Giulio Cavalli

Leonardo ci riprova: far passare le armi come icona dello sviluppo sostenibile

Ci mancava la transizione ecologica armata. Eppure nel gioco grande del greenwashing, ecologismo di facciata utile per non perdere le posizioni acquisite e per non dover fare i conti con un mercato destinato (se decidiamo di cambiare sul serio) a modificarsi, la transizione ecologica armata è l’ultima trovata di Leonardo, il gruppo italiano dell’aerostazione della difesa, che invita la Commissione europea a etichettare l’industria bellica come sostenibile piuttosto che socialmente dannosa.

Bruxelles si sta preparando a pubblicare il suo sistema di classificazione per gli investimenti aree affinché gli investitori siano più consapevoli e alcune aziende (tra cui Leonardo) sono molto preoccupate per le eventuali conseguenze per i finanziamenti futuri. “Se l’industria della fiera viene messa nella lista dei cattivi… i soldi andranno altrove”, ha detto Alessandra Genco, Chief Financial Officer di Leonardo. E per convincere l’Europa a vedere la sostenibilità nelle armi Genco ha posto l’accento su “migliaia di piccole e media imprese in Europa che hanno meno potere contrattuale con le banche rispetto ai grandi gruppi come Leonardo”.

Leonardo lo scorso 20 dicembre aveva dichiarato di avere firmato una nuova linea di credito del valore di 600 milioni di euro rendendo sostenibile la metà delle fonti di finanziamento del gruppo. “Vogliamo espandere – ha affermato Greco – ulteriormente la quota dei nostri finanziamenti legati ai criteri ESG verso il 100 per cento, ma questo sarà possibile solo se la difesa sarà considerata tra le attività sostenibili”.

Che le armi possano diventare un’icona dello sviluppo sostenibile farebbe ridere se non fosse che per i produttori questo 2022 in Italia si preannuncia un’occasione ghiottissima: la spesa militare per il 2022 supererà il muro dei 25 miliardi di euro (25,8 miliardi), secondo le stime del rapporto Milex. Nei mesi scorsi il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha sopporto all’approvazione del Parlamento un numero senza precedenti di programmi di marmo: diciotto, di cui ben tredici di nuovo avvio, per un valore già approvato di 11 miliardi di euro e un onere complessivo previsto di 23 miliardi. Il tutto con il silenzio della politica. Il ministro Guerini, del resto, ha una strana idea della trasparenza, qualcosa che si avvicina di più all’invisibilità.

La richiesta di Leonardo all’UE è la perfetta fotografia della transizione ecologica così come la intendono le lobby: cambiare la narrazione per poter continuare a fare le stesse cose. “Puoi avere un ambiente sano senza Co2, ma se vivi in un posto sotto attacco terroristico, mi dispiace ma non ti farà molto bene”, ha detto detto Genco, per conto di Leonardo. Da Bruxelles si rifiutano di commentare e anche a noi non vengono le parole.

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102 miliardari nel mondo chiedono di essere tassati per colmare le disuguaglianze. In Italia la patrimoniale scatena l’ira degli ultra-liberisti

Chissà cosa ne pensano gli aspiranti milionari di casa nostra e ancora di più i turboliberisti che strepitano ogni giorno per la paura di dover pagare qualche spiccio sull’eredità di famiglia del fatto che dei milionari veri (sono in tutto 102) sottoscrivano un appello ai governi in cui chiedono di pagare più tasse per garantire una maggiore equità. Chissà quanto durerà ancora dalle nostre parti la padronale resistenza a una patrimoniale vera, come accade in tutti i Paesi democratici nel mondo, senza dovere ogni volta dover ascoltare il terrore di un esproprio proletario che serve per sventolare terrore.

In un lettera aperta presentata in concomitanza con le riunioni virtuali del World Economic Forum il gruppo di milionari (definiti “milionari patriottici” perché dalle altre parti è chiaro che occuparsi della Patria significhi occuparsi dei diritti di tutti gli appartenenti a una nazione) rivendicano il dovere di pagare la loro quota della ripresa economica globale dalla pandemia, quella che qui da noi stanno scontando i lavoratori con contratti sempre più poveri, sempre più brevi, sempre con meno diritti.

