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Giulio Cavalli

Vigili del fuoco, 4.386 posti vuoti mentre l’Italia brucia: dal governo 56 milioni per le carriere, 600 volte meno della spesa militare

Il calendario 2026 del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, è stato presentato il 18 novembre al Maxxi di Roma fra vip e conduttori televisivi. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha chiuso la cerimonia così: «Non ho mai visto un Vigile del fuoco risparmiarsi nell’esercizio delle proprie funzioni». Sta scritto tutto nel comunicato del Corpo.

Il 22 luglio, in contrada Chiapparia, un caporeparto del comando di Caltanissetta, si è accasciato durante una ricognizione su un fronte di fuoco a San Cataldo. È morto poco dopo il ricovero, a meno di un anno dalla pensione. Nello stesso intervento un collega è finito in ospedale per il calore. In quei giorni le squadre siciliane avevano superato i mille interventi.

Eurostat ha pubblicato il 10 agosto i numeri europei del 2025: 372.400 vigili del fuoco professionisti nell’Unione, lo 0,18% degli occupati. Un anno prima erano 390.600. Sono 18.200 in meno in dodici mesi e la Confederazione europea dei sindacati fa notare che il crollo cade esattamente nell’anno peggiore mai registrato per gli incendi, con oltre un milione di ettari bruciati. Polonia meno 9.000, Germania meno 8.000, Francia meno 4.100, Paesi Bassi meno 2.400: Paesi finiti nel 2024 sotto procedura per disavanzo eccessivo. A marzo la Commissione europea aveva chiesto agli Stati organici adeguati nei servizi antincendio. Poi ha continuato a contare i decimali del deficit.

Vigili del fuoco, lo scoperto italiano

In Italia i posti restano scoperti senza bisogno di tagliarli. Collettiva ha messo in fila i numeri a giugno: pianta organica 40.707 unità, organico reale 36.321, quindi 4.386 posti vuoti, e con 4.045 cessazioni previste fino al 2027 la voragine arriva a 7.905. Il decreto della presidenza del Consiglio del 7 maggio 2026 ha autorizzato 1.497 assunzioni per l’annualità 2025, di cui 1.404 vigili del fuoco. Di quei posti, 400 passano da un concorso nuovo. Gli altri sono scorrimenti di graduatorie e stabilizzazioni, cioè gente già dentro il Corpo che cambia casella.

Intanto il Paese brucia con una regolarità. Nel 2025 sono andati in fumo 96.517 ettari secondo l’elaborazione di Legambiente sui dati satellitari Effis, quasi il doppio del 2024. Nel 2026, al 15 giugno, cioè prima ancora che aprisse la stagione antincendio, i roghi erano 469, il 36,3% in più dell’anno prima, con 9.545 ettari già persi. In Piemonte, riferisce Torino Oggi, da maggio ad agosto le squadre hanno fatto 1.443 interventi per incendi di bosco e vegetazione, più dell’intera stagione 2025, quando furono 889, con 9.807 ore di impiego contro 1.607. Sei volte. L’11 agosto la giunta regionale ha esteso lo stato di emergenza a tutte le province piemontesi.

Cinquantasei milioni

Il 23 luglio il Consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare il riordino delle carriere del Corpo, dotazione a regime 56 milioni di euro. Due giorni dopo una parte dei sindacati ha scioperato: secondo la Uil Fp su quelle risorse i vigili del fuoco, i capi reparto e i vice ispettori rischiano di restare a bocca asciutta. La cifra va letta accanto a un’altra. L’osservatorio Mil€x valuta la spesa militare italiana del 2026 in 33.948 milioni di euro, con 13,2 miliardi di acquisti di armamenti. Lo Stato spende in armi, ogni anno, seicento volte quello che ha messo sul tavolo per rifare le carriere di chi entra dentro il fuoco.

Il calendario, del resto, era illustrato benissimo. A Caltanissetta un caporeparto dei Vigili del fuoco si è accasciato su un fronte a meno di un anno dalla pensione, dentro un Corpo che porta oltre quattromila caselle vuote. Le foto arrivano puntuali ogni novembre. Su questo il governo non è mai in ritardo.

