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Giulio Cavalli

Minuto di silenzio per Gaza, procedimento disciplinare per dieci Vigili del fuoco: il caso Pisa tra Stato e libertà di coscienza

Dieci vigili del fuoco del comando di Pisa ricevono una contestazione disciplinare per un gesto compiuto quattro mesi prima: un minuto di silenzio, in ginocchio, durante una manifestazione per Gaza. Indossavano i dispositivi di protezione individuale, quelli che identificano il pompiere quando entra nelle case che bruciano o scava nel fango delle alluvioni. Per il Ministero dell’Interno quel gesto è diventato un problema di disciplina.

Il gesto e la piazza

Il fatto risale al 22 settembre 2025, giornata di sciopero generale proclamata dall’Usb. A Pisa il corteo attraversa la città e arriva nei pressi dell’aeroporto. Migliaia di persone in strada, bandiere palestinesi, slogan contro la guerra. In quel contesto dieci vigili del fuoco, tra cui Claudio Mariotti, 38 anni di servizio, si fermano e si inginocchiano. Nessun blocco, nessuna violenza, nessuna parola d’ordine di partito. Solo silenzio.

La macchina amministrativa si muove dopo. Il Viminale contesta l’uso dell’uniforme in un contesto politico, parla di danno all’immagine del Corpo, apre un procedimento che può arrivare fino alla sospensione dal servizio. Le audizioni sono fissate per il 29 gennaio. La scala sanzionatoria è quella prevista dal regolamento disciplinare: dal rimprovero alla sospensione lunga. Il licenziamento viene evocato nel dibattito pubblico, anche se resta l’ipotesi estrema.

La lettura politica

La vicenda diventa politica con l’intervento di Nicola Fratoianni. La sua accusa è netta: «Eroi quando serve, sovversivi quando danno fastidio». Nel mirino finiscono il governo e il ministero dell’Interno. La linea è quella della neutralità assoluta: la divisa non appartiene a chi la indossa, ma allo Stato. Usarla per esprimere una posizione, anche umanitaria, viene considerato uno strappo alla catena di comando.

Qui si apre il nodo giuridico. I vigili del fuoco sono un corpo civile, regolato da un ordinamento speciale ma distinto dalle forze di polizia. Il regolamento di servizio impone correttezza e tutela dell’immagine dell’amministrazione, ma non vieta in modo esplicito la manifestazione del pensiero fuori dal servizio. La distinzione fra uniforme ordinaria e DPI operativi diventa centrale nella difesa: quei dispositivi sono strumenti di lavoro, non simboli di rappresentanza politica. L’amministrazione, al contrario, tende a equipararli all’uniforme ogni volta che rendono l’operatore immediatamente riconoscibile come Stato.

Disciplina, dissenso e “militarizzazione”

Attorno a Pisa c’è però un contesto più ampio. Da anni i sindacati di base denunciano una progressiva assimilazione del Corpo al comparto sicurezza, con un rafforzamento della disciplina e una compressione degli spazi di dissenso. Il procedimento disciplinare viene letto come un segnale: punire oggi un gesto simbolico per fissare domani un confine più stretto tra obbedienza e coscienza.

C’è anche un cortocircuito istituzionale che pesa. I vigili del fuoco sono partner storici di iniziative umanitarie, ambasciatori di campagne per la tutela dell’infanzia. Richiamare Gaza, spiegano gli interessati, significa dare coerenza a quei valori. Per l’amministrazione, invece, l’umanitario smette di essere neutro quando entra in una piazza che critica la politica estera del governo.

Il precedente che pesa

Il confronto con altri casi rende la frattura più evidente. In passato l’uso politico dei simboli delle forze dello Stato da parte della classe dirigente ha prodotto polemiche senza conseguenze reali. Qui, invece, il rigore disciplinare cala su lavoratori che non hanno parlato, non hanno scritto, non hanno comandato. Si sono inginocchiati.

Il 29 gennaio le audizioni diranno se il Viminale sceglierà la linea dura o una sanzione simbolica. In entrambi i casi, la vicenda ha già superato Pisa. Ha messo a nudo una domanda che il governo evita: fino a dove può arrivare la neutralità dello Stato quando chi lo serve rivendica una coscienza. Punire quei dieci significa difendere un’idea di istituzione che chiede silenzio. Difenderli significa accettare che anche sotto un casco, a volte, resti un cittadino.

