Giulio Cavalli

Regeni, Zaki: non siete nemmeno degni di nominarli

Sfilata di industrie italiane (con società controllate anche dallo Stato) alla fiera delle armi in Egitto, dove il regime di al-Sisi nega che si faccia giustizia sull’assassinio di Giulio Regeni e continua a tenere ingiustamente in carcere Patrick Zaki

Abbiate almeno la decenza di non fare finta di voler risolvere la questione dell’ergastolo cautelare di Patrick Zaki e di trovare la verità su Giulio Regeni con presunte pressioni politiche sventolate alla stampa.

Sarebbe curioso ad esempio sapere dal ministro tiepido Lorenzo Guerini cosa pensi del ruolo dell’Italia come fornitore del governo di Al-Sisi, quello stesso che sta facendo di tutto per ammazzare il già morto Giulio Regeni e per torturare psicologicamente Patrick Zaki sottraendolo a un giusto processo e cosa ne pensa del ruolo dell’Italia nella seconda edizione della Egypt Defense Expo, dove 400 espositori internazionali correranno nell’Egitto assassino per vendere le loro armi di morte a capi di Stato e contractor.

Come scrive Antonio Mazzeo (un giornalista che sarebbe curioso invitare in qualche trasmissione in prima serata per vedere l’effetto che fa) «principale sponsor della fiera d’armi egiziana sarà l’holding della cantieristica nazionale Fincantieri S.p.a., controllata per il 71,6% dallo Stato italiano tramite la Cassa Depositi e Prestiti. La società leader nella progettazione e realizzazione di unità navali da trasporto e da crociera, ha indirizzato la propria produzione al settore militare accrescendo contestualmente le esportazioni ai regimi nordafricani e mediorientali più autoritari. Tra i migliori (o più correttamente peggiori) clienti di Fincantieri c’è proprio l’Egitto del dittatore-generale Al-Sisi. Nell’ultimo biennio sono state consegnate alla Marina militare egiziana due fregate multimissione FREMM (classe Bergamini), ammodernate ed equipaggiate nel cantiere navale di Muggiano-La Spezia».

Altro importante gruppo industriale-militare nazionale che sarà presente alla fiera della morte del Cairo è Leonardo S.p.A. (ex Finmeccanica), controllata per il 39% dal Ministero dell’economia e delle finanze. Nell’ultimo quinquennio Leonardo ha esportato al Ministero della difesa egiziano 32 elicotteri AgustaWestland, 24 di tipo AW149 multiruolo e 8 AW189, per un valore complessivo di 871,7 milioni di euro.

Anche i manager di Leonardo si presenteranno al Cairo con la speranza di concludere lucrosissimi affari con i militari egiziani: in ballo c’è la commessa per 24 cacciabombardieri Eurofighter “Typhoon” (prodotti dall’omonimo consorzio europeo di cui il gruppo italiano controlla il 21% delle quote sociali) e per 24 caccia da addestramento piloti e da combattimento Alenia Aermacchi M-346 “Master” (questi velivoli sono già in dotazione alle Aeronautiche militari di Italia e Israele).

Tra le industrie italiane che saranno presenti alla seconda edizione di Edex compare Elettronica S.p.A., tra le maggiori produttrici al mondo di sistemi di difesa e attacco elettronici, cyber security, tecnologie elettro-ottiche e a infrarossi, apparecchiature di sorveglianza e intelligence, con applicazioni in ambito navale a terrestre. Fondata nel 1951, Elettronica S.p.A. ha esportato i propri prodotti a una trentina di paesi e ha sedi di rappresentanza in Europa, Medio Oriente e Asia. La società è reduce da un’altra importante esposizione di sistemi bellici, il Dubay Air Show tenutosi nella capitale negli Emirati Arabi Uniti a metà novembre.

Al Cairo sarà presente anche uno stand di Intermarine S.p.A., società con sede ufficiale a Sarzana (La Spezia) che progetta, costruisce ed equipaggia navi militari con requisiti operativi speciali (cacciamine, imbarcazioni d’assalto, pattugliatori veloci, ecc.) e navi logistiche e da trasporto.

Non poteva mancare alla kermesse dei mercanti d’armi Iveco Defence Vehicles S.p.a., società con sede principale a Bolzano e stabilimenti pure a Piacenza, Vittorio Veneto e Sete Lagoas in Brasile, produttrice di carri armati, veicoli blindati, motori, componentistica per automezzi da difesa, automezzi per le forze di sicurezza e la protezione civile. Tra i sistemi bellici più noti ci sono i carri “Ariete” e “Centauro”, i blindati “Puma” e “Lince”, i veicoli da combattimento della fanteria “Dardo” e diverse versioni di camion pesanti per il trasporto truppe e il supporto logistico alle unità.

Davvero tutto questo avete il coraggio di chiamarla “pressione” politica? Davvero con questa sorridente partecipazione credete che il dittatore Al-Sisi possa sentirsi oppresso dal nostro Paese? Davvero il governo ha il coraggio di pronunciare anche solo il nome di Regeni e di Zaki senza provare un minimo di vergogna?

Facciamo così: mercanteggiate morte là dove è morto Giulio Regeni, continuate pure ad avere le mani sporche di sangue ma almeno abbiate la decenza di non nominarlo mai più.

Buon lunedì.

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Turbativa formale, i giudici scoprono il ruolo politico dei sindaci

Sono parole che in un Paese normale aprirebbero un sano dibattito sul potere di discrezionalità quelle con cui la Corte d’Appello di Milano motiva l’assoluzione per l’ex sindaco di Lodi Simone Uggetti, finito nel tritacarne politico per una condanna in primo grado per turbativa nel bando di gestione delle piscine comunali che gli è costata dieci giorni di carcere poi una condanna a 10 mesi. Le giudici Rosa Polizzi, Angela Fasano e Roberta Nunnari hanno analizzato i profili penali «scevri da ogni lettura indotta da impostazioni soggettive, non immuni da una polemica politica o locale» (e sarebbe un’ottima postura anche per la politica e il giornalismo) rivenendo «la coerenza degli obbiettivi perseguiti da Uggetti».