Il ragionamento parte dai dati Oxfam che racconta come «163 milioni di persone sono cadute in povertà a causa della pandemia. Dall’inizio dell’emergenza Covid-19, ogni 26 ore un nuovo miliardario si è unito ad una élite composta da oltre 2.600 super-ricchi le cui fortune sono aumentate di ben 5mila miliardi di dollari, in termini reali, tra marzo 2020 e novembre 2021».

Del resto uno studio condotto dal istessi milionari insieme a Oxfam (perché questi pagano perfino per trovare un modo equo per dover pagare di più, roba impensabile da queste parti) dice che unimposta sul patrimonio progressiva, che parte dal 2% per chi ha più di 5 milioni di dollari e sale al 5% per i miliardari, potrebbe raccogliere oltre 2.500 miliardi, abbastanza a livello globale per sollevare 2,3 miliardi di persone fuori dalla povertà e garantire assistenza sanitaria e protezione sociale alle persone che vivono nei paesi a basso reddito.

La stessa tassa patrimoniale che in Italia scatena le ire dei presunti liberali che non riescono a non essere liberisti è invocata anche dalla Banca Mondiale che l’anno scorso invitava i Paesi a prendere in considerazione una tassa sul patrimonio per ridurre la disuguaglianza, per ricostituire le casse statali esaurite dal Covid e per riconquistare la fiducia e la credibilità sociale.

Milionari, Banca Mondiale: serve altro per smascherare la posizione strumentale di presunti difensori del mercato che in fondo proteggono solo le proprie misere ricchezze?

Scriveva Jacques Deval che «esistono delle menzogne così vergognose, da provare maggior disagio a sentirle che a raccontarle». Quando si parla idi ricchezza la sensazione è esattamente questa.

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Migranti torturati, Italia accusata di crimini di guerra

Italia e Malta accusate di crimini di guerra per il loro sostegno alla cosiddetta Guardia costiera libica: l’esposto alla Corte Penale Internazionale dalle Organizzazioni internazionali Adala for All, StraLi e UpRight si riferisce ai crimini commessi in Libia tra il 2017 e il 2021 contro migranti e rifugiati e chiede di indagare sulle sevizie compiute contro migliaia di migranti, tra cui donne e bambini, reclusi nei centri di detenzione dopo essere stati intercettati in terra o in mare. «I crimini commessi contro i migranti – si legge nell’esposto– possono e devono essere indagati come crimini di guerra ai sensi dell’articolo 8 dello Statuto della CPI».

Nell’atto sono raccolti anni di documenti ufficiali, di testimonianze, di tracciati navali, di referti medici, di perizie forensi, di filmati e di inchieste giudiziarie e giornalistiche. Anche l’Italia è ritenuta responsabile: «Tra il 2017 e il 2021, le autorità italiane hanno infatti fornito alla guardia costiera libica un sostegno cruciale – si legge – per intercettare i migranti in mare e riportarli nei centri di detenzione, tra cui la fornitura di risorse e di attrezzature, la manutenzione delle stesse, e la formazione del personale coinvolto». Inoltre i funzionari italiani e maltesi «hanno agito in maniera coordinata con la guardia costiera libica nelle operazioni di recupero dei migranti per garantire che essi fossero intercettati e riportati in Libia». Per questo nella denuncia si sostiene che «il sostegno fornito dalle autorità italiane e maltesi alla guardia costiera libica integri una forma di concorso nei crimini commessi contro i migranti, da cui deriva una responsabilità penale internazionale ai sensi dello Statuto della Corte».

Del resto già gli investigatori Onu avevano confermato le torture e le violenze dei campi di prigionia libici (il 2 marzo 2011 il Consiglio di sicurezza Onu aveva incaricato la Corte penale di investigare i crimini di guerra commessi in Libia) e anche la giustizia italiana ha condannato in primo grado quattro torturatori dei campi di prigionia ufficiali in Libia. A rimarcare la notizia è anche la Ong Italiana Mediterranea che in un suo comunicato esprime soddisfazione: «Finalmente. Non perché occorra un tribunale, per quanto autorevole, per convincerci a fare qualcosa per lottare contro la vergogna della violazione dei diritti umani e della vita di nostri fratelli e sorelle», scrive la Ong. Ma Mediterranea sottolinea come «che quegli aguzzini libici, quei banditi, torturatori, criminali senza scrupoli, hanno dei complici» che sono «stati in questi anni “al soldo” di “civilissimi” governi europei, hanno ricevuto finanziamenti di centinaia di milioni di euro votati da altrettanto civilissimi e democratici parlamenti».

