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Giulio Cavalli

Altro che Meloni e pericolo fascista Il vero nemico di Repubblica sono i 5S

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“Che sotto la camicia bianca e l’abbronzatura spiccata si celassero le sembianze di un camaleonte sarebbe dovuto apparire chiaro a quelli che in una bella giornata di maggio del 2018 lo convocarono in un albergo romano per offrirgli con una mano la presidenza del Consiglio dei ministri nascondendo però nell’altra i fili con cui avevano deciso di guidarlo considerandolo poco più che un burattino”. Nell’ultimo giorno di campagna elettorale Repubblica si riserva di mirare quello che evidentemente è il nemico numero uno: Giuseppe Conte.

Public enemy

Un “longform” che descrive, analizza (?) e racconta il leader del Movimento 5 Stelle con stralci degni di un brutto romanzo rosa: “Che sotto la camicia bianca – scrive Repubblica – e l’abbronzatura spiccata si celassero le sembianze di un camaleonte sarebbe dovuto apparire chiaro a quelli che in una bella giornata di maggio del 2018 lo convocarono in un albergo romano per offrirgli con una mano la presidenza del Consiglio dei ministri nascondendo però nell’altra i fili con cui avevano deciso di guidarlo considerandolo poco più che un burattino”.

Gli aggettivi si sprecano. Si passa da Conte decritto come “pupo” (“Messo in piedi il “pupo”, si trattava di costruirgli la squadra”) a “il quasi Lula italiano, ma con la giacca di sartoria sulla spalla, la cera nera sui capelli e la clamorosa assenza della pochette, un vuoto che stropiccia verso sinistra l’aria conversativa e indulgente del trasformista che non ha più bisogno di voltare la gabbana”. Conte sarebbe “un’opera firmata Rocco Casalino.

L’alter ego, lo stratega, il maestro di social e di telegenia. L’ex inquilino del Grande Fratello votato alla causa cinque stelle. “Il portavoce”, preferisce lui, come da titolo dell’autobiografia”. Conte, ci spiega Repubblica, sarebbe solo un povero fesso. Casalino, scrivono, “gl’insegna a parlare dritto in camera, frasi semplici, toni suadenti. Si sceglie un ufficio spazioso al primo piano di Palazzo Chigi e da lì programma dirette e post acchiappa-clic, pianifica con messaggi vocali ai giornalisti una comunicazione insieme cinica e naïve, pettinata e sentimentale”.

Otto persone hanno lavorato al ritratto di Conte – nove se teniamo conto del coordinamento editoriale – per descrivere il “voltagabbana” con tutti i suoi tic fisici. Non siamo ingenui. Sappiamo bene che il giornalismo, soprattutto in questi giorni, decide da che parte stare – è sempre stato così – ma è proprio l’attacco del gruppo Gedi a segnalare un fatto politico che conta: per Elkann e soci il Movimento 5 Stelle è il nemico, ancora di più di Meloni e Salvini e Berlusconi.

Come dire: va bene il pericolo fascismo e vanno bene gli amici di Putin ma mi raccomando non votate M5S. Repubblica involontariamente diventa così il miglior sponsor per la volta finale della campagna elettorale di Conte. Non c’è soddisfazione più grande, tra gli elettori del Movimento 5 Stelle, dell’essere odiati da quella stessa stampa che propaganda l’aporofobia (il disprezzo per i poveri ormai per i giornali del Gruppo Gedi è una missione editoriale) e per chi ha santificato Draghi in tutte le sue mosse, perfino in quelle non compiute.

Ospite da Myrta Merlino, Conte disse due giorni fa alla conduttrice “lei legge i grandi giornali e rimane fuorviata”, gli è bastato aspettare 24 ore per trovare conferma. A 48 ore dalle elezioni in cui per la prima volta il partito più votato sarà l’erede della fascia tricolore un giornale che si definisce progressista manganella Conte. è evidente che qualcuno sia in contraddizione con la propria storia. E no, non sono quelli della fiamma.

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Letta stecca pure sui cantanti. Bestiario elettorale capitolo finale

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Ultimo giorno di una pessima campagna elettorale e, come da tradizione, non mancano tutti gli ingredienti per confezionare l’ultimo bestiario elettorale.

Calenda reo confesso

Scrive Carlo Calenda: “Si conclude oggi una delle peggiori campagne elettorali di sempre. Nessun confronto, promesse folli, allarmi democratici. coalizioni allo sbando, Peppa pig, Conte modello Lauro. Da Piombino alla richiesta di un time out su energia, noi l’abbiamo fatta in modo diverso, con serietà”. Lo immaginiamo mentre lo pronuncia e esce con le mani alzate.

