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Un mondo sempre più disuguale. E l’Italia non fa eccezione: la ricchezza si concentra, la democrazia si restringe

La ricchezza cresce, ma sale sempre nello stesso punto. Si concentra, si addensa, diventa potere. Nel 2025 il numero dei miliardari nel mondo ha superato quota 3mila e il valore complessivo dei loro patrimoni ha raggiunto 18mila 300 miliardi di dollari. In un solo anno le fortune dell’élite globale sono aumentate di 2.500 miliardi, una somma che sfiora la ricchezza detenuta dalla metà più povera dell’umanità, 4,1 miliardi di persone. Il nuovo rapporto di Oxfam mette in fila i numeri di un sistema che redistribuisce verso l’alto e lascia scoperto tutto il resto.

Questa accumulazione procede mentre una persona su quattro nel mondo soffre di insicurezza alimentare e la povertà estrema torna ad aumentare in diverse aree del pianeta. La frattura non riguarda più soltanto i redditi: riguarda l’accesso al potere, alla rappresentanza, alla capacità di incidere sulle regole.

Quando la ricchezza governa

Oxfam stima che un miliardario abbia oggi 4.000 volte più probabilità di ricoprire cariche politiche rispetto a un cittadino comune. La sproporzione si estende ai media: sette delle dieci maggiori corporation mediatiche globali hanno proprietari miliardari. La ricchezza diventa infrastruttura di influenza, capace di orientare politiche fiscali, regole di mercato e dibattito pubblico.

Il 2025 offre un esempio plastico di questo intreccio. L’agenda dell’amministrazione di Donald Trump ha combinato tagli fiscali per gli ultra-ricchi, ostilità verso la tassazione internazionale delle multinazionali e resistenze a qualsiasi contenimento del potere monopolistico. Secondo Oxfam, scelte che rafforzano un’élite oligarchica globale e accelerano l’erosione democratica. Non a caso il rischio di arretramento democratico risulta sette volte più elevato nei Paesi con livelli più alti di disuguaglianza economica.

Disuguitalia, la ricchezza che sale e la povertà che resta

L’Italia si muove dentro questa traiettoria. Nel 2025 i miliardari italiani sono diventati 79 e hanno accumulato patrimoni per 307,5 miliardi di euro, con un incremento reale annuo di 54,6 miliardi, pari a 150 milioni di euro al giorno. Nello stesso arco temporale, tra il 2010 e il 2025, la ricchezza nazionale è cresciuta di oltre 2.000 miliardi, ma il 91% dell’incremento è finito nelle mani del 5% più ricco delle famiglie. Alla metà più povera è rimasto il 2,7%.

Oggi il top 5% detiene circa la metà della ricchezza nazionale, una quota superiore allo stock complessivo posseduto dal 90% delle famiglie meno abbienti. Il rapporto tra il 10% più ricco e la metà più povera continua ad allargarsi: oltre otto a uno, contro poco più di sei quindici anni fa. La forbice cresce, si stabilizza, diventa struttura.

Lavoro debole, eredità forti

Sul piano sociale i numeri restano inchiodati. Oltre 2,2 milioni di famiglie, per un totale di 5,7 milioni di persone, vivono in povertà assoluta. L’incidenza aumenta tra chi vive in affitto, soprattutto nei grandi centri urbani, dove il costo dell’abitazione può assorbire oltre il 40% del reddito. La crescita occupazionale convive con un mercato del lavoro fragile: contratti intermittenti, bassa qualità dell’occupazione, salari che non recuperano l’inflazione. Tra il 2019 e il 2024 il potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali ha perso 7,1 punti percentuali.

Nel frattempo prende forma una società ereditocratica. Nei prossimi dieci anni in Italia passeranno di mano patrimoni per almeno 2.500 miliardi di euro, in un sistema fiscale che continua a trattare con cautela grandi successioni e grandi patrimoni. Il carico resta concentrato sul lavoro: 49 euro su 100 di entrate fiscali arrivano dai salari, mentre ai profitti ne corrispondono 17. Il risultato è una mobilità sociale sempre più compressa.

Secondo Oxfam, l’azione del governo in carica si inserisce in questa dinamica, con politiche redistributive giudicate insufficienti e un contrasto alla povertà che ha ristretto l’accesso ai sostegni pubblici. I numeri raccontano un Paese in cui la ricchezza corre e la disuguaglianza diventa regola. Prima economica, poi politica. E infine democratica.