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L’Anac spartita ad agosto, quando nessuno guarda

Novantacinque acquisti pubblici su cento, nel 2025, sono stati affidati senza gara. Lo scrive l’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, nella relazione al Parlamento del 21 aprile, dove gli affidamenti appena sotto la soglia che obbliga alla gara risultano passati da 1.549 nel 2021 a 13.879 nel 2025. Ecco, quella è l’autorità che l’11 settembre si azzera: scadono insieme Giuseppe Busia e i…

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Dall’Anac alla Consob, la Lega a caccia di nomine nelle autorità mentre nei sondaggi perde elettori

La poltrona di chi vigila sugli appalti senza gara si assegna senza gara. L’11 settembre 2026 scade il mandato di Giuseppe Busia alla presidenza dell’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione. Con lui decadono i consiglieri Consuelo Del Balzo, Laura Valli, Luca Forteleoni e Paolo Giacomazzo, nominati con lo stesso decreto del 2020 per sei anni non rinnovabili. Il collegio va rifatto per intero. Il criterio, come ha scritto Milano Finanza, è la quota di partito, e stavolta tocca alla Lega.

Il primo nome uscito era quello di Matteo Piantedosi. Milano Finanza lo dava come profilo di garanzia, con un effetto collaterale gradito a via Bellerio: lasciare libero il Viminale. Poi Giorgia Meloni ha chiuso al rimpasto parlando al settimanale Chi. Da parte sua la Lega ha cambiato il nome sul tavolo: come ha raccontato Lettera43 il 12 agosto, si fa strada la candidatura di Simonetta Matone, deputata e magistrata di cassazione, che può raccogliere consensi bipartisan.

Il requisito che nessuno nomina

Conviene leggerla lentamente, la norma. L’articolo 13, comma 3 del decreto legislativo 150 del 2009 esclude dal vertice dell’Autorità chi riveste incarichi pubblici elettivi o cariche in partiti politici. Ne esclude anche chi li ha rivestiti nei tre anni precedenti la nomina. Matone siede alla Camera dal 2022 ed è iscritta al gruppo Lega dal 18 ottobre di quell’anno. Il requisito viene prima del merito, e vale per chiunque.

E il consenso serve davvero, perché la nomina passa dal parere favorevole delle commissioni parlamentari a maggioranza dei due terzi, poi dalla delibera del Consiglio dei ministri e infine dal decreto del capo dello Stato. Servono i voti dell’opposizione, insomma. Candidare una parlamentare in carica al vertice dell’anticorruzione è il modo più rapido per farsi dire di no.

Cosa trova chi arriva

Sta tutto nella relazione al Parlamento del 21 aprile 2026. Gli affidamenti diretti hanno toccato quasi il 95 per cento delle acquisizioni, su un mercato dei contratti pubblici da oltre 309 miliardi. E l’addensamento è fittissimo appena sotto la soglia che obbliga alla gara: gli acquisti fra 135mila e 140mila euro sono passati da 1.549 nel 2021 a 13.879 nel 2025.

Un report successivo dell’Autorità pesa quella fascia, per beni e servizi, in 1,5 miliardi nel 2024, oltre sei volte i 212 milioni di tre anni prima. L’abrogazione dell’abuso d’ufficio, come ha ricordato il Fatto Quotidiano, ha tolto l’unica fattispecie applicabile agli affidamenti senza gara. Dal 2020 al 15 maggio 2026 l’Autorità ha censito 141 procedimenti penali per condotte corruttive o anomale sugli appalti. E sopra tutto questo passano i 194,4 miliardi del Pnrr.

La rincorsa leghista alle nomine, del resto, ha un ritmo che i sondaggi non hanno. Milano Finanza segnala che alla Lega spetterebbe anche il posto che si libera in Consob quando il commissario italiano passerà all’Esma. Lettera43 ricorda che Davide Bordoni, segretario leghista nel Lazio, cumula un incarico da esperto al Mit e l’amministrazione unica di Ram Spa per il triennio 2026-2028. Gli incarichi pubblici da rinnovare nel corso del 2026 sono 842 secondo l’Osservatorio Comar.

