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Porti chiusi al transito di armi, oggi lo sciopero dei lavoratori. Cagliari snodo della protesta contro la logistica bellica

Il voto è arrivato. E ora le banchine si svuotano. Il Consiglio comunale di Cagliari ha approvato nei giorni scorsi un ordine del giorno che impegna sindaco e Giunta ad attivarsi contro il transito di armi nel porto cittadino, a chiedere iniziative per interrompere la movimentazione di materiali esplosivi e ad aprire un tavolo permanente di monitoraggio. Ventidue voti favorevoli, sei contrari, due astenuti. Il giorno dopo, i porti si fermano.

La coincidenza pesa. Perché dopo che l’aula civica ha messo nero su bianco un indirizzo politico, oggi i portuali incrociano le braccia contro l’uso delle infrastrutture per la logistica bellica. È uno sciopero coordinato, internazionale, che attraversa scali italiani ed europei. Lo slogan è semplice e operativo: i portuali rifiutano di lavorare per la guerra. Così la politica locale prova a tradurre quel rifiuto in atto istituzionale.

Un atto politico, una competenza limitata

L’ordine del giorno di Cagliari si muove in controtendenza con il bellicismo virale che attraversa il Paese. Richiama l’articolo 11 della Costituzione e la legge 185 del 1990 sull’export di armamenti, chiede una moratoria, invoca trasparenza e soprattutto propone un portale pubblico con report periodici sulle movimentazioni sensibili. L’Odg non promette poteri che il Comune non ha, ma indica una catena di responsabilità da attivare: Autorità di sistema portuale, Capitaneria, Prefettura, Dogane. È qui che l’atto si gioca la sua credibilità.

Il porto, infatti, resta materia statale, sotto l’ala del ministero guidato da Matteo Salvini. Le autorizzazioni non passano da Palazzo Bacaredda. Ma la pressione politica sì. Un Comune può chiedere accesso agli atti, pretendere chiarezza sulle procedure di safety e security, convocare tavoli, e può costringere gli enti competenti a rispondere. Può, soprattutto, rendere pubblico ciò che di solito resta opaco. È una leva politica, non amministrativa. E proprio per questo esposta alla prova del tempo.

Il contesto regionale rende l’iniziativa ancora più simbolica. In Sardegna il nodo è Rwm Italia, stabilimento di Domusnovas controllato da Rheinmetall, al centro di un confronto che intreccia promesse occupazionali e produzione bellica. Il porto diventa l’anello visibile di una filiera che spesso resta astratta. Spostare l’attenzione sulla logistica significa spostare il conflitto dal “se” al come e al dove.

Quando i portuali fermano la catena

Oggi quel conflitto prende forma nelle astensioni dal lavoro. A Genova, Trieste, Livorno, Ancona, Civitavecchia, Ravenna, Salerno, Bari, Palermo, Crotone, e in altri scali europei, i portuali denunciano l’uso dei porti come snodi militari e chiedono che le banchine non diventino infrastrutture di guerra. Le adesioni e le modalità variano, ma il segnale è unitario: la catena logistica può essere interrotta.

È qui che Cagliari è chiamata a scegliere se restare un precedente o diventare un caso. L’ordine del giorno prevede un tavolo permanente e strumenti di pubblicità. Senza atti successivi, resta un voto. Con atti successivi, diventa un metodo. La differenza è tutta nelle settimane che vengono: convocazioni formali, richieste tracciabili, dati accessibili, report periodici. È una sequenza amministrativa che misura la distanza tra l’indirizzo e l’esecuzione.

La pace, quando entra nei porti, smette di essere una dichiarazione e diventa una pratica. Oggi, nel giorno dell’inaugurazione delle Olimpiadi, i portuali hanno scelto la formula più netta: fermarsi. Cagliari ha scelto un’altra strada, ovviamente più lenta e istituzionale. Ma le due cose, per una volta, parlano la stessa lingua. Resta da vedere se il connubio locale possa diventare nazionale. La politica ha gli strumenti, serve solo la voglia di usarli. 

