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Giulio Cavalli

Giovani e lavoro povero: salari bassi oggi, pensioni da fame domani. Ecco cosa dicono i dati Inps

C’è una fotografia che inchioda il presente e ipoteca il futuro. È quella scattata dai dati Inps, letti e riorganizzati dalla Cgil: salari bassi oggi, pensioni inadeguate domani. Una traiettoria lineare, senza scarti né sorprese. Per i giovani, il lavoro povero smette di essere una fase e diventa una condizione permanente. Fine pena mai.

Un operaio under 35 guadagna in media meno di 14.000 euro lordi l’anno. Un impiegato giovane non arriva a 22.000 euro. A parità di mansioni, lo scarto con i colleghi over 35 supera il 40 per cento. Non è un ritardo fisiologico, è una svalutazione strutturale del lavoro giovanile che si riflette direttamente sui contributi previdenziali e quindi sulle pensioni future. Con carriere frammentate e retribuzioni così basse, il montante contributivo nasce già insufficiente. La previdenza diventa una promessa irraggiungibile.

Salari bassi oggi, pensioni povere domani

Il meccanismo è noto e implacabile. L’adeguamento automatico all’aspettativa di vita spinge l’asticella dei requisiti contributivi sempre più in alto: entro il 2035 si rischia di dover raggiungere 46 anni e 3 mesi di contributi. Incrociato con i salari reali degli under 35, questo dato trasforma la pensione in un miraggio statistico. Chi entra tardi nel mercato del lavoro, chi alterna contratti brevi e periodi di inattività involontaria, accumula buchi che nessuna retorica sull’impegno individuale può colmare.

La legge di Bilancio 2026, davanti a questo scenario, resta ferma. Non interviene sui salari, non rafforza la contribuzione, non corregge la precarietà. Anzi, la cristallizza. Gli sgravi contributivi alle imprese per le assunzioni giovanili riducono il costo del lavoro senza incidere sulle buste paga. Il lavoro dei giovani viene trattato come “lavoro scontato”, non come un investimento. Il risultato è una generazione che versa meno contributi oggi e riceverà meno diritti domani.

Lara Ghiglione, segretaria confederale della Cgil, lo dice senza giri di parole: «Dire a un giovane che deve lavorare fino a 46 anni di contributi quando oggi guadagna meno di 14.000 o 22.000 euro l’anno significa costruire una precarietà permanente». È una frase che pesa perché poggia sui numeri, non sulle intenzioni.

La narrazione del governo e i numeri che la smentiscono

Nella conferenza stampa di fine anno, Giorgia Meloni ha rivendicato un’Italia che cresce, un’occupazione “record”, un’attenzione particolare ai giovani grazie agli incentivi e alla stabilità dei conti pubblici. È una narrazione coerente con se stessa, ma incoerente con i dati. L’occupazione cresce anche quando il lavoro è povero. I contratti aumentano anche se le retribuzioni restano basse. La stabilità dei conti viene perseguita scaricando il costo sulle generazioni più giovani.

I numeri Inps mostrano che un giovane su tre è già oggi in condizione di povertà lavorativa. Mostrano che la distanza salariale tra giovani e adulti non si riduce. Mostrano che la legge di Bilancio non corregge queste distorsioni, ma le accompagna, sostituendo diritti strutturali con bonus selettivi e temporanei. Quando dal palco si parla di futuro garantito, dai dati emerge un futuro ipotecato.

Lavoro povero e questione abitativa

C’è poi la questione abitativa, che rende il quadro ancora più rigido. Con salari sotto i 14.000 o i 22.000 euro, l’affitto diventa una trappola. La Manovra riduce drasticamente il Fondo per la morosità incolpevole, lasciando i giovani esposti a sfratti e indebitamento. Anche qui, la distanza tra racconto e realtà è netta.

«Un’altra strada è possibile», insiste Ghiglione. Salari dignitosi, lavoro stabile, politiche industriali e sociali che guardino alla qualità dell’occupazione. È un’alternativa che chiama in causa scelte precise. Perché il lavoro povero giovanile non è un effetto collaterale: è il prodotto di decisioni politiche che hanno scelto di non intervenire. E i dati, più delle conferenze stampa, continuano a dirlo con ostinata chiarezza.