Solo che le caselle non votano. La Supermedia YouTrend-Agi del 3 agosto, su rilevazioni fra il 16 e il 29 luglio, dà la Lega al 5,9 per cento, settima, dietro Futuro Nazionale di Roberto Vannacci al 7,1. Nel 2022 il Carroccio prendeva l’8,77 alla Camera secondo i dati definitivi del Viminale, e alle europee del 2019 aveva sfiorato il 34,3. Dal primo partito d’Italia al settimo, e la risposta è un organigramma.

Un partito che presidia le autorità mentre perde elettori ha scelto l’unico consenso che gli riesce, quello che si distribuisce per decreto. E all’anticorruzione, esattamente lì dove servirebbe qualcuno che non debba niente a nessuno, la Lega manda a chiedere un posto.

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Blindati nelle stazioni di Roma e Milano: crescono i dubbi sull’efficacia del loro utilizzo

Nove blindati Puma stanno fermi davanti alle stazioni italiane, tre a Roma e sei a Milano, e il Post li ha contati e fotografati con i cunei alle ruote, chiusi dalle transenne, con i recipienti sotto a raccogliere le perdite. Li parcheggiano la mattina, li tolgono la sera, e in mezzo non si muovono di un metro. I primi due sono comparsi a Termini il 28 gennaio, e due giorni dopo Giorgia Meloni è andata a stringere la mano ai militari con le telecamere al seguito. Da allora sono rimasti lì. Fermi.

Il Puma è un blindato leggero disegnato a fine anni Ottanta per trasportare fanteria e per la ricognizione. Ne sono arrivati circa 580 all’Esercito Italiano fra il 2001 e il 2004. L’impiego si è ridotto quando i mezzi hanno mostrato le vulnerabilità, e per Andrea Cucco, direttore di Difesa Online, oggi è un blindato superato. L’eccedenza di una missione all’estero fa la guardia a un binario.

Chi sorveglia chi

Franco Gabrielli ha guidato la Polizia di Stato, la Digos e i servizi. Nel podcast “Wilson” del Post ha spiegato che i militari accanto ai blindati non guardano la piazza, guardano il blindato, perché un mezzo così non si lascia incustodito. Il presidio si è dato un presidio. Pietro Serino, capo di stato maggiore dell’Esercito dal 2021 al 2024, ha chiesto pubblicamente che senso abbia schierare i Puma in una zona di microcriminalità, non di minaccia terroristica: “Io, da solo, non ci riesco”.

Poi ci sono i poteri. La legge 125 del 2008, all’articolo 7-bis, assegna a questi militari le funzioni di agente di pubblica sicurezza e la facoltà di identificare e perquisire sul posto, “con esclusione delle funzioni di polizia giudiziaria”. Per ogni atto successivo devono accompagnare la persona al più vicino ufficio. E la legge di bilancio 2025 li impiega, testualmente, “limitatamente ai servizi di vigilanza di siti e obiettivi sensibili”. Il deterrente più vistoso del Paese è per legge un guardiano immobile.

Il conto, in soldi e in uomini

Per ciascuno degli anni dal 2025 al 2027, ricostruisce Difesa Online, sono stati autorizzati 198,4 milioni per i 6.000 militari di “Strade sicure” e 40,5 milioni per gli 800 di “Stazioni sicure”. Fanno 238,9 milioni l’anno, che lo stesso conto di Difesa Online traduce in oltre 654mila euro al giorno. Il Silp-Cgil conta intanto 92.687 poliziotti effettivi su 103.730previsti al 31 dicembre 2025: 11.340 posti scoperti. Si paga una vigilanza ferma proprio lì dove manca chi ha il potere di intervenire.

La Corte dei conti, nella deliberazione 4/2013/G, aveva già messo agli atti il verdetto: i risultati dell’operazione sono una percentuale estremamente ridotta di quelli ottenuti dalle forze dell’ordine. Il 25 marzo 2025, davanti alle commissioni riunite di Camera e Senato, il capo di stato maggiore della Difesa Luciano Portolano ha ricordato che l’operazione nasce per un’emergenza e che c’è da chiedersi se quell’emergenza continua. Chiedeva meno uomini e pattugliamento dinamico. Dieci mesi dopo è arrivato un blindato in sosta.

