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Migranti, Camilli: “Nei programmi elettorali manca una strategia”

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Eleonora Camilli, giornalista della redazione romana di Redattore Sociale, la prima agenzia di stampa specializzata sui temi del welfare, della marginalità e dell’esclusione. Si occupa in particolare di diritti, migrazioni e diaspore contemporanee. Le sue analisi e i suoi reportage sono stati pubblicati su diverse testate nazionali.

Donne e bambini morti di stenti. Ai bordi del’Europa avviene l’ennesima tragedia e nemmeno la campagna elettorale spinge i partiti a discutere sulla disumanità europea. L’agenda Pozzallo non interessa a nessuno?
“Le rispondo con le parole di un operatore umanitario che ho incontrato a Lampedusa a fine agosto: il problema in Italia sembrano essere le persone che arrivano vive. Non ci interessa cosa succede prima del viaggio né durante. Le due tragedie che hanno coinvolto minori, la storia di Loujin e dei bambini morti di stenti su un’imbarcazione poi approdata a Pozzallo, avrebbero dovuto aprire un dibattito su come ovviare a tutto questo. O almeno avviare una riflessione come avvenne nel 2015 dopo la morte del piccolo Alan Kurdi sulla spiaggia di Bodrum, invece non ci indignano. Per cui credo di poter dire che no, “l’agenda Pozzallo”, l’agenda del rispetto del diritto alla vita, non interessa”.

Come giudica il dibattito elettorale sull’immigrazione?
“Il tema migratorio, da sempre, è usato per polarizzare il dibattito e spostare l’attenzione dai problemi reali che non si è in grado di risolvere. Per cui anche questa volta si sta cercando di evocare il rischio invasione, la possibile sostituzione etnica, per cercare voti facili. Rispetto al passato però tutti i partiti, compresi quelli di destra stanno utilizzando meno la tematica. In generale mi sembra che manchi una visione complessiva del fenomeno anche in relazione alla situazione demografica italiana. I migranti sono sempre e solo oggetto della narrazione politica e quasi mai intesi come soggetti portatori di diritti. Non c’è traccia nei programmi elettorali di una reale e completa strategia per realizzare vie regolari e sicure”.

La Meloni continua a sventolare la bufala del blocco navale, sebbene sia stata smentita anche da suoi compagni di partito…
“Il blocco navale è solo uno slogan elettorale. La misura, codificata da diversi trattati, implicherebbe un atto ostile di guerra. è dunque impraticabile, lo sa anche Meloni che nel corso della campagna elettorale ha cambiato diverse volte versione per spiegare la sua idea. Oggi parla di una missione europea in accordo con le autorità libiche per fermare le partenze. Un accordo molto simile a quello realizzato tra Ue e Turchia e che ha generato, tra le altre, anche la tragedia che stiamo raccontando in questi giorni con le testimonianze delle persone giunte a Pozzallo”.
Lei ha capito quale siano le ricette del centrodestra sull’immigrazione? Se sì, sono fattibili?
“Un accordo con la Libia è già in atto, è il Memorandum voluto dall’allora ministro del Pd, Marco Minniti, e credo che FdI intenda rafforzare quello. Per quanto riguarda la Lega si continuano a evocare i decreti sicurezza dell’ex ministro Salvini, senza ricordare però che quei decreti sono stati già parzialmente smontati dai tribunali italiani, che ne hanno giudicato alcune parti incostituzionali o incompatibili con i trattati internazionali”.

Come reputa il programma del Pd sull’immigrazione?
“Il Pd rivendica lo ius scholae, cioè la riforma della cittadinanza basata sul percorso scolastico dei ragazzi nati o cresciuti in Italia. Su questo ha finalmente una posizione netta in campagna elettorale. Parla di voler implementare l’accoglienza di secondo livello, quella basata sul sistema Sai (ex Sprar) e di programmi di integrazione. Non dice invece di voler abolire gli accordi con la Libia firmati nel 2017 dal governo Gentiloni. Questo pone una questione in termini di diritti umani, non si può far finta di non sapere cosa accade ai migranti in Libia. E sicuramente questo penalizza il Pd di fronte al suo elettorale più di sinistra”.

Del M5S?
“Il M5S dedica pochissimo spazio al tema migratorio, dice di voler abolire il Regolamento di Dublino. Ma non c’è molto altro”.

Di Unione Popolare?
“Unione popolare fa una riflessione lunga. è tra i pochi, insieme a +Europa e Sinistra Alternativa Verde a dire che è necessario abolire il Memorandum Italia-Libia, parla di cpr, di libertà di movimento e affronta il tema in maniera più complessa”.

Del cosiddetto terzo polo?
“Nel programma di Renzi e Calenda c’è un punto interessante che riguarda l’istituzione di un ministero delle Migrazioni, anche il Pd parla di un’Agenzia di coordinamento delle politiche migratorie. Mi sembrano entrambe proposte interessanti perché l’immigrazione non è un tema solo di sicurezza e ordine pubblico, ma tiene insieme diverse questioni: lavoro, famiglia, welfare, quindi non può essere gestito solo dal ministero dell’Interno. Per il resto in diversi tweet Carlo Calenda ha esplicitato la sua posizione che è molto vicina al programma del centrodestra, con un accento sulla strategia dell’esternalizzazione delle frontiere”.