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L’icona falsa degli scontri di Torino

Il primo febbraio gli account social della Polizia italiana hanno pubblicato un post per esprimere la propria vicinanza agli agenti feriti durante gli scontri di Torino. Nella foto pubblicata si scorgono Alessandro Calista e Lorenzo Virgulti nell’iconico frame in cui uno protegge l’altro dopo essere stato assalito dai manifestanti.

I due poliziotti sono stati usati dalla presidente del Consiglio e dalla maggioranza come simbolo degli scontri: quell’immagine è stata strumentalizzata per chiedere di votare sì al prossimo referendum sulla giustizia, è stata esposta per giustificare l’urgenza dell’ennesimo decreto sicurezza, è diventata clava per accusare l’opposizione di essere troppo compiacente nei confronti dei violenti.

Isolare un frame per trasformarlo in icona è un esercizio pubblicitario, spesso anche giornalistico. Farlo per motivazioni politiche invece è una scorciatoia: ci si può permettere di non aggiungere nessuna narrazione lucrando sulla reazione di pancia di chi vede l’immagine. Divulgare quell’immagine consente di omettere tutto il resto: strumentalizzare fingendo di semplificare.

C’è un problema: quell’immagine è stata ritoccata con l’intelligenza artificiale. Lo hanno certificato diversi media che si occupano di sofisticazione digitale. Quindi non solo quell’immagine è stata utilizzata come sineddoche (pretendendo di raccontare tutto) ma addirittura è stata resa più sentimentale attraverso strumenti di ritocco. E tutto questo è opera di un corpo dello Stato che ha l’enorme responsabilità di ricostruire i fatti senza condizionamenti. Ognuno tiri le proprie conclusioni.

Buon venerdì.

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A Gaza si contano i corpi mentre i riflettori si spostano in Iran

A Gaza, nelle ultime ventiquattro ore, conta altro. Contano i corpi che tornano, le corsie che si riempiono, i cieli che restano attivi.

Al complesso medico di Al-Shifa arrivano 54 corpi e 66 casse con resti umani e organi. Il trasferimento avviene tramite il Comitato internazionale della Croce Rossa, lo conferma il ministero della Salute di Gaza. È una consegna amministrativa, dicono. In realtà è una scena: camion, bare numerate, personale sanitario che ricomincia a contare. Al-Shifa resta insieme obitorio e pronto soccorso, simbolo di una tregua che non si deposita mai del tutto sul terreno.

A ovest di Gaza City, nel campo profughi di Al-Shati, un bombardamento colpisce un gruppo di civili. Un morto, diversi feriti. Le immagini circolano prima dei dettagli, come sempre. Le agenzie parlano di raid mirati, di operazioni “in risposta” al ferimento di un soldato israeliano lungo la Linea Gialla. La geografia è quella già vista, la dinamica pure: un episodio militare, una rappresaglia, vittime civili che entrano nel bilancio quotidiano.

Rafah resta il punto cieco. La Mezzaluna Rossa palestinese segnala evacuazioni mediche sospese, Israele replica che il valico è operativo e che mancano i dettagli di coordinamento richiesti all’Oms. La burocrazia diventa confine. Pazienti in attesa, accompagnatori bloccati, responsabilità che si rincorrono mentre il tempo clinico scorre in una sola direzione.

Sul fronte israeliano il gabinetto politico-di sicurezza anticipa una riunione straordinaria. Sul tavolo c’è l’Iran, i colloqui annunciati in Oman, il timore che l’intesa salti. Gaza resta dentro questo perimetro più largo, compressa tra dossier regionali che ne oscurano il peso umano.

Alla fine della giornata il conto è semplice e crudele. Al-Shifa riceve corpi e feriti nello stesso giro di ore. La tregua continua a vivere nei comunicati. A Gaza, ancora una volta, resta una parola senza riparo.

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Washington Post, licenziamenti senza precedenti: il “reset” di Bezos smantella la redazione

E mentre il Washington Post continua a ripetere il suo motto sulla democrazia che muore nell’oscurità, dentro la redazione la luce si è spenta a colpi di email e call su Zoom. I licenziamenti annunciati a febbraio sono arrivati come una ghigliottina: circa trecento giornalisti fuori, un terzo della forza lavoro, intere aree smantellate. Un’operazione presentata come “reset strategico”, spiegata dal direttore esecutivo Matt Murray con il lessico neutro della ristrutturazione, vissuta da chi lavora al Post come una rottura irreversibile del patto tra proprietà, redazione e lettori.