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Immoral suasion

C’è riuscita in un lampo, María Corina Machado. Nella storia ormai affollata del Premio Nobel per la Pace, è difficile trovare qualcuno che lo abbia reso così rapidamente grottesco. Bastano poche ore, una stretta di mano, una foto nello Studio Ovale e la medaglia finisce nelle mani di Donald Trump, come un souvenir di lusso, come una mancia geopolitica, come un pegno consegnato a chi della pace ha sempre parlato solo quando serviva a sé stesso.  Il punto non è solo il gesto, che già basterebbe. Il Nobel non si subaffitta, non si regala come una bottiglia di vino riciclata a fine cena, non è un gettone da spendere per ottenere attenzione o benevolenza. È un titolo personale, assegnato per ragioni precise, con una responsabilità simbolica enorme.

Quando lo trasformi in un omaggio politico, non stai allargando il suo significato: lo stai svuotando. E lo stai facendo davanti al mondo. Poi c’è la farsa istituzionale. Il Comitato Nobel si rifugia nel regolamento, nella liturgia delle procedure, nella formula rassicurante del “non si può revocare”. Bene. Ma esiste un punto in cui l’ostinazione a difendere la forma diventa rinuncia alla sostanza. Se un premio viene usato come strumento di propaganda personale, se viene consegnato al personaggio che meglio incarna il disprezzo per il diritto internazionale e per i processi multilaterali, la questione non è giuridica. È morale. E il silenzio, in questi casi, è una scelta.

La parte più misera della storia, però, resta qui da noi. I liberali italiani da salotto e da social, quelli che qualche mese fa esultavano per il Nobel a Machado come se fosse una finale dei Mondiali. Quelli che, davanti a ogni dubbio, rispondevano con l’insulto automatico: “amico di Maduro”. Gente che dispensava patenti di democrazia con la sicurezza di chi confonde Wikipedia con l’analisi politica. Oggi tacciono. Oggi scoprono che la realtà è più complessa dei loro slogan. Machado ha fatto la sua scelta. Trump ha incassato. Il Nobel per la Pace è rimasto a guardare, immobile, come un trofeo esposto nella vetrina sbagliata. Resta da capire se a Oslo qualcuno provi ancora un minimo di vergogna. O se preferiscano restare lì, a custodire il regolamento, mentre il premio più famoso del mondo viene usato come una moneta fuori corso.

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Riflettori puntati sull’Iran. E si spegne la cronaca su Gaza

Da Washington arriva l’appello che piace ai titoli: «continuate a protestare», «prendete le istituzioni», «l’aiuto è in arrivo». Lo firma Donald Trump, rivolto all’Iran, con il linguaggio dell’insurrezione legittima e il vocabolario dei diritti. È una voce che promette protezione morale prima ancora che politica.

Nelle stesse ore, a Gaza, la cronaca resta muta. I medici parlano di bambini feriti, di famiglie colpite dai raid, di corpi estratti dalle case bombardate a Nuseirat e in altre aree della Striscia. Le cifre scorrono come un bollettino che nessuno rilancia con enfasi: undici morti in una mattina, altri feriti, altre stanze svuotate. Qui nessuno invita a occupare le istituzioni. Qui si conta.

La selezione non è casuale. Mentre la protesta iraniana viene incorniciata come dovere civile, Gaza resta un teatro senza diritto di parola. La gerarchia è chiara: alcune vite meritano un appello, altre solo una didascalia. Alcune violenze attivano sanzioni e indignazione, altre si depositano come rumore di fondo.

C’è poi il dettaglio che spiega il meccanismo. A Gerusalemme Est un centro sanitario dell’UNRWA viene forzato, poi chiuso per trenta giorni. È un atto amministrativo che pesa più di molte dichiarazioni: ridurre la presenza internazionale significa restringere lo spazio del racconto. Senza testimoni, la contabilità del sangue diventa più facile da ignorare.