Sono iniziate le scuole e lei ha fatto notare “sono tornati a scuola oltre 800mila alunni stranieri. Il 65% è nato in Italia. Sono italiani di fatto ma non di diritto, italiani senza cittadinanza”. Quante responsabilità hanno Pd e M5S per lo ius scholae che manca
“La mancata riforma della cittadinanza è una macchia di sicuro per il centrosinistra. Nel 2015 la proposta di legge che introduceva sia lo ius soli temperato che lo ius culturae è passata alla Camera, per poi rimanere due anni nei cassetti del Senato e non essere mai più discussa. Renzi e Gentiloni si sono rimpallati la responsabilità per la mancata approvazione. Durante il governo Draghi la nuova versione, ancor più edulcorata, della riforma, a firma di un deputato del M5S, Giuseppe Brescia, non è riuscita a fare grandi passi in avanti anche per l’eccezionalità di quel governo. E credo che nei prossimi anni sarà difficile tornarci. Così questi bambini e ragazzi nati o cresciuti qui continueranno a essere considerati stranieri in patria”.

Che Italia si aspetta dopo queste elezioni sull’immigrazione?
“Se ci sarà, come si prospetta, una vittoria del centro destra probabilmente rivivremo un film già visto, con una retorica securitaria che calcherà molto sui porti chiusi e il blocco delle frontiere. Ma il recente passato ci ha anche dimostrato che esiste un quadro giuridico internazionale che tutela i diritti umani. Quindi qualsiasi politica deve fare i conti col diritto, qualsiasi sia la sua posizione”.

Leggi anche: Blocco navale e rimpatri. Dalle destre il solito imbroglio. È caccia aperta al voto facile sulla pelle dei migranti

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L’unico tetto di cristallo che sfondano è quello delle prebende

L’Italia è nel mezzo di una tempesta economica, immersa in una crisi energetica e con lo spettro di una recessione. Proprio qui dentro un decreto che si chiama “Aiuti bis” spunta il via libera per stipendi sopra ai 240mila annui per una serie di figure apicali della pubblica amministrazione. Non hanno avuto nemmeno la decenza di pensare a un ulteriore tetto. Nulla. Si fa solamente riferimento al «limite massimo delle disponibilità del fondo» per le esigenze indifferibili istituito presso il Mef, che ha una dotazione annua di 25 milioni.

Da Palazzo Chigi “filtra disappunto” – perché parlarne chiaramente mettendoci la faccia forse avrebbe sgualcito la capigliatura – scaricando la colpa sui partiti: «Dinamica squisitamente parlamentare», dicono. Il governo che scarica le responsabilità sul Parlamento è un’altra caratteristica dello sfaldamento di fine legislatura.

Dice il Pd che si tratta di un emendamento «di Forza Italia riformulato dal Mef, come tutti gli emendamenti votati oggi con parere favorevole». Matteo Renzi spiega giustamente: «Quello è un tetto che avevo messo io, oggi il governo ha fatto questa riformulazione e non avevamo alternativa che votarlo per evitare che saltasse tutto e saltassero 17 miliardi di aiuti alle famiglie». L’Ansa però scrive che l’emendamento è stato votato in commissione, prima dell’approdo in Aula, da Pd, Fi e Italia viva. Astenuti Fratelli d’Italia, Lega e Movimento 5 stelle. Subito dopo fonti Pd fanno sapere nelle commissioni riunite al Senato (Bilancio e Finanze) l’emendamento «è stato votato da tutti». In Aula invece si sono registrate poi le astensioni di Fdi, Lega e M5s.

Le giurista ed editorialista Vitalba Azzollini giustamente fa notare che «Mattarella potrebbe non firmare la legge di conversione del decreto-legge contenente l’emendamento relativo al tetto agli stipendi dei manager pubblici, in quanto contenente norma disomogenea rispetto alla materia del decreto (sentenza Corte Costituzionale n. 3/2015)».

Così, a pochi giorni dal voto, possiamo gustarci tutti i sermoni sulla “disaffezione dalla politica” fingendo di non sapere perché accada.

Buon mercoledì.

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Sul Pnrr Bonomi è da… Recovery. Riparte il Bestiario elettorale

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Confindustria tenta di farsi santa davanti al Papa, Calenda fa i dibattiti in Dad e Renzi non vede la trave nel suo occhio e poi c’è il solito Salvini. Torna il bestiario elettorale.

VIALE DELL’ASTRONOMIA
Assemblea fuori dagli schemi per gli imprenditori di Confindustria. Tutti in udienza dal Papa, si parla di 5 mila iscritti insieme con le loro famiglie in sala Nervi. Carlo Bonomi dal Papa assicura “l’impegno di Confindustria per un lavoro degno”, non hanno ancora capito che il problema è il loro concetto di dignità. Poi Bonomi dice che bisogna mettere mano al Pnrr (per aiutare gli imprenditori, ovvio). Notevoli le reazioni: fino a ieri chi diceva che si doveva mettere mano al Pnrr in vista della crisi energetica veniva bruciato al rogo degli editoriali di certi giornalisti. Ora va bene. Che pena, davvero.