Nel comunicato si ricordano infatti le 20 motovedette italiane donate alla cosiddetta Guardia costiera libica «perché catturino e deportino donne, uomini e bambini che tentano di fuggire dalla morte e dalla sofferenza». «Quelle catture, – scrive Mediterranea – quelle deportazioni, operate con mezzi forniti dall’Italia e spesso coordinate da navi italiane e da agenzie di sorveglianza europee, violano tutto ciò che c’è da violare in tema di Convenzioni Internazionali e di principi costituzionali». Del resto l’alibi usato molto spesso dai nostri governanti che l’instabilità politica in Libia dovesse farci chiudere gli occhi sulle loro atrocità è miseramente caduto «l’esito disastroso del tentativo elettorale dello scorso 24 dicembre».

«E sono proprio – scrive la Ong – quelle bande foraggiate dai soldi e dai mezzi italiani ed europei, a rendere impossibile un percorso di stabilizzazione in Libia. Paese, per inciso, dove grazie a questa politica da apprendisti stregoni che tante sofferenze ha causato a persone innocenti, dove l’Italia non conta più nulla». La responsabilità politica dell’Italia (e di Malta) è raccontata da anni attraverso inchieste, testimonianze e atti ufficiali. Nulla è cambiato. Ora resta da vedere se la responsabilità penale verrà riconosciuta. Chissà se Governo e Parlamento hanno qualcosa da dire.

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Il solito Cingolani

Audito in Parlamento il cosiddetto ministro della Transizione ecologica Cingolani ancora una volta ha ipotizzato un intervento contro il caro bollette che passa da una riduzione del sostegno alle fonti rinnovabili e da una maggiore estrazione di gas dai giacimenti italiani. Forse il ministro non ha capito ancora bene quale avrebbe dovuto essere il suo ruolo.

I principali interventi ipotizzati da Cingolani per recuperare risorse per calmierare le bollette in modo strutturale – dopo gli stanziamenti di 8,5 mld di euro arrivati nel complesso nel corso del 2021 – ammontano a circa 10 miliardi di euro: circa 1,5 mld di euro potrebbero arrivare dai proventi delle aste della CO2 nell’ambito del mercato Eu-Ets; altri 3 mld dalle cartolarizzazione (con conseguente dilazione del pagamento) per gli oneri di sistema rientrati all’interno della componente Asos delle bollette; 1,5 mld da una limatura agli incentivi per il fotovoltaico; 1-2 mld dall’estrazione di rendita dai grandi impianti idroelettrici non incentivati che operano sul mercato spot; 1,5 mld dal rafforzamento della negoziazione a lungo termine per l’acquisto di energia rinnovabile (Ppa); infine, resta in ipotesi il raddoppio della produzione nazionale di gas naturale.

Livio de Santoli, presidente del coordinamento Free che è la più grande associazione nel campo delle rinnovabili non le manda a dire: «Le dichiarazioni del ministro sono in contrasto con il principio, giusto, di voler accelerare lo sviluppo delle rinnovabili – afferma – La revisione dei contratti di incentivazione delle rinnovabili perché, afferma il ministro, “sono soldi che alle fonti pulite non servono più”, potrebbe peggiorare una situazione già critica per gli operatori, che vede attualmente assegnata solo una piccola parte della disponibilità dei bandi per i noti motivi legati al permitting, e quindi provocare l’effetto contrario rispetto a quanto dichiarato».

Effettivamente stupisce che il fossile, principale colpevole della crisi di questo periodo, venga incentivato dal governo senza nemmeno un cenno al biometano (se ne potrebbe avere fino a 9 miliardi di metri cubi all’anno in più) e senza un cenno all’efficenza energetica.

«Segnaliamo infatti – conclude de Santis – la mancata attuazione dei provvedimenti di supporto previsti dal DM 21 maggio 2021 sul meccanismo dei certificati bianchi, che aiuterebbero le imprese, messe a dura prova dalla crisi, a investire in efficienza energetica e a ridurre la loro esposizione sia al caro bollette, sia all’emission trading. Tutto ciò scoraggia gli investimenti sulle rinnovabili ed efficienza energetica, mentre nulla viene detto su un aspetto che risulterebbe decisivo per il contrasto al caro bollette: quello dell’eliminazione dei Sad (Sussidi ambientalmente dannosi) che valgono circa 20 miliardi di euro. Ribadiamo la disponibilità degli stakeholder per la creazione di un tavolo condiviso per varare misure contro il caro bollette che permettano il raggiungimento degli obiettivi climatici al 2030».