Così il doppio standard smette di essere un’accusa astratta e diventa prassi. Incitare alla rivolta da un lato, comprimere l’umanitario dall’altro. Chiamare “protesta” ciò che conviene, chiamare “danno collaterale” ciò che disturba. Il diario registra questa asimmetria perché è qui che si decide chi ha diritto a essere visto. E chi resta, ancora una volta, fuori campo.

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Monitoraggio degli studenti palestinesi, sindacati contro la circolare. L’iniziativa del ministero è un caso politico

La richiesta parte come una nota tecnica, arriva alle scuole come un adempimento urgente, esplode come caso politico nazionale. Tra novembre 2025 e gennaio 2026 il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha avviato una rilevazione specifica sugli studenti di nazionalità palestinese iscritti nelle scuole statali e paritarie. Prima in Lombardia, poi nel Lazio, infine a macchia d’olio. Moduli da compilare, scadenze ravvicinate, numeri da restituire. L’amministrazione parla di dati aggregati e anonimizzati, utili a predisporre interventi di supporto. La scuola legge altro: una classificazione identitaria senza garanzie, senza fondi, senza cornice normativa.

La catena amministrativa è significativa. Nessun decreto, nessuna circolare nazionale pubblica, solo note degli Uffici scolastici regionali su impulso della Direzione Affari internazionali del Ministero. In Lombardia già a fine novembre 2025, nel Lazio l’8 gennaio 2026 con scadenza fissata al 14. I form chiedono il numero di studenti palestinesi distinti tra statali e paritarie e aprono a una sezione facoltativa di “ulteriori informazioni” sui percorsi di inserimento. È qui che la rilevazione smette di essere neutra: quando la statistica si affida a campi aperti e tempi stretti, l’anonimato diventa fragile e la responsabilità ricade sulle singole scuole.

Il paragone che non regge

La difesa ministeriale, ribadita dal ministro Giuseppe Valditara, insiste sul precedente ucraino del 2022. Stessa logica, stessa finalità, stesso metodo. Ma l’accoglienza degli studenti ucraini era incardinata in un quadro europeo di protezione temporanea, sostenuta da decreti legge, ordinanze di Protezione civile e soprattutto da fondi dedicati. Le scuole furono censite per essere finanziate: risorse per mediazione linguistica, supporto psicologico, materiali didattici. La rilevazione attuale sui palestinesi nasce invece senza uno status collettivo riconosciuto, senza una norma primaria e senza uno stanziamento esplicito. I numeri arrivano, i soldi no. Il risultato è un monitoraggio a costo zero che chiede alle scuole di arrangiarsi con risorse ordinarie già esigue.

C’è poi la differenza tecnologica. Nel 2022 il Ministero utilizzò il sistema informativo centrale, il SIDI, garantendo sicurezza e tracciabilità. Nel 2025-26 compaiono form esterni gestiti a livello territoriale. Una scelta che solleva interrogativi sulla governance dei dati e rafforza l’idea di un’iniziativa improvvisata più che strutturata.

Diritti, selettività, stigmatizzazione

La criticità più profonda è giuridica e politica insieme. I dati sulla cittadinanza degli studenti sono già presenti nei database ministeriali. Chiederli di nuovo contraddice il principio di minimizzazione e aggrava inutilmente il procedimento amministrativo. Soprattutto, isolare una sola nazionalità pone un problema di uguaglianza sostanziale. Perché contare i palestinesi e non altri studenti provenienti da zone di guerra La selettività trasforma il dato statistico in un segnale politico, tanto più in un contesto segnato dal dibattito sul riconoscimento dello Stato di Palestina e dalle tensioni sulla libertà di espressione nelle scuole.

I sindacati lo hanno detto con parole diverse ma convergenti. Usb Scuola parla apertamente di “schedatura” e chiede il ritiro della nota. FLC CGIL contesta l’assenza di una base normativa e diffida il Ministero da usi impropri dei dati. CISL e UIL adottano toni più cauti ma esprimono perplessità. Nel frattempo studenti e associazioni denunciano una deriva securitaria dell’istruzione.

Il contrasto che imbarazza

Mentre la scuola dell’obbligo viene chiamata a contare, l’università accoglie. Il progetto IUPALS, promosso dalla Conferenza dei Rettori con il Ministero degli Esteri, finanzia borse di studio, vitto, alloggio e counseling per studenti palestinesi. È un modello opposto.