Dietro il linguaggio aziendale ci sono numeri che raccontano una resa. 177 milioni di dollari di perdite in due anni, abbonamenti in caduta, traffico digitale dimezzato, una base di lettori quotidiani evaporata dopo il picco dell’era Trump. Ma il modo in cui la crisi è stata gestita pesa quanto la crisi stessa. Giornalisti licenziati mentre erano in trasferta, redazioni chiuse senza un confronto reale, professionalità storiche trattate come un costo da tagliare.

Il disinvestimento editoriale come scelta politica

La chiusura delle redazioni sport e libri ha un valore che va oltre il bilancio. Lo sport al Post era cronaca, racconto sociale, memoria di una città. I libri erano spazio critico, costruzione culturale, presidio di senso. Azzerarli significa rinunciare a una funzione pubblica per inseguire una presunta efficienza. Ancora più pesante il ridimensionamento della cronaca locale, con la sezione Metro ridotta all’osso proprio mentre Washington vive tensioni politiche e istituzionali che avrebbero bisogno di sguardi vigili e continui.

Il colpo più grave arriva dagli esteri. Tagliati interi team, chiusi bureau, cancellata la copertura diretta di aree decisive come Medio Oriente e Asia. Reporter con anni di esperienza lasciati a casa mentre guerre e crisi geopolitiche ridisegnano gli equilibri globali. Marty Baron, ex direttore del giornale, ha parlato di uno dei giorni più bui nella storia del Post. Il Post Guild, il sindacato interno, ha avvertito che smantellare la capacità di chiedere conto al potere equivale a sabotare la missione del giornale.

Tra intelligenza artificiale e licenziamenti

La scommessa della dirigenza si chiama automazione. Una “terza redazione” pensata per social, video e contenuti di servizio assistiti dall’intelligenza artificiale. Nella pratica, prodotti lanciati con tassi di errore altissimi, citazioni inventate, fatti sbagliati, test interni che segnalavano criticità ignorate. L’idea che l’IA possa colmare il vuoto lasciato dai licenziamenti ha creato una frattura profonda tra management e giornalisti, alimentando la percezione di una scorciatoia tecnologica usata per giustificare tagli strutturali.

Emblematico il caso delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. Prima la decisione di cancellare la trasferta nonostante decine di migliaia di dollari già spesi, poi una marcia indietro parziale con una presenza simbolica. Alcuni cronisti hanno scoperto di essere stati licenziati mentre erano già in Italia per lavorare. Un’umiliazione professionale che racconta meglio di qualsiasi memo cosa sia diventato il “reset”.

Il Washington Post era un’istituzione che faceva scuola. Oggi appare come un laboratorio di riduzione, dove la sopravvivenza economica viene perseguita sacrificando competenze, memoria e autonomia. La vergogna dei licenziamenti non sta solo nei numeri, ma nell’idea che il giornalismo sia un ingombro da alleggerire. Quando a pagare sono le redazioni, a perdere resta sempre la democrazia.

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Scade il New Start: Usa e Russia senza più limiti sugli arsenali nucleari

Da oggi il mondo è un po’ più instabile. Con la scadenza del New START, l’ultimo trattato di controllo degli armamenti nucleari tra Stati Uniti e Federazione Russa cessa di produrre effetti giuridici. Per la prima volta dal 1972, Washington e Mosca restano senza un quadro vincolante che limiti numero, tipologia e trasparenza dei rispettivi arsenali strategici. È un fatto politico prima ancora che militare, perché riguarda l’87 per cento delle testate nucleari esistenti sul pianeta.