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Il caso La Spezia come pretesto per un nuovo decreto Sicurezza, ma i numeri smentiscono l’allarme di Salvini

Come al solito. La parola sicurezza, quando viene pronunciata da Matteo Salvini, smette di descrivere un problema e comincia a svolgere una funzione politica. Chiude il campo, rende superflui i contesti e soprattutto dimentica i dati che disturbano. È accaduto anche stavolta. L’omicidio avvenuto in una scuola di La Spezia è stato immediatamente trasformato in prova generale: della violenza giovanile e dell’inefficacia della scuola ma soprattutto della pericolosità degli stranieri. E quindi dell’urgenza di un nuovo decreto sicurezza. Un fatto singolo come diagnosi nazionale.

La costruzione dell’allarme

Le dichiarazioni del ministro seguono una traiettoria precisa. Rimpatri più rapidi per i minori stranieri non accompagnati. Provvedimenti più duri contro gli stranieri ritenuti pericolosi. Controllo sulla composizione delle classi con “troppa” presenza di studenti di origine straniera. La sequenza è nota: prima si costruisce l’allarme, poi si individua il bersaglio, infine si propone la soluzione repressiva. In mezzo, la scuola viene riscritta come spazio fuori controllo, attraversato da una violenza endemica che richiederebbe risposte eccezionali.

Il linguaggio è quello: emergenza, urgenza, tolleranza zero. Un vocabolario che funziona solo se il contesto scompare. E infatti scompare.

Il fatto isolato trasformato in paradigma

Però i fatti accertati raccontano altro. L’omicidio di La Spezia è maturato in una dinamica interpersonale, legata a una rivalità individuale, priva di legami con bande organizzate, baby gang strutturate o fenomeni seriali. Le ricostruzioni investigative hanno escluso un contesto di violenza sistemica. Non c’è una catena di eventi simili, non c’è una curva in crescita, non c’è una continuità statistica. C’è un delitto, grave, isolato.

È su questo scarto che si innesta l’operazione politica: l’eccezione diventa regola, la fragilità educativa viene rimossa, la responsabilità viene spostata. Il problema smette di essere relazionale, sociale, scolastico. Diventa identitario.

Il decreto e l’erosione delle garanzie

Il decreto sicurezza rilanciato in queste ore interviene sul diritto minorile allargando l’area del controllo penale. Estende l’arresto in flagranza anche per reati non gravissimi se commessi con violenza, introduce l’ammonimento del questore per soggetti sotto i quattordici anni, prevede sanzioni economiche per le famiglie. Sul fronte migratorio, consolida un percorso già avviato di erosione delle tutele previste dalla legge 47 del 2017: accertamenti dell’età più invasivi, accoglienza in deroga agli standard, maggiore facilità di espulsione al compimento della maggiore età.

Il principio del superiore interesse del minore viene progressivamente subordinato alle esigenze di ordine pubblico. Per questo le associazioni giuridiche e i garanti dell’infanzia hanno segnalato un arretramento delle garanzie costituzionali e convenzionali. Il diritto minorile viene piegato a una funzione di contenimento. 

I numeri che non confermano l’emergenza

I numeri sulla violenza a scuola non confermano l’allarme. Le rilevazioni Istat mostrano che nel 2014 il 19,8% degli studenti tra 11 e 17 anni dichiarava di subire atti di bullismo con cadenza almeno mensile. Nel triennio 2023-2025 la quota delle vittime “assidue” si è attestata intorno al 21%. La violenza fisica grave è rimasta statisticamente stabile nel tempo.

A crescere è stata soprattutto la componente online, il cyberbullismo, insieme alla capacità di riconoscere e denunciare gli episodi. Gli omicidi all’interno degli istituti scolastici restano eventi rarissimi, isolati, privi di continuità storica. Il salto dall’eccezione alla regola quindi non è sostenuto da alcuna evidenza statistica.