In un tempo in cui a Gaza le scuole vengono distrutte e il diritto allo studio cancellato dalle bombe, la scelta di “contare” senza proteggere assume un peso simbolico enorme. La scuola pubblica italiana, luogo costituzionale di inclusione, rischia di diventare un dispositivo di differenziazione. Senza una riformulazione radicale, con garanzie scritte, fondi dedicati e criteri universali, questa rilevazione resterà come un atto amministrativo che ha smesso di essere neutro nel momento stesso in cui ha deciso chi valeva la pena misurare.

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I custodi senza pudore: quando anche i garanti imparano l’arte dell’impunità

Se fanno così pure i garanti, allora il problema ha superato la soglia dell’ipocrisia istituzionale. Perché qui non si parla di un ministero politico, di un sottosegretario distratto o di un portaborse troppo zelante. Qui siamo nel cuore di un’autorità indipendente, nata per vigilare sugli abusi di potere e sulla correttezza dell’uso dei dati. E invece, secondo le carte dell’inchiesta della Procura di Roma, il Garante della Privacy avrebbe trasformato la propria autonomia in una zona franca.

Auto blu usate per spostamenti privati e politici, rimborsi per spese estranee al mandato, carte di credito personali alimentate con denaro pubblico, voli e benefit accumulati mentre i procedimenti scivolano verso sanzioni simboliche. Tutti i membri del collegio indagati, nessuna eccezione. Un sistema, non una svista. E quando emergono i conflitti di interesse, la fotografia si fa più nitida: tessere executive da migliaia di euro offerte da una compagnia aerea sottoposta alla vigilanza del Garante, studi legali incrociati, procedimenti istruiti e chiusi con estrema leggerezza.

Il punto politico è tutto qui. Se persino chi dovrebbe garantire indipendenza, rigore e distanza dal potere si muove con questa disinvoltura, allora il racconto sulla “tecnicalità” delle autorità indipendenti crolla. Non per un’inchiesta giornalistica, ma per i fatti contestati: viaggi, alberghi di lusso, spese personali, incontri istituzionali che sconfinano nel rapporto diretto con i vertici di partito. E sullo sfondo una riforma simbolica: l’abuso d’ufficio cancellato, proprio mentre gli inquirenti lo individuano come possibile reato.

C’è una costante che ritorna. La cultura dell’impunità precede sempre le leggi che la normalizzano. Prima si allargano le maglie, poi si cambia il codice. In mezzo restano le autorità che avrebbero dovuto vigilare e che invece finiscono per assomigliare troppo a ciò che avrebbero dovuto controllare.

Buon venerdì. 

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Spending review, cercasi tecnici per tagliare la spesa: così il governo delega l’austerità e guarda al modello Usa

Il governo ha scelto di trasformare la spending review in una funzione amministrativa stabile. Il bando RIPAM per 294 assunzioni dedicate alla valutazione delle politiche pubbliche e alla revisione della spesa racconta questo passaggio meglio di qualsiasi dichiarazione ufficiale. L’austerità smette di essere una decisione rivendicata e diventa un processo incorporato nell’organizzazione dello Stato.

I numeri parlano chiaro. Trentatré elevate professionalità e duecentosessantuno funzionari distribuiti in quasi tutti i ministeri. Esteri, Università e ricerca, Lavoro, Agricoltura, Ambiente, Salute, Presidenza del Consiglio. Al vertice il Ministero dell’Economia, con il Viminale subito dietro. Non è un ufficio isolato: è una trama che attraversa l’amministrazione centrale e si insedia nei punti sensibili della spesa.

La cornice è fissata dalla Legge di Bilancio 2026. Aggiustamenti superiori ai dieci miliardi nel triennio, riduzioni della spesa corrente, vincoli progressivi che scendono lungo la catena amministrativa fino agli enti locali. Ogni ministero è chiamato a “razionalizzare”. Razionalizzare significa scegliere. Scegliere produce attrito. L’attrito viene spostato sul terreno tecnico.