L’ultimo argine bilaterale

Firmato nel 2010 da Barack Obama e Dmitrij Medvedev e prorogato nel 2021 per cinque anni, il New START fissava limiti precisi: 1.550 testate nucleari dispiegate, 700 vettori strategici operativi, 800 lanciatori complessivi. A questi tetti quantitativi si affiancava l’elemento più rilevante dell’accordo: un sistema strutturato di ispezioni in loco, notifiche obbligatorie e scambio di dati. Meccanismi pensati per ridurre l’opacità, limitare gli errori di calcolo e contenere il rischio di escalation accidentale. Con la scadenza del trattato, questi strumenti vengono meno.

La crisi del New START era in atto da tempo. Nel febbraio 2023, a un anno dall’invasione russa dell’Ucraina, Mosca aveva sospeso la propria partecipazione. Washington aveva congelato i canali negoziali, rifiutando ipotesi di rinnovo che escludessero altri attori strategici, a partire dalla Cina. Nel settembre 2025 Vladimir Putin si era detto disponibile a rispettare i limiti per un ulteriore anno, a condizione di una reciprocità statunitense. Gli Stati Uniti hanno scelto di non raccogliere la proposta.

Un vuoto giuridico che pesa sui numeri

Il vuoto che si apre ha una dimensione concreta. Secondo le stime della comunità scientifica internazionale, la Russia dispone di oltre 5.400 testate nucleari, gli Stati Uniti di poco più di 5.100. Nel 2024 Mosca ha speso circa 8 miliardi di dollari per le armi nucleari, Washington quasi 57 miliardi. Arsenali già ampiamente sufficienti a garantire la distruzione reciproca continuano a essere modernizzati, mentre scompare l’ultimo limite legale condiviso.

In questo contesto, il Bulletin of Atomic Scientists ha portato il Doomsday Clock a 85 secondi dalla mezzanotte, il punto più vicino alla catastrofe da quando l’orologio esiste. La decisione è motivata anche dal deterioramento del regime di controllo degli armamenti: senza ispezioni e senza dati condivisi, il margine di errore si restringe, il rischio sistemico aumenta.

L’allarme della società civile

Per Rete Italiana Pace e Disarmo, la scadenza del New START rappresenta «un momento di estrema gravità e responsabilità per la comunità internazionale». Nel documento diffuso alla vigilia della scadenza, la Rete sottolinea che la fine del trattato elimina l’ultimo strumento di controllo bilaterale tra le due principali potenze nucleari, aggravando un clima di sfiducia già compromesso. Senza trasparenza, verifiche e meccanismi di fiducia reciproca, avverte la Rete, cresce il rischio di escalation, incidenti e lanci accidentali.

Rete Pace e Disarmo insiste su una distinzione spesso assente dal dibattito pubblico: il controllo degli armamenti non equivale al disarmo. Il primo gestisce e bilancia arsenali esistenti; il secondo punta alla loro eliminazione. Eppure, in una fase di tensione globale permanente, viene lasciato cadere anche quel presidio minimo che serviva a contenere i rischi immediati.

L’Italia e il bivio politico

Secondo la Rete, la scadenza del New START dovrebbe diventare l’occasione per avviare negoziati seri e ambiziosi verso la denuclearizzazione, coinvolgendo progressivamente anche gli altri Stati dotati di armi nucleari. Nel frattempo, chiede che Stati Uniti e Russia si impegnino almeno a rispettare volontariamente le disposizioni del trattato su verifiche e notifiche, per preservare un minimo di fiducia e guadagnare tempo.

In questo scenario, l’Italia resta sullo sfondo. Paese alleato della Nato, coinvolto nel sistema di nuclear sharing, continua a dichiararsi impegnato per la pace e la sicurezza internazionale. La fine del New START pone anche una questione politica europea: accettare un mondo con meno regole e più armi, oppure lavorare per ricostruire un diritto internazionale del disarmo. Da oggi, quel bivio è meno teorico.

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Il Viminale riscopre la colpa per prossimità

Se l’infantile e sbagliato assioma di Matteo Piantedosi sui manifestanti di Torino avesse un benché minimo fondamento il mondo sarebbe semplicissimo da leggere, quasi comodo. Dice il ministro dell’Interno che sfilare nelle strade della città per contestare e ribellarsi al governo liberticida di cui fa parte significhi “essere scudo dei violenti”, e quindi pari a loro. 