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Davos prepara la pace che a Gaza resta un miraggio

A Davos si prepara un tavolo. Nome solenne: Consiglio per la Pace. Presidenza annunciata, delegazioni, un direttore già indicato, una prima riunione con badge e foto ufficiali. Si parla di amministrazione transitoria, di comitati tecnocratici, di stabilizzazione. Parole che pesano poco quando scendono a terra.

Nelle stesse ore, a Gaza, il terreno restituisce un’altra grammatica. Colpi all’alba, feriti tra Jabaliya e Beit Lahia, case che cedono sotto le demolizioni. Le agenzie annotano “quattro morti” come se fosse una cifra neutra, una variabile di contesto mentre altrove si discute di governance. La distanza tra i due piani resta intatta.

Da Bruxelles arrivano formule altrettanto pulite: addestrare la polizia palestinese, riattivare Rafah, garantire l’ordine pubblico. Sicurezza come procedura, disarmo come capitolo. È il lessico della stabilità. Poi le immagini: un minareto colpito da un drone a Bureij, un boato che interrompe la preghiera, la polvere che sale dove prima c’era un punto di riferimento. Anche questo entra nei verbali, ma come nota a margine.

La Cisgiordania continua a fare da anticamera. A Hebron un bambino viene fermato dai militari, a Masafer Yatta un anziano prova a difendere la propria terra dall’avanzata dei coloni. Scene quotidiane, non eccezioni. Arresti annunciati come operazioni di sicurezza, aggressioni archiviate come incidenti locali. È qui che la promessa di pace perde consistenza.

In Israele si aprono rifugi per timore di un’escalation regionale, mentre la politica lavora su se stessa, riscrivendo le regole che la riguardano. Paura sotto terra, protezioni in superficie. Due movimenti che procedono insieme.

Il Consiglio per la Pace nascerà con un comunicato. Gaza, intanto, continua a produrre fatti. E la cronaca, ancora una volta, si incarica di misurare la distanza tra ciò che viene annunciato e ciò che accade.

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Alberto Trentini: il governo festeggia la liberazione (dopo 423 giorni), ma restano i buchi sulla gestione del caso

Roma, 12 gennaio 2026. Alle 5.27 la presidente del Consiglio Giorgia Meloni annuncia la liberazione di Alberto Trentini. Il messaggio parla di “gioia e soddisfazione”, ringrazia “le autorità di Caracas” per la collaborazione e comunica che Trentini e l’altro cittadino italiano Mario Burlò si trovano presso l’ambasciata d’Italia in Venezuela. Un aereo, aggiunge, è già partito da Roma per riportarli in Italia.

L’annuncio arriva dieci giorni dopo un evento che modifica radicalmente il contesto venezuelano: il 3 gennaio 2026, gli Stati Uniti conducono un’operazione di forza a Caracas che porta alla cattura del presidente Nicolás Maduro (con la moglie) e al suo trasferimento negli Stati Uniti. L’azione viene rivendicata dall’amministrazione americana come operazione di sicurezza nazionale. Da quel momento, il quadro politico e diplomatico del Venezuela entra in una fase di totale instabilità.

Dall’arresto alla detenzione senza processo

Alberto Trentini viene fermato il 15 novembre 2024 nello Stato di Apure, mentre viaggia verso Guasdualito per una missione con l’organizzazione umanitaria Humanity & Inclusion. Da quel giorno viene detenuto nel carcere di El Rodeo I, struttura di massima sicurezza nei pressi di Caracas.

Per oltre quattordici mesi resta in stato di detenzione. Nel corso di questo periodo non viene mai resa pubblica un’imputazione formale a suo carico. Non risulta l’avvio di un procedimento giudiziario. La detenzione prosegue senza processo.