La spending review diventa struttura

Negli anni la spending review è passata per commissari straordinari, task force temporanee, relazioni dettagliate finite negli archivi. Questa volta il salto è strutturale. La revisione della spesa entra negli organici. Diventa lavoro quotidiano, analisi dei bilanci, valutazione delle politiche, auditing, controllo. L’austerità sostanzialmente viene internalizzata.

Sullo sfondo si intravede un paradosso. Lo Stato amplia l’organico per rendere possibile la riduzione della spesa. E la politica Altrove. Ogni capitolo di bilancio ha un presidio, ogni ministro difende il proprio perimetro, ogni taglio apre un conflitto. Delegare ai tecnici consente di spostare la responsabilità perché il prossimo sacrificio avrà la forma di un indicatore, di una tabella, di un benchmark. E non c’è nessun volto politico a doversene fare carico. 

Forse avrà contribuito la fascinazione per il DOGE americano, il Dipartimento per l’efficienza governativa associato a Elon Musk. L’idea Usa era semplice: un gruppo di esperti che razionalizza, snellisce, elimina sprechi senza attraversare il conflitto politico. Solo che negli Stati Uniti l’esperimento ha avuto vita breve. Istituito con ordine esecutivo nel gennaio 2025, è stato sciolto con mesi di anticipo. Le funzioni sono rientrate nella burocrazia tradizionale. I risparmi annunciati non hanno trovato riscontri solidi.

Il precedente americano e il rischio italiano

Il precedente serve come avvertimento. Senza poteri chiari, senza autonomia decisionale, senza una catena di responsabilità definita, i tecnici producono analisi. Ma le analisi non chiudono servizi, non cancellano capitoli di spesa, non reggono la pressione politica. Alla fine prevale il metodo più semplice: il taglio lineare.

In Italia il rischio è già visibile. I nuovi funzionari entrano in un sistema saturo di controlli e pareri. Se restano senza leva, diventano un livello aggiuntivo. Se acquisiscono peso, diventano uno schermo perfetto. Il ministro può richiamarsi alle valutazioni tecniche, Palazzo Chigi può evocare la necessità contabile, e così al Parlamento non resta che ratificare.

Alla fine resta un nodo che nessun bando può sciogliere. I tecnici possono individuare sprechi, duplicazioni, inefficienze. Possono certificare. Possono misurare. Decidere di chiudere un servizio, ridurre una prestazione, rinviare un investimento resta un atto politico. Trasformarlo in procedura significa togliere un nome alla decisione.

Il governo sta costruendo un’austerità amministrata, permanente, diffusa. Quando il conto arriverà, porterà la firma di una struttura. Così la responsabilità politica resterà fuori campo. Deresponsabilizzati e contenti. 

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Ddl sicurezza e scudo penale: rispunta l’immunità mascherata da tutela procedurale per le forze dell’ordine

Ci risiamo. Mentre il governo vorrebbe insegnare agli iraniani che la libertà si conquista scendendo in strada, in casa propria continua a riscrivere le regole della forza pubblica per renderla sempre meno sindacabile. Nel nuovo ddl sicurezza riemerge lo scudo penale per le forze dell’ordine, ancora una volta mascherato da “tutela procedimentale”, ancora una volta infilato nei meccanismi tecnici del processo per evitare la parola che spaventa anche chi lo propone: immunità.

Il cuore della norma è semplice quanto dirompente. Nei casi di uso delle armi o di mezzi di coazione fisica da parte di agenti in servizio, il pubblico ministero non dovrebbe più procedere all’iscrizione immediata nel registro degli indagati se l’azione appare coperta da una causa di giustificazione. Prima viene una fase di valutazione preliminare, poi – eventualmente – l’iscrizione. Tradotto: un limbo investigativo, in cui l’atto che oggi è dovuto e serve ad attivare le garanzie difensive e il controllo del giudice diventa facoltativo. Lo scudo non assolve, ma sposta il tempo della giustizia. E nel diritto penale il tempo è già una forma di potere.

Una tentazione che ritorna da cinquant’anni

Non è un incidente di percorso. È l’ennesimo capitolo di una storia lunga mezzo secolo. Dalla Legge Reale del 1975, che ampliò l’uso legittimo delle armi senza mai riuscire a sottrarlo al vaglio giudiziario, ai governi Berlusconi e alla stagione dei “lodi”, fino ai decreti Salvini e alla riforma della legittima difesa venduta come automatismo assolutorio e poi ricondotta dai giudici nei binari della proporzionalità.