OCCHIO, TORNA IL “CAMPO LARGO”
Il ministro Orlando propone di ricostruire “il campo largo” con il Movimento 5 Stelle dopo il voto. Non male l’idea di fare una bella alleanza tra sconfitti dopo essere stati sconfitti per essersi divisi prima delle elezioni. Possiamo solo immaginare la felicità degli elettori. Conte risponde che “il ministro Orlando fa i conti senza l’oste”, perché “con dei vertici del Pd che hanno compiuto un errore politico così grave, è difficile” dialogare. La destra intanto gode.

CALENDA IN DAD
L’ha fatto davvero. In occasione del faccia a faccia tra Giorgia Meloni e Enrico Letta il leader del cosiddetto terzo polo (che al massimo può ambire a essere il quarto) si è imbucato preparando anche una bella locandina in cui spunta tra i due. “Appuntamento questa sera alle 19”, scrive il leader di Azione, tentando di dare dignità a un dibattito millantato in cui lui partecipa da casa. Con Calenda che dalla sua cameretta commenta un dibattito degli altri. Alla faccia del “polo della serietà”.

SILVIO SU PEPPA PIG
“Trovo triste e preoccupante che si usi un cartone animato dedicato ai più piccoli per veicolare messaggi”, ha detto Silvio Berlusconi in un’intervista radio a Rtl102.5. “Difenderemo sempre il modello della famiglia naturale, composta da un uomo e una donna che crescono dei figli. Il Pd, invece, ha addirittura tentato con il ddl Zan di vietare delle opinioni”, ha aggiunto.

Il leader di Forza Italia ha ripreso il caso politico della scorsa settimana sollevato da Mollicone, candidato con FdI alla Camera, che ha chiesto alla Rai di censurare un episodio del celebre cartone animato perché gli autori hanno introdotto un personaggio con due mamme. Del resto pensate a tutti i messaggi educativi che Berlusconi ha veicolato in questi anni. Dai, su.

AUTONOMIA RITRITA
Salvini promette: con l’autonomia “si rende l’Italia un paese più moderno ed efficiente, non è una battaglia della Lega ma deve essere una questione di civiltà che il primo consiglio dei ministri approva”, ha detto il segretario della Lega dopo un incontro con i vertici della Cisl. Scommettiamo che è una cazzata, come in tutti questi ultimi decenni?

HEY MATTEO!
Matteo Renzi dice: “La battaglia sul reddito di cittadinanza è la cosa più assurda che abbiamo mai visto e il bello è che Salvini viene a dire ‘io cambierò il reddito’. Hey Salvini, ma tu l’hai votato il reddito di cittadinanza”. Hey Renzi, l’hai votato anche tu: per esempio la legge di Bilancio per il 2021, approvata dal secondo governo Conte a fine dicembre 2020, ha aumentato i finanziamenti alla misura. Italia viva, guidata da Renzi, faceva parte di quel governo. Sveglia!

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Basta inciuci con la Destra. Ma con il Pd c’è poco da stare sereni

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“Non ci saranno le larghe intese, niente inciuci”. Il segretario del Pd Enrico Letta prova a scaldare il cuore dell’elettorato promettendo che non ci sarà nessun governo “con la destra” che definisce “neofossile”.

La strategia del leader del Pd Letta è di segnare una netta distanza tra il proprio partito e la destra italiana

La strategia del leader del Pd è di segnare una netta distanza tra il proprio partito e la destra italiana (Salvini, Berlusconi e Meloni) fingendo di non governarci insieme anche nell’odierno governo provvisorio. È la solita promessa, a cui faticano a credere persino gli elettori più affezionati del Pd. I democratici evidentemente confidano nella memoria labile degli italiani. Allora vale la pena dare una spolverata.

L’ultima volta che il Partito democratico (e i suoi prodromi) hanno rifiutato “gli inciuci” (come li definisce Letta oggi, quando fino a ieri li chiamava “governi di responsabilità”) era il lontano 28 giugno del 1992. Al governo si insediava Giuliano Amato per dare atto alla più larga manovra del dopoguerra (93mila di miliardi di lire) con il prelievo forzoso retroattivo del 6 per mille dai conti correnti degli italiani.

Il Pds decise di stare all’opposizione con i suoi 107 deputati e 64 senatori, insieme alla Lega Nord di Bossi, Rifondazione Comunista, Msi, Pri, Verdi, La Rete, la Lista Pannella. Da lì in poi – sono passati 30 anni – non si è persa un’occasione di partecipare ai governi larghi, destra inclusa, entrando in ogni governo a ogni occasione. Nel 1993 il governo Ciampi vede il Pds partecipare al cinquantesimo governo della Repubblica italiana.

Fu quello della fine della Prima repubblica, conclusosi dopo 1 anno e 12 giorni con il sottofondo delle monetine lanciate a Bettino Craxi. Crolla tutto, arriva Silvio Berlusconi che stravince fino a che non arriva il primo “governo tecnico” della storia: Lamberto Dini tiene insieme i Pds, Lega Nord, il Partito Popolare Italiano e i Democratici. Ai tempi si inventò il famoso “appoggio esterno”, operazione di maquillage linguistico per non dire “ci siamo ma ce ne vergogniamo”.