Le condizioni carcerarie sono terribili: isolamento prolungato, accesso limitato alla luce naturale e all’attività fisica, contatti telefonici sporadici. Viene segnalata una perdita di peso stimata in circa 15 chilogrammi. Le stesse fonti riportano una condizione di ipertensione cronica, trattata con farmaci forniti tramite l’ambasciata italiana.

Durante la detenzione, la famiglia di Trentini interviene più volte pubblicamente. In dichiarazioni rilanciate dalle agenzie, i familiari denunciano l’assenza di informazioni ufficiali, la mancanza di un’accusa formale e il protrarsi della reclusione senza atti giudiziari. In più occasioni chiedono al governo italiano un intervento politico più visibile, spiegando che il silenzio istituzionale contribuisce all’isolamento del detenuto.

Sul fronte del governo, nel corso del 2025 non vengono diffuse informative parlamentari dedicate né prese di posizione pubbliche della Presidenza del Consiglio che ricostruiscano il caso. La gestione resta affidata ai canali diplomatici, senza nessuna rendicontazione pubblica.

La svolta internazionale e la liberazione

Il contesto cambia all’inizio di gennaio 2026. Il 3 gennaio, l’operazione statunitense contro Maduro provoca un collasso immediato degli equilibri politici venezuelani. Nei giorni successivi, secondo quanto riportato dalle agenzie, diversi detenuti stranieri vengono trasferiti o rilasciati.

Ora arriva l’annuncio della liberazione di Trentini. Nelle ultime ore esponenti della maggioranza collegano esplicitamente l’esito al nuovo scenario internazionale. La ministra Daniela Santanchè, in dichiarazioni pubbliche, afferma che la liberazione sarebbe avvenuta “anche grazie alla cattura di Maduro da parte di Trump”, riconoscendo un nesso diretto tra l’azione statunitense e lo sblocco del caso.

Ma la comunicazione ufficiale del governo italiano e di Fratelli d’Italia rivendica invece una trattativa “condotta con discrezione”. Nulla si sa dei passaggi diplomatici precedenti al 3 gennaio 2026. Non viene chiarito se vi siano stati cambiamenti nelle interlocuzioni dopo l’operazione americana.

Nel messaggio della presidente del Consiglio compare un ringraziamento alle autorità di Caracas, le stesse che hanno trattenuto Trentini. Il riferimento non è accompagnato da spiegazioni sulle ragioni della detenzione protratta né sul perché il rilascio avvenga solo dopo il collasso del vertice politico venezuelano.

La famiglia, tramite l’avvocata Alessandra Ballerini, ringrazia chi ha lavorato per la liberazione e chiede rispetto per un momento privato. Nel testo compare però una frase che apre una seconda fase della vicenda: “Ci sarà tempo per raccontare i fatti e accertare responsabilità”.

Il rientro di Alberto Trentini è una notizia. I mesi che lo hanno preceduto restano una sequenza di atti e silenzi. Quella è la prossima notizia. 

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Milano-Cortina 2026: un morto sotto zero

C’è un Paese che si racconta efficiente, moderno, pronto a ospitare il mondo sotto i riflettori delle Olimpiadi. Poi c’è Pietro Zantonini, 55 anni, morto di freddo durante un turno di vigilanza notturna in un cantiere olimpico a Cortina. Mentre la retorica correva più veloce delle ruspe, lui era chiuso in un gabbiotto grande quanto un bagno chimico, con una stufetta come unica difesa da –15 gradi, costretto a ronde esterne ogni due ore. Lavorava con un contratto a termine, lontano da casa, perché quel salario serviva a tenere in piedi una famiglia. Questo è il punto di partenza. Tutto il resto è contorno. 

Si dirà che le cause vanno accertate, che c’è un’autopsia, che la magistratura farà il suo corso. Vero. Ma intanto un uomo è morto sul lavoro, in condizioni che chiunque definirebbe proibitive. Turni notturni di dodici ore, gelo costante, subappalti, vigilanza esternalizzata, responsabilità che si disperdono lungo la filiera fino a diventare un’ombra. Le Olimpiadi promettono eccellenza, ma si reggono su lavoratori invisibili, compressi tra scadenze e risparmi, dove la sicurezza diventa una voce da minimizzare.