Ogni volta la destra ha cercato uno scudo esplicito. Ogni volta si è fermata davanti alla Costituzione, alla Corte costituzionale, alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Questa volta la strategia è diversa: non toccare la punibilità, ma il procedimento. Non dire “non si indaga”, ma “si indaga dopo”. Al posto di negare il procedimento si decide di rinviarlo.

Perché ora potrebbero farcela

Il contesto aiuta. La riforma Cartabia ha già introdotto una valutazione sugli indizi prima dell’iscrizione. La maggioranza usa quella sponda per spingersi oltre e costruire una presunzione di legittimità funzionale per chi indossa una divisa. A questo si somma un clima politico ossessionato dall’ordine pubblico, la pressione costante dei sindacati di polizia, la competizione interna al centrodestra su chi difende meglio “chi ci difende”.

Il risultato è un testo che potrebbe superare il primo vaglio parlamentare proprio perché si presenta come tecnico e garantista, mentre in realtà ridisegna l’equilibrio tra forza e controllo. Una riforma che avanza per sottrazione, senza proclami, ma con effetti strutturali.

Le crepe costituzionali sotto la vernice tecnica

Le criticità sono evidenti. L’obbligatorietà dell’azione penale viene svuotata dall’interno: come si può valutare una causa di giustificazione senza indagare formalmente? L’eguaglianza davanti alla legge salta quando due fatti identici seguono percorsi diversi in base alla qualifica di chi preme il grilletto. Il diritto di difesa viene paradossalmente indebolito anche per gli stessi agenti, perché senza iscrizione non scattano le garanzie sugli atti irripetibili.

Sul fondo resta l’obbligo europeo di indagini effettive quando l’uso della forza statale provoca morti o lesioni gravi, un obbligo che all’Italia è già costato condanne pesanti. Ritardare l’accertamento significa indebolirlo. E indebolire l’accertamento significa normalizzare l’opacità.

Il disegno complessivo: più forza, meno controllo

Inserito nel pacchetto sicurezza, lo scudo dialoga con altre norme: aggravanti automatiche per chi resiste, nuovi reati che colpiscono anche la resistenza passiva, ampliamento delle garanzie per l’intelligence, possibilità di portare armi private fuori servizio. La geometria è coerente. Più potere repressivo allo Stato, meno controlli ex ante, più fiducia nella forza e meno nella giurisdizione.

È uno Stato di polizia soft, che non cancella i tribunali ma li raggiunge in ritardo. Che non proclama l’impunità, ma la rende praticabile. Che chiede ordine in casa e rivolta altrove. La contraddizione non è solo politica. È strutturale. E racconta con precisione dove stiamo scivolando, mentre continuiamo a chiamarlo sicurezza.

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Vergogna alla fase-due

La chiamano “fase due”. La pronunciano da Washington con il tono neutro dei comunicati, come se fosse una pratica amministrativa. Smilitarizzazione, governance tecnocratica, ricostruzione. Una commissione tecnica, mediatori regionali, una nuova architettura di sicurezza. Gaza trasformata in un dossier.

Nelle stesse ore, a Gaza crollano case già ferite. Piove su muri che non reggono più, il vento strappa le tende, le macerie cedono. A Khan Younis e nel nord della Striscia gli edifici collassano sotto il peso combinato delle bombe passate e dell’inverno presente. Le organizzazioni umanitarie parlano di morti per freddo, di famiglie senza riparo, di un’emergenza che la tregua non ha mai davvero interrotto. La guerra si è fermata nei comunicati, non nei corpi.

Il lessico della forza intanto continua altrove. In Cisgiordania proseguono le demolizioni punitive, le incursioni, gli arresti. A Shuafat, durante un raid, vengono distrutte migliaia di uova. Un gesto piccolo, inutile sul piano militare, chiarissimo sul piano simbolico. È la grammatica dell’occupazione: togliere il cibo, mostrare il controllo, esercitare la punizione quotidiana.

