si torna in una dimensione personale (il Gruppo Misto sta lì per quello) rimboccandosi le maniche per costruire una nuova comunità intorno alle proprie idee.

Petrocelli si dimetta da presidente e poi si ricandidi. Le elezioni sono vicine.

Tutto il resto è una risibile giustificazione che sfida la decenza. Immaginate domani un parlamentare che si autoproclami portatore dello spirito originario del Pci di Berlinguer e reclami una presidenza. Non lo prenderebbe sul serio nessuno, ci strapperebbe al massimo un triste sorriso. Esattamente come Petrocelli. Si dimetta da presidente e poi si ricandidi. Le elezioni sono vicine.

(da La Notizia)

La Meloni vuole multare i disoccupati. Così la destra è diventata stalinista. La proposta è nel programma di FdI. Giovani obbligati ad accettare ogni offerta di lavoro

Non c’è solo la solita malcelata nostalgia al fascismo all’ultimo raduno di Fratelli d’Italia che prova a incoronare Giorgia Meloni leader della coalizione di centrodestra in vista delle prossime elezioni politiche, con un applauditissimo Vittorio Feltri che celebra Milano come “città in cui è nato il fascismo” e citazioni sparse dai discorsi di Benito Mussolini(come l’“essere continuati” che Meloni ripesca da una prefazione del Duce nel 1928): a fare paura è ciò che sta scritto, nero su bianco, nel programma di FdI in tema di lavoro.

Il partito della Meloni inserisce nel suo programma una proposta per combattere il Reddito di cittadinanza

Dice Fratelli d’Italia di voler “attivare un sistema di intelligenza artificiale per la collocazione e la formazione attiva” per combattere il Reddito di cittadinanza che, secondo Meloni e compagni, avrebbe ingenerato “nelle persone un sistema assistenziale che disincentiva il lavoro e incrementa anche il lavoro nero”.

Questa presunta “intelligenza artificiale” (a cui si ricorre per evidente carenza di intelligenza umana) dovrebbe “a regime” rintracciare “l’elenco dei giovani che terminano ogni anno le scuole superiori e l’università e li agganci a imprese del settore, agenzie per il lavoro e centri per l’impiego, attivando un sistema concorrenziale tra gli operatori che avranno una dote finanziaria ingente per la loro collocazione”.

In pratica un cervello elettronico si dovrebbe occupare, nei sogni della Meloni, di associare con un algoritmo qualsiasi studente italiano al lavoro che dovrebbe fare. Qualcosa di simile ad Amazon solo che in questo caso il pacco è un giovanotto bello fresco pronto per essere prestante forza lavoro da consegnare a un’azienda per contribuire al suo fatturato appena aperto il pacco.

Ma non finisce qui. Si legge nel programma di FdI che “il giovane non potrà più scegliere se lavorare o meno, ma è vincolato ad accettare l’offerta di lavoro per sé, per la sua famiglia e per il Paese (c’è scritto proprio così, come in un cinegiornale dell’Istituto Luce, nda) “pena la perdita di ogni beneficio con l’applicazione anche di un sistema sanzionatorio”.

Se non lavori Meloni ti multa. Non male come idea da colei che lamenta da anni uno “Stato che ci controlla e che ci obbliga a vaccinarci”. Per le donne invece, questi modernissimi pensatori meloniani, hanno pensato al diritto allo smart working “solo se hanno figli con meno di 16 anni per 3 giorni alla settimana”. Possono lavorare da casa ma solo per potersi dedicare più alacremente alla prole. Del resto è lo stesso partito che ha votato contro la parità salariale al Parlamento Ue senza battere ciglio. Bastava quello per capire il mondo femminile che sognano.

Per quanto riguarda invece la leva fiscale scrive FdI che “passo ineludibile è la riduzione del costo fiscale del lavoro sostenuto dal mondo produttivo, un costo tra i più elevati d’Europa che mina la competitività delle imprese italiane spingendole spesso alla delocalizzazione produttiva. Al contrario è necessario puntare su azioni che creino le basi per il rientro in Italia di chi è stato costretto, per garantire la competitività e continuità aziendale, a spostare all’estero linee e siti di produzioni, incentivando il fenomeno di reshoring già in atto”.