Il fratello lo dice senza retorica: “Era lì per mantenere la famiglia”. È la frase che inchioda tutti. Perché racconta un sistema che normalizza l’eccezione, che trasforma il rischio in routine, che accetta il freddo estremo come dettaglio logistico. E quando arriva il comunicato di cordoglio, puntualissimo, scopri che il cantiere “non è di competenza”. Nessuno è mai competente quando il prezzo è una vita.

Milano-Cortina 2026 dovrebbe essere una vetrina. Oggi è uno specchio. Dentro si vede un Paese che applaude i grandi eventi e chiude gli occhi sulle condizioni di chi li rende possibili. Pietro Zantonini è morto lavorando. Tutto il resto è una giustificazione che non scalda.

Buon lunedì.

Foto WM

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Mercosur, la giravolta del governo sul trattato di libero scambio: giustificato con 45 miliardi in più che in realtà erano già lì

Mettiamo in fila i fatti. Il 6 gennaio Giorgia Meloni diffonde una nota ufficiale per rivendicare un risultato che, nelle sue parole, segna «un passo in avanti positivo e significativo» per l’agricoltura italiana. La proposta della Commissione europea sul futuro bilancio Ue renderebbe disponibili «ulteriori 45 miliardi di euro per la Politica agricola comune», già dal 2028. Poche ore dopo, quella cifra diventa il perno del racconto politico con cui Palazzo Chigi accompagna una scelta molto più delicata: il progressivo riallineamento dell’Italia verso la firma dell’accordo commerciale Ue-Mercosur.

I “45 miliardi” e la narrazione

C’è un piccolo problema: quei 45 miliardi non sono nuovi. Come osserva anche Pagella Politica, nei documenti europei il totale della Pac per il periodo 2028-2034 resta fermo a 293,7 miliardi di euro. La proposta di Ursula von der Leyen interviene solo sul calendario, consentendo agli Stati membri di anticipare una parte delle risorse che, secondo le regole ordinarie, sarebbero state sbloccate più avanti, con la revisione di metà periodo. Parlare di “soldi in più” è propaganda.

Il passaggio diventa cruciale quando lo si sovrappone al dossier Mercosur. A dicembre il governo italiano aveva contribuito a congelare l’intesa, giudicando «prematuro» procedere senza garanzie concrete per i produttori europei. La richiesta di reciprocità normativa e di clausole di tutela era stata presentata come una linea invalicabile. Ora è cambiato tutto. Meloni accoglie con favore le nuove proposte di Bruxelles. Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida parla di «ultimo miglio», di verifiche tecniche in corso e della necessità che i prodotti importati rispettino le stesse regole di sicurezza alimentare imposte ai produttori Ue.

La sequenza temporale

La sequenza temporale conta. Le rassicurazioni sulla Pac arrivano mentre la Commissione accelera verso la firma dell’accordo commerciale, prevista dopo il Consiglio europeo del 9 gennaio. Nei fatti, l’anticipo dei fondi agricoli viene letto come lo strumento politico per rimuovere le resistenze dei governi più critici, Italia compresa. È una compensazione ex post, non una correzione del testo dell’accordo.

Ma le criticità non sono cambiate: restano lì, intatte. L’intesa Ue-Mercosur prevede ampie liberalizzazioni tariffarie su prodotti altamente sensibili per l’agricoltura europea: carne bovina, pollame, zucchero, riso, etanolo. Le quote di importazione sono limitate in percentuale, ma sufficienti, secondo numerose analisi di mercato, a esercitare una pressione al ribasso sui prezzi alla produzione. In un settore già colpito dall’aumento dei costi energetici, climatici e normativi, l’effetto rischia di tradursi in una riduzione secca della redditività.