La ricerca, del resto, dice l’opposto. Jonathan Mummolo, di Princeton, ha misurato su dati nazionali statunitensi che la militarizzazione delle polizie non riduce i reati né protegge gli agenti. Vedere immagini di forze militarizzate, anzi, alza la criminalità percepita e abbassa la richiesta di pattuglie. La revisione Campbell curata da Anthony Braga su 65 studi dà alla polizia concentrata nei punti caldi un calo dei reati intorno al 16%. E sulla violenza una meta-analisi successiva di Braga misura il 35% per i programmi che aggrediscono le cause del degrado, contro il 16% del solo aumento di presenza. Funziona chi si muove e risolve.

A Termini, mostra un video rilanciato dal Post, i Puma lasciano il piazzale poco dopo la mezzanotte. È l’ora in cui una stazione fa davvero paura, ed è l’ora in cui la sicurezza esibita smonta.

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Dagli ospedali all’acqua potabile: così Israele mette in ginocchio Gaza

A fine luglio un litro di olio motore a Gaza costava più di 1.300 dollari, venti volte il prezzo di sei mesi prima. Lo scrive Medici Senza Frontiere in un comunicato del 12 agosto: da quel litro dipendono i generatori degli ospedali, le ambulanze, le pompe dell’acqua, le autocisterne. Le autorità israeliane continuano a limitarne l’ingresso, insieme ai pezzi di ricambio.

Il 5 agosto un generatore dell’ospedale da campo di MSF a Deir al Balah si è guastato. Con il generatore di riserva la sala operatoria è rimasta accesa solo per i casi critici, e gli ustionati sono rimasti nel caldo senza aria condizionata. Da giugno il polo di desalinizzazione di MSF gira sette ore al giorno invece di dodici, e l’acqua potabile è scesa da 600.000 a 350.000 litri, oltre 40.000 persone in meno servite ogni giorno. «Oggi si tratta di olio motore e pezzi di ricambio. Domani sarà qualcos’altro», dice Filipe Ribeiro, capo missione di MSF in Palestina.

L’11 agosto l’ufficio ONU per gli affari umanitari contava a Gaza oltre 1,3 milioni di persone sotto i sei litri d’acqua al giorno a testa, contro uno standard di emergenza di quindici. Nello stesso testo l’OCHA chiede “più permessi per portare dentro pezzi di ricambio”, l’identica richiesta di MSF, che quel blocco lo colloca “nel contesto del genocidio perpetrato da Israele”.

A luglio la Commissione europea ha lanciato la Team Gaza Initiative, 883,6 milioni di euro per la ripresa di Gaza, con l’Italia fra i governi partecipanti, e la commissaria Dubravka Šuica ha annunciato progressi su due progetti idrici concordati con le autorità israeliane. Le sanzioni a Israele tornano sul tavolo dei ministri degli Esteri europei il primo settembre, e secondo Politico l’intesa resta improbabile prima del voto israeliano del 27 ottobre. Bruxelles conta in milioni di euro. A Gaza si conta al litro.

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Frontiere Ue, il sistema funziona ma solo quando è spento. E in Italia solo i comunicati non fanno la coda

Il sistema che doveva blindare le frontiere esterne Ue funziona a una condizione: che qualcuno lo spenga. Lo ha raccontato Politico il 5 agosto, raccogliendo l’ammissione di Air France-Klm. Quando d’estate si formano le code, negli hub di Parigi e Amsterdam il sistema viene disattivato per tenere fluido il transito. Stessa manovra a Francoforte, Bruxelles e Milano. Tutto previsto dai regolamenti, tutto esibito come ordinaria amministrazione.

L’Ees, Entry/Exit System, è il registro europeo degli ingressi e delle uscite dei cittadini extra Ue nei 29 Paesi che lo usano: impronte digitali e immagine del volto al posto del timbro sul passaporto, archiviate per tre anni. Introdotto per gradi dal 12 ottobre 2025, pienamente operativo dal 10 aprile 2026. La Commissione europea ha autorizzato la sospensione della sola raccolta biometrica, in circostanze eccezionali, fino al 6 settembre. Poi l’eccezione è diventata l’orario di apertura.