Teniamo la lente in mano. Quindi chi sta in un partito che ha fatto scomparire 49 milioni di euro sarebbe scudo e connivente dei ladri. Chi è tesserato per un partito con condannati per mafia in via definitiva sarebbe un copri-picciotti con il colletto bianco. Chi siede in un Consiglio dei ministri con un’accusata di truffa allo Stato sarebbe un nemico della Patria. Chi sta in un partito fondato da un pregiudicato per frode fiscale e un condannato per mafia sarebbe un pericolo per la democrazia. 

Anzi, a ben vedere, chi stringe le mani (e addirittura si fotografa) con un presidente ricercato dalla Corte penale internazionale sarebbe corresponsabile di un genocidio. Chi accetta di ospitare i gaglioffi americani dell’ICE sarebbe un coimputato, seppur morale, per l’omicidio di due cittadini americani. E poi ancora: chi scrive su un giornale fondato da un agente infiltrato e prezzolato della CIA sarebbe corresponsabile di guerra ibrida. Chi governa con l’appoggio di qualche sgangherata truppa fascista sarebbe lo scudo dell’occupazione abusiva di un palazzo storico romano. E così via, all’infinito, tutti dentro una merda che potrebbe spandersi in lungo e largo in tutti i campi, in tutto il Paese. 

Buon giovedì. 

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Recessione democratica globale: il rapporto Human Rights Watch 2026 dagli Stati Uniti al caso Italia

Anno nuovo e sempre meno diritti. Il World Report 2026 di Human Rights Watch (HRW) fotografa un mondo che arretra sul terreno dei diritti mentre continua a proclamarsi democratico. Human Rights Watch è un’organizzazione internazionale indipendente che documenta violazioni dei diritti umani sulla base di ricerche sul campo, atti ufficiali e analisi giuridiche.

Il filo che attraversa il rapporto è quello che l’organizzazione definisce una “recessione democratica”: elezioni che continuano a celebrarsi, istituzioni che restano formalmente in piedi, ma diritti civili, libertà fondamentali e garanzie giuridiche progressivamente svuotati. A fare da apripista, secondo HRW, sono gli Stati Uniti di Donald Trump, tornati a esercitare un’influenza globale che legittima pratiche autoritarie e normalizza l’abuso come strumento di governo.

La recessione democratica come metodo di governo

Il rapporto ricostruisce come l’amministrazione Trump abbia attaccato frontalmente il sistema multilaterale dei diritti umani. Le sanzioni contro giudici e procuratori della Corte penale internazionale impegnati sulle indagini per Gaza, il boicottaggio degli organismi Onu, la politicizzazione dei report ufficiali sui diritti umani e l’uso disinvolto della forza contro migranti e oppositori interni vengono indicati come elementi di una strategia coerente. Non episodi isolati, ma un messaggio politico: le regole valgono finché servono. Quando diventano un vincolo, si aggirano o si delegittimano.

Questo clima, osserva HRW, ha effetti a catena. Governi autoritari trovano una copertura internazionale, mentre democrazie formali adottano pratiche di compressione dei diritti presentandole come risposte tecniche a problemi di sicurezza, migrazione o ordine pubblico. L’Europa, in questo quadro, appare sempre meno come un argine. Le politiche di esternalizzazione delle frontiere, la criminalizzazione della solidarietà, l’espansione dei poteri di polizia e la riduzione degli spazi di protesta vengono descritte come una tendenza continentale, accelerata dal nuovo Patto europeo su migrazione e asilo.

Il rapporto e il capitolo Italia

Dentro questo scenario si colloca il capitolo italiano, che Human Rights Watch tratta come uno dei casi più avanzati di adattamento nazionale alla recessione democratica. L’Italia viene descritta come un Paese che “ha adottato un approccio repressivo nel controllo della migrazione, detenendo in Albania persone in attesa di rimpatrio e ostacolando le operazioni umanitarie di soccorso in mare”, accettando frizioni crescenti con il diritto internazionale come nel caso in cui “ha apertamente ignorato il mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale per un funzionario libico (Almasri, ndr) accusato di crimini contro l’umanità”.