La Pac come compensazione

A questo si aggiunge la divergenza degli standard produttivi. Nei Paesi del Mercosur sono consentite pratiche e sostanze vietate o fortemente limitate nell’Unione europea, dai pesticidi agli antibiotici fino alle regole sul benessere animale. Le promesse di “reciprocità” contenute nell’accordo vengono giudicate deboli, anche perché molti standard non sono verificabili a posteriori con controlli alle frontiere. Le clausole di salvaguardia, presentate come scudo per i settori più vulnerabili, prevedono soglie elevate e procedure lente, con il rischio di intervenire quando il danno economico è già consolidato.

L’uso della Pac come leva negoziale espone un’ulteriore fragilità. L’anticipo delle risorse è facoltativo e contendibile. Ogni Stato membro potrà decidere se destinare quelle somme all’agricoltura, solo in parte o per nulla. Per l’Italia le stime parlano di circa 5 miliardi potenzialmente anticipabili ma si tratta di una cifra teorica, priva di assegnazione automatica. Eppure viene spesa politicamente come contropartita sufficiente per sbloccare un accordo commerciale dagli effetti strutturali.

Il risultato è una frattura che si allarga con il mondo agricolo. In Francia, Belgio e Polonia sono annunciate nuove mobilitazioni. In Italia i trattori torneranno in strada dal 19 gennaio. Le organizzazioni agricole continuano a denunciare un modello che scarica sugli agricoltori europei il costo della competizione globale, chiedendo poi alla PAC di riparare i danni. Ma le conseguenze, per le aziende agricole e per l’equilibrio delle filiere, restano fuori dai comunicati di governo. Per questo se le ritroveranno nelle piazze.

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Senzatetto, la strage invisibile che accorcia la vita: 414 morti in Italia nel 2025

In un comunicato la fio.Psd – Federazione italiana organismi per le persone senza dimora mette in fila un numero che pesa come una sentenza: 414 senzatetto deceduti nel 2025. Nel 2024 erano 434, nel 2023 415. La cifra cambia di poco, l’abitudine resta. A colpire, prima ancora del totale, è l’età media di morte: 46,3 anni. Per chi aveva cittadinanza italiana 54,5; per chi arrivava da fuori 42. In un Paese dove l’aspettativa di vita supera gli 81 anni, la strada accorcia il tempo e lo fa con regolarità, senza stagioni privilegiate.

La mappa reale: fuori dai grandi viali

Il dettaglio più spiazzante è la geografia dei decessi. fio.PSD indica una prevalenza nel Nord, con la Lombardia al primo posto. Roma e Milano guidano fra le città, però la mappa vera esce dai grandi viali: una quota ampia dei casi arriva da province e comuni medi, territori dove l’offerta di servizi è più rarefatta. È lì che la cronaca smette di essere “fenomeno urbano” e diventa sistema.

I luoghi raccontati dal monitoraggio sono un inventario di esposizione permanente. Il 34 per cento dei ritrovamenti avviene in strada, parchi, aree pubbliche. Un altro 23 per cento in baracche e ripari di fortuna. Poi c’è un dato che chiede una domanda precisa: il 15 per cento dei decessi per annegamento. Canali, fiumi, porti, fossi. Punti ciechi dove basta una caduta, una notte senza riparo, un malore. Un altro 8 per cento muore in carcere: anche lì l’assenza di dimora diventa fattore di rischio.

Il profilo è quasi sempre maschile: 91,5 per cento. La cittadinanza straniera supera la metà, 56,5 per cento, con prevalenza extraeuropea. Sono numeri secchi, però descrivono una fragilità organizzata: si muore giovani, si muore soli, si muore lontano dai servizi sanitari continuativi.

Casa, sfratti, presa in carico che si interrompe

Dietro quei luoghi c’è una traiettoria economica e sociale. Eurostat, per il 2024, stima nell’Unione europea una quota dell’8,2 per cento di persone in famiglie che spendono oltre il 40 per cento del reddito disponibile per la casa. In Italia i prezzi delle abitazioni tornano a salire: ISTAT segnala nel 2025 un aumento medio del 4,1 per cento nei primi tre trimestri rispetto al 2024. Nel frattempo gli sfratti restano una corrente continua: 40.158 provvedimenti di rilascio emessi e 21.337 eseguiti nel 2024, secondo il Ministero dell’Interno. Dietro quelle pratiche c’è una soglia che salta e raramente si richiude.