Ci furono poi il governo Prodi e i due governi D’Alema finché non arriviamo al fatidico secondo governo Amato. Da lì due governi Berlusconi, c’è il secondo Governo guidato da Romano Prodi, il quarto governo Berlusconi e si arriva al secondo “governo tecnico” della storia repubblicana: il governo Monti.

Siamo nel periodo della “responsabilità” e così il Pd accetta di entrare in maggioranza con il Pdl di Berlusconi, con Futuro e Libertà di Fini, Udc, Popolo e Territorio (di centrodestra), Api di Rutelli, Pli e altri. Scopo del governo era “evitare il tracollo economico dell’Italia”, dissero i democratici provando a spiegare ai propri elettori come fosse accaduto che il “grande nemico” Berlusconi e il destrorso Fini ora fossero allegri compagni di viaggio.

Rimase in carica dal 16 novembre 2011 al 27 aprile 2013. Arriviamo quindi ai giorni nostri. Il centrosinistra governa con Letta, poi con Matteo Renzi (che aveva pugnalato Letta) che fu costretto alle dimissioni per il suo tracollo al referendum costituzionale (promise anche di abbandonare la politica, ma vabbè) e poi il governo Gentiloni. Ultima legislatura.

Del primo governo Conte con Movimento 5 Stelle e Lega sappiamo tutto, come sappiamo tutto del ribaltone con il governo giallorosso che vide Conte guidare un governo con il Pd. Fino al governo dei “migliori”, in cui il Pd non ebbe nessuna esitazione nel governare con Salvini e con Berlusconi, tanto c’è sempre la vecchia storia dell’Italia da salvare.

Il Pd (e quello che era) ha sempre dimostrato un amore smisurato per il potere. Se Letta ci annuncia che ha cambiato natura ne prendiamo atto. Altrimenti è sempre il solito vecchio trucco.

Leggi anche: Elezioni, per Orlando un governo di larghe intese è ancora possibile. Il ministro sogna un esecutivo con dentro Pd, Calenda, Renzi e M5S. Secca la risposta di Conte

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Omissione di soccorso: l’agenda Pozzallo

Se qualcuno si poteva aspettare che il confronto di ieri tra Enrico Letta e Giorgia Meloni avrebbe scaldato i cuori o spostato voti probabilmente stamattina sarà deluso. Però ieri abbiamo assistito alla differenza tra la destra e il centrosinistra con il solito nodo in gola, in un confronto tutt’altro che vivace e sorprendente.

Da una parte c’è Meloni nell’incredibile parte di colei che assicura il posizionamento euro-atlantico dell’Italia con Fratelli d’Italia al governo. Giorgia Meloni sa bene che razza di Paese siamo: mentre noi discutiamo ogni ora del giorno di campagna elettorale gran parte degli elettori basano la proprio preferenza sulla sensazione sedimentata nella narrazione generale degli ultimi anni, senza nessuna preoccupazione e nessun sapere di quali siano gli sviluppi particolari. Giorgia Meloni può addirittura fingersi europeista dall’alto della sua posizione consolidata. Letta su questo non la pungola e agevola la legittimazione della recita. Peccato.

Ci sarebbe da capire come sia venuto in mente al segretario del Partito democratico di dire «con Fratoianni e Bonelli abbiamo fatto un accordo per la Costituzione, non faremo un governo». Se il “campo largo” è solo una somma elettorale senza nessun disegno politico non si capisce allora perché lasciare fuori gli altri (M5s, ad esempio). Non è una grade idea rivendere come Comitato di liberazione nazionale un’alleanza elettorale caratterizzata dalle esclusioni.

Giorgia Meloni è Giorgia Meloni, un’insignificante retorica zeppa di niente che mischia cristianesimo, patriottismo, laicità dello Stato lasciando il dubbio che non conosca nemmeno i concetti di cui straparla. È Giorgia Meloni che chiede “più carceri” senza sapere che il pienone nelle celle dipende dall’orrenda legge Bossi-Fini e da questo Stato che certifica come devianza la fragilità e la disperazione. Uno Stato che non vuole usare le misure alternative trovando molto più comodo utilizzare il carcere come sacchetto dell’umido. E sarà peggio.

Significativo (e prevedibile) il passaggio in cui Giorgia Meloni si incarta sull’amore che vorrebbe normare. Meloni: «I bambini hanno bisogno di un padre e una madre». Letta: «No, i bambini hanno bisogno di amore». Meloni: «Lo Stato non norma l’amore». Letta: «Appunto: tu lo stai normando. Stai decidendo quale è amore e quale non è». L’ipocrisia della destra è tutta qui.

Ma il dibattito di ieri certifica ancora una volta che questo tiepido centrosinistra non ha le spalle abbastanza larghe per distinguersi sull’umanità, la pietà e l’amore, appunto. Mentre Meloni dimostra di conoscere ben poco il decreto flussi e le rotte dell’immigrazione, l’Europa si macchia dell’ennesimo reato di omissione di soccorso uccidendo deliberatamente quattro bambini e tre donne lasciati morire di stenti e di sete. Persone che si sfibrano in mezzo al mare mentre Grecia, Malta e Italia (ma anche Cipro e Turchia) lasciano squillare gli allarmi e tappano la bocca alle richieste di aiuto. Ieri era l’occasione per mettere al centro l’Agenda Pozzallo: tendere la mano a chi chiede aiuto. L’immigrazione è il filo su cui cade la destra feroce, il sedicente terzo polo (che nella migliore delle ipotesi sarà il quarto) che ne sa poco e male e su cui ha molto da farsi perdonare il M5s. E invece niente, occasione mancata.