Frontiere Ue, cosa succede negli scali italiani

Stefano Paoloni, segretario generale del Sap, il Sindacato autonomo di polizia, ha messo la cifra sul tavolo parlando con Il Sole 24 Ore: il sistema regge al massimo tra il 30 e il 50 per cento dei flussi ai controlli di frontiera. Gli scali in sofferenza sono Fiumicino, Malpensa, Verona e Pisa. Qui la biometria si sospende già, soprattutto nelle prime ore del mattino. A Malpensa, racconta a Politico Cristian Sternativo, segretario provinciale del Sap in servizio alla polizia di frontiera, i turni contano circa 35 persone, e ne servirebbero da 10 a 15 in più nelle fasce di punta.

Il 12 aprile, due giorni dopo la piena operatività, un volo da Linate per Manchester è decollato con 34 passeggeri dei 156 prenotati. Gli altri erano in fila ai varchi, fra malori e svenimenti. A giugno l’amministratore delegato di Aeroporti di Roma, ha detto al Financial Times che senza sospensione l’estate sarebbe stata un “disastro”. Bruxelles replica che il software regge e che le code nascono dalla carenza di personale e di spazi negli scali. Ed è una risposta che finisce dritta al Viminale: gli agenti di frontiera li assume Roma.

A luglio l’Italia ha firmato con altri otto governi, Svizzera compresa, una lettera al commissario Magnus Brunner. Chiede garanzie scritte per continuare a spegnere la biometria anche dopo il 6 settembre. Nove esecutivi che domandano il permesso di sospendere il proprio fiore all’occhiello.

La frontiera che si chiude in conferenza stampa

Il 1° agosto, intanto, il governo ha sospeso Schengen verso la Spagna per un mese dopo la crisi di Ceuta. Giorgia Meloni lo ha scritto sui social: “difendere i confini significa difendere la sicurezza dei cittadini”. Il 7 agosto Madrid ne ha chiesto la revoca, Palazzo Chigi ha replicato che l’Italia “non accetta ultimatum” e ha tirato fino al 15 agosto. La Spagna ha ricambiato con controlli su chi arriva da qui. Due governi che si perquisiscono i turisti a vicenda.

Sul confine con la Slovenia la sospensione dura dal 21 ottobre 2023 ed è prorogata fino al 18 dicembre 2026. Quasi tre anni di eccezione. Nel primo semestre del 2026 Frontex ha contato poco più di 49mila attraversamenti irregolari alle frontiere esterne, il 37 per cento in meno del primo semestre 2025, e circa 14.300 sulla rotta del Mediterraneo centrale, meno della metà. Il confine è diventato un format.

Resta il pezzo mancante. L’Etias, l’autorizzazione da chiedere prima di partire per chi viaggia senza visto, doveva arrivare nel 2021, poi entro quest’anno, e ora slitta al 2027 proprio perché l’Ees non regge. Il registro europeo dei confini si spegne alle otto del mattino, davanti alla fila del primo intercontinentale. La frontiera che il governo mostra ogni sera regge invece benissimo, perché sta dentro un comunicato e i comunicati non fanno coda.

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Il possessivo di Renzi: il voto è nostro, la faccia è sua

Renzi ha detto la verità e l’ha detta con un aggettivo possessivo. Silvia Salis, ha spiegato mercoledì al Corriere della Sera, «somma al nostro voto organizzato una sua forza personale rilevante». Nostro. I voti sono suoi, la popolarità è di lei, la somma la firma lui. Quando da queste parti scrivemmo che la sindaca di Genova era il cavallo di Troia per l’ennesimo agguato al Partito democratico…

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Meloni chiude al rimpasto di governo e alla Lega: Salvini reclamava il Viminale e invece gli tocca il traghetto

Il settimanale Chi è in edicola da ieri mattina e dentro c’è la riga che chiude l’estate politica di Matteo Salvini: nessun rimpasto di governo a settembre. La firma è di Giorgia Meloni, che le decisioni le comunica a mezzo stampa. Del resto nel 2024 aveva concesso tre interviste alla carta stampata, per 57 domande secondo Pagella Politica, e tenuto tre conferenze stampa in tutto l’anno. L’assetto dell’esecutivo passa da un rotocalco.