Stranieri: vittime prima che autori

Anche la sovrapposizione tra violenza giovanile e origine straniera si sbriciola davanti ai dati. Le statistiche sulla vittimizzazione indicano che gli studenti di cittadinanza straniera risultano più spesso vittime di bullismo rispetto ai coetanei italiani: il 26,8% degli studenti stranieri dichiara di subire prepotenze con frequenza almeno mensile, contro il 20,4% degli studenti italiani. In alcune collettività la percentuale sale ulteriormente, come nel caso degli studenti di nazionalità rumena (29,2%) e ucraina (27,8%). Sono dati sulla vittimizzazione, non sulla commissione di reati.

Sul versante penale, i dati del Ministero dell’Interno mostrano che i minori stranieri risultano sovra-rappresentati in alcune tipologie di reati contro il patrimonio, come furti e rapine, mentre risultano minoritari nei reati sessuali e nella violenza online. Nel biennio 2022-2023 i minori stranieri hanno rappresentato circa il 51-56% dei denunciati per reati predatori. Ma questa sovra-rappresentazione racconta soprattutto un effetto di selezione del sistema penale: i minori italiani accedono più frequentemente a misure alternative come la messa alla prova, che riduce denuncia e detenzione, mentre i minori stranieri, soprattutto non accompagnati, vengono istituzionalizzati con maggiore facilità e finiscono per pesare di più nelle statistiche ufficiali. 

La scuola come terreno di scontro

La proposta di intervenire sulla composizione delle classi completa il quadro. In molte aree del Nord la percentuale di alunni con cittadinanza non italiana supera stabilmente il 30%, con punte del 50-60% in singoli plessi. Una parte consistente di questi studenti è nata in Italia, parla italiano come prima lingua, vive stabilmente nei territori. L’introduzione di tetti rigidi produrrebbe spostamenti forzati, rottura del legame scuola-quartiere, segregazione di fatto. Anche perché non esistono evidenze che colleghino la composizione etnica delle classi a una riduzione della violenza.

Le soluzioni ignorate

Nel frattempo, le risposte che funzionano restano fuori dal perimetro del decreto. Programmi strutturali di mediazione dei conflitti, presenza stabile di psicologi scolastici e mediatori culturali, riduzione del numero di studenti per classe hanno prodotto, dove applicati con continuità, una diminuzione degli episodi violenti e un miglioramento del clima scolastico. Sono interventi documentati, lenti, privi di resa simbolica immediata. Proprio per questo risultano inutilizzabili nel racconto dell’emergenza. Insomma, servirebbe più scuola e meno Salvini. 

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Il Pd si spacca pure sul referendum: il Sì di Picierno & C. alla riforma logora Schlein e offre una sponda alla destra

Nel Partito democratico anche il referendum sulla giustizia sta diventando molto di più di una consultazione popolare. Sta funzionando come ennesima prova di forza interna, la solita resa dei conti che, al solito, da giorni si consuma alla luce del sole, tra post, interviste, prese di posizione pubbliche e retromarce solo apparenti. La linea della segretaria Elly Schlein è chiara: opposizione alla riforma voluta dal governo Meloni e campagna per il no. La linea di una parte consistente dei riformisti del Pd è altrettanto esplicita: sostegno al sì, rivendicato come scelta “di merito” e non di schieramento.

La credibilità del Pd e il cortocircuito pubblico

Il cortocircuito si è reso evidente quando Tomaso Montanari ha scritto pubblicamente ciò che molti elettori pensano da settimane: la credibilità del Pd sul referendum viene erosa dal fatto che esponenti di primo piano del partito facciano campagna per il sì fianco a fianco con Fratelli d’Italia. I nomi sono noti e ripetuti: Pina Picierno, Graziano Delrio, Stefano Ceccanti, insieme a una costellazione più ampia di dirigenti e parlamentari che da tempo smentiscono nei fatti la linea della segreteria.

La risposta di Picierno è arrivata subito. Un post lungo, dai toni ruvidi, in cui la vicepresidente del Parlamento europeo ha denunciato un “clima irrespirabile” nel Pd, accusando una parte del partito di voler delegittimare e mettere all’indice chi dissente. Nel testo Picierno chiede a Schlein di intervenire, di “fare chiarezza”, di difendere una comunità che – sostiene – viene colpita da una criminalizzazione del dissenso esercitata anche attraverso il “manganello digitale”. Il solito vittimismo, anche questo già visto e anche questo non dissimile ai modi della destra.