Peppa pig atto secondo

51enne deputato nonché tra i fondatori di Fratelli d’Italia, Federico Mollicone, responsabile Cultura del partito guidato da Giorgia Meloni, ha rilasciato un’intervista su Rtv San Marino a “Hotel Nazionale – Le stanze della politica“, talk show di approfondimento politico condotto da Antonello De Fortuna e Francesca Biliotti.

Per difendere la sua uscita contro il cartone animato Peppa Pig Mollicone si è lanciato in un’affermazione ancora più cretina: “Bisogna ricordare che in Italia le coppie omosessuali non sono legali, non sono ammesse”, ha detto. E pensate che questo è solo il trailer.

Salvini alla frutta

Matteo Salvini: “Via il Canone Rai, se Fazio vuole fare i comizi se li paghi di tasca sua”. Ha ragione Luca Bottura: “Dire che i programmi di Fabio Fazio sono comizi, durante un comizio. Succede, quando non hai un programma”. Com’è arrivato stanco a questa fine di campagna elettorale, il poro Salvini.

Silvio frainteso

Il re dell’infraintendesimo Silvio Berlusconi dopo avere difeso Putin spiegandoci che lui avrebbe semplicemente voluto sostituire Zelensky per metterci a governare delle brave persone ora si tira indietro: “Bastava vedere tutta l’intervista, non solo una frase estrapolata, eccessivamente semplificata, per capire quale sia il mio pensiero, che è noto da tempo”, dice l’ex cavaliere ormai senza cavallo.

Solo che ascoltando tutta l’intervista ne esce perfino peggio, visto che dà perfino consigli di strategia militare alla Russia. Ma non è colpa sua, è colpa delle badanti e dei parassiti che lo tengono politicamente in vita con accanimento.

Balle nucleari

Matteo Salvini: “Vorrei 15 centrali nucleari operative nei prossimi 10 anni”. Tutti gli esperti dicono che sia impossibile e costoso. Ma Salvini, che non studia dai tempi del liceo, a questo punto potrebbe chiederle per Natale, sotto l’albero.

Nemmeno suo figlio

l figlio di Salvini durante la maratona Salvini su TikTok: “Papà, domenica è un giorno importante, voterò la prima volta. Magari avrai anche il mio voto”. Ha detto “magari”, eh.

Italexit balla da sola

Gianluigi Paragone: ”Vogliamo uscire dall’euro, dall’Ue, dalla Nato, dall’Oms, dalla Banca Mondiale, dal Fmi”. Anche io non mi iscriverei mai a un’associazione che ha me come socio, in effetti.

Il Pd non se la suona

Hanno detto di no al Pd alcuni big della canzone italiana, a cui il partito di Enrico Letta aveva chiesto di esibirsi sul palco di Piazza del Popolo, dove ieri sera i dem hanno chiuso la campagna elettorale.

Stando all’AdnKronos, Ghali, Mahmood, Diodato, Carl Brave e altri, contattati per una performance sul palco ai piedi del Pincio, avrebbero risposto tutti picche: “No, grazie”. A pesare – oltre agli impegni già presi – il rischio di una esposizione politica, non ritenuta opportuna dagli artisti. Altro che occhi di tigre, qui non si trova nemmeno un ukulele.

Giorgia smemorata

Scrive Giorgia Meloni: “Non vogliamo dimenticare il sacrificio di Salvo D’Acquisto, Eroe italiano”. Si è dimenticata di dire chi l’ha ucciso, però.

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Il silenzio vergognoso dei politici sullo sconto fiscale a Gucci

La vera notizia della settimana della moda l’ha data il giornalista investigativo Stefano Vergine solo che – c’era da scommettersi – per il suo scoop non si è indignato nessuno. Sarà che nel pezzo uscito su Il Fatto Quotidiano non c’è nessun povero da prendere a sberle, non ci sono furbetti da indicare come male endemico del Paese e non c’entra il maledetto Reddito di cittadinanza. Si legge semplicemente che in Italia se si decide di evadere le tasse conviene farlo da ricchi perché i ricchi da noi godono di un’impunità luccicante e modaiola.