Le “Linee di indirizzo per il contrasto alla grave emarginazione adulta”, diffuse nel PON Inclusione, parlano di Housing First e di presa in carico continuativa. Ogni inverno i Comuni aprono posti letto extra, poi l’emergenza si ritira e resta la stessa domanda: dove va chi esce dal dormitorio al mattino. La risposta, spesso, è un marciapiede.

fio.PSD, nel rapporto 2024 pubblicato a gennaio 2025, segnala una crescita della componente giovane: fra 17 e 29 anni i decessi arrivano al 18 per cento del totale, con prevalenza di cittadini stranieri. È un’età da lavoro, da studio, da futuro. Invece diventa età da statistiche.

A fine mese un passaggio può cambiare la qualità dei dati: la rilevazione “Tutti Contano”, promossa da ISTAT e realizzata con fio.PSD, prevede una conta nelle 14 città metropolitane il 26, 28 e 29 gennaio 2026. Si conterà anche chi sfugge ai registri e ai servizi. Il rischio è che la realtà resti più grande dei numeri. Il rischio peggiore è che la serie continui uguale, anno dopo anno, finché 414 resta soltanto un’altra riga.

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A Gaza la tregua resta una parola, l’assedio è una realtà

A Gaza la parola “tregua” continua a funzionare solo nei comunicati. Sul terreno, nelle ultime ventiquattro ore, restano almeno tredici morti sotto i raid israeliani, cinque bambini. Una tenda per sfollati colpita nel sud, una casa distrutta nella parte orientale di Gaza City, bombardamenti tra Jabalia e Khan Younis. I luoghi sono sempre gli stessi, cambia soltanto il conteggio dei corpi. Intanto il vento e la pioggia sferzano le tendopoli: l’assedio aggiunge anche il freddo.

L’esercito israeliano parla di “obiettivi terroristici” e di risposta a un proiettile partito da Gaza e caduto prima di raggiungere Israele. È la formula standard, ripetuta, che cancella il contesto: colpire aree dove vivono sfollati significa colpire civili, anche quando il bersaglio dichiarato ha un altro nome. Hamas risponde accusando Israele di violare gli impegni della tregua e, nello stesso tempo, prova a mostrare disponibilità sul dopo, evocando la consegna del governo di Gaza a un’entità palestinese. Parole contro macerie.

Fuori da Gaza, il boomerang è politico. Rula Jebreal scrive che l’“ordine mondiale basato sulle regole” è morto a Gaza. Nelle stesse ore il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier accusa gli Stati Uniti di distruggere quell’ordine, legittimando il diritto del più forte. Gaza smette di essere un’eccezione umanitaria e diventa un precedente: ciò che passa lì diventa norma altrove.

L’Italia si muove su un altro registro. Giorgia Meloni ribadisce che Gaza “resta nei radar”, annuncia fondi per la cooperazione, offre l’addestramento dei Carabinieri alle future forze di sicurezza palestinesi e apre, con molte cautele, a una forza multinazionale sotto egida Onu. Mentre sul terreno si colpiscono tende, a Roma si discute di addestramento e mandati parlamentari. Il linguaggio della gestione prende il posto di quello della protezione.

La chiusura arriva da un atto istituzionale che pesa più di mille analisi. Papa Leone XIV parla di “grave crisi umanitaria” in Terra Santa, richiama la prospettiva dei due Stati e segnala l’aumento delle violenze in Cisgiordania contro i civili palestinesi. Gaza e West Bank nello stesso respiro. La tregua resta una parola tecnica. L’assedio, una realtà quotidiana.

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Meloni, il potere raccontato come una televendita

Giorgia Meloni si presenta in conferenza stampa come se fosse sul palco di una televendita: voce ferma, slogan pronti, responsabilità assenti. Il governo, ancora una volta, è un dettaglio secondario rispetto alla sua narrazione personale. La bugia più grave riguarda il caso Paragon. Alla domanda elementare – che cosa sta facendo il governo per chiarire uno spionaggio che coinvolge giornalisti e cittadini – Meloni risponde spostando tutto su di sé. «La spiata sono io». È il solito ribaltamento della realtà.