Continua a sentirsi l’insopportabile olezzo dell’agenda Minniti.

(Non vale nemmeno la pena spendere una parola su quell’altro candidato e la sua scenetta del dibattito da imbucato in Dad. La politica è una cosa troppo seria per commentare cose così. Quando le modalità saranno almeno da adulti ascolteremo e commenteremo con piacere)

Buon martedì.

Nella foto: frame del video del confronto tra Enrico Letta e Giorgia Meloni al Corriere Tv, 12 settembre 2022

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Adinolfi divorzia da se stesso. Di Maio che lodava Putin e Letta smemorato

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Buon lunedì. Inizia la settimana e non si ferma mai il nostro quotidiano bestiario elettorale.

VENGO ANCH’IO, NO TU NO!

Visto che nessuno lo invita il leader del cosiddetto terzo polo (che poi nella migliore delle ipotesi sarebbe il quarto) Carlo Calenda ha deciso di imbucarsi nel dibattito tra il segretario del PD Enrico Letta e la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni a Porta a Porta annunciando: «risponderò anche io sui nostri social». Tra poco lo vedremo fare il disturbatore con il megafono in mano durante i collegamenti televisivi. Che finaccia.

A PROPOSITO DI AMICI DI PUTIN NEL M5S

«Il M5s non ha nulla a che fare con gli amici di Putin e se qualcuno si è permesso di scrivere che potevamo avere qualche suggestione di questo tipo, lo ha fatto calunniandoci», dice a Mezz’ora in più il leader del M5s Giuseppe Conte. Non è del tutto vero. Nel Movimento 5 Stelle, tra gli scioccati portati in Parlamento nella scorsa legislatura, c’è Vito Petrocelli, cacciato proprio da Conte dalla presidenza della Commissione Esteri del Senato per le sue posizioni vicine al Cremlino e la senatrice Bianca Laura Granato, che ha dichiarato dopo lo scoppio della guerra in Ucraina diceva che «Putin sta combattendo una battaglia per tutti noi». Ma sopratutto…

QUANDO DI MAIO (E I SUOI) LECCAVANO PUTIN

A proposito di ex grillini che accarezzavano Putin. Luigi Di Maio in una foto del 4 luglio del 2019 sorride da ministro stringendo la mano a Putin dicendo: «con il presidente Putin a Villa Madama. Perché l’Italia è un Paese sovrano, che dialoga con tutti salvaguardando, innanzitutto, i propri interessi commerciali».

E ancora, a giugno del 2015, alla Camera dei Deputati il suo braccio destro Manlio Di Stefano (che ha seguito Di Maio nel suo partito Impegno Civico) parlava così delle rivolte europeiste del 2014 a Kiev: «Un colpo di stato finanziato da Europa e Usa». Oggi risultano particolarmente sinistre le sue parole su un governo ucraino capeggiato da «convinti neonazisti». Che Di Maio dia patenti di putinismo agli altri fa ridere parecchio, eh.

ADINOLFI DIVORZIA DA SE STESSO

Scrive Mario Adinolfi: «Leggo e rileggo il Totti di Cazzullo e mi pare una storia di una povertà unica: t’ho tradito prima io, no prima tu, ti frego i Rolex, ti nascondo le borse, t’ho pagato il viaggio in Tanzania. Sullo sfondo il dolore dei figli. Sempre più convinto che il divorzio apra allo schifo».

Mi capita di fargli notare su Twitter che è divorziato, con tanto di nuovo matrimonio a Las Vegas. Adinolfi mi risponde spiegando che si è «sposato con superficialità» perché gli hanno fatto credere che «il matrimonio non è per la vita». Capito? Adinolfi ha divorziato per colpa di Pannella, insomma.

SEGNATEVI LE PAROLE DI LETTA

«Con la destra non governeremo, l’esperienza del governo di larghe intese è stata unica, eccezionale e irripetibile, l’idea che si possa ripetere ciò che è successo in questa legislatura è assurda», dice Letta. Ed è esattamente quello che il PD dice da 10 anni, promettendolo e poi tradendo la promessa. Mai una parola su questo, mai. Segnatevelo.

LA PENSIONE D’ORO DI MELONI

Giorgia Meloni: «Ho fatto una battaglia contro le pensioni d’oro. Con me al governo vi faccio divertire». Sembra più una minaccia, detta da chi vive di politica da sempre. Bisogna essere credibili ogni tanto, oltre che credenti.

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Di cosa parliamo quando parliamo di questa destra

In primis smettiamo di chiamarlo centrodestra. Non lo fa nessun giornalista della stampa internazionale: la coalizione che si prepara a vincere le elezioni è destra pura, una destra con Salvini che invoca le ruspe contro i disperati e con Giorgia Meloni che urlaccia ai comizi di Vox. Che la presenza di Berlusconi possa calmierare questo estremismo rivenduto come buon senso è un’illusione che serve a certa stampa italiana per renderli digeribili. Ma non sono digeribili.