Gucci ha ottenuto uno sconto fiscale di 748 milioni pari quasi 125 mila redditi di cittadinanza 

Gucci ha ottenuto uno sconto fiscale di 748 milioni di euro. Dice così l’accordo, nero su bianco, tra il fisco italiano e Kering, multinazionale controllata da François-Henri Pinault e proprietaria di marchi della moda come Gucci, Yves Saint Laurent e Bottega Veneta. «Sette pagine top secret», scrive Stefano Vergine, «che hanno messo la parola fine al contenzioso fiscale iniziato nel 2017, con il colosso del fashion accusato dalle autorità italiane di aver evaso le imposte attraverso un trucco: la Lgi Sa, una società di diritto svizzero ma in realtà operante in Italia, utilizzata per incassare i profitti realizzati nel mondo grazie alle vendite di borse e cinture marchiate Gucci». Fino a ieri sapevamo solo che l’esborso totale del gruppo sarebbe stato di 1,25 miliardi di euro, di cui 987 milioni erano le imposte da versare insieme a interessi e sanzioni. Incrociando i documenti della Guardia di Finanza di Milano (che parlava di evasione di imposte in Italia per 1,39 miliardi di euro) e le 7 pagine dell’accordo il calcolo è presto fatto: sullo sconto di 494 milioni di euro basta calcolare le sanzioni e gli interessi non pagati per arrivare alla cifra di 748 milioni di euro. Si tratta del più dispendioso accordo dellAgenzia delle Entrate e si tratta di soldi pubblici. Se ci aggiungete che la notizia arriva sulla coda della campagna elettorale era lecito aspettarsi una reazione enorme da parte dei partiti e dei media. Nulla. Badate bene, la cifra è tre volte la somma delle truffe dei “furbetti” del Reddito di cittadinanza, quei singoli casi di truffa allo Stato (l’1 per cento del totale) che negli ultimi mesi sono state quotidianamente sventolate nell’agone politico. Restando sempre nel gioco delle proporzioni si potrebbe dire che lo sconto quasi miliardario al marchio del lusso costa come 124.666 redditi di cittadinanza per un anno.

Il silenzio vergognoso dei politici sullo sconto fiscale di Gucci
La richesta peril Rdc (Getty Images).

L’aporofobia dei politici italiani: giustizieri con i poveri e agnellini con le multinazionali

Il caso è una perfetta metafora dell’aporofobia italiana: politici che si ergono a giustizieri tormentando i poveri per qualche centinaio di euro perdono improvvisamente la lingua in bocca quando si tratta di esprimere un’opinione sulle feroci evasioni dei grandi gruppi. È lo stesso silenzio del resto che si è registrato sulla multa di 4 miliardi di euro a Google per posizione dominante una settimana fa inflitta dal Tribunale dell’Unione europea. È lo stesso silenzio per i 19 milioni di italiani che evadono le tasse (dato non corretto eppure reso noto da Ernesto Maria Ruffini, direttore dell’Agenzia delle Entrate al Festival dell’Economia di Torino) che in campagna elettorale sono stati citati solo per promettere di sponda una qualsiasi forma di condono. Nel 2017 (ultimi dati completi disponibili) il tax gap ammontava a oltre 108 miliardi di euro. Per poter fare confronti storici e internazionali, e soprattutto per avere un’idea dell’incidenza del mancato gettito sul bilancio dello Stato, è utile rapportare tale cifra al gettito teorico. Il rapporto così definito (tax gap/gettito teorico) misura, per l’appunto, la percentuale evasa del gettito teorico: nel 2018, il rapporto sfiorava il 29 per cento, escludendo i redditi da lavoro dipendente (dove evadere è praticamente impossibile) e i contributi sociali (per cui i dati non sono disponibili). Funziona di più l’articolo sdegnato contro un poveraccio che incassa 500 euro al mese che un marchio del made in Italy che risparmia 748 milioni di euro. Anche evadere le tasse da noi è diventato un lusso.

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La destra è imbattibile. Sì, a moltiplicare i poveri. Dal 2008 al 2011 con la Meloni ministra sono saliti da 1,8 a 2,1 milioni

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“L’ultima volta che Meloni è stata al governo, prima con Berlusconi e Salvini, e poi come stampella di quello tecnico, le persone in povertà assoluta sono passate da 2,1 a 3,5 milioni”. Lo scrive sul suo profilo Facebook il leader 5S Giuseppe Conte. A destra mugugnano.

La cura di Giorgia & C.