Ma il dubbio più appuntito è che ci sia un ministro che prenda precise posizioni sulla politica ambientale che non sono mai state discusse e accettate dal Parlamento e dall’opinione pubblica, come se godesse di un’autonomia e impunità data per il proprio ruolo. Ma erano questi gli obiettivi di Cingolani quando è stato formato questo governo? Abbiamo frainteso noi tutti? Per capire, tutti i partiti sono d’accordo con questa linea

Buon giovedì.

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La pandemia burocratica. Seconda puntata

Ermes abita a Bologna e di lavoro fa l’operatore socio sanitario, una di quelle funzioni importantissime in questi quasi due anni di pandemia. Per questo è stato tra i primi a ricevere il vaccino, l’importanza del suo ruolo lo inserisce tra i prioritari. Eravamo a gennaio del 2021.

Lo scorso 5 dicembre Ermes si sottopone alla terza dose. Si presenta all’hub vaccinale, mostra la sua tessera sanitaria, controllano la prenotazione, fa il colloquio con i medici, si sottopone alla vaccinazione, ritira la sua tessera, aspetta i 15 minuti e poi se ne torna a casa. Accade qualcosa: a differenza delle due volte precedenti non gli viene rilasciato nessun documento dell’avvenuta vaccinazione. Niente.

Non ci sarebbe stato nulla di strano se non fosse che dal 5 dicembre a oggi (siamo al 19 gennaio) Ermes non riceve nessun green pass. Nel frattempo, com’era prevedibile, il suo green pass è scaduto. Chiede al medico di famiglia, quello controlla, ritrova tutte le vaccinazioni fin da quando era bambino nel fascicolo sanitario ma non c’è traccia della terza dose.

Ermes torna all’hub vaccinale, chiede chiarimenti. Lì gli spiegano che ormai tutta la loro documentazione è stata spedita, non hanno più niente, gli lasciano però un link per presentare ricorso. Siamo al 21 dicembre, la risposta al ricorso arriva 10 giorni dopo: gli chiedono di esibire il certificato vaccinale. Ermes aveva presentato ricorso proprio per la mancanza di certificato, chiederglielo non sembra un’idea così brillante. Ermes afferma di avere come unica documentazione l’avvenuta prenotazione. Dall’altra parte silenzio. Solo silenzio.

Ermes e la moglie si rivolgono alla Regione Emilia-Romagna. Quelli gli chiedono tutti i documenti, compresa la corrispondenza con l’azienda sanitaria. Anche la Regione chiede il certificato vaccinale. Ermes di nuovo è costretto a spiegare che è proprio quello il problema. Attende. La Regione dice di avere attivato l’assessorato. Passano i giorni e non se ne sa niente.

Ermes ricontatta la Regione che si dichiara contrariata per il silenzio dell’assessorato. «Vi richiamiamo nel pomeriggio», dicono. Non ha richiamato nessuno. Ermes ha più di 50 anni quindi sarebbe passibile di sanzioni perché si è sottoposto a una vaccinazione che non risulta da nessuna parte e anche sul lavoro evidentemente ha dei problemi.

La pandemia sanitaria non ha responsabili facili ma la pandemia burocratica ha responsabili con nome e cognome.

Buon mercoledì.

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Ecco perché non c’è nulla da esultare per l’elezione di Roberta Metsola come presidente del Parlamento Europeo

Poiché l’europeismo dalle nostre parti è un feticcio da sventolare, un soprammobile da inquadrare per la campagna elettorale e una medaglietta per apparire competente, quasi tutti oggi si sono buttati a pesce sulla nuova presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola, l’avvocata maltese che succede con David Sassoli (che non ha mancato di citare nel suo discorso di insediamento) ma che con Sassoli non c’entra nulla per posizioni politiche, per sensibilità sui diritti e per storia. Metsola fa politica da sempre, prima a Malta con il Partito nazionalista maltese poi in Europa con il Ppe, e guiderà il Parlamento europeo fino al 2024, come da accordo di staffettatra Popolari e Socialisti nel 2019 per lelezione di David Sassoli.