Il modello dei centri in Albania, prima concepiti per l’esame delle domande d’asilo e poi riconvertiti in strutture di detenzione per persone già destinatarie di espulsione, è indicato come esempio emblematico. I ripetuti stop dei tribunali italiani, le riserve del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e la sentenza della Corte di giustizia Ue che certifica l’inadempienza italiana sugli standard d’asilo non modificano l’impianto politico della misura.

Il rapporto insiste anche sulla continuità della cooperazione con la Libia, rinnovata automaticamente nonostante le violazioni documentate nei centri di detenzione e gli episodi di violenza in mare.

Sicurezza, controllo e svuotamento delle garanzie

Sul piano interno, Human Rights Watch conclude il rapporto con una valutazione sullo Stato di diritto, nel quale segnala un rafforzamento dell’approccio securitario che travalica il tema migratorio. ll decreto sicurezza, convertito in legge a giugno, “inasprisce le pene per la partecipazione a manifestazioni non autorizzate, introduce il reato di rivolta per le proteste nelle carceri, nei centri di detenzione e nei centri di accoglienza per migranti (anche attraverso la resistenza passiva agli ordini o alle regole), e prevede nuove aggravanti per i reati di violenza, minaccia o resistenza a un pubblico ufficiale”.

Nel quadro tracciato da Human Rights Watch, l’Italia non appare come un’eccezione, ma come un Paese che sperimenta, anticipa e rende praticabili scelte che altrove restano oggetto di dibattito. La recessione democratica, suggerisce il rapporto, non arriva con i carri armati o con la sospensione delle elezioni. Avanza per accumulo di atti amministrativi, decreti, accordi bilaterali e silenzi istituzionali. Ed è proprio in questa normalità operativa che, oggi, si misura la sua pericolosità.

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Olimpiadi Milano-Cortina, la cabinovia “imprescindibile” che non c’è: 35 milioni spesi e mobilità nel caos

La chiamavano “imprescindibile”. La cabinovia Apollonio-Socrepes doveva reggere l’intero sistema di mobilità olimpica di Cortina, assorbire i flussi, evitare il collasso della valle, diventare la prova che l’eccezione olimpica serviva a qualcosa. Ma a un giorno dall’apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026, quell’impianto non c’è. In compenso, il conto è arrivato per intero: 35 milioni di euro.
L’opera chiave che salta

La vicenda è ormai certificata anche nei documenti interni. La cabinovia non entrerà in funzione in tempo utile per le gare, salvo ipotesi residuali e parziali legate a singoli eventi. Il responsabile operativo dei Giochi lo ha messo nero su bianco: il venir meno dell’impianto genera rilevantissime criticità organizzative, con effetti diretti sulla sicurezza, sulla gestione dei flussi e sulla tenuta complessiva del sistema. È la presa d’atto formale di un fallimento annunciato.

L’impianto avrebbe dovuto collegare il centro di Cortina alle aree di gara, funzionando come una metropolitana di montagna in una valle priva di ferrovia. Al suo posto arriva il “Piano B”: navette, mega-parcheggi, limitazioni alla circolazione privata e una richiesta che pesa come un atto d’accusa, la chiusura delle scuole secondarie nei giorni delle gare femminili di sci alpino. La soluzione tampone diventa così un costo sociale scaricato sulla comunità locale, chiamata a compensare un’infrastruttura che non c’è.

Ieri però la richiesta della Fondazione Milano-Cortina è stata rispedita al mittente dal Tavolo sulla sicurezza e l’ordine pubblico. L’istituto omnicomprensivo Ampezzo Cadore resterà aperto e farà lezione regolarmente.

Fino a pochi giorni prima, la stazione appaltante Simico aveva continuato a rassicurare sul rispetto del cronoprogramma. Il commissario straordinario Fabio Massimo Saldini parlava di lavori in linea con le previsioni. Il 28 gennaio, una comunicazione interna costringe la Fondazione Milano-Cortina a cambiare piano e a correre ai ripari. Ne nasce uno scontro istituzionale, con Simico che rivendica una competenza limitata alle opere fisse e respinge ogni responsabilità sulla logistica, definendo estranei al proprio perimetro temi come la chiusura delle scuole o la gestione dei volontari.