Smettiamo anche di spaventarci per gli avvertimenti di Giorgia Meloni o Guido Crosetto: Fratelli d’Italia è un partito che è nato proponendosi come erede del fascismo (e noi no, non pensiamo che il fascismo possa diventare edibile nemmeno nella sua forma modernizzata) ed è un partito che continua ad allevare estremisti. Lo diceva Steve Bannon chiaramente descrivendo Fratelli d’Italia («Fratelli d’Italia è uno dei vecchi partiti fascisti», disse testualmente) e ce lo dicono la fiamma tricolore, quel «Mussolini è stato un buon politico, non ci sono stati altri politici come lui negli ultimi 50 anni» pronunciato dalla giovanissima Meloni e, arrivando al presente, i saluti romani di dirigenti e candidati e militanti di Fratelli d’Italia in occasione della celebrazione del 40esimo anniversario del Movimento sociale italiano.

Se serve altro c’è il braccio teso del consigliere comunale a Ventimiglia Ino Isnardi, ci sono le braccia tese dei tre consiglieri di minoranza – Valeria Amadei di Fratelli di Italia, Francesco Biamonti della Lega e l’indipendente Mauro Siri – a Cogoleto in occasione del Giorno della memoria, ci sono gli slogan ripetuti da diversi candidati (“boia chi molla”, “me ne frego”) e ci sono le divise nostalgiche come quella di Galeazzo Bignami con la svastica al braccio o quella da Ss di Gabrio Vaccarin, consigliere comunale di Nimis.

Volendo vedere c’é anche la vicinanza a organizzazioni che si autodefiniscono neo fasciste come Lealtà azione. Alla loro festa nel 2018 hanno partecipato l’ex eurodeputato Carlo Fidanza e il consigliere comunale di Saronno Alfonso Indelicato, un indipendente eletto nelle liste di FdI. A Monza è stato eletto (e nominato assessore allo Sport) Andrea Arbizzoni, che descrive Lealtà azione come la sua «comunità politica e umana». Nel 2019 a Lodi era diventato segretario cittadino di Fratelli d’Italia Omar Lamparelli, che è anche un militante di Lealtà azione.

Poi ci sarebbero i programmi. Questi giorni di campagna elettorale ci dicono che i temi su cui questa destra vuole costruire la propria credibilità sono il “blocco navale” che gli stessi compagni di partito di Giorgia Meloni riconoscono essere impossibile per legge. Nel programma della coalizione è prevista la «sostituzione dell’attuale reddito di cittadinanza» con «misure più efficaci di inclusione sociale e di politiche attive di formazione e di inserimento nel mondo del lavoro» senza specificare quali. C’è la Flat tax che oltre a essere palesemente incostituzionale è l’ennesimo regali ai ricchi.

C’è molta confusione sulla soluzione della crisi energetica, con Meloni e Salvini in disaccordo sull’eventuale scostamento di bilancio e con il nucleare come vuota promessa elettorale, soluzione di tutti i mali. Non c’è una posizione precisa sulla guerra in Ucraina, con Salvini e Berlusconi che ogni giorno barcollano su Putin. C’è la leva militare obbligatoria perorata da Salvini. C’è l’ostilità contro l’aborto testimoniata dalla vicinanza di Giorgia Meloni all’associazione ProVita & Famiglia (potranno non abolirlo, gli basterebbe rendere inaccessibile).

Parliamo di questa roba qui. Buon lunedì.

 

* In foto, i consiglieri comunali di Cogoleto che il 27 gennaio del 2021, nel Giorno della Memoria, votarono alcune delibere di seduta facendo il saluto fascista: Valeria Amadei (Fratelli di Italia), Francesco Biamonti (Lega) e Mauro Siri (indipendente). I tre andranno a processo per violazione della legge Mancino

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Crisi energetica Il dormiente governo Draghi investe nelle armi

La narrazione della caduta del governo Draghi era netta: il peccato mortale commesso nei confronti dei “migliori” avrebbe impedito all’Italia di prendere qualsiasi decisione, perfino di spostare qualche spicciolo. Del resto è la stessa narrazione di queste ore in cui alla «caduta del governo Draghi» (frase che va pronunciata con contrizione per funzionare benissimo) si imputa l’immobilismo sulla crisi energetica in arrivo. Fa nulla che i partiti della prossima maggioranza di centrodestra non siano d’accordo tra loro, che l’Europa non riesca per ora a trovare la quadra e che una maggioranza su una scelta qualsiasi non esista all’interno del Parlamento ormai agli sgoccioli. Demonizzare la “caduta del governo Draghi” è il modo migliore per pompare la campagna elettorale e nel frattempo per evitare di prendere una posizione condivisa.