Scrive la Corte che «non risulta essersi verificato alcun sviamento di potere, nemmeno nell’esplicazione di quel margine discrezionale di intervento riconosciuto dalla legge per l’esercizio di potere e di indirizzo; nemmeno, secondo la Corte, può fondatamente affermarsi che l’obbiettivo di un’incidenza indebita e collusiva sul bando di gara, atta ad integrare il reato come contestato, abbia animato le intenzioni degli imputati». Ma le motivazioni della sentenza di assoluzione spingono a una nuova e più ampia lettura del reato di turbativa, al di là del singolo caso. Scrive la Corte: «Ci si deve, infatti, confrontare con la necessità di non punire indiscriminatamente le mere irregolarità formali attinenti all’iter procedimentale, irregolarità che, invece, devono essere idonee a ledere i beni giuridici protetti dalla norma, non essendoci un interesse fine a se stesso a garantire la regolarità e la trasparenza della gara, essendo la tutela della mera regolarità formale dell’asta e della pubblica amministrazione non il bene tutelato dall’articolo 353 c.p., ma un presidio per la libera concorrenza, strumentale al perseguimento dell’interesse della Pubblica Amministrazione».

«Dunque – scrivono le giudici – la turbativa non ricorre in presenza di qualsiasi disordine relativo alla tranquillità della gara, essendo necessaria una lesione, anche potenziale, agli scopi economici della Pa e all’interesse dei privati di poter partecipare alla gara, dovendosi comunque guardare alla realizzazione delle condizioni per la migliore soddisfazione delle esigenze utilitaristiche della Pa»· Insomma, il sindaco non è un mero esecutore di norme e meccanismi burocratici ma evidentemente gli tocca fare anche il politico. E anche sulla contestata questione dei contatti dell’ex sindaco con realtà associative del territorio (che tanto ha fatto gridare allo scandalo certi superficiali manettari) nella sentenza si legge che l’esercizio della responsabilità politica «può comportare e tollerare, purché non ne sia fuorviato, certo la consulenza ma anche l’ascolto dei soggetti della società civile interessati»· Il ministro Di Maio in luglio aveva rivolto le sue scuse per «l’imbarbarimento del dibattito associato ai temi giudiziari». Ora, uscite le motivazioni, si aspettano tutti gli altri che, vedrete, non arriveranno.

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Fonte

Diritto e rovescio

Ha la trama di un giallo la scomparsa della tennista cinese Peng Shuai, ex numero uno in doppio al mondo che con la taiwanese Hsieh Su-wei che ha reso popolare il tennis in Cina e che nel suo Paese è diventata un seguitissimo personaggio pubblico. Ma in questa storia c’è anche tutta la fragilità di un mondo che celebra superpotenze economiche sempre intente a stringersi la mano per accordi commerciali e politici perdendo di vista la differenza di diritti e democrazia.

La Cina è troppo golosa per fare indignare 

Ricordate quante volte avete letto che l’Italia «non è un Paese attrattivo per gli investitori» anche solo per una frase sconclusionata di qualche politico goffo? Ecco, appunto: miracolosamente la Cina riesce a essere la prevedibile regina del fatturato mondiale permettendosi di agire come l’assassino maggiordomo senza nemmeno sporcarsi il polsino, godendo di una riverenza che fa poi avvento degli spaventosi accadimenti. Anche i gialli nel mercato mondiale pesano solo per il peso dei soldi. Accade in Egitto, accade in Siria, accade in Libia, ma quelli sono Paesi che ci possiamo permettere di dipingere come “sporchi e cattivi”, sta nelle cose. La Cina no, la Cina è troppo golosa per permettersi di dire che fa schifo e allora tutti a cuccia con la Cina.

Peng Shuai, la denuncia di stupro e il miraggio di un MeToo cinese 

Peng Shuai qualche settimana fa aveva denunciato di essere stata vittima di uno stupro da parte del vice-primo ministro del consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese dal 2013 al 2018, il 75enne Zhang Gaoli: «Perché sei dovuto tornare da me, portarmi a casa tua per costringermi a fare sesso con te? Sì, non ho alcuna prova, ed è semplicemente impossibile avere prove. Non riesco a descrivere quanto fossi disgustata, e quante volte mi sono chiesta se sono ancora un’umana? Mi sento un cadavere che cammina», scrisse Peng Shuai su Weibo, il social cinese che da quelle parti sostituisce Twitter perché perfino i social sono roba da maneggiare con cura. A proposito di globalizzazione. Quella diretta è rimasta online solo una trentina di minuti poiché Weibo è sotto la stretta sorveglianza del governo: in quella mezz’ora la tennista ha incassato migliaia di messaggi di solidarietà e a qualcuno è venuto in mente che forse anche in Cina finalmente si potesse assistere a un MeToo che desse una spallata al patriarcato violento che esercita il proprio potere attraverso il proprio ciondolante organo sessuale.

Messaggi finti e depistaggi oltre il senso del ridicolo

E invece di Peng Shuai si sono perse le tracce e la vicenda, se possibile, ha assunto risvolti ancora peggiori. Dopo qualche giorno il media cinese CGTN Europe ha trasmesso un messaggio, attribuito alla stessa Peng Shuai, e inviato a Steve Simon, direttore della WTA in cui si leggerebbe «Ciao a tutti, sono Peng Shuai. Per quanto riguarda le informazioni recenti pubblicate sul sito Web ufficiale di WTA, questo non è stato verificato o confermato con me ed è stato rilasciato senza il mio consenso. Le informazioni in questa versione, comprese le accuse di violenza sessuale, non sono vere. Non sono scomparso, né sono in pericolo. Sto solo riposando a casa e va tutto bene». Il messaggio ha il sapore inquietante della ritrattazioni dettate dal potere se non addirittura scritto da altri. Mica per niente Simon ha risposto senza mezze misure: «Trovo difficile credere che Peng Shuai abbia effettivamente scritto l’email che abbiamo ricevuto, o che creda a ciò che le viene attribuito. Le sue accuse di aggressione sessuale devono essere rispettate ed essere indagate in modo trasparente e senza censura. Le voci delle donne devono essere ascoltate e rispettate, non censurate o dettate». A questo punto sarebbe bastato vedere Peng Shuai di persona, in carne e ossa, spiegare tutto per filo e per segno, libera e in salute. Invece la Cina, che ha un abbondante tolleranza del senso del ridicolo, non si è nemmeno accorta di vere reso pubblica una mail in cui appare il cursore che lampeggia solo (questo lo sanno tutti) mentre si scrive. Chi ha mandato quella mail? Ovviamente nessuna risposta.