Trentacinque milioni per un’assenza

Il dato economico resta quando il resto si sfalda. L’appalto della cabinovia parte da una base di 22 milioni di euro. Nell’agosto 2025 sale a 28 milioni, ufficialmente per integrare monitoraggi geotecnici e prescrizioni ambientali. A febbraio 2026 arriva la stima finale: 35 milioni, un aumento di circa il 60 per cento. L’incremento viene collegato alle criticità del tracciato e agli interventi d’urgenza resi necessari dal cedimento del terreno nell’area di Mortisa, dove durante i lavori si è aperto un cratere di quindici metri. Problemi geologici noti da tempo, sottovalutati nella fase di progettazione.

A pochi giorni dalle gare, l’impianto non ha ancora ottenuto l’omologazione per il trasporto pubblico. L’ipotesi più realistica è un utilizzo posticipato, forse in occasione delle Paralimpiadi. Nel frattempo, l’opera simbolo della mobilità sostenibile olimpica resta inutilizzabile, mentre il sistema viario della valle del Boite si prepara a reggere flussi straordinari con strumenti ordinari.

Il quadro generale delle opere conferma che il caso Socrepes non è un’eccezione. Su 98 interventi previsti dal piano commissariale, solo 40 risultano conclusi; 29 sono ancora in esecuzione, 27 in progettazione, 2 in gara. Le infrastrutture considerate essenziali hanno viaggiato a lungo sotto il 20 per cento di completamento, costringendo a consegne in extremis e test ridotti al minimo.

La cabinovia da 35 milioni che non c’è diventa così una sintesi del modello Milano-Cortina: opere dichiarate irrinunciabili, tempi compressi, costi che lievitano, responsabilità che si disperdono. Alla fine resta una certezza aritmetica e una domanda politica aperta: chi doveva garantire che quell’impianto fosse davvero necessario e davvero pronto?

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Fine del segreto in busta paga: in arrivo il decreto

Ci siamo. Il Consiglio dei ministri si prepara a varare il decreto che recepisce la direttiva europea 2023/970 sulla trasparenza salariale. Il termine imposto da Bruxelles è il 7 giugno 2026. Il testo arriva dopo mesi di confronto tecnico e politico e interviene su un terreno che in Italia resta opaco: la costruzione degli stipendi, la distribuzione dei premi, le progressioni di carriera. La cornice è quella della parità retributiva tra uomini e donne per lavori di pari valore, principio scritto da decenni nei trattati europei e ancora distante dalla realtà dei redditi.

I dati elaborati da Istat e Inps mostrano che il divario retributivo esplode quando si osservano i redditi annui complessivi e le carriere. Nei comparti manifatturieri la distanza supera il 20 per cento, nel commercio arriva al 23,7, nelle attività finanziarie oltrepassa il 32. Una forbice che resiste anche a parità di ruolo e anzianità e che trova terreno fertile nella segretezza salariale, nella discrezionalità dei superminimi e nella parte variabile delle retribuzioni. Il decreto prova a intervenire su questi meccanismi spostando l’asse dalla repressione ex post alla prevenzione strutturale.

Dalla selezione al rapporto di lavoro: come cambia la trasparenza in busta paga

La prima frattura riguarda il reclutamento. Le offerte di lavoro dovranno indicare la retribuzione prevista o almeno la fascia salariale. Ai candidati non potrà essere chiesto lo storico retributivo. La logica è chiara: impedire che disuguaglianze accumulate nel tempo continuino a trasferirsi da un impiego all’altro. La direttiva europea impone anche un linguaggio neutro negli annunci e criteri di determinazione della paga fondati su parametri oggettivi.

Durante il rapporto di lavoro, il decreto riconosce a lavoratrici e lavoratori un diritto di accesso alle informazioni senza precedenti nel sistema italiano. Su richiesta scritta, il datore di lavoro dovrà fornire entro due mesi i livelli retributivi medi della categoria di appartenenza, disaggregati per genere. I dati restano aggregati, ma sufficienti a rendere visibile lo scostamento. Cade anche il divieto informale di parlare di stipendio: le clausole di riservatezza diventano inefficaci quando ostacolano la trasparenza retributiva.