Per il segretario della Lega quella riga è chiaramente un preavviso di sfratto. Il 7 luglio aveva pubblicato su Avvenire un intervento che era il programma di un altro ministero, “Considero la sicurezza uno dei primi doveri dello Stato”. Il senatore Claudio Borghi (Lega) reclamava il Viminale per il capo, assolto sul caso Open Arms. Nei retroscena l’annuncio arrivava a Pontida, il 20 settembre, dopo il 4 settembre del record di longevità. Dal canto suo Meloni ha risposto con un mese di anticipo, e a settembre il Viminale resterà a Matteo Piantedosi.

Niente rimpasto e il generale che avanza

Ma i problemi per Salvini sono parecchi, e non solo di rimpasto. Roberto Vannacci ha lasciato la Lega il 3 febbraio 2026 e tre giorni dopo ha fondato Futuro Nazionale. La Supermedia YouTrend per SkyTg24 del 3 agosto lo dava al 7,1 per cento, per Swg il 4 agosto era al 7,2 contro il 5,5 del Carroccio. Bidimedia ha calcolato una crescita di 1,5 punti nel solo luglio. Il travaso avviene dentro il centrodestra, che arretra della stessa misura: insomma la Lega finanzia il proprio concorrente.

Anche sulla sicurezza la regia è altrove. Dal 1° agosto l’Italia ha ripristinato i controlli alle frontiere con la Spagna dopo gli ingressi irregolari a Ceuta. La riunione l’ha presieduta Piantedosi su indicazione di Palazzo Chigi, e Salvini commentava in fila con Antonio Tajani, proprio sul terreno che rivendica come suo.

Il ministero che doveva essere la vetrina

Alle Infrastrutture il bilancio è di rinvii. I cantieri del Ponte sullo Stretto erano promessi entro l’estate del 2024 e a fine ottobre 2025 la Corte dei conti ha respinto la delibera Cipess sul progetto definitivo. A marzo 2026 un decreto ha riscritto l’iter e spostato 2,8 miliardi dal quadriennio 2026-2029 al 2030-2034. Tre anni di annunci per un cronoprogramma che scavalca la legislatura.

Intanto il partito gli si muove sotto i piedi. Venerdì 7 agosto, in via Bellerio a Milano, il direttivo della Lega lombarda è durato oltre quattro ore con 31 interventi. Daniele Belotti, storico presentatore di Pontida, ha detto a Repubblica che il segretario «deve fare un passo indietro e dimettersi», e altri quattro dirigenti hanno chiesto lo stesso mentre il presidente lombardo Attilio Fontana lasciava correre. Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato, ha chiesto una guida collegiale, con più spazio a Giancarlo Giorgetti e a Luca Zaia, oggi presidente del Consiglio regionale veneto. Zaia tace, e in Veneto il suo silenzio pesa quanto un comunicato.

Resta la bandiera del Nord, ridotta a un moncone. Con le sentenze 192 del 2024 e 10 del 2025 la Corte costituzionale ha smontato l’impianto della legge Calderoli, e le pre-intese votate in Parlamento a luglio 2026 con quattro regioni del Nord riguardano quattro materie: protezione civile, professioni, previdenza complementare, tariffe sanitarie. L’autonomia differenziata di via Bellerio sta in una pagina. Sul settimanale la frase di Meloni occupa due righe, eppure a Salvini toglie l’ultima stagione utile.

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Gaza, due pesi e due misure: la detenzione si può sospendere solo per gli israeliani

In Israele un ordine di detenzione amministrativa si può discutere, sospendere e non rinnovare, purché il detenuto sia israeliano. Tal Yinon Dardik è uscito libero l’11 agosto dopo trentotto giorni di custodia, per decisione del giudice Amir Shaked, senza alcuna condizione. Il suo avvocato Nati Rom, dell’organizzazione Honenu, ha commentato che l’ordine militare era «ineseguibile» perché firmato senza autorità.