La tribuna dei giornali di destra

Ma il punto politico non sta solo nello scontro tra Montanari e Picierno. Sta in ciò che Chiara Geloni ha messo a fuoco con maggiore precisione. Il problema è che una parte del gruppo dirigente dem utilizza i giornali della destra come tribuna stabile per regolare i conti interni, adottando gli stessi argomenti degli avversari contro il proprio partito. Una dinamica che si ripete: ogni volta che il Pd prova a prendere una posizione politica, una parte dei suoi dirigenti si colloca dall’altra parte, offrendo agli avversari un assist che viene puntualmente trasformato in titoli, editoriali, prime pagine.

Non è un dettaglio marginale. In questi giorni Il Giornale e Libero hanno soffiato con metodo sulla polemica interna, raccontando il Pd come un partito in preda a “purghe” e regolamenti di conti ideologici. La destra non si limita a osservare: amplifica, orienta, legittima una narrazione che delegittima l’opposizione proprio mentre il referendum potrebbe rappresentare il primo vero terreno di scontro nazionale con il governo Meloni.

Il referendum come posta politica

Il referendum sulla giustizia non è solo una consultazione tecnica. È un potenziale colpo politico alla maggioranza, uno dei pochi strumenti in grado di rimettere in discussione l’egemonia del governo sul terreno istituzionale. Mancare l’obiettivo per divisioni interne significherebbe consegnare alla destra non solo una vittoria referendaria, ma la prova dell’inaffidabilità strutturale del principale partito d’opposizione.

Per questo il petulante dissenso dei riformisti smette di essere solo una questione di pluralismo interno: se il referendum fallisse, il conto non arriverebbe soltanto a Schlein. Arriverebbe anche a chi, dentro il Pd, sta già usando il referendum come anticamera di un congresso strisciante, combattuto senza dichiararlo e senza assumersene formalmente la responsabilità. Una partita giocata sulla pelle dei cittadini chiamati al voto, mentre il partito discute di sé stesso.

La domanda che resta sospesa riguarda la responsabilità politica di chi sceglie di esercitare il dissenso offrendo agli avversari il megafono e il vantaggio strategico. Così in un passaggio in cui l’opposizione avrebbe bisogno di compattezza, il Pd si ritrova ancora una volta a discutere se stesso. E a farlo sotto gli applausi di chi sta dall’altra parte.

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La pace a Gaza degradata a incarico privato

La chiamano pace, la presentano come governance. In realtà è un consiglio di amministrazione. Il Board of Peace per Gaza nasce senza palestinesi e con un requisito chiaro: l’ingresso passa da un contributo miliardario. La pace diventa una quota. La ricostruzione un investimento. La rappresentanza un dettaglio sacrificabile.

Nello statuto circolato nelle ultime ore, il Board assegna seggi permanenti in cambio di capitali e prevede mandati lunghi, rinnovabili, sottratti a qualsiasi voto. Alla guida, Donald Trump “a titolo personale”, con un ruolo destinato a sopravvivere al mandato presidenziale. La pace trasformata in incarico privato, sganciata da elezioni e responsabilità pubbliche. Un precedente enorme.

Attorno al tavolo siedono sviluppatori immobiliari, miliardari, manager, figure politiche che hanno coperto la guerra o l’hanno resa possibile. Al tavolo manca chi Gaza la vive, la subisce, la seppellisce. Un organismo che decide il futuro di un territorio senza chi lo abita sta amministrando una sconfitta già data per acquisita.

Mentre a Washington si impagina la “fase due”, sul terreno il linguaggio resta quello delle armi. Due palestinesi uccisi lungo la Linea gialla, attraversamenti segnalati e risposta armata. In Cisgiordania operazioni militari annunciate per giorni, incursioni notturne, minori portati via dalle case. La tregua esiste nei comunicati, sul terreno resta un confine operativo dove l’ingaggio continua.

Il Board parla di ordine, stabilità, governance. Gaza diventa un asset da rendere amministrabile dopo la distruzione. La ricostruzione promette ritorni, la pace garantisce cornici. Il diritto internazionale resta fuori dalla stanza, insieme ai palestinesi.

Quando la pace ha un prezzo d’ingresso, quando viene disegnata da chi ha sostenuto la guerra, quando si affida a cariche senza scadenza democratica, il risultato è già scritto. La violenza cambia nome e forma. Il conflitto prosegue, con un lessico più pulito e gli stessi corpi sotto.