Report, soglia del 5 per cento e responsabilità delle imprese

Il cuore del decreto sta negli obblighi di rendicontazione. Le imprese con più di 250 dipendenti dovranno pubblicare ogni anno un report completo sul divario retributivo di genere. Per quelle tra 150 e 249 dipendenti la cadenza sarà triennale, mentre gli obblighi per le realtà sotto i 100 addetti scatteranno più avanti, con forme semplificate. Se dal report emerge un divario superiore al 5 per cento privo di giustificazioni oggettive, l’azienda è tenuta ad avviare una valutazione congiunta con le rappresentanze sindacali e a definire un piano correttivo con tempi certi.

Il sistema sanzionatorio accompagna il meccanismo di trasparenza. Le multe per l’omissione degli obblighi informativi possono arrivare a diverse migliaia di euro, con importi parametrati alla dimensione aziendale. Nei casi più gravi è prevista la sospensione temporanea di incentivi e agevolazioni pubbliche. Il passaggio più delicato riguarda l’inversione dell’onere della prova: quando l’azienda non rispetta gli obblighi di trasparenza, spetta al datore di lavoro dimostrare in giudizio l’assenza di discriminazioni.

Sul piano politico il decreto è il risultato di una mediazione complessa. Il Ministero del Lavoro ha convocato 43 sigle tra sindacati e associazioni datoriali. La contrattazione collettiva viene indicata come perno per definire cosa sia un lavoro di pari valore e per governare la parte variabile dei salari. Restano aperti ancora i nodi delle piccole imprese, della tutela della privacy nei contesti con organici ridotti e delle capacità di controllo dell’Ispettorato del lavoro.

La trasparenza salariale entra così nel mercato del lavoro italiano come obbligo giuridico e test politico. Ma non è tutto così facile: la sua efficacia dipenderà dall’attuazione concreta, dalle risorse di vigilanza e dalla volontà di rendere visibili criteri che per anni sono rimasti chiusi nelle buste paga. E su questo in molti nutrono dei dubbi. 

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Doppia emergenza a Gaza, umanitaria e sanitaria

A Rafah anche oggi si entra e si esce a ore, Le evacuazioni mediche previste sono state annullate all’ultimo momento, con i pazienti già pronti e le ambulanze in attesa. Il collasso funziona così: la sopravvivenza diventa un permesso revocabile. 

L’Organizzazione mondiale della sanità parla di oltre 18.500 persone nella Striscia che necessitano di cure specialistiche indisponibili sul territorio. Il numero resta fermo mentre i giorni scorrono e le finestre di uscita si chiudono. 

Nelle stesse ore, lungo la Linea Gialla nel nord della Striscia, colpi d’arma da fuoco feriscono gravemente un riservista israeliano. La risposta è immediata: carri armati, raid aerei, bombardamenti. Il ministero della Salute di Gaza aggiorna il bilancio: almeno ventuno morti. Le agenzie annotano che la fonte non distingue tra civili e combattenti.

Da Gaza arriva anche la voce del parroco della Sacra Famiglia, Gabriel Romanelli. Parla di una crisi umanitaria e sanitaria senza precedenti e avverte che l’idea di un conflitto in esaurimento è una rappresentazione lontana dalla realtà quotidiana.

Intanto, in Cisgiordania, il governo israeliano accelera su un altro fronte. Il ministro della Difesa Israel Katz annuncia l’avanzamento della legalizzazione di 140 avamposti agricoli, con il sostegno di Netanyahu e Smotrich. Terra occupata che diventa autorizzata, violenza coloniale trasformata in atto amministrativo.

E mentre sul terreno si decide chi può curarsi e chi perde casa, in Italia il dibattito scivola sulla punizione simbolica. Il senatore Maurizio Gasparri annuncia un’interrogazione contro Francesca Albanese per la sua iniziativa su Gaza alla Camera. Qui il confine si stringe sulle parole, là sui corpi. Il meccanismo resta riconoscibile.

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