Come hanno giustamente sottolineato in un loro appello i Radicali italiani (e gli attivisti di “Liberi di abortire”) “per le sue posizioni espresse più volte pubblicamente, anche in sedi istituzionali, Metsola può essere considerata una autorevole esponente politica incondizionatamente sostenitrice delle posizioni conservatrici e anti-abortiste” e sarebbe stato utile riflettere “se sia opportuno e ragionevole affidare la Presidenza del Parlamento europeo a chi si è dimostrato in forte contraddizione con molte posizioni di numerosi Stati dellUnione e del Parlamento europeo che si è espresso, anche di recente, censurando provvedimenti nazionali repressivi in materia di autodeterminazione della persona sulle scelte riproduttive”.

Come rappresentate politica europea Metsola ha votato in forte contraddizione con molte posizioni del Parlamento europeo a salvaguardia del diritto fondamentale alla salute, informazione, prevenzione, cura e alla libertà di scelta, come nel caso della risoluzione Matic approvata lo scorso giugno. Nel 2015, in occasione di un report sull’uguaglianza di genere che includeva il “pronto accesso all’aborto” insieme agli altri deputati maltesi David Casa e Therese Comodini Cachia rivendicò la sua posizione contraria. Malta del resto è l’unico Paese europeo in cui l’aborto è vietato totalmente, obbligando ogni anno quasi 500 donne, un numero rilevante per uno stato di circa 500.000 abitanti, a viaggiare all’estero, fra Regno Unito, Italia ed Olanda, per sottoporsi a un intervento di aborto chirurgico. Nell’isola una donna che decide di abortire rischia fino a 3 anni di carcere, 4 sono gli anni previsti per i medici. Stiamo parlando del resto di uno Stato non laico (per Costituzione la religione cattolica è religione di Stato) che solo nel 2011 ha sancito il diritto al divorzio.

Roberta Metsola è stata eletta poi da un ampio fronte che passa da Salvini e Meloni fino a Paesi dell’Est Europa come Polonia e Ungheria. Davvero sarà possibile immaginare passi avanti sullo Stato di diritto, sui diritti delle donne, sulle libertà o sui cambiamenti climatici con l’appoggio di governi che fieramente percorrono la strada opposta?

La nuova Presidente assicura che “rispetterà le decisioni del Parlamento” (e ci mancherebbe) ma se è vero come sosteneva la giudice statunitense Ruth Bader Ginsburg che “le leggi sullaborto definiscono lidentità di una nazione” viene da chiedersi quanto c’entri la visione di Metsola con la visione della maggioranza dei Paesi europei.

Vedo in giro molti presunti “progressisti” esultare per l’elezione di “una donna” alla Presidenza del Parlamento europeo. Consiglio con calma di approfondire l’argomento.

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Il Covid premia i ricchi: oltre 5 miliardi in più mentre i poveri muoiono senza cure…

«Già in questo momento i 10 super-ricchi detengono una ricchezza sei volte superiore al patrimonio del 40% più povero della popolazione mondiale, composto da 3,1 miliardi di persone. Se anche vedessero ridotto del 99,993% il valore delle proprie fortune, resterebbero comunque membri titolati del top-1% globale»: sono le parole con cui Gabriela Bucher, direttrice di Oxfam International, è intervenuta in occasione dell’apertura dei lavori del World Economic Forum di Davos, che quest’anno si terranno in forma virtuale.

I dati emergono dal nuovo rapporto pubblicato dall’organizzazione impegnata nella lotta alle disuguaglianze dal titolo “La pandemia della disuguaglianza” da cui si scopre che dall’inizio dell’emergenza Covid ogni 26 ore un nuovo miliardario si è unito ad una élite composta da oltre 2.600 super-ricchi le cui fortune sono aumentate di ben 5 mila miliardi di dollari, in termini reali, tra marzo 2020 e novembre 2021. Il surplus patrimoniale del solo Jeff Bezos nei primi 21 mesi della pandemia (+81,5 miliardi di dollari) equivale al costo completo stimato della vaccinazione (due dosi e booster) per l’intera popolazione mondiale. Forse oltre all’impatto della pandemia sanitaria bisognerebbe guardare a quei 4 secondi che servono perché muoia una persona nel mondo per mancanza di accesso alle cure, per gli impatti della crisi climatica, per fame, per violenza di genere. Fenomeni connotati da elevati livelli di disuguaglianza.