Il sito Pagella Politica (che verifica la correttezza delle dichiarazioni dei politici in campagna elettorale) srotola le cifre. Da maggio 2008 a novembre 2011, Meloni è stata ministra della Gioventù del quarto governo Berlusconi, sostenuto dal Popolo delle libertà, di cui Meloni era deputata, e dalla Lega Nord, all’epoca guidata da Umberto Bossi (Matteo Salvini, tra il 2008 e il 2009, è stato deputato, e poi fino al 2014 europarlamentare, diventando segretario della Lega nel 2013).

Meloni ha poi votato la fiducia al governo tecnico di Monti, rimasto in carica fino ad aprile 2013, a cui non ha poi risparmiato critiche, che portarono alla sua uscita dal Popolo delle libertà e alla nascita, a fine 2012, di Fratelli d’Italia. Secondo i dati Istat, nel 2008 vivevano nel nostro Paese 2,1 milioni di persone in povertà assoluta, in crescita rispetto agli 1,8 milioni del 2007.

Nel 2012 erano saliti fino a oltre 3,5 milioni. Le due cifre citate da Conte sono dunque corrette, anche se va sottolineato che nel 2007 è scoppiata la crisi finanziaria a livello internazionale e che tra il 2010 e il 2011 c’è stata la crisi del debito sovrano nell’Unione europea.

Carta canta

Dopo i governi Letta, Renzi e Gentiloni, nel 2017 il numero di persone in povertà assoluta in Italia ha superato la quota di 5 milioni, rimanendo stabile nel 2018 e calando a 4,6 milioni nel 2019, anno di introduzione del reddito di cittadinanza.

Nel 2020, a causa della pandemia di Covid-19, i cittadini in povertà assoluta sono poi aumentati a 5,6 milioni, numero rimasto stabile anche nel 2021. Secondo un’analisi dell’Istat, nel 2020 il reddito di cittadinanza e altri sussidi introdotti dal secondo governo Conte hanno permesso a un milione di persone di non trovarsi in condizione di povertà assoluta.

Quindi è tutto vero: “Nel 2008, anno di insediamento del governo in cui Meloni era ministra, i cittadini in povertà assoluta in Italia erano circa 2,1 milioni, saliti a oltre 3,5 milioni nel 2012”.

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Confindustria s’offre alla Meloni. Prosegue il bestiario elettorale

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Feltri litiga da solo, Salvini e Meloni tanto per cambiare litigano tra loro e Calenda sostiene una filoputiniana. Ecco il nostro bestiario elettorale.

FELTRI CONTRO FELTRI
Mirabolante scambio di tweet sull’account di Vittorio Feltri che, nella migliore delle ipotesi, deve essersi dimenticato di usare l’account falso che usa per offendersi. Feltri scrive: “Ma come si fa a spacciare per fascista il saluto romano che ha un paio di millenni alle spalle?”. Feltri si risponde: “A te invece conviene dormire così eviti di scrivere cazzate”. E Feltri si risponde ancora: “Ricordati le gocce”. Se si dovesse scegliere una foto di questa (brutta) campagna elettorale sarebbe Feltri che litiga con Feltri per poter avere materiale con cui scrivere un dolente editoriale sul dibattito che si è “acceso su Twitter”.

LITE A DESTRA SUI NOMI
“Non voglio parlare di ministri. Sono riuscita fino ad oggi a non farlo e domani si chiude la campagna elettorale. Ho in mente alcuni nomi. Se gli italiani decideranno di darci la loro fiducia, lavoreremo per una squadra di governo di altissimo livello”. Dice la presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, a Mattino Cinque. Risponde Matteo Salvini: “La squadra dei ministri di un eventuale governo di centrodestra “la faremo insieme, siamo una squadra. Non ci sono donne o uomini soli al comando, la squadra si costruisce insieme”. E poi: “Un governo Meloni? Io penso a un governo Salvini”. Questi vanno a sbattere prima ancora di partire.

LA RUSSA MOLLA LA RUSSA
Ignazio La Russa di Fdi ha affidato a Telelombardia le sue reazioni per quanto successo con suo fratello e la vicenda del saluto romano: “Sono incazzato, sia per la storia sia per l’esagerazione e il modo assolutamente abnorme con cui viene trattato un saluto a un defunto che ha chiesto quel saluto e capisco una persona buona come mio fratello che, pur sbagliando, era di fronte a una scelta: faccio come ha detto mio cognato e fratello oppure faccio un mezzo saluto”. Del resto a Romano La russa per fare il saluto fascista bastava aspettare ancora qualche giorno.