Non solo perché nessuna evidenza la riguarda, ma perché serve a cancellare il punto. È il suo metodo, sempre: chiagnere e fottere. Poi c’è la libertà di stampa, evocata come una bandiera mentre viene svuotata nei fatti. Meloni sostiene che l’Italia punirebbe già le querele temerarie. Ma non esiste una legge specifica. La direttiva europea viene recepita senza volontà di protezione reale, mentre ministri e maggioranza continuano a usare le cause come clava. Una premier allergica alle conferenze stampa che finge di difendere i giornalisti mentre governa un sistema che li logora per anni in tribunale.

Sulla sicurezza, il copione diventa grottesco. Arresti e sequestri vengono messi in vetrina come meriti dell’esecutivo, mentre i fallimenti vengono scaricati sui giudici. L’esempio dell’imam di Torino viene citato come “pericolosità provata”, quando procure e Corti hanno stabilito l’opposto. Qui la bugia è giuridica prima ancora che politica: si spaccia una valutazione amministrativa per una prova giudiziaria. E così lo stato di diritto finisce ridotto a slogan. Infine l’economia. Crescita evocata per fede, salari raccontati come in ripresa, potere d’acquisto gonfiato a colpi di dichiarazioni. I dati dicono stagnazione industriale, stipendi reali erosi, occupazione sostenuta dagli ultracinquantenni e aumento degli inattivi. Meloni non governa questi numeri: li aggira, li piega, li nega.

La conferenza stampa non è stata un confronto. È stata un esercizio di autoassoluzione. Le domande cercavano atti, tempi, responsabilità. Le risposte hanno offerto vittimismo, propaganda, spostamenti di campo. È il tratto costante di un potere che tollera il contraddittorio solo come scenografia. E la democrazia resta fuori dall’inquadratura. Insieme alla realtà.

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La moralità al posto del diritto

Dice Donald Trump che l’unico limite al suo potere è la propria moralità. Lo afferma mentre rivendica un’azione militare priva di autorizzazione del Congresso e mentre liquida il diritto internazionale come un orpello. La frase arriva dopo il blitz in Venezuela e mentre il Senato americano tenta, in modo simbolico, di rimettere un argine ai poteri di guerra della Casa Bianca. Il punto politico sta tutto lì: la legge arretra, la coscienza del capo avanza.

È una torsione del linguaggio familiare anche qui da noi, anche in Italia. Matteo Salvini parla spesso “da padre” quando giustifica scelte pubbliche. Giorgia Meloni rivendica decisioni prese “da madre” o in nome del “buon senso”. Il meccanismo resta identico: la legittimità smette di discendere da regole verificabili e viene ancorata a una qualità personale, presentata come naturale, immediata, indiscutibile.

Ovvio che in questo schema il diritto diventa un impaccio tecnico, qualcosa da aggirare quando rallenta l’azione. Il controllo parlamentare appare come un fastidio. I giudici come un ostacolo ideologico. Al loro posto si insedia un criterio emotivo, cucito addosso al leader, che si propone come bussola morale della comunità. Chi contesta quella bussola viene descritto come distante dalla realtà, ostile alla “gente”, prigioniero di cavilli.

Trump esplicita ciò che altrove resta implicito. Salvini e Meloni lo declinano in forma domestica, rassicurante, quotidiana. Cambiano i toni, resta la sostanza. Quando il limite coincide con la coscienza di chi governa, il limite perde consistenza pubblica. Quando la legge cede il passo al “buon senso” del potere, la politica entra in una zona grigia dove tutto diventa possibile e dove la forza trova sempre una giustificazione morale pronta all’uso.

Buon venerdì. 