In un Paese che rischia la recessione, quasi 13 miliardi vanno alla Difesa

Ma quel governo che dovrebbe essere “dormiente” ha potuto comunque premiare il re dei dormienti, il ministro della Guerra Guerini che dallo scioglimento delle Camere ha potuto sottoporre al Parlamento più di 20 programmi di riarmo per un investimento totale di quasi 13 miliardi di euro. Tredici miliardi di euro, di questi tempi, in un Paese che a detta di molti rischia la recessione. L’Osservatorio sulle spese militari italiane snocciola la lista della spesa: «Cinque programmi (scudo antimissile, armamento droni Predator, elicotteri Carabinieri, sistemi di ricognizione aerea, razzi anticarro) per una spesa complessiva pluriennale di quasi un miliardo sono stati presentati al Parlamento il 26 luglio e approvati velocemente (e all’unanimità) dalle Commissioni Difesa di Senato e Camera rispettivamente il 2 e 3 agosto. Altri sei programmi (nuovi pattugliatori e cacciamine della Marina, ammodernamento degli elicotteri per la Marina, missili antiaerei, ammodernamento di cacciatorpedinieri per la Marina e carri armati per l’Esercito) per una spesa complessiva pluriennale di oltre 6 miliardi sono stati presentati dal ministero tra il 3 e il 10 agosto e calendarizzati per l’esame in commissione Difesa della Camera a partire dall’8 settembre. Ulteriori 10 programmi (elicotteri d’addestramento, gestione droni, navi anfibie per la Marina, radiotrasmissioni, satelliti spia, bazooka, un sistema di piattaforma stratosferica, droni di sorveglianza, potenziamento di capacità per brigata tattica, nuovi carri armati leggeri) per una spesa totale pluriennale di oltre 5,5 miliardi sono infine stati inviati al Parlamento dal ministro Guerini il 1 settembre, solo pochi giorni fa. Non è chiaro se le competenti Commissioni parlamentari arriveranno a calendarizzare i pareri (obbligatori) su questi atti del governo nei pochi giorni di vita ancora rimanenti della XVIII Legislatura». A questo si aggiungono i pareri positivi per i programmi d’armamento per un controvalore approvato di quasi 4 miliardi di euro e un onore complessivo di circa 7,3 miliardi di euro.

Crisi energetica Il dormiente governo Draghi investe nelle armi
Lorenzo Guerini (Getty Images).

Quando la corsa alle armi era “una cosa di destra”

No, non c’entra la guerra in Ucraina. Il trend della corsa alle armi parte da lontano. C’entra il tetto fissato dalla Nato del 2 per cento del Pil da destinare al settore. Dall’attentato alle Torri Gemelle nel 2001 l’incremento complessivo è del 90 per cento. Nel 2020 la quota di spesa militare globale ha raggiunto i 1.981 miliardi di dollari, i dati dell’anno scorso ancora non ci sono ma sicuramente verranno superati i 2 mila miliardi di dollari. Una volta in questo Paese esistevano gli attivisti per il disarmo, i pacifisti e un blocco maggioritario dei partiti che riteneva il contenimento della spesa militare una priorità, preferendo investire su welfare, cultura e sanità. Ci si aspettava, insomma, che un La Russa sprizzasse gioia immaginando l’aumento delle spese militari. Era roba di destra, di estrema destra. La stessa Forza Italia, fin dalla sua nascita, non ha mai mostrato particolare empatia per la rincorsa alle armi. Pochi giorni fa il sedicente Terzo polo di Renzi e Calenda (che nella migliore delle ipotesi sarebbe il quarto) ha rilasciato una card in cui fiero rivendica di voler incrementare la spesa militare per raggiungere l’obiettivo del 2 per cento del Pil entro il 2025. Come una destra estrema qualsiasi, quella che fino a qualche anno fa sarebbe stata derisa da tutti gli altri. Non è di destra il ministro Guerini che si professa tra l’altro ultra cattolico, tanto per completare il paradosso. L’odore di guerra ha pervaso le narici anche degli insospettabili. Ci siamo abituati anche a questo. È normale che poi la destra, quella che ha il coraggio di dichiararsi, faccia meno paura.

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Letta rischia di far rimpiangere il 18,8% di Renzi

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Primo, non dare troppo credito ai sondaggi. Nelle stanze del Partito democratico il pericolo “fascismo” è già stato rimesso nel cassetto. Non funziona come strategia elettorale, il messaggio ormai è logorato fin dai tempi del primo Berlusconi e l’allarme viene in continuazione sminuito da tutti gli avversari risultando inefficace.

Enrico Letta insiste nell’attaccare Renzi come responsabile della legge elettorale

Enrico Letta insiste nell’attaccare Renzi come responsabile della legge elettorale (mica per niente il Rosatellum prende il nome proprio dal coordinatore nazionale di Italia Viva Ettore Rosato): “Chi ha votato questa legge elettorale? Io no. Con il cerino in mano restano Rosato e Renzi nel Terzo polo che potrebbe andare con la destra. Questa legge elettorale è stata il tentativo sbagliato di Renzi di costruire una leadership a sua immagine e somiglianza. È sbagliatissimo”, ha detto ieri il segretario del Pd.

La polarizzazione Letta-Meloni non funziona

Ma all’intento del partito sono molti sono convinti (forse a ragione) che discutere di meccanismi elettorali non sia la strategia elettorale per apparire “vicini” alle esigenze dei cittadini preoccupati dall’inverno che arriva. La polarizzazione Letta-Meloni non funziona. Il M5S e il cosiddetto terzo polo (che poi sarebbe il quarto) di Renzi e Calenda continuano legittimamente a occupare la scena e il sondaggio presentato a Porta a Porta che indica il partito di Letta sotto la soglia psicologica del 20% richiede di dare una svolta.