BONOMI SI DA’ UNA MANO
Confindustria è pronta a collaborare con il nuovo governo nell’interesse del Paese e intende presentare un piano con interventi contro il caro-energia. Lo ha detto il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, intervenendo alla cerimonia di inaugurazione del Salone Nautico di Genova. Sono coerenti del resto, loro sono sempre dalla stessa parte: quella dei potenti, chiunque sia.

LIBERALI DI CASA NOSTRA
Lucio Di Gaetano, uno di Libero Oltre, un collettivo liberal di quelli che da noi spuntano come funghi, è preoccupato per i giovani: “Come possiamo chiedergli di stare 12 ore in fabbrica, se il nostro stesso idealtipo di “uomo di successo” è giovane, ricco, famoso, eleggibile a ministro degli esteri o delle infrastrutture anche se non ha studiato e non sa fare nulla di nulla di nulla di nulla Perché i nostri figli dovrebbero accettare mini-lavori e mini-stipendi se li abbiamo riempiti di immagini di “persone come noi” diventate ricche e famose partecipando ad un reality?”. Osano non accettare di fare gli schiavi per colpa della tv. Che vergogna, signora mia.

CALENDA DALLA FILOPUTINIANA
Quelli del cosiddetto terzo polo vedono amici di Putin dappertutto ma Carlo Calenda è volato a Napoli per sostenere la sua candidata Modestino, quella che definí Zelensky un traditore e Von der Leyen une femme de chambre. A proposito di serietà.

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I putiniani che hanno fatto finta di non vedere

Ieri Silvio Berlusconi ha gettato la maschera. O forse la maschera gliel’hanno retta per mesi gli altri, quelli a cui faceva comodo la narrazione che “gli amici di Putin” fossero a sinistra (sono sempre loro, i bellicisti che usano la guerra per fare politica, in tutti i sensi) cogliendo l’occasione per attaccare Anpi, Emergency e tutti gli altri.

Invece è bastato mettere un microfono sotto la bocca di Berlusconi per sentirlo dire, ieri sera a Porta a Porta, che Vladimir Putin è stato trascinato alla guerra dalle pressioni interne e il suo obiettivo era «sostituire il governo di Zelensky con un governo di persone perbene». Del resto è lo stesso Berlusconi che qualche tempo fa ci spiegò che la Russia era entrata in guerra “per colpa di comunisti”.

«Sono andati – dice Berlusconi – da lui in delegazione dicendo “Zelensky ha aumentato gli attacchi delle sue forze contro di noi ed i nostri confini, siamo arrivati a 16mila morti, difendici perché se non lo fai tu non sappiamo dove potremo arrivare”». Quindi, prosegue Berlusconi, «Putin è stato spinto dalla popolazione russa, dal suo partito e dai suoi ministri ad inventarsi questa operazione speciale».

«Per cui – prosegue il racconto di Berlusconi a Porta a Porta – le truppe russe dovevano entrare, in una settimana raggiungere Kiev, sostituire con un governo di persone perbene il governo di Zelensky ed in una settimana tornare indietro. Invece hanno trovato una resistenza imprevista che poi è stata foraggiata con armi di tutti i tipi dall’Occidente». Qui il leader di Forza Italia sfocia anche nell’analisi militare e aggiunge: «Non ho capito perché le truppe russe si sono espanse in giro per l’Ucraina, mentre secondo me dovevano soltanto fermarsi intorno a Kiev». Ad oggi «la guerra dura da più di 200 giorni, la situazione è diventata molto difficile, io mi sento male quando sento parlare dei morti perché ho sempre ritenuto la guerra la follia delle follie», conclude Berlusconi.

Non serve che Giorgia Meloni e Matteo Salvini continuino a inscenare questo triste spettacolino degli atlantisti dell’ultima ora se sul più “moderato” della coalizione poi non trattiene la verità. Rimane una domanda: non provano vergogna quelli del Partito unico bellicista per avere perseverato in un furioso strabismo?

Buon venerdì.

Nella foto: Berlusconi e Putin al vertice Nato Russia a Pratica di Mare, Roma, 28 maggio 2002

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Nel Pd si aspetta solo la sconfitta. Letta le ha sbagliate tutte

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Bisognerebbe avere il coraggio di dirselo: “Gli occhi da tigre” che Enrico Letta annunciava all’inizio della campagna elettorale non si sono visti. Il primo responsabile è proprio Letta, del resto il segretario del Pd ha sempre detto – questo gli va riconosciuto – di volerci “mettere la faccia”, solo che a pochi giorni dal voto viene da chiedersi esattamente quale fosse il messaggio, quale fosse la strategia e soprattutto si può già sentire in sottofondo la tiritera dell’analisi della sconfitta che dentro il partito in molti sono pronti a usare come arma contro il segretario (in previsione del prossimo congresso) più che per un autentico esame di coscienza.