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Armi ovunque, difesa da nessuna parte

Ricapitoliamo. L’Unione europea che vuole armarsi fino ai denti perché vuole potersi difendere dai satrapi del mondo ha come nemico principale non quello di Mosca ma quello di Washington, che vuole mangiarsi un pezzo di Europa. 

Quella di Trump non è una guerra ibrida, i suoi fiancheggiatori non vengono additati come nemici della patria. Anzi, gli amici dell’imperialista a stelle strisce sono considerati fondamentali (va letto scandendo tutte le sillabe) a Bruxelles. Benissimo. 

L’autocrate dell’America del Nord vorrebbe prendersi la Groenlandia con gli unici strumenti che sa usare per fare politica: i soldi e le armi. Poiché è un inetto nelle relazioni internazionali sta pensando di oliare la sua follia punendo chiunque sia ostile al suo desiderio. Ovvero vuole punire con dazi l’Unione europea. 

Sarebbe naturale credere che almeno ci potrebbero tornare utili tutte queste armi. I bellicisti vogliono convincerci da mesi che avere i magazzini pieni di missili ci metta al riparo da qualsivoglia matto. È il potere della deterrenza, dicono. Solo che qui il potere della deterrenza conta come il due di picche, quando la briscola è cuori. 

Allora verrebbe da pensare che ci difenderà la Nato, quella stessa Nato che impone di svuotare scuole, sanità, pensioni e welfare per avere tutti il nostro caccia bombardiere di cittadinanza. Ma il capo della Nato è il nostro potenziale conquistatore. Quindi niente. 

Non avremmo potuto scrivere un copione migliore per evidenziare la cretineria di certe scelte. Sta tutto qui, sotto i nostri occhi. 

Buon lunedì.

Foto di Chip Vincent su Unsplash

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Minuto di silenzio per Gaza, procedimento disciplinare per dieci Vigili del fuoco: il caso Pisa tra Stato e libertà di coscienza

Dieci vigili del fuoco del comando di Pisa ricevono una contestazione disciplinare per un gesto compiuto quattro mesi prima: un minuto di silenzio, in ginocchio, durante una manifestazione per Gaza. Indossavano i dispositivi di protezione individuale, quelli che identificano il pompiere quando entra nelle case che bruciano o scava nel fango delle alluvioni. Per il Ministero dell’Interno quel gesto è diventato un problema di disciplina.

Il gesto e la piazza

Il fatto risale al 22 settembre 2025, giornata di sciopero generale proclamata dall’Usb. A Pisa il corteo attraversa la città e arriva nei pressi dell’aeroporto. Migliaia di persone in strada, bandiere palestinesi, slogan contro la guerra. In quel contesto dieci vigili del fuoco, tra cui Claudio Mariotti, 38 anni di servizio, si fermano e si inginocchiano. Nessun blocco, nessuna violenza, nessuna parola d’ordine di partito. Solo silenzio.

La macchina amministrativa si muove dopo. Il Viminale contesta l’uso dell’uniforme in un contesto politico, parla di danno all’immagine del Corpo, apre un procedimento che può arrivare fino alla sospensione dal servizio. Le audizioni sono fissate per il 29 gennaio. La scala sanzionatoria è quella prevista dal regolamento disciplinare: dal rimprovero alla sospensione lunga. Il licenziamento viene evocato nel dibattito pubblico, anche se resta l’ipotesi estrema.

La lettura politica

La vicenda diventa politica con l’intervento di Nicola Fratoianni. La sua accusa è netta: «Eroi quando serve, sovversivi quando danno fastidio». Nel mirino finiscono il governo e il ministero dell’Interno. La linea è quella della neutralità assoluta: la divisa non appartiene a chi la indossa, ma allo Stato. Usarla per esprimere una posizione, anche umanitaria, viene considerato uno strappo alla catena di comando.

Qui si apre il nodo giuridico. I vigili del fuoco sono un corpo civile, regolato da un ordinamento speciale ma distinto dalle forze di polizia. Il regolamento di servizio impone correttezza e tutela dell’immagine dell’amministrazione, ma non vieta in modo esplicito la manifestazione del pensiero fuori dal servizio. La distinzione fra uniforme ordinaria e DPI operativi diventa centrale nella difesa: quei dispositivi sono strumenti di lavoro, non simboli di rappresentanza politica. L’amministrazione, al contrario, tende a equipararli all’uniforme ogni volta che rendono l’operatore immediatamente riconoscibile come Stato.