Può una super potenza mondiale trattare il mondo così?

In compenso dopo 17 giorni di assenza di Peng Shuai compare un segnale che vorrebbe essere rassicurante: un giornalista cinese molto vicino al governo, Shin Shiwei, mostra tre foto che Peng Shuai avrebbe postato su WeChat (un’app di messaggistica simile a WhatsApp, diffusissima in Cina) tre foto recenti. Qui la tragedia come sempre diventa addirittura farsa e si vede la tennista apparentemente serena, seduta in una stanza circondata da tanti peluche, assieme a un gatto grigio. Peng Shuai sorride tenendo in braccio il gatto e si mette in posa per un primo piano a fianco di un pupazzo di Kung Fu Panda. Eppure niente appare come dovrebbe essere: una tennista di fama mondiale scompare, i giornali di mezzo mondo la mettono in prima pagina gonfi di preoccupazione (qui in Italia, come al solito, ci metteremo ancora un po’), la federazione tennistica è allarmata, perfino le organizzazioni internazionali si stanno muovendo e questa si fotografa con i peluche? Sembra un pessimo libro giallo scritto di fretta e controvoglia senza nessun lavoro di editing sull’organicità della trama. La domanda è sempre la stessa: dov’è Peng Shuai? E poi c’è una spaventosa constatazione: una superpotenza mondiale è davvero convinta di poter trattare il resto del mondo così, come una massa di idioti da inzuccherare con un po’ di propaganda posticcia. E, badate bene, questi sono quelli con cui si dovranno stringere mani per salvare il capitalismo mondiale. Auguri a tutti.

L’articolo Diritto e rovescio proviene da Tag43.it.

«Forse è il momento di ascoltarci»

«Lo studio non deve essere più un privilegio per pochi ma un diritto di tutti. Si parla del nostro futuro, ma si continua a farlo senza di noi». Le parole (poco lette in giro) della rappresentante degli studenti e delle studentesse dell’Università di Siena davanti al presidente Mattarella

«Che nessuno si aspetti dei ringraziamenti né di trovarci in silenzio. Forse è arrivato il momento di ascoltarci». Sono le parole ascoltate durante l’inaugurazione del 781esimo anno accademico dell’Università di Siena, alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. A pronunciarle è Rosalia Selvaggi, la rappresentante delle studentesse e degli studenti che prende la parola subito dopo la relazione del magnifico rettore Francesco Frati.

Le avete lette poco in giro. Lo so. Funziona così di questi tempi.

Rosalia Selvaggi invece prova il gusto di guardare la politica dritta negli occhi. «Il tempo estremamente ridotto che ci è stato concesso – ha sottolineato – è una metafora della marginalità» a cui viene relegata «la componente studentesca». E parla di «idilliaca narrativa meritocratica attorno alle università» che le trasforma in «palestre di sfruttamento» per «un modello di sviluppo che guarda caso è quello con cui si sta distruggendo il nostro pianeta».

Dice Selvaggi: «Bisogna che il nostro e il vostro fine ultimo sia la formazione e la crescita degli studenti e non il guadagno dell’azienda universitaria, lo studio non deve essere più un privilegio per pochi ma un diritto di tutti. Si parla del nostro futuro, ma si continua a farlo senza di noi. Siamo i giovani coinvolti nel dramma della fuga da un Paese che non valorizza il merito, ma merito di cosa? giovani che devono fare gavetta, i “self-made men” – e mai women – a cui viene ripetuto costantemente lo slogan “se ti impegni, ce la fai”. Ed esausti invece ci troviamo costretti ad abbandonare gli studi perché l’istruzione nel nostro Paese è un lusso, e mai un diritto»

E non mancano le osservazioni al Pnrr in cui «non si fa il minimo accenno a università e ricerca» e allora «ci chiediamo cosa ha intenzione di fare questo governo per contrastare davvero diseguaglianze, povertà, precarietà, abbandono scolastico e universitario? Si sente spesso la parola ripartenza, e allora ripartiamo dall’università».

Infine una stoccata molto pungente ai vertici dell’Università di Siena sulla manutenzione delle strutture: «Ringraziamo la visita del presidente Mattarella – conclude Rosalia Selvaggi – che ha permesso la realizzazione di un ammodernamento e una risistemazione “ad hoc”, pronta ed efficiente, di strutture e spazi per gli studenti prima lasciati a loro stessi in assenza di ospiti prestigiosi. La patina dell’apparenza colpisce tutti cercando di nascondere la normalità che non è mai abbastanza perfetta». E per questo Rosalia Selvaggi ha invitato Mattarella a «recarsi anche presso le residenze e mense» per gli studenti «fiduciosi che la sua visita possa essere risolutiva».

Oggi è venerdì, un’altra settimana è passata a discutere di niente che fosse veramente politico, al di là del gossip parlamentare. Le frasi di una studentessa sono più lucide, dritte e coraggiose di quintali di editoriali e di dichiarazioni di politici. Forse sta qui una parte del problema, no? Però viene la tentazione di essere ottimisti, pensando a Rosalia Selvaggi. Forse è il momento di ascoltarli, di rovesciare i sepolcri imbiancati e osservare quanta energia buona e preparata c’è in giro.