Nel Pd si aspetta solo la sconfitta. Dalle alleanze alle candidature

Partiamo dall’inizio, quando l’inizio era quel “campo largo” che Enrico Letta ha difeso anche dai suoi avversari interni, soprattutto la corrente di Base Riformista guidata dal ministro Lorenzo Guerini e Luca Lotti, renziani senza nemmeno il coraggio di seguire Renzi. Quel “campo largo” non s’è fatto perché il Partito democratico ha deciso di non perdonare al Movimento 5 Stelle l’aver fatto cadere Draghi.

Scelta legittima, certo, ma già lì la retorica del doversi “unire tutti contro la destra” aveva perso la sua spinta. La versione del “campo largo” si è affievolita anche per la scelta iniziale di Letta di tenere dentro Calenda ma non Renzi, soffiando sul sospetto che le decisioni politiche fossero figlie anche di dissidi personali.

Anche questo è legittimo, per carità, ma non corrisponde alla narrazione. Se ci aggiungete che Calenda se n’è andato come se n’è andato, capite che il “campo largo” visto oggi sembra uno slogan piuttosto sfortunato. Poi c’è stato l’inizio della campagna elettorale emmi giorni è stato tutto un ripetere dell’Agenda Draghi.

È emerso, com’era prevedibile, un piccolo particolare: Sinistra Italiana con Fratoianni e i Verdi con Bonelli sono l’opposto di quell’agenda e non serviva un fine analista politico per capire che non fosse particolarmente furbo spingere su un tasto che è un nervo scoperto della coalizione. Non a caso Renzi e Calenda per settimane hanno potuto girare il coltello nella piaga di un’alleanza elettorale con evidenti divergenze.

Poi è iniziata la campagna elettorale ma gli animi non si sono scaldati, la partecipazione non si è accesa e il Partito democratico ha continuato a dare la sensazione di sbiaditezza che aveva fin dall’inizio.

Le candidature di Casini, Craxi e compagnia cantante hanno scontentato la base in diverse città. L’alleanza con Di Maio è per la maggiori parte degli iscritti (e dei parlamentari uscenti) incomprensibile: ad oggi non si è ancora capito un solo motivo per cui Letta avrebbe dovuto caricarsi dell’ex grillino. Anche in questo caso il “campo largo” strappa un sorriso come già detto. Se davvero la “punta di diamante” dei candidati del Pd è Carlo Cottarelli (come Letta ha ripetuto più volte) non si capisce come voglia “rinnovarsi” un partito che si affida a una candidatura non sua (Cottarelli è l’estensore del programma di +Europa).

“Abbiamo messo molti giovani”, ripete Letta. E tra i giovani spicca di sicuro la candidatura di Elly Schlein, già vicepresidente di Stefano Bonaccini in Emilia Romagna. La sensazione, da fuori, è che Schlein (e gli altri) fatichino a portarsi sulle spalle il peso della nomenclatura. Pensate a un punto forte del Pd sollevato in campagna elettorale togliendo gli attacchi a Meloni, Calenda, Renzi, Salvini e Conte: ecco tutto. La serietà, rispondono loro. Ma la serietà è un prerequisito, non basta.

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Renzi se la tira con il referendum. Bestiario elettorale senza freni

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Anche Salvini ha il suo milione di qualcosa per la campagna elettorale, Berlusconi dice di essere troppo avanti e intanto si denunciano le studentesse. Ecco il bestiario elettorale.

UN MILIONE DI LEGHISTI
“Trentamila chilometri su e giù per l’Italia, toccando tutte le regioni, da Ferragosto a oggi: sono i numeri (provvisori) della campagna elettorale di Matteo Salvini”, secondo quanto rende noto la Lega. Il Carroccio annuncia anche per domani – senza anticipare dettagli – l’organizzazione di “un’iniziativa da record con l’obiettivo di coinvolgere almeno un milione di persone”. Hanno davvero avuto il coraggio di scrivere “almeno un milione di persone”. A questo punto potevano scrivere “49 milioni”.