Disciplina, dissenso e “militarizzazione”

Attorno a Pisa c’è però un contesto più ampio. Da anni i sindacati di base denunciano una progressiva assimilazione del Corpo al comparto sicurezza, con un rafforzamento della disciplina e una compressione degli spazi di dissenso. Il procedimento disciplinare viene letto come un segnale: punire oggi un gesto simbolico per fissare domani un confine più stretto tra obbedienza e coscienza.

C’è anche un cortocircuito istituzionale che pesa. I vigili del fuoco sono partner storici di iniziative umanitarie, ambasciatori di campagne per la tutela dell’infanzia. Richiamare Gaza, spiegano gli interessati, significa dare coerenza a quei valori. Per l’amministrazione, invece, l’umanitario smette di essere neutro quando entra in una piazza che critica la politica estera del governo.

Il precedente che pesa

Il confronto con altri casi rende la frattura più evidente. In passato l’uso politico dei simboli delle forze dello Stato da parte della classe dirigente ha prodotto polemiche senza conseguenze reali. Qui, invece, il rigore disciplinare cala su lavoratori che non hanno parlato, non hanno scritto, non hanno comandato. Si sono inginocchiati.

Il 29 gennaio le audizioni diranno se il Viminale sceglierà la linea dura o una sanzione simbolica. In entrambi i casi, la vicenda ha già superato Pisa. Ha messo a nudo una domanda che il governo evita: fino a dove può arrivare la neutralità dello Stato quando chi lo serve rivendica una coscienza. Punire quei dieci significa difendere un’idea di istituzione che chiede silenzio. Difenderli significa accettare che anche sotto un casco, a volte, resti un cittadino.

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Immoral suasion

C’è riuscita in un lampo, María Corina Machado. Nella storia ormai affollata del Premio Nobel per la Pace, è difficile trovare qualcuno che lo abbia reso così rapidamente grottesco. Bastano poche ore, una stretta di mano, una foto nello Studio Ovale e la medaglia finisce nelle mani di Donald Trump, come un souvenir di lusso, come una mancia geopolitica, come un pegno consegnato a chi della pace ha sempre parlato solo quando serviva a sé stesso.  Il punto non è solo il gesto, che già basterebbe. Il Nobel non si subaffitta, non si regala come una bottiglia di vino riciclata a fine cena, non è un gettone da spendere per ottenere attenzione o benevolenza. È un titolo personale, assegnato per ragioni precise, con una responsabilità simbolica enorme.

Quando lo trasformi in un omaggio politico, non stai allargando il suo significato: lo stai svuotando. E lo stai facendo davanti al mondo. Poi c’è la farsa istituzionale. Il Comitato Nobel si rifugia nel regolamento, nella liturgia delle procedure, nella formula rassicurante del “non si può revocare”. Bene. Ma esiste un punto in cui l’ostinazione a difendere la forma diventa rinuncia alla sostanza. Se un premio viene usato come strumento di propaganda personale, se viene consegnato al personaggio che meglio incarna il disprezzo per il diritto internazionale e per i processi multilaterali, la questione non è giuridica. È morale. E il silenzio, in questi casi, è una scelta.

La parte più misera della storia, però, resta qui da noi. I liberali italiani da salotto e da social, quelli che qualche mese fa esultavano per il Nobel a Machado come se fosse una finale dei Mondiali. Quelli che, davanti a ogni dubbio, rispondevano con l’insulto automatico: “amico di Maduro”. Gente che dispensava patenti di democrazia con la sicurezza di chi confonde Wikipedia con l’analisi politica. Oggi tacciono. Oggi scoprono che la realtà è più complessa dei loro slogan. Machado ha fatto la sua scelta. Trump ha incassato. Il Nobel per la Pace è rimasto a guardare, immobile, come un trofeo esposto nella vetrina sbagliata. Resta da capire se a Oslo qualcuno provi ancora un minimo di vergogna. O se preferiscano restare lì, a custodire il regolamento, mentre il premio più famoso del mondo viene usato come una moneta fuori corso.