Buon venerdì.

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La fuffa di cittadinanza

Il Comitato scientifico per la valutazione del Reddito di cittadinanza, istituito dal governo, aveva indicato dieci proposte di modifica. Ma «il governo ha scelto un’altra strada, ostacolando i beneficiari», ha detto la sociologa Chiara Saraceno, presidente del gruppo di esperti

Il governo dei migliori aveva istituito un comitato scientifico di valutazione per valutare le eventuali modifiche del reddito di cittadinanza. A un certo punto è sembrata perfino una buona idea visto che dai partiti arrivavano cannonate (sia da destra che dal presunto centro-centro-centro-centro-sinistra che poi nei fatti sta più a destra della destra) che principalmente puntano a indicare i percettori del reddito di cittadinanza come una massa di fannulloni anche un po’ sfigati. Si è accesa perfino la speranza che il governo dei migliori si affidasse ai migliori mantenendo fede alle aspettative (che ormai sono un dogma, qui in giro) e che finalmente si potessero legge proposte vere su cui dibattere con dati alla mano e non partendo dai deliri del Briatore di turno.

Chiara Saraceno è la presidente del Comitato scientifico per la valutazione del Reddito di cittadinanza e il 16 novembre in un lungo articolo ha disegnato la reale situazione: «Il comitato scientifico di valutazione ha indicato dieci proposte per modificare il reddito di cittadinanza. Il governo ha scelto un’altra strada, ostacolando i beneficiari», scrive Saraceno, che spiega come «il rapporto è stato reso pubblico il 9 novembre, ma i suoi risultati e relative proposte erano già stati anticipati al ministro del Lavoro e portati al tavolo in cui veniva definita la legge di bilancio» e che «poco o nulla di quanto proposto dal comitato ha trovato accoglimento. Al contrario, alcune delle modifiche inserite sembrano rispondere più a una narrazione più o meno fantasiosa e ideologica, e pesantemente negativa, sui beneficiari del reddito di cittadinanza che a una analisi dei dati empirici. In particolare, – scrive Saraceno – la narrazione per cui i beneficiari rifiuterebbero le offerte di lavoro perché il Rdc dà loro abbastanza di che vivere, non trova riscontro empirico non solo nelle somme effettivamente percepite – 577 euro in media per famiglia, non per individuo, al mese – ma neanche in dati attendibili. Manca infatti una base dati nazionale che documenti le offerte effettivamente fatte ai beneficiari “occupabili” (un terzo circa di tutti i beneficiari) e i rifiuti da parte di questi ultimi. Non è ancora stata risolta la questione di come mettere in comunicazione e condivisione centri per l’impiego che dipendono dalle regioni. Quello che sappiamo è che meno di un terzo dei teoricamente “occupabili” è stato preso in carico da un Cpi. Il che non significa che abbia ricevuto una proposta di lavoro o di formazione, ma che il suo caso ha cominciato a essere esaminato. Quindi la stretta inserita in finanziaria, in base alla quale le offerte rifiutabili senza decadere dal beneficio non sono più tre, ma due, ha valore puramente simbolico, che rafforza l’idea dei beneficiari come pigri nullafacenti, evitando di mettere a fuoco la carenza di politiche attive e la mancanza di domanda di lavoro di qualità adeguata alle basse qualifiche della stragrande maggioranza dei beneficiari».

E anche sulla scelta di considerare la seconda offerta di lavoro come sempre congrua e irrinunciabile Saraceno scrive che è  «come se un imprenditore veneto andasse a cercare possibili lavoratori tra i beneficiari campani o siciliani e questi potessero permettersi i costi di spostamento, oltre che organizzativi, stanti i bassi salari cui possono aspirare con le loro qualifiche. Se l’attivazione verso il lavoro non sta funzionando come ci si aspettava, quindi, non è “colpa dei beneficiari”, ma della scarsità, quando non assenza, di politiche attive, unita alla scarsità di una domanda di lavoro adeguata alle caratteristiche di questa particolare offerta».

Le proposte (frutto di un lavoro serio che si basa sui numeri e non sui sentimenti politici) erano in tutto 10:

  1. La modifica della scala di equivalenza che al momento penalizza le famiglie con minorenni e quelle numerose, non solo rispetto all’importo (cosa che può essere in parte corretta dall’introduzione dell’assegno unico), ma anche rispetto all’accesso. Viene proposto di dare ai minorenni lo stesso coefficiente degli adulti e di alzare a 2,8 (rispetto al 2,1 attuale) il coefficiente massimo. Contestualmente la soglia massima di reddito per una persona sola potrebbe essere diminuita a 5.600 euro e l’importo massimo del Rdc a 450;
  2. L’abbassamento a cinque anni del requisito di residenza per gli stranieri, in modo da poter intervenire tempestivamente sulle condizioni di disagio, prima che si cronicizzino
  3. La modulazione del contributo per l’affitto in base alla numerosità della famiglia.
  4. La considerazione di una parte del patrimonio mobiliare come reddito ai fini della determinazione del beneficio, in modo da evitare oggettive disparità di trattamento.
  5. la modifica dei criteri di congruità dell’offerta di lavoro, per tenere meglio conto delle basse qualifiche e della distanza dal mercato del lavoro di molti beneficiari pur teoricamente “occupabili”, per incoraggiarli a fare esperienze di lavoro anche parziali e temporanee, ma considerando congrue dal punto di vista della distanza solo offerte nel raggio di 100 km.
  6. Riduzione dell’attuale altissima aliquota marginale che scoraggia il lavoro regolare, portandola dall’80 al 60 per cento e senza limiti di tempo, ma fino alla soglia di imposizione fiscale.
  7. Eliminazione dell’imposizione di una dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro da parte di tutti i beneficiari, richiedendola solo a coloro che vengono indirizzati ai centri per l’impiego, in modo da evitare inutili duplicazioni di prese in carico da parte di questi e dei servizi sociali
  8. Estensione degli incentivi ai datori di lavoro che offrono un contratto almeno annuale a tempo pieno oppure a orario parziale ma a tempo indeterminato, sospendendo anche, in attesa di un aumento dell’efficienza dei centri per l’impiego e delle piattaforme, l’obbligo a registrarsi sulla piattaforma apposita.
  9. Consentire che i partecipanti ai progetti di utilità collettiva – Puc – vengano individuati sulla base delle competenze e interessi.
  10. Eliminare la norma, controproducente e in radicale contrasto con ogni principio di gestione prudente del bilancio familiare, che richiede di spendere integralmente il beneficio mensile, salvo venir decurtato il mese successivo della somma non spesa.