Dardik è sospettato dell’assalto del 13 marzo a Khirbet Humsa. Secondo la polizia israeliana fra trenta e quaranta assalitori sono entrati nel villaggio prima dell’alba, hanno immobilizzato i residenti e li hanno picchiati. Qusai Abu al-Kebash, ventinove anni, ha raccontato al New York Times di essere stato denudato, legato ai genitali con una fascetta e portato in giro davanti alla sua famiglia. Dardik nega di avere partecipato.

Attorno a quei trentotto giorni si è mosso lo Stato intero. Il ministro della Difesa Israel Katz ha ordinato di non rinnovare l’ordine amministrativo, poi è andato a trovare Dardik in cella a fine luglio. Ha anche annunciato in televisione la sostituzione del capo del Comando centrale Avi Bluth, salvo tornare sui suoi passi. Un comitato d’appello militare, udienze il 6, il 9 e l’11 agosto, lo sciopero della fame contato dai quotidiani israeliani.

Ad agosto 2026 HaMoked conta 7.965 detenuti “di sicurezza” nelle carceri israeliane: 3.198 sono in detenzione amministrativa senza processo, altri 1.358 trattenuti come “combattenti illegali”. Semestri rinnovabili, prove segrete, nessuna udienza in cui l’accusa esista, e la stessa organizzazione ricorda che trattenere in Israele detenuti dei territori occupati viola la Quarta Convenzione di Ginevra. Ad aprile Addameer contava circa 350 minori.

Ieri il Jerusalem Post ha titolato che il nuovo modello Dardik “potrebbe ridurre la detenzione amministrativa per alcuni palestinesi”. Per gli altri il rinnovo resta una firma ogni sei mesi.

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Il turismo specchio di come è conciato il Paese

“La stagione sta andando molto bene”, ha detto lunedì da Torri del Benaco il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, e ha messo sul vassoio la previsione: 172 milioni di presenze entro agosto, quasi 90 milioni di stranieri. Due giorni dopo la Guardia di finanza ha spiegato come va bene. A Bari ai bagnini di uno stabilimento restavano dai 2 ai 5 euro lordi l’ora, laddove il contratto ne prevede da sette a dodici, perché parte dello stipendio in busta paga la restituivano in contanti al titolare. Contanti che pagavano in nero altri ragazzi alle feste. Quattro indagati per associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento del lavoro, e tra loro il consulente che avrebbe aggiustato i cedolini.

Il bollettino ferragostano è coerente. A Treviso ventisette lavoratori irregolari in ventidue locali, ventisei in nero. Nel Vibonese trenta senza contratto. A Gioia Tauro un lido che dal 2021 non versava l’Imu. Insomma, l’estate italiana sta in piedi su un ricatto, e il ricatto ha bisogno di chi non può dire di no.

Anche i numeri del ministro vivono di stranieri. Nel primo semestre gli arrivi italiani sono saliti dell’1,97%, quelli dall’estero del 6,45%: il governo che ha fatto della parola invasione un programma campa sull’invasione, e la ringrazia in diretta. Il decreto flussi ha stanziato 15.075 quote di stagionali stranieri per il turismo. I temibili clandestini servono eccome, basta chiamarli quote.

Gli italiani intanto guardano da riva. Il 35,7% non può permettersi una settimana di ferie fuori casa, contro il 27,5 europeo, dice Eurostat. Troppo poveri per la patria che gli raccontano ogni sera. E la patria, sul bagnasciuga, è affittata: il 42,8% delle coste basse è in concessione secondo Legambiente, per un canone che allo Stato rende ben 115 milioni l’anno.

«Il motto di questo governo sarà non disturbare chi vuole fare», annunciava Giorgia Meloni alla Camera il 25 ottobre 2022. Quattro anni dopo sappiamo chi non va disturbato. I conti tornano perché c’è chi li fa tornare: sopra i milioni di presenze da annunciare in televisione, sotto un ragazzo alla prima esperienza che riconsegna i contanti al padrone e ringrazia. Stagione eccellente, dice il ministro.

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