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Riflettori puntati sull’Iran. E si spegne la cronaca su Gaza

Da Washington arriva l’appello che piace ai titoli: «continuate a protestare», «prendete le istituzioni», «l’aiuto è in arrivo». Lo firma Donald Trump, rivolto all’Iran, con il linguaggio dell’insurrezione legittima e il vocabolario dei diritti. È una voce che promette protezione morale prima ancora che politica.

Nelle stesse ore, a Gaza, la cronaca resta muta. I medici parlano di bambini feriti, di famiglie colpite dai raid, di corpi estratti dalle case bombardate a Nuseirat e in altre aree della Striscia. Le cifre scorrono come un bollettino che nessuno rilancia con enfasi: undici morti in una mattina, altri feriti, altre stanze svuotate. Qui nessuno invita a occupare le istituzioni. Qui si conta.

La selezione non è casuale. Mentre la protesta iraniana viene incorniciata come dovere civile, Gaza resta un teatro senza diritto di parola. La gerarchia è chiara: alcune vite meritano un appello, altre solo una didascalia. Alcune violenze attivano sanzioni e indignazione, altre si depositano come rumore di fondo.

C’è poi il dettaglio che spiega il meccanismo. A Gerusalemme Est un centro sanitario dell’UNRWA viene forzato, poi chiuso per trenta giorni. È un atto amministrativo che pesa più di molte dichiarazioni: ridurre la presenza internazionale significa restringere lo spazio del racconto. Senza testimoni, la contabilità del sangue diventa più facile da ignorare.

Così il doppio standard smette di essere un’accusa astratta e diventa prassi. Incitare alla rivolta da un lato, comprimere l’umanitario dall’altro. Chiamare “protesta” ciò che conviene, chiamare “danno collaterale” ciò che disturba. Il diario registra questa asimmetria perché è qui che si decide chi ha diritto a essere visto. E chi resta, ancora una volta, fuori campo.

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Monitoraggio degli studenti palestinesi, sindacati contro la circolare. L’iniziativa del ministero è un caso politico

La richiesta parte come una nota tecnica, arriva alle scuole come un adempimento urgente, esplode come caso politico nazionale. Tra novembre 2025 e gennaio 2026 il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha avviato una rilevazione specifica sugli studenti di nazionalità palestinese iscritti nelle scuole statali e paritarie. Prima in Lombardia, poi nel Lazio, infine a macchia d’olio. Moduli da compilare, scadenze ravvicinate, numeri da restituire. L’amministrazione parla di dati aggregati e anonimizzati, utili a predisporre interventi di supporto. La scuola legge altro: una classificazione identitaria senza garanzie, senza fondi, senza cornice normativa.

La catena amministrativa è significativa. Nessun decreto, nessuna circolare nazionale pubblica, solo note degli Uffici scolastici regionali su impulso della Direzione Affari internazionali del Ministero. In Lombardia già a fine novembre 2025, nel Lazio l’8 gennaio 2026 con scadenza fissata al 14. I form chiedono il numero di studenti palestinesi distinti tra statali e paritarie e aprono a una sezione facoltativa di “ulteriori informazioni” sui percorsi di inserimento. È qui che la rilevazione smette di essere neutra: quando la statistica si affida a campi aperti e tempi stretti, l’anonimato diventa fragile e la responsabilità ricade sulle singole scuole.

Il paragone che non regge

La difesa ministeriale, ribadita dal ministro Giuseppe Valditara, insiste sul precedente ucraino del 2022. Stessa logica, stessa finalità, stesso metodo. Ma l’accoglienza degli studenti ucraini era incardinata in un quadro europeo di protezione temporanea, sostenuta da decreti legge, ordinanze di Protezione civile e soprattutto da fondi dedicati. Le scuole furono censite per essere finanziate: risorse per mediazione linguistica, supporto psicologico, materiali didattici. La rilevazione attuale sui palestinesi nasce invece senza uno status collettivo riconosciuto, senza una norma primaria e senza uno stanziamento esplicito. I numeri arrivano, i soldi no. Il risultato è un monitoraggio a costo zero che chiede alle scuole di arrangiarsi con risorse ordinarie già esigue.