Cosa altro serve per capire quale sia la matrice di questo governo? Cosa altro serve per smetterla con questa narrazione del governo apolitico?

Buon giovedì.

Nella foto: il presidente del Consiglio Mario Draghi, il ministro del Lavoro e delle politiche sociali Andrea Orlando e il ministro dell’Economia Daniele Franco

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Confine tra Polonia e Bielorussia, tra lacrimogeni e ipocrisia muore il diritto internazionale

Per farsi un’idea del dramma che si sta consumando basterebbe ascoltare le parole di Abou Elias, un padre disperato appena arrivato in una delle città di confine polacche per cercare sua figlia Hilda Naaman, una dottoressa di 25 anni che stava arrivando in Europa dalla Siria. «Non può più camminare. Le unghie di mia figlia sono state strappate. I bielorussi sono venuti di notte, picchiandoli con un bastoncino elettrico… dicendo loro di andare in Polonia. I polacchi li hanno accolti solo per riportarli indietro», ha spiegato Abou Elias ai giornalisti della Reuters. Abou Elias è siriano, vive in Svezia ed è arrivato in Polonia perché conosce bene l’orrore e la disperazione di un viaggio migratorio ai confini dell’Europa, che lui stesso ha percorso nel 2014. Racconta di avere sentito la figlia al telefono solo in una manciata di occasioni. La figlia gli avrebbe raccontato che le autorità bielorusse chiedevano ai migranti di pagare 1.000 dollari solo per avere il 20% di carica della batteria di loro telefoni. «Lei è qui, a 40 chilometri di distanza, ci stanno giocando… La Polonia non li fa entrare, e l’altra (Bielorussia) non permette loro di tornare indietro. Non sono persone. Sono mostri, mostri, mostri», spiega tra le lacrime.

Ieri sono scoppiati scontri tra i rifugiati bloccati e le guardie di frontiera polacche al confine polacco-bielorusso. Secondo il Ministero della Difesa Nazionale polacco i rifugiati al valico di frontiera di Kuznica che cercavano di entrare in Polonia avrebbero lanciato pietre contro le milizie polacche, che hanno risposto usando cannoni ad acqua e gas lacrimogeni. I cannoni d’acqua e i gas lacrimogeni sono solo un peggioramento delle precarie condizioni delle persone incastrate tra le due frontiere, senza cibo né cure. Il governo polacco ieri ha dichiarato che «il comportamento aggressivo dei migranti è coordinato dai servizi bielorussi e monitorato dai droni. A seguito di un attacco da parte di persone ispirate dalla parte bielorussa, uno dei poliziotti è rimasto gravemente ferito». Ovviamente le affermazioni non sono verificabili visto che l’accesso ai giornalisti continua a essere vietato. Di certo c’è che i bielorussi la scorsa notte hanno cominciato a spostare le persone accampate ancora più vicine al confine polacco che rimane controllato da già di 20mila uomini dell’esercito. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha condannato le azioni delle forze polacche bollandole come «assolutamente inaccettabili», in una conferenza stampa denunciando la violazione di «tutte le norme concepibili del diritto internazionale umanitario e altri accordi della comunità internazionale». Di tutt’altro avviso Jens Stoltenberg, segretario generale della NATO, che ha detto che l’alleanza è «profondamente preoccupata per il modo in cui il regime di Lukashenko sta usando i migranti vulnerabili come tattica ibrida contro altri paesi, e questo sta effettivamente mettendo a rischio la vita dei migranti». Il blocco è sempre lo stesso: la Russia che continua a sostenere Lukashenko mentre la comunità occidentale prende le parti della Polonia.

L’Europa intanto ha ufficializzato nel corso della riunione dei ministri degli Esteri dei 27 Stati membri l’estensione del regime di sanzioni nei confronti della Bielorussia anche alle entità che organizzano o contribuiscono ad attività del regime di Aleksander Lukashenko che facilitano l’attraversamento illegale delle frontiere esterne dell’Ue. Il Consiglio UE ha chiarito per bocca del suo Alto rappresentante per gli Affari Esteri, Josep Borrell che «questa decisione riflette la determinazione dell’Unione europea a resistere alla strumentalizzazione dei migranti a fini politici. Stiamo respingendo questa pratica disumana e illegale. Al tempo stesso continuiamo a sottolineare l’inaccettabile repressione in atto da parte del regime contro la propria popolazione e noi risponderemo di conseguenza». Borrel ha anche puntato il dito contro la Russia dicendo di «non conoscere i segreti dei contatti tra Putin e Lukashenko. Ma è evidente che Lukashenko fa quello che fa perché conta sul forte sostegno della Russia. Lukashenko non poteva fare ciò che sta facendo senza un forte sostegno della Russia. Che poi ci sia un nesso con l’aumento delle truppe in Ucraina non posso saperlo». Dura la reazione del presidente bielorusso: «Ci minacciano di sanzioni. Ok, aspettiamo e vediamo. Pensano che io stia scherzando. Che sia una minaccia vuota. Niente del genere. Combatteremo. Abbiamo raggiunto il limite. Non c’è spazio per una ritirata».