«Le banche centrali hanno pompato miliardi di dollari nei mercati finanziari per salvare l’economia, ma gran parte di queste risorse sono finite nelle tasche dei miliardari che cavalcano il boom del mercato azionario», ha aggiunto Bucher. Mentre il monopolio dei vaccini (detenuto da Pfizer, BioNTech e Moderna) realizza utili per 1.000 dollari al secondo (e ha creato 5 nuovi miliardari) i Paesi a basso reddito hanno ottenuto meno dell’1% di tutta la produzione, con percentuali di mortalità che è circa il doppio di quella dei Paesi ricchi e con una media del 4,81% di popolazione vaccinata. «La disuguaglianza non è una fatalità ma il risultato di precise scelte politiche. – ha spiegato Gabriela Bucher – Non solo i nostri sistemi economici ci hanno reso meno sicuri di fronte a questa pandemia, ma consentono a chi è estremamente ricco di beneficiare della crisi». In Italia le cose non vanno meglio: nel primo anno di convivenza con il virus è cresciuta la concentrazione della ricchezza e così l’1% della popolazione supera oggi di oltre 50 volte la ricchezza del 20% degli italiani più poveri.

I 21 mesi intercorsi tra marzo 2020 e novembre 2021 il numero dei miliardari italiani della Lista Forbes è aumentato di 13 unità e il valore aggregato dei patrimoni dei super-ricchi è cresciuto del 56%, toccando quota 185 miliardi di euro alla fine dello scorso novembre. I 40 miliardari italiani più ricchi posseggono oggi l’equivalente della ricchezza netta del 30% degli italiani più poveri (18 milioni di persone adulte). Secondo Oxfam «il contrasto alle disuguaglianze e in particolare la portata redistributiva di alcuni interventi strutturali messi in campo nel 2021 dal Governo Draghi sconta le difficili convergenze di una maggioranza disomogenea e la prevalenza di pulsioni conservatrici».

Per questo l’organizzazione chiede al governo italiano un ammodernamento dei sistemi di protezione dei redditi; di ridare potere al lavoro con interventi pre-distributivi che limitino la svalutazione del fattore lavoro e escludano il ricorso a forme contrattuali atipiche e poco remunerate anche attraverso l’innalzamento dei salari minimi; di rivedere i criteri di accesso al reddito di cittadinanza per non penalizzare le famiglie numerose e con minori e per ridurre l’aliquota minima effettiva per i beneficiari della misura che inizino un’attività lavorativa. Secondo Oxfam “le scelte in materia di riforma del sistema fiscale” appaiono “discutibili” e «l’intervento effettuato sul reddito di cittadinanza nella legge di bilancio è fortemente deludente».

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Sì, è un reato

Eric Zemmour è il presunto giornalista, che sarebbe più corretto definire banalmente “polemista”, che in Francia si è candidato per l’estrema destra, creando non pochi grattacapi a Marine Le Pen che vede a rischio i suoi voti più estremisti. È uno di quelli che si definisce né di destra né di sinistra (sono quasi tutti di destra quelli che dicono così) e che finge di essere un uomo che arriva dal popolo nonostante alle sue spalle ci sia il miliardario Vincent Bolloré con la sua rete televisiva CNews.

Zemmour usa la solita strategia: sovranismo spinto, nazionalismo che sfocia nella xenofobia, difesa dei confini e la rivendicazione di una “purezza” francese che andrebbe preservata. Non male tra l’altro per un giornalista di origine ebraico-berbero algerina.

Dopo un primo exploit nei sondaggi Zemmour ora sta precipitosamente calando e per provare a recuperare qualche voto non può fare altro che solleticare gli istinti più bassi dei suoi potenziali elettori. Durante una trasmissione televisiva aveva bollato i profughi minori non accompagnati come «ladri», «assassini» e «stupratori». Lo so, sono scene che qui vediamo spesso. Solo che in Francia la legge conta qualcosa e quindi Zemmour è stato condannato a una multa di 10mila euro per istigazione all’odio razziale.

«Non hanno niente da fare qui, sono ladri, sono assassini, sono stupratori, ecco cosa sono; bisogna rimandarli indietro e fare in modo che non vengano», aveva detto Zemmour, che è stato citato in giudizio da una trentina di associazioni che si occupano di diritti civili e di immigrazione. Anche il direttore della rete televisiva CNews, giudicato assieme a Zemmour, dovrà pagare 5mila euro di multa. CNews è un’emittente di estrema destra che spesso è definita la “Fox News” francese.