 

Foto Gov

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Caso Renee Nicole Good, si accende lo scontro politico negli Stati Uniti sul metodo Trump

Minneapolis, 7 gennaio 2026. Ore 9.35. Nel quartiere di Powderhorn, a sud della città, durante un’operazione dell’Immigration and Customs Enforcement, un agente federale spara contro una donna alla guida della propria auto. Si chiamava Renee Nicole Good, aveva 37 anni, cittadina statunitense, madre di tre figli. Muore pochi istanti dopo.

L’Immigration and Customs Enforcement (Ice) stava conducendo l’operazione “Metro Surge”, un dispiegamento straordinario di agenti federali in un’area residenziale. Nelle ore successive, il Department of Homeland Security sostiene che la donna abbia “usato il veicolo come arma” e che l’azione rientri nella risposta a una “minaccia terroristica interna”. La segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem parla di legittima difesa. Il presidente Donald Trump, sui social, definisce la vittima un’“agitatrice professionale”.

I video e la versione federale

Peccato che non sia così. I video amatoriali diffusi nelle ore successive mostrano una sequenza diversa. L’auto di Good è ferma. Due agenti si avvicinano e tentano di aprire la portiera. La donna inserisce la retromarcia per allontanarsi. Poi ingrana la marcia avanti, sterzando per aggirare gli agenti. Un terzo agente, posizionato lateralmente e fuori dalla traiettoria del veicolo, estrae l’arma e spara tre colpi a distanza ravvicinata. I proiettili colpiscono parabrezza e finestrino laterale. La donna viene raggiunta alla testa. L’auto prosegue per alcuni metri prima di schiantarsi contro veicoli parcheggiati.

Dalle immagini risultano agenti in piedi subito dopo lo sparo. I soccorsi vengono ritardati mentre l’area viene isolata dagli agenti federali. L’inchiesta viene rapidamente ricondotta sotto giurisdizione federale.

Sul piano politico, a Washington la difesa dell’operato dell’ICE arriva dal Dipartimento per la Sicurezza interna e viene rilanciata dalla Casa Bianca come conferma della linea di “tolleranza zero” verso chi intralcia le operazioni federali. Sul fronte opposto, la deputata del Minnesota Ilhan Omar chiede verifiche indipendenti sull’uso della forza. Il governatore Tim Walz invoca “chiarezza rapida”, ricordando che la competenza resta federale.

Le reazioni in Italia e la linea atlantica

A meno di un miglio dal luogo dell’uccisione, nel 2020, George Floyd moriva durante un arresto della polizia locale. Sei anni dopo, nello stesso quadrante urbano, la forza letale viene esercitata da un’agenzia federale durante un’operazione di ordine pubblico.

L’episodio si inserisce nella deforme spinta dell’Ice: reclutamento accelerato, standard di addestramento ridotti, agenti operativi spesso senza identificativi visibili, catena di comando direttamente dipendente dall’esecutivo. Il professore di Economia de La Sapienza, Fabio Sabatini, descrive l’agenzia come un apparato che risponde alla presidenza con un sistema di detenzione parallelo e una dottrina operativa centrata su obiettivi numerici. Quasi “alla Ceausescu”. 

In Italia, la reazione politica resta compressa. Palazzo Chigi evita dichiarazioni, per non urtare l’amato Trump. Alla Farnesina, il ministro degli Esteri Antonio Tajani richiama in forma generale “i valori democratici e lo stato di diritto”: una frase di comodo, che non dice nulla. Dalle opposizioni arrivano invece prese di posizione dirette: Elly Schlein chiede una condanna formale, Giuseppe Conte parla di violenza politica coperta da retorica securitaria. Nel campo della maggioranza pesa anche il silenzio di Matteo Salvini, abitualmente rapido nel sostegno alle politiche di frontiera trumpiane. Oggi insolitamente zitto. 

L’agente che ha sparato resta in servizio. L’operazione federale prosegue. La qualificazione dell’episodio come terrorismo resta agli atti. Intanto il presidente Trump è ormai in guerra con tutti: con gli arabi per Gaza, con il Sudamerica, con la Cina, con la Russia, con l’Europa e ora anche con i suoi stessi cittadini. Voleva il Nobel per la pace, ricordiamolo. 

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