La Polonia intanto annuncia la costruzione di un muro entro la metà del 2022 mentre i contratti verranno firmati non prima del 15 dicembre. Il costo complessivo sarà di 353 milioni di euro, con i lavori che andranno avanti per 24 ore al giorno – divise in 3 turni – e partiranno prima della fine dell’anno. Il ministro degli Interni polacco Mariusz Kaminsky considera il muro «un investimento assolutamente strategico e prioritario per la sicurezza della nazione e dei suoi cittadini». Sarà lungo ben 180 km e alto 5,5 metri. La difesa dei confini tra l’altro sposta un’enorme mole di denaro. Come racconta Nello Scavo per Avvenire «prima di oggi le imprese hanno beneficiato del budget di 1,7 miliardi di euro del Fondo per le frontiere esterne della Commissione europea (2007-2013) e del Fondo per la sicurezza interna – frontiere (2014-2020) di 2,76 miliardi di euro. Per il nuovo bilancio Ue (2021-2027), la Commissione europea ha stanziato 8,02 miliardi di euro al Fondo per la gestione integrata delle frontiere; 11,27 miliardi di euro a Frontex (di cui 2,2 miliardi di euro saranno utilizzati per acquisire e gestire mezzi aerei, marittimi e terrestri) e almeno 1,9 miliardi di euro di spesa totale (2000-2027) per le sue banche dati di identità e Eurosur (il sistema europeo di sorveglianza delle frontiere)».

E qui, come al solito, esce tutta l’ipocrisia di questa Europa che finge di incastrarsi per poche migliaia di migranti. Quanto costerebbe accogliere quelle poche persone (sarebbero circa 3.500) a differenza di tutti gli armamenti? Perché nessuno fa notare che la quasi totalità dei migranti sul confine polacco sono potenzialmente meritevoli di protezione internazionale visto che provengono tutti da territori di guerra? Perché nessuno ha storto la bocca quando ad agosto 20mila afghani attraversano ogni giorno il confine con il Pakistan? Perché non ci si ricorda che l’85% dei rifugiati risiede ancora nei Paesi d’origine come l’Africa, l’Asia, Medioriente e Sud America? Dove sta il diritto internazionale su quelle persone all’addiaccio che sono diventate semplicemente un alibi per uno scontro economico e politico, carne di propaganda per sovranisti e regimi? La risposta, c’è da scommetterci, non arriverà presto.

L’articolo Confine tra Polonia e Bielorussia, tra lacrimogeni e ipocrisia muore il diritto internazionale proviene da Il Riformista.

Fonte

Italia, la silenziosa signora della guerra

Molte crisi migratorie sono conseguenza di conflitti. Combattuti con armi di frequente prodotte o in transito dall’Italia. Ma chi si oppone a questi traffici, come i portuali di Genova, rischia grosso

Le migrazioni sono solo l’ultimo stadio di una catena di eventi, soprattutto povertà, cambiamenti climatici ma prima di qualsiasi altra cosa la guerra. Che in tutti questi anni si riesca a parlare di migrazioni senza mai fare un minimo cenno alla guerra (tranne per l’Afghanistan ma è stata una svista quasi umana che è durata giusto qualche settimana) è la fotografia dell’ipocrisia di chi con la guerra continua ad arricchirsi e di chi in politica silenzioso e sotterraneo (vedi alla voce Lorenzo Guerini, ministro alla Difesa con una soporifera assenza pubblica) continua a fomentare le guerre fingendo di essere un portavoce della pace.

Tra le guerre di cui si parla sempre troppo poco (a dire la verità di tutte le guerre si parla sempre troppo poco) quella in Yemen è una delle più taciute poiché Arabia Saudita e Emirati Arabi sono troppo amici per permetterci di sporcare le foto ricordo (inutile specificare amici di chi, ci si arriva facile facile). In Yemen dopo sei anni di guerra c’è la peggior crisi umanitaria del mondo: sono stati sinora uccisi o feriti 18.400 civili e due terzi della popolazione – cioè circa 20 milioni di persone – richiedono assistenza alimentare, esposti alla crisi pandemica da Covid, le cui dimensioni sono difficili da valutare. In particolare sono state colpite le infrastrutture civili, comprese le scuole e gli ospedali. Nel Paese mancano il carburante e i servizi di base, e spadroneggiano le milizie abusive locali.

The Weapon watch (l’osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei) ci fa sapere che lo scorso 12 novembre «con qualche giorno di ritardo sul previsto, la nave “Bahri Abha” è arrivata in porto di Genova, accolta dal solito massiccio schieramento di polizia per scongiurare proteste violente che né a Genova né in altri porti italiani si sono mai verificate». Scrive Weapon watch: «Notizie in attesa di conferma indicano che la Bahri Abha sta trasportando decine di carri armati, un gran numero di casse e contenitori di esplosivi, container di merci infiammabili. Ogni 2-3 settimane, una nave della compagnia Bahri passa da Genova. Da molti anni. Weapon watch ha raccolto e pubblicato dal 2019 ad oggi innumerevoli prove che queste navi violano la legge 185/1990 e il Trattato internazionale sul commercio delle armi convenzionali. Tutto ciò continua ad accadere nell’apparente inerzia delle autorità e del governo italiano, in realtà con il loro pieno sostegno, e anzi su istigazione degli interessi economici coinvolti si è applicata la repressione di polizia a chi osa contestare il “traffico di morte” che continua a svolgersi sotto i nostri occhi».