COM’E’ UNITO LEI
“Pare che ci si possa riconvocare in Parlamento anche dopo le elezioni per fare un nuovo scostamento di bilancio. Mi rifiuto di pensare che un economista attento come Draghi non si renda conto del bisogno che c’è di un nuovo intervento”. Lo ha detto il leader della Lega Matteo Salvini a Radio 24. “Chi chiede tempo e dice che si possa aspettare sbaglia: vale per FdI e per il Pd: sono a rischio chiusura migliaia di imprese e botteghe, è a rischio il sistema produttivo”, conclude. Risponde Giorgia Meloni: “lo scostamento del pareggio di bilancio non è la soluzione. è un pozzo senza fondo, sono soldi che regaliamo alla speculazione. Il punto di arrivo è il disaccoppiamento dei costi di gas ed energia, che è una misura strutturale”. E pensare che promettono di trovare una soluzione “al primo Consiglio dei ministri”. Sì, ciao.

SALVINI, LA CASSAZIONE
Salvini: “La politica può fare le leggi ma sta al giudice applicarle. Se uno ha tentato un omicidio, non può stare fuori. La stessa cosa gli spacciatori. Chi sceglie la Lega sceglie la battaglia contro ogni droga. Qualcuno ritiene che ci siano droghe buone, simpatiche o che non fanno male? Per me la droga è morte, e chi spaccia va in prigione. Poi c’è la legge sulla modica quantità e trovi un giudice yuppy, liberal, e anche se hai 3 etti di droga ti rimette in libertà. Se ti trovo con droga stai in carcere”. Tutta ‘sta manfrina per dire che lui vorrebbe essere La legge. Dopo i pieni poteri vuole anche essere il codice penale.

CREDO NEL CONDONO!
Il candidato leghista Severino Nappi stampa dei manifesti che dicono: “Condono edilizio per la Campania subito!”. Ci aggiunge anche un “parola mia”. Almeno nella Prima Repubblica facevano finta.

GARANTISTI A TRATTI
Matteo Renzi: “Un appello ai 7,5 milioni di italiani che hanno votato al referendum del giugno scorso: non lasciate questo Paese nelle mani di populisti giustizialisti. Il #TerzoPolo è l’unica squadra interamente e autenticamente garantista”. In effetti come non adorare il garantismo contro l’accusatrice di Richetti…

MINESTRA RISCALDATA
Berlusconi: “Alcuni si chiedono perché io abbia usato lo stesso linguaggio di 30 anni fa. Sono passati trent’anni, il mondo intorno a noi è cambiato davvero, molti elettori di oggi non erano nati, non c’erano i social media, nuovi protagonisti si sono affermati, solo in Italia è cambiato molto poco”. Insomma è colpa nostra: Berlusconi è talmente avanti che ci sta solo doppiando.

QUELLE PERICOLOSE STUDENTESSE
Portate in Questura per un sit-in pacifico per il clima davanti alla scuola. È successo a Voghera: Sabina e Anna, entrambe attiviste 17enni del gruppo locale di Fridays for future, si sono sedute davanti all’ingresso del liceo classico Grattoni con dei cartelli, che sensibilizzavano sullo sciopero globale del 23 settembre – il primo in città -, ma che soprattutto denunciavano la situazione edilizia dell’istituto. Siamo già al 26 settembre?

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Calenda sta a i poveri come Salvini ai migranti

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Si è proposto come l’argine al populismo, basando tutta la campagna elettorale sullo slogan della serietà (che dovrebbe essere qualità riconosciuta dagli altri, vabbè) ma Carlo Calenda è tecnicamente il politico più populista di questa campagna elettorale. Ieri è andato in tour elettorale nella sua Roma.

Carlo Calenda è tecnicamente il politico più populista di questa campagna elettorale

Populista già l’intenzione: “Se mostro che la città governata dal Pd è sporca sottintendo che non sarebbero capaci di governare l’Italia”. Una mossa di marketing, niente di politico, roba che sembra uscita da una serie televisiva, mica da una campagna elettorale “tra la gente”.

Ha ragione il Partito democratico quando gli ricorda che “è stato eletto al Parlamento europeo proprio grazie ai voti del Partito democratico e tantissimi militanti si sono adoperati per la sua elezione”, e che fino a qualche settimana fa Calenda era con loro in “un’alleanza che lui stesso aveva scelto e voluto” e che si è “dimesso alla prima seduta utile, abdicando a tutte le battaglie che poteva condurre personalmente per Roma”.

Primo comandamento del populismo: abolire la memoria, per potersi rivendere sempre come nuovi. Poi Calenda si sofferma sui poveri. Lo fa con una carrellata della telecamera su qualche disperato accampato in mezzo alle frasche, indicandolo con un dito identico a quello di Matteo Salvini quando suona il citofono di un quartiere popolare alla ricerca dello spacciatore.