Zemmour, tanto per fare capire lo spessore del candidato, qualche giorno fa ha proposto di separare gli alunni disabili dagli altri e di creare delle classi solo per loro. Sono parole, modi e espressione che la Storia ci avrebbe dovuto insegnare a riconoscere ma evidentemente in Europa (e qui da noi) funzionano ancora. Poi, per fortuna, c’è la legge.

Qualcuno (come l’avvocato del candidato francese) insiste nel definire queste affermazioni “libertà di espressione” e invece, anche se non se ne convincono, è un reato. A proposito: Zemmour sta anche crollando nei sondaggi. Perché la rabbia, l’odio e il razzismo difficilmente riescono a proporre progetti. Gli idoli dei razzisti rimangono nella storia per le loro rovinose cadute.

Buon martedì.

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Renzi dice che Italia Viva ora “vale il 13%”. Ma in realtà ha preso 3mila voti a Roma1 con l’11% di affluenza

Il senso del ridicolo è una virtù che in politica si è persa da tempo. Quando con l’avvento del berlusconismo ci si è convinti che le regole dello spettacolo e del marketing potessero essere applicate alla politica senza rimorsi, un fiume di esponenti politici ha iniziato a concentrarsi sugli slogan senza contenuto ma con un buon effetto a breve termine, sono iniziate le distorsioni della realtà per applicarle alle proprie convinzioni e senza remore e si è sdoganato il tifo cieco come credibile forma di sostegno per il prossimo partito.

Ai servitori del resto è richiesta da sempre la cessione della propria credibilità, oltre al servizio permanente delle proprie azioni. Solo così si può leggere la farneticante gioia che sgorga oggi da alcuni deputati di Italia Viva e da molti loro sostenitori per i risultati delle elezioni suppletive di Roma: «Italia Viva al 13%», twitta festante ad esempio Luciano Nobili, che non riesce a trattenere una dedica a Giuseppe Conte allegandoci un video in cui l’ex Presidente del Consiglio faceva notare ai giornalisti  l’irrilevanza del partito di Renzi. Ma non è solo Nobili a festeggiare per il presunto 13% a Roma, da Rosato in giù molti deputati e amministratori si sono uniti al giubilo. Ovviamente a ruota è arrivata la bestiolina di Renzi (con account reali e presunti come al solito perfettamente coordinati) che sui social si premurano di soffiare sull’algoritmo.

Il candidato di Italia Viva Valerio Casini ha collezionato 2.698 preferenze raggiungendo il 12,93% in una tornata elettorale che ha visto votare l’11,3% degli aventi diritto. 3.000 voti su 185.000 aventi diritto sono, per Renzi e compagnia cantante, la prova che smentirebbe i sondaggi nazionali.

Ma non è tutto: il candidato di Italia Viva era appoggiato anche da Azione di Calenda e a strascico da +Europa che con Calenda si è federata pochi giorni fa. Ma non è finita qui: alle elezioni non ha partecipato il Movimento 5 Stelle. Per capirsi, il 2% degli elettori ha votato Lorenzo Vanni (del partito “IL N-“UOVO” MONDO UNO PER TUTTI TUTTI PER NOI LORENZO VANNI”) che difficilmente ha una qualsiasi rilevanza a livello nazionale. 

Il Partito Democratico con la sua candidata Cecilia D’Elia (risultata elette) ha collezionato quasi il 60% con 12.401 voti. Ora immaginatevi Letta che stamattina twitti fiero di guidare il partito con la maggioranza assoluta nel Paese. Verrebbe preso per pazzo oppure, appunto, per un patetico leader senza senso del ridicolo. Immaginate alla stessa stregua se possa essere possibile ipotizzare che Lega, Forza Italia e Fratelli’Italia possano veramente valere solo il 22,42%.

La perdita del senso del ridicolo però può fare sorridere in prima battuta ma è l’espressione più potente della menzogna usata come propaganda. Continua a essere un’offesa per la serietà in politica (quella di cui Renzi vorrebbe essere portabandiera) e continua a essere un’offesa perfino per i propri elettori che vengono utilizzati semplicemente com clienti a cui rifilare il pacco. Come il peggiore dei marketing. In attesa che nella prossima cena di famiglia su 4 presenti qualcuno si dichiari renziano e Nobili possa esultare di nuovo urlando al 25%.

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