Detta in parole semplici è: “Cuneo fiscale sì ma solo alle imprese”, secondo i desiderata di Bonomi e Confindustria. Mentre un pezzo di stampa liscia la leader di Fratelli d’Italia “pronta a governare” basterebbe leggere il suo programma per intuire che questa destra potrebbe fare concorrenza a Stalin per il terrificante mondo del lavoro che hanno in testa.

(per La Notizia)

Lavoro, perché la Spagna dovrebbe essere un modello per l’Italia

Per cassare sul comandamento del “non c’è alternativa” per riformare il mondo del lavoro si potrebbe fare un giro nella vicina Spagna che, guarda caso, è scomparsa dalla stampa nazionale. Si troverebbe, ad esempio, una seria legge sui rider (che qui da noi sono serviti solo in pandemia per eroicizzare gli stipendi bassi e precari) senza occuparsi di disciplinare il lavoro del rider e senza costituire una specifica fattispecie giuridica ma inserendola nella forma contrattuale del lavoro subordinato (che da quelle parti è ancora una cosa seria), riconoscendo che la capacità di controllo, organizzazione, valutazione e profilazione (anche se attraverso un algoritmo) rientra in un rapporto dipendente.

Un rider a Madrid (Getty Images)

In Italia non esiste ancora il salario minimo

Non è un caso che la Commissione europea di regolazione del settore sia partita proprio dall’iniziativa spagnola. Quando si dice “le buone prassi”. Ci potremmo accorgere che in Spagna già dal 2020 è stato introdotto di un reddito minimo vitale, con buona pace dei terrorizzati dall’avvento della dittatura del Sussidistan, e poco tempo fa il governo di Madrid e i due principali sindacati del Paese, Ugt e Comisiones Obreras, hanno stretto un patto per fissare il salario minimo di quest’anno a 1.000 euro al mese (per 14 mensilità), con un aumento di 35 euro rispetto a quello del 2021. Anche lì le due principali associazioni degli imprenditori spagnoli, Ceoe e Cepyme, avevano urlato «non è il momento!» e avevano lamentato «il contesto economico di incertezza». Del resto in Ue sono 21 i Paesi che hanno un salario minimo nazionale con il Lussemburgo che è il primo Stato Ue per importo mensile (oltre 2 mila euro), seguito da Irlanda, Paesi Bassi, Belgio, Germania e Francia. L’Italia invece è uno dei sei Paesi Ue a essere sprovvisto. Per dire.

Un gruppo di lavoratori agricoli a Lepe, in Spagna (Getty Images)

In Spagna il 3,4% del Pnrr utilizzato per limitare le esternalizzazioni

Ma soprattutto in Spagna, dopo lo Statuto dei lavoratori del 1980, per la prima volta si assiste a una riforma che non spinge verso una maggiore liberalizzazione (come avevano fatto sia socialisti sia conservatori) ma cerca una configurazione del mercato del lavoro recuperando spazi di maggiore rigidità. In Spagna avviene ciò che i liberali e liberisti di casa nostra definiscono “vecchio” e “impossibile”. Così si torna a parlare di contratti collettivi che non sono un manuale di buone intenzioni ma che rivendicano il proprio primato di settore sui singoli accordi aziendali (che possono comunque distinguersi offrendo condizioni più favorevoli). In Spagna il 3,4% del Pnrr viene utilizzato per limitare le forme di esternalizzazione del lavoro con contratti interinali, per adeguare i salari dei lavoratori e per ridurre le forme di contratti a tempo determinato. E poiché gli spagnoli prendono tremendamente sul serio le scelte del governo è stato introdotto un inasprimento delle sanzioni per le irregolarità dei contratti. Lì non attacca la favola degli imprenditori “vessati dai controlli”, evidentemente. Mesi e mesi ascoltando il dibattito sul lavoro in Italia e poi basta prendere il primo treno per Madrid per accorgersi che la propaganda è un castello di carta. Non male, davvero.

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