Cosa trasportano le navi saudite? Ecco qui: «Si va dagli shelter e dai gruppi elettrogeni prodotti dalla società Teknel Srl di Roma ai cannoni Caesar, canons équipés d’un système d’artillerie della francese Nexter, motorizzati Renault su telai Mercedes-Unimog. Poi abbiamo visto una parte degli oltre 700 blindati Lav (Light armoured vehicles) mod. 6.0 fabbricati da General dynamics e il cui acquisto ha generato uno scandalo economico-finanziario in Canada. E anche sono passati da Genova i blindati Patria Amv 1 di produzione finlandese, i soli concorrenti sul mercato dei Lav di General dynamics. Notevoli i quantitativi di main battle tanks visti o documentati nelle stive delle navi Bahri, soprattutto gli Abrams M1a2 e probabilmente anche del modello Seepv 3, recente versione con importanti upgrade elettronici. E persino mezzi specializzati come gli Howitzer 109A6 Paladin e i M88A2 Hercules (Heavy equipment recovery combat utility lift and evacuation system). E, sempre, container e container di munizioni pesanti, missili, esplosivi, in particolare quelle prodotte dalle americane Raytheon e Lockheed Martin, dal gruppo tedesco Rheinmetall, dalla spagnole Defex e Maxam. Non sono mancati gli elicotteri. Sono stati notati gli AH-64 Apache prodotti da Boeing, elicotteri d’attacco che portano la scritta (in arabo e inglese) “God bless you”. Nella nave Bahri Abha, in porto a Genova in queste ore, sono stati rilevati almeno una mezza dozzina di Sikorsky UH-60M Black Hawk, in dotazione alla Guardia nazionale saudita».

Come racconta il giornalista Antonio Mazzeo su il manifesto «a metà marzo, le abitazioni di alcuni militanti del Collettivo autonomo lavoratori portuali (Calp) sono state perquisite dagli agenti della Digos su mandato della Procura della Repubblica. Gli inquirenti genovesi hanno contestato un’incredibile serie di reati, tra cui l’associazione per delinquere, la resistenza a pubblico ufficiale, il lancio di oggetti pericolosi, l’attentato alla sicurezza pubblica dei trasporti, ecc… “Dallo sciopero indetto due anni fa per bloccare un carico destinato alla guerra in Yemen, a oggi, passando per la manifestazione di un anno fa contro il transito di esplosivi a bordo di un’altra Bahri diretti alla guerra siriana, gli armatori sauditi attraverso l’agenzia genovese Delta e il Terminal Gmt avevano chiesto a più riprese alla Procura la testa dei portuali”, scrivono i militanti del Calp. “Per quale colpa? Per avere messo in pratica, con le associazioni e i movimenti contro la guerra e per i diritti civili ciò che il Parlamento ha approvato poco dopo lo sciopero nel porto di Genova: lo stop alla vendita di bombe e missili ad Arabia e Emirati”».

Sì, lo so, non l’avete letto da nessuna parte. Osservare e interrogare sugli armamenti richiede la schiena piuttosto dritta e soprattutto provoca l’irritazione dei signori della guerra che muovono molti, moltissimi soldi. Però varrebbe la pena riempirsi un po’ meno la bocca della parola pace e provare a praticarla. Per questo conviene scriverne e sperare che la voce arrivi a chi dovrebbe dare risposte. Si fa così, la pace.

Buon mercoledì.

* In foto, il ministro della Difesa Guerini partecipa alla cerimonia di giuramento degli allievi della scuola militare Teulié di Milano

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Fedez, i cantieri e gli umarell

I giornali ieri hanno straparlato del rapper che ha registrato un dominio Internet (fedezelezioni2023) ed è stato preso sul serio. Intanto, nel Paese reale si continua a morire nei luoghi di lavoro, gli infortuni aumentano e gli ispettori sono pochi

Ieri la giornata politica ha parlato di Fedez. Anzi, peggio. Anche ieri la politica e il giornalismo politico hanno pensato bene di parlare di Fedez che solo per avere registrato un dominio internet (fedezelezioni2023) si è ritrovato preso sul serio. Del resto non è facile riempire le pagine di politica in quest’epoca in cui tutti sono proni a Draghi e ai draghismi, tutti sospesi come se questo non fosse un governo ma un balsamo da gustare in attesa che torni la politica, una benedetta sospensione in cui scrivere di quello che accade nel Paese può essere scambiato come un tentativo di guastare la benedetta opera del manovratore.

Giorni interi sprecati a parlare di Quirinale come se nel Paese non esistano problemi contingenti da affrontare con urgenza, leader politici che ora hanno promesso di rimettersi a cuccia per lasciare passare indenne la prossima manovra finanziaria senza nemmeno prendersi la briga di spiegare cosa abbiano intenzione di metterci dentro. La notizia è che hanno promesso che faranno i bravi e che Fedez forse vuole fare politica. Capite il sotto vuoto?

Così scrivere di tutto il resto rischia di diventare un’attività collaterale, finire nel cassetto degli agitatori e mica di quelli che danno le notizie. Sono momenti che ciclicamente tornano quelli in cui alzare il dito per porre domande o allungarlo per indicare un problema viene vissuto con fastidio. Ma non è il giornalismo proprio questo perseverante insistere? E allora insistiamo, insistiamo nonostante il fatto che più di 100 agenti e funzionari penitenziari rinviati a giudizio per avere massacrato di botte dei detenuti sia rimasto lì solo soletto nel buongiorno di ieri come se fosse una favola nordica da leggere di passaggio o qualcosa di esotico per un’effimera sorpresa.

Lo scorso fine settimana ad esempio è accaduto (oltre agli editorialisti che si sono spremuti su Fedez) che i sindacati dell’edilizia tutti insieme abbiano manifestato a Roma raccontando che mentre piovono soldi sul settore (un po’ per i bonus del governo e un po’ perché in Italia la “ripresa” si misura sempre con i chili di cemento) quelli continuano a morire: i dati dell’Inail mostrano un aumento del 16% delle denunce di infortuni nelle costruzioni tra gennaio e settembre 2021 rispetto allo stesso periodo del 2020 (segnato, va ricordato, dal lockdown): da 17.891 a 21.236, di cui 87 mortali. Nel solo mese di settembre sono state 1.826. Si lavora di più, si muore di più, si viene pagati di meno.