C’è poi la differenza tecnologica. Nel 2022 il Ministero utilizzò il sistema informativo centrale, il SIDI, garantendo sicurezza e tracciabilità. Nel 2025-26 compaiono form esterni gestiti a livello territoriale. Una scelta che solleva interrogativi sulla governance dei dati e rafforza l’idea di un’iniziativa improvvisata più che strutturata.

Diritti, selettività, stigmatizzazione

La criticità più profonda è giuridica e politica insieme. I dati sulla cittadinanza degli studenti sono già presenti nei database ministeriali. Chiederli di nuovo contraddice il principio di minimizzazione e aggrava inutilmente il procedimento amministrativo. Soprattutto, isolare una sola nazionalità pone un problema di uguaglianza sostanziale. Perché contare i palestinesi e non altri studenti provenienti da zone di guerra La selettività trasforma il dato statistico in un segnale politico, tanto più in un contesto segnato dal dibattito sul riconoscimento dello Stato di Palestina e dalle tensioni sulla libertà di espressione nelle scuole.

I sindacati lo hanno detto con parole diverse ma convergenti. Usb Scuola parla apertamente di “schedatura” e chiede il ritiro della nota. FLC CGIL contesta l’assenza di una base normativa e diffida il Ministero da usi impropri dei dati. CISL e UIL adottano toni più cauti ma esprimono perplessità. Nel frattempo studenti e associazioni denunciano una deriva securitaria dell’istruzione.

Il contrasto che imbarazza

Mentre la scuola dell’obbligo viene chiamata a contare, l’università accoglie. Il progetto IUPALS, promosso dalla Conferenza dei Rettori con il Ministero degli Esteri, finanzia borse di studio, vitto, alloggio e counseling per studenti palestinesi. È un modello opposto.

In un tempo in cui a Gaza le scuole vengono distrutte e il diritto allo studio cancellato dalle bombe, la scelta di “contare” senza proteggere assume un peso simbolico enorme. La scuola pubblica italiana, luogo costituzionale di inclusione, rischia di diventare un dispositivo di differenziazione. Senza una riformulazione radicale, con garanzie scritte, fondi dedicati e criteri universali, questa rilevazione resterà come un atto amministrativo che ha smesso di essere neutro nel momento stesso in cui ha deciso chi valeva la pena misurare.

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I custodi senza pudore: quando anche i garanti imparano l’arte dell’impunità

Se fanno così pure i garanti, allora il problema ha superato la soglia dell’ipocrisia istituzionale. Perché qui non si parla di un ministero politico, di un sottosegretario distratto o di un portaborse troppo zelante. Qui siamo nel cuore di un’autorità indipendente, nata per vigilare sugli abusi di potere e sulla correttezza dell’uso dei dati. E invece, secondo le carte dell’inchiesta della Procura di Roma, il Garante della Privacy avrebbe trasformato la propria autonomia in una zona franca.

Auto blu usate per spostamenti privati e politici, rimborsi per spese estranee al mandato, carte di credito personali alimentate con denaro pubblico, voli e benefit accumulati mentre i procedimenti scivolano verso sanzioni simboliche. Tutti i membri del collegio indagati, nessuna eccezione. Un sistema, non una svista. E quando emergono i conflitti di interesse, la fotografia si fa più nitida: tessere executive da migliaia di euro offerte da una compagnia aerea sottoposta alla vigilanza del Garante, studi legali incrociati, procedimenti istruiti e chiusi con estrema leggerezza.

Il punto politico è tutto qui. Se persino chi dovrebbe garantire indipendenza, rigore e distanza dal potere si muove con questa disinvoltura, allora il racconto sulla “tecnicalità” delle autorità indipendenti crolla. Non per un’inchiesta giornalistica, ma per i fatti contestati: viaggi, alberghi di lusso, spese personali, incontri istituzionali che sconfinano nel rapporto diretto con i vertici di partito. E sullo sfondo una riforma simbolica: l’abuso d’ufficio cancellato, proprio mentre gli inquirenti lo individuano come possibile reato.

C’è una costante che ritorna. La cultura dell’impunità precede sempre le leggi che la normalizzano. Prima si allargano le maglie, poi si cambia il codice. In mezzo restano le autorità che avrebbero dovuto vigilare e che invece finiscono per assomigliare troppo a ciò che avrebbero dovuto controllare.

Buon venerdì. 

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