La guerra però non resta confinata. In Europa colpisce in silenzio. Decine di palestinesi legalmente residenti si sono visti bloccare all’improvviso i conti correnti. Stipendi congelati, risparmi inaccessibili, nessuna spiegazione verificabile. Una notifica sul telefono è sufficiente a sospendere una vita normale. Gaza diventa un filtro che passa dalle macerie alle infrastrutture finanziarie, dalla distruzione fisica all’esclusione amministrativa.

Poi c’è la frase che circola come un avvertimento: Gaza “diventerà un modello”. Non una tragedia da chiudere, ma un laboratorio da esportare. Mentre si promette una fase due ordinata, la fase uno resta ovunque: nelle case che crollano, nel freddo che uccide, nelle uova schiacciate sull’asfalto, nei conti correnti bloccati a migliaia di chilometri di distanza.

Se questa è la “fase due”, il diario continua a chiamarla per nome: sopravvivenza sotto amministrazione.

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Dallo Stato di diritto allo Stato di polizia, passo dopo passo

Non governano. Reagiscono. Ogni contestazione diventa un affronto personale, ogni dissenso una minaccia da neutralizzare. Il nuovo ddl Sicurezza, pronto al varo del governo Meloni, è il punto più avanzato di questa deriva: un impianto punitivo costruito per colpire chi manifesta, per allargare i poteri di polizia, per restringere diritti già fragili di migranti e minorenni.

Il cuore del testo sta nelle piazze. Daspo urbano applicabile anche a chi è solo denunciato, arresti in flagranza differita basati su immagini, perquisizioni preventive con definizioni vaghe come “oggetti atti ad offendere”. Dodici ore di trattenimento per chi “sospettato” di turbare una manifestazione. La protesta viene trattata come un problema di ordine pubblico, da gestire con strumenti eccezionali resi ordinari. Le multe arrivano fino a 20mila euro, i divieti di partecipazione alle manifestazioni possono scattare anche con sentenze non definitive. Il messaggio è chiaro: scendere in piazza costa.

A questo si aggiunge lo scudo penale. Un capovolgimento della procedura: prima la giustificazione, poi – eventualmente – l’indagine. Una tutela costruita per le forze dell’ordine, estesa formalmente a tutti per superare i dubbi di costituzionalità, che però introduce un principio pericoloso: l’eccezione preventiva alla responsabilità. Dopo il caso Ramy Elgaml, la fuga da un posto di blocco diventa reato fino a cinque anni di carcere. La risposta politica a una morte discussa è l’inasprimento penale, non il chiarimento dei fatti.

Il ddl stringe anche su migranti e Ong. Divieti di ingresso in acque territoriali fino a sei mesi per “pressione migratoria eccezionale”, trasferimenti verso Paesi terzi, limiti ai giudici per far funzionare i centri in Albania. Per i minorenni arrivano ammonimenti dai 12 anni e multe ai genitori. È un diritto penale simbolico, che accumula sanzioni per mostrare forza.

Questo governo non amministra conflitti sociali: li reprime. Non cerca consenso: lo impone. Ogni norma racconta la stessa ossessione: punire prima, spiegare poi. È così che l’autoritarismo smette di annunciarsi e comincia a funzionare.

Buon giovedì. 

Foto di ev su Unsplash

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Risoluzioni sugli aiuti all’Ucraina, alla Camera il voto che ratifica la rotta del governo tra fratture interne alla destra e al Pd

Giovedì 15 gennaio 2026 la Camera dei deputati voterà la risoluzione che accompagna la proroga degli aiuti all’Ucraina. Dovrebbe essere un passaggio di indirizzo ma politicamente rischia di essere molto di più: un test di tenuta della maggioranza, una cartina di tornasole per le opposizioni e, soprattutto, la certificazione di una scelta già compiuta. Il decreto-legge di fine dicembre ha già esteso per tutto il 2026 l’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti alle autorità ucraine. Il Parlamento arriva dopo, chiamato a ratificare una traiettoria che lo precede.

La frattura nella maggioranza e l’arte della mediazione

La tensione si concentra dentro la coalizione di governo. Fratelli d’Italia difende una linea atlantista senza ambiguità, rivendicata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal ministro della Difesa Guido Crosetto. La Lega, invece, arriva al voto con un dissenso che non è più solo retorico. Le stime parlano di defezioni potenziali tra Camera e Senato sufficienti a rendere il passaggio meno scontato di quanto il governo vorrebbe far credere.