Ci hanno ricordato che la patente a punti per le imprese (che dovrebbe agevolare quelle che seguono le regole e che rispettano le norme di sicurezza) è stata annunciata 12 anni fa e non è mai stata attuata. Ci hanno dovuto ricordare che sarebbe ora di aggiungere al codice penale l’aggravante per infortunio mortale sul lavoro che consisterebbe di contestare l’omicidio doloso (e non colposo come avviene adesso) e magari riuscire a bloccare i beni dell’imprenditore che quando viene condannato è già riuscito a vendere tutto (o a intestarlo a qualche testa di legno) lasciando senza soldi la famiglia delle vittime, cornuti e mazziati.

Ci hanno ricordato (a proposito dei giovani che dovrebbero cambiare il Paese) che l’aspettativa di vita dei lavoratori del settore è tra le più basse. L’80% delle malattie professionali colpisce gli over 55. E un quarto dei morti in cantiere quest’anno era over 60, in alcuni casi addirittura over 70.

Ci hanno ricordato che gli ispettori sui cantieri sono troppo pochi (ma va?) e che arrivano sempre tardi quando le aziende sono già state avvisate. Ci hanno ricordato che la politica del massimo ribasso spinge le aziende a fare in fretta e che per accarezzare la fretta i caschi e le corde salvavita sono una perdita di tempo.

Intanto ieri a Cerreto Guidi (Firenze) un operaio di 51 anni, che stava lavorando in un cantiere per la realizzazione di un collettore fognario nei pressi del depuratore, ha perso la vita ribaltandosi con lo schiacciasassi che stava guidando, finendo in un fossato. A Bellizzi (Salerno) un operaio di 57 anni ha perso la vita in un incidente sul lavoro avvenuto  in un’abitazione. L’uomo, secondo una prima ricostruzione dei fatti, stava ispezionando la canna fumaria di una stufa a pellet in un appartamento di via Olmo quando, per cause ancora ignote, ha perso l’equilibrio ed è caduto nel vuoto battendo la testa.

Il Paese reale, al di là di Fedez. Ma ormai gli umarell non guardano nemmeno i cantieri, rimangono incantati di fronte agli influencer.

Buon martedì.

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Il maxi processo che ci dovrebbe interessare

Chiesto il rinvio a giudizio per 108 tra agenti e funzionari dell’amministrazione penitenziaria per la vicenda delle violenze ai danni dei detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020

Se avete voglia di esercitare un po’ di nauseata indignazione e una preoccupata curiosità per rendersi conto di quanto sia pericoloso lo Stato quando smette di essere Stato e di quale sia la condizione senza diritti, addirittura quasi dittatoriale, all’intento di alcuni settori del Paese allora c’è una maxi processo pronto per voi, uno di quelli che dovrebbe occupare tutte le prime pagine dei giornali e invece vedrete che verrà al massimo bisbigliato quando si arriverà alla sentenza.

Il fatto che le presunte vittime siano quelli che normalmente consideriamo “scarti” della società (ovvero i detenuti) e che i presunti colpevoli siano una delle categorie più solidarizzate da certa destra renderà tutto parossistico. È un processo allo Stato ma lo Stato, vedrete, farà finta che sai semplicemente un accidente laterale.

Ieri la Procura di Santa Maria Capua Vetere ha chiesto il rinvio a giudizio per 108 tra agenti e funzionari dell’amministrazione penitenziaria per la vicenda delle violenze ai danni dei detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere avvenute il 6 aprile 2020. 108 persone non sono mele marce: 108 persone rinviate a giudizio sono perlomeno il terribile sospetto che la violenza sia sistemica e sistematica ed è qualcosa che fa rabbrividire.

I reati contestati a vario titolo sono quelli di tortura, lesioni, abuso di autorità, falso in atto pubblico e cooperazione nell’omicidio colposo di un detenuto algerino, del cui decesso sono accusati 12 indagati. Per altri 12, invece, i pm hanno chiesto l’archiviazione ma è probabile che a questi venga comunque notificato un decreto penale di condanna a pena pecuniaria per non aver, in qualità di pubblici ufficiali, denunciato quello che stava accadendo in carcere. L’udienza preliminare è stata fissata dal gip Pasquale D’Angelo per mercoledì 15 dicembre alle 9:30 nell’aula bunker dello stesso carcere.

Tra quelli che rischiano il processo ci sono elementi che contano della linea di comando: c’è Pasquale Colucci, comandante del Nucleo operativo traduzioni e piantonamenti del centro penitenziario di Secondigliano e comandante del gruppo di “Supporto agli interventi”, l’ex capo delle carceri campane Antonio Fullone, interdetto dal servizio, Tiziana Perillo, comandante del Nucleo operativo traduzioni e piantonamenti di Avellino, Nunzia Di Donato, comandante del Nucleo operativo traduzioni e piantonamenti di Santa Maria Capua Vetere; Anna Rita Costanzo, commissario capo responsabile del reparto Nilo, l’ex comandante della polizia penitenziaria del carcere di Santa Maria Capua Vetere Gaetano Manganelli.

Le telecamere hanno ripreso i detenuti mentre erano costretti a passare in un corridoio formato da agenti penitenziari con manganelli e caschi, prendendo calci, pugni e manganellate. Tra di loro anche un detenuto su sedia a rotelle. Alcuni detenuti furono trascinati già per le scale. Per la Procura e il gip quei comportamenti hanno integrato il reato di tortura (introdotto nel 2017), mai contestato a così tanti pubblici funzionari. Proprio per questo è un processo storico.

C’è un altro piccolo particolare di cui tenere conto: secondo la Procura dopo il 6 aprile del 2020 iniziò l’attività di depistaggio da parte di agenti e funzionari con certificati medici falsificati per dimostrare che gli agenti avevano subito violenze dai detenuti. Gli indagati inoltre provarono (invano) anche a manomettere le telecamere.

Ce n’è abbastanza per rischiare di essere una vicenda che fa rabbrividire. Conviene interessarsene ora, subito e molto.

Buon lunedì.

Nella foto: Frame dal video pubblicato dal quotidiano Il Domani

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