Non c’è nulla di diverso tra i due: entrambi evidenziano un problema per trasformarlo in fobia e rivendersi come unici possibili risolutori. Quello lo fa con i neri e gli spacciatori Calenda invece è all’affannosa ricerca di poveri, meglio ancora se rivendibili come nullafacenti.

Cambia l’abbigliamento (la “felpa” di Calenda è la divisa da manager sceso tra “il popolo” per il bene del Paese) ma alcuni tratti sono identici: come Salvini anche Calenda osserva la povertà con guardo altero, distante, senza nessuna partecipazione emotiva, con malcelato disprezzo. Non c’è in Calenda nessuna riflessione sulle cause delle disumane condizioni del povero.

Bisogna solo spostarlo di lì (non parla di ruspe ma lo slancio è lo stesso): la povertà è un attacco al decoro, una macchia sul paesaggio (che deve essere lindo per il prossimo Giubileo). Peccato che il Giubileo dovrebbe essere proprio un’occasione per “volgere lo sguardo ai poveri”, come recita il Vangelo. Tecnicamente un video che addita i poveri (o gli stranieri, è la stessa cosa) si può definire “sciacallaggio”.

Non è diverso dallo sciacallaggio che da mesi avviene sulla pelle dei percettori del Reddito di cittadinanza solo che in questo caso sta lì, compresso in un video. Chi da anni racconta i poveri come un danno al decoro e un pericolo per la sicurezza pubblica I populisti di destra, proprio loro.

Gli stessi che Calenda dice di voler sconfiggere con la sua presunta serietà. E scagliandosi contro i “populisti di destra” e i “populisti di sinistra” Carlo Calenda dimostra di avere anche un’altra fondamentale caratteristica dei populisti: l’antipolitica. Quello di Calenda non è il populismo classico di chi invoca l’unità del popolo contro presunte “élite” ma è il populismo delle élite che chiedono di allearsi contro il popolo. Per questo occorre mostrarlo in tutte le sue pieghe più fastidiose. Del resto è facile in un Paese ormai preda dell’aporofobia trovare elementi che aumentino il disgusto verso i poveri.

Pensateci, proporre un uomo come “mito” e dichiararsi sacerdoti delle sue gesta cos’è? Populismo, finanche infantile. L’agenda Draghi è la nuova Padania, concetto fantastico (e quindi inesistente) da sventolare come tratto identitario.

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Braccio teso e poco coraggio

Al funerale di Alberto Stabilini, noto esponente dell’estrema destra milanese e in passato membro del Fronte della gioventù, c’era anche l’assessore alla Sicurezza di regione Lombardia Romano La Russa, fratello meno celebre di Ignazio. Nel momento in cui è stato invocato il nome del defunto tutti hanno risposto «presente!» con il solito braccio teso. Non si è sottratto – figurarsi – l’assessore La Russa, soprattutto in un momento come questo in cui si intravede lo sdoganamento di una certa cultura.

L’opposizione in Regione ha chiesto al presidente Fontana di intervenire e censurare. Figurarsi: Attilio Fontana è appeso a un filo e i rapporti di forza si sono invertiti con la Lega che ormai è una succursale dei meloniani.

Ma l’elemento significativo è la risposta del partito di Fratelli d’Italia che scrive: «Emerge con chiarezza – si legge nella nota diffusa alla stampa – che il movimento del braccio di Romano non ha nulla a che fare col saluto fascista, ma al contrario testimonia il suo invito ai presenti ad astenersi dal saluto. Basta verificare il movimento del suo braccio, peraltro assente durante le chiamate consecutive che comunque la Cassazione ha sancito non essere reato se effettuato in un funerale». Quindi il partito cerca di giustificare La Russa dicendo che «era stato chiesto in vita dal defunto Alberto Stabilini», di cui Romano La Russa era cognato e amico da sempre, l’estremo saluto immortalato in un video che sta diventando virale sul web. Siamo, come dice Mario Lavia, al Var del fascismo.

Riccardo De Corato, candidato per Fratelli d’Italia, ha il coraggio di dire: «Chi vuol confondere il rito del presente con il saluto fascista è ignorante, nel senso che ignora una tradizione militare che vige da secoli». Eccola, la loro natura. Braccio teso e poco, pochissimo, coraggio.

Buon giovedì.

 

 

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