La risposta è stata una mediazione chirurgica. Nel testo della risoluzione la parola “militari” scompare dal titolo, sostituita da una formula più neutra sugli equipaggiamenti. Nei dispositivi compaiono due correttivi: maggiore enfasi sugli aiuti civili e un impegno a rafforzare l’informativa parlamentare, pur nel perimetro della riservatezza. È una concessione simbolica che consente alla Lega di rivendicare uno spostamento di baricentro senza modificare la sostanza. La linea resta però quella della continuità, ma viene raccontata con un lessico meno urticante per l’elettorato più scettico. Ma tra i leghisti potrebbero non mancare le defezioni. Il senatore Borghi ha già annunciato il voto contrario e i parlamentari più vicini a Vannacci potrebbero seguirlo. 

Per questo Fratelli d’Italia ha aperto canali esterni. I voti dei centristi sono considerati affidabili, più delicato è il rapporto con il Partito democratico, a cui non viene chiesto un sì esplicito, ma un’astensione che abbassi la soglia e neutralizzi l’effetto delle assenze leghiste. Sulla politica estera il governo cerca la maggioranza nell’opposizione. 

Il Pd tra disciplina, astensione e smarcamenti controllati

La linea ufficiale del Pd è orientata verso l’astensione sulla risoluzione di maggioranza, coerente con quanto già avvenuto negli anni precedenti: sostegno all’Ucraina come principio, rifiuto di una delega politica a un governo ritenuto debole sul piano diplomatico europeo. È una postura che la segretaria Elly Schlein ha ribadito più volte, insistendo sulla necessità di affiancare al sostegno militare un’iniziativa politica europea credibile verso una “pace giusta”.

C’è però una frattura interna mai del tutto ricomposta. Una parte del gruppo parlamentare, i cosiddetti riformisti (con Guerini, Quartapelle, Sensi e altri), guarda con crescente insofferenza all’astensione, considerata una posizione politicamente ambigua in una fase che viene descritta come decisiva per gli equilibri del conflitto. È la stessa dinamica già emersa nel 2024, quando singoli deputati decisero di votare a favore della risoluzione di maggioranza rompendo la disciplina di gruppo.

Il rischio, anche questa volta, è quello di smarcamenti mirati: pochi voti, ma simbolicamente pesanti, sufficienti a rendere visibile la spaccatura tra una linea di opposizione “responsabile” e un’area che teme di apparire esitante su un terreno identitario come la collocazione internazionale dell’Italia. Proprio per questo la direzione del gruppo ha lavorato a una propria risoluzione autonoma, pensata come strumento di ricomposizione interna: un testo che ribadisca il sostegno a Kiev, rafforzi il richiamo al ruolo dell’Unione europea e consenta al Pd di distinguersi dal governo senza scivolare nel fronte del no.

L’astensione, in questo quadro, diventa una scelta difensiva. Serve a evitare che il Pd venga arruolato come stampella della maggioranza in difficoltà, ma anche a contenere un conflitto interno che, se esplodesse apertamente in Aula, finirebbe per sovrapporsi al racconto delle divisioni del centrodestra.

Il piano europeo e la guerra che diventa industria

Il nodo decisivo, però, non è tutto dentro l’Aula. La risoluzione del 2026 segna il passaggio da una fase di donazione di scorte a una fase di produzione. L’aggancio esplicito allo strumento europeo Safe, che mobilita fino a 150 miliardi di euro in prestiti per la difesa, sposta il piano della discussione. Per l’Italia la quota potenziale è intorno ai 15 miliardi, finanziata con debito europeo a lungo termine. Non sono sovvenzioni, ma prestiti garantiti dal rating dell’Unione, che consentono di investire oggi e pagare domani. Al centro c’è Leonardo, chiamata a giocare un ruolo chiave nella filiera tecnologica. 

È qui che la narrazione politica mostra la sua asimmetria. In pubblico si abbassa il profilo semantico dell’impegno bellico; nei fatti si struttura una politica industriale che lega l’Italia a una produzione militare di lungo periodo, finanziata dall’Europa. 

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