Del resto da settimane si racconta come “disastro” quel 18,8% con cui Renzi aveva lasciato il partito e avvicinarsi sarebbe uno smacco non rimediabile. Nelle retrovie intanto scalpitano i falchi che non vedono l’ora di cucinare Letta in occasione delle prossime elezioni del segretario. Letta puntava molto su un’apertura a sinistra con Sinistra/Verdi in coalizione (e le loro candidature di Aboubakar Soumahoro e Ilaria Cucchi) e sull’ala più “sociale” rappresentata dal vicesegretario Peppe Provenzano ma Unione Popolare (che non viene quasi mai citata dagli esponenti del Pd) e il M5S sembrano funzionare da argine.

Difficile prendere voti a sinistra con Di Maio e Cottarelli. “Arriverà qualche novità nei prossimi giorni”, dicono dal Nazareno. E già il fatto che stiano cercando qualcosa di nuovo certifica che la campagna elettorale si è incagliata.

 

 

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Un salario che più minimo non c’è. Continua il bestiario elettorale

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L’Istituto Demoscopico Noto Sondaggi pubblica un sondaggio che terrorizza il Pd dato al 19,5%. Il Centrodestra (Fdi-Lega-Fi- Noi moderati) è dato al 46,7% mentre il Centrosinistra (Pd-Art1-Psi-Si-Europa verde- +Europa e Impegno civico) si ferma al 25,7%. Sicuri che funzioni l’appello di Letta al “voto utile”? Brutte notizia anche per la Lega di Salvini: Fratelli d’Italia potrebbero non solo superarla, ma addirittura doppiarla.

È quanto emerge dalle stime di voto elaborate da Demos per l’Osservatorio sul Nordest del Gazzettino, pubblicate dal quotidiano veneto-friulano. Si tratta di dati-choc per il Carroccio che, se confermati, costituirebbero la premessa per una resa dei conti senza precedenti ai piani alti del partito. Secondo la stima dell’istituto diretto da Ilvo Diamanti, FdI arriverebbe al 30,5%, la Lega si fermerebbe al 14,4%.

QUELL’IRRESISTIBILE VOGLIA DI RENZI
Ventisei luglio. Incontro riservato al Four Seasons di Atene. Al tavolo il principe saudita Mohammed bin Salman – secondo la Cia mandante del brutale omicidio del giornalista Jamal Khashoggi – e un gruppo di una ventina tra capi di Stato, dall’albanese Edi Rama al montenegrino Dritan Abazović, parlamentari europei, oligarchi russi, imprenditori e giornalisti. Tra loro c’era anche il leader di Italia viva Matteo Renzi, reduce (il giorno prima) da uno dei primi incontri con Carlo Calenda in vista dell’alleanza elettorale. Lo racconta in uno scoop il quotidiano Domani. Scopo dell’incontro? Il progetto di Bin Salman di esportare verso occidente energia solare saudita. Chissà che ne dice Calenda che mentre si impegna per spingere (piuttosto goffamente) il nucleare il suo socio briga per staccare assegni ai sauditi.

L’OTTIMISMO DI OLIVIERO
Gennaro Oliviero, presidente del Consiglio regionale della Campania, non le manda a dire: “Il Pd a Caserta Sarà sotto il 10%, lo votiamo solo io e forse mia moglie”. A questo punto potrebbero già fissare una riunione per un’analisi della sconfitta.

CALENDA OSSESSIONATO
“Mi chiedono se Draghi vuole restare. Non so se Draghi vuole restare o meno, credo che se la situazione sarà inevitabile risponderà all’appello dell’Italia come ha fatto fino ad ora. Ma non so se è così rilevante questo, forse è più rilevante cominciare a votare per le persone che propongono quel metodo di governo”. Lo ha detto il leader di Azione, Carlo Calenda, all’incontro con Confcommercio. Una campagna elettorale tutta su Draghi, forse perché si vergognano di Gelmini e compagnia. In tutto questo Draghi non ha mai fatto un cenno, se non per smontare lui stesso il mito dell’agenda Draghi. La campagna del sedicente terzo polo (che nella migliore delle ipotesi sarà il quarto) è sostanzialmente pubblicità ingannevole.

STUPIDI O STUPITI?
Lo dice benissimo il giornalista Marco Esposito: “E niente, da anni insultano i percettori del reddito di cittadinanza e oggi scoprono che chi lo percepisce voterà l’unico partito che lo difende e che ha intenzione di mantenerlo. E che quindi in alcune regioni farà il pieno. Ma sono stupiti”.

UNA DOMANDA PER IL PD
Il Pd insiste per un salario minimo non deciso dalla politica. Nota Lorenzo Zamponi, attivista di Up! Su la testa!: “Posizione ambigua al limite del misterioso. Come può un salario minimo “contrattuale” e non “legale” (quindi basato sui minimi dei Ccnl esistenti e non su una soglia fissata per legge) avere una soglia minima di 9 euro (evidentemente fissata per legge?)”. Bella domanda. Si attende una risposta.

CI SONO TRUFFE E TRUFFE
15 società hanno emesso fatture false per 1,8 miliardi di euro. Beneficiari finali della frode Auchan e Carrefour Italia. Avete sentito qualcuno